La lunga retromarcia della Turchia: sempre meno Europa e più islam
La Turchia continua a sconcertare. Di nuovo più che un’operazionepolitica sembra una grintosa presa di posizione, come tutte quelle delgoverno di Recep Tayyp Erdogan, il governo del partito islamista Akp,anzi un riposizionamento, la ricerca di un nuovo «brand» che mette inimbarazzo chi tiene per il suo ingresso in Europa: dopo aver portatoalla cancellazione da parte americana e italiana delle esercitazioni«Aquila anatolica» perché il ministro degli Esteri Ahmet Davutogluaveva disdegnato di volare con gli F16 di Israele, ieri dieci ministriturchi (fra cui lo stesso Davutoglu) si sono spostati in massa aDamasco, con cui la Turchia era quasi in guerra negli anni 90, perpartecipare al nuovo «Consiglio di cooperazione strategica» con laSiria.
La Siria, è bene ricordarlo, è un Paese molto controverso, il suorapporto con l’Iran degli ayatollah, la sua implacabile inimiciziaverso Israele, la sua persecuzione dei dissidenti, e soprattutto la suafunzione di centrale di distribuzione di armi e di terrorismo la reseroai tempi di Bush un elemento centrale dell’«asse del male». Molti hannocercato nel tempo di recuperarla, senza mai riuscirci. Un’alleanza cosìstretta presuppone una fiducia simile a una comunanza di idee. Ma laTurchia, dai tempi di Kemal Ataturk aveva sempre rappresentato lasperanza di una presenza laica e moderata all’interno del mondomusulmano, e questo ne aveva fatto un candidato per l’Ue. Forsel’accanita opposizione che la Turchia ha incontrato in questi anni èstata frutto di un eccessivo antagonismo, ma il fatto è che l’identitàche le ha conferito Erdogan è sempre più aggressiva. [...]
La scomparsa dei diritti umani e l'ascesa del palestinismo
Discorso pronunciato nel panel "Diritti umani e responsabilità dell'Occidente" del convegno della Fondazione Magna Carta "Le nuove Relazioni Transatlantiche 2009", realizzato in collaborazione con il Forum Strategico del Ministero degli Affari Esteri
9 Ottobre 2009
Un’autentica schizofrenia caratterizza oggi la politica dei diritti umani nel mondo. Si tratta di una sensibilità estrema, raffinata e dettagliata verso la politica dei diritti umani quando si tratta, da un lato, di rapporti verso determinate categorie sociali e politiche o verso temi legati alla nostra società, e dall’altro, invece, di una progressiva indifferenza verso gli stessi temi quando si affrontano scenari internazionali. E’ una suddivisione sperimentale, primitiva, che aspetta ancora una definizione migliore che spero venga dalla discussione. Ma di certo possiamo dire che negli anni passati, gli Stati Uniti si sforzavano di chiudere il gap nella sensibilità verso i diritti umani: le dottrine politiche che ne hanno guidato la politica estera, di cui ora non discuto gli inevitabili problemi, partivano dall’idea che l’oppressione dei popoli era un problema che penetrava direttamente la politica interna, e che comunque ogni uomo sulla terra, come ha scritto Natan Sharansky, desidera la libertà e ha diritto di perseguirla.
E’ stata una naturale espansione del modo di vita americano, in cui lo stato di diritto, il rule of law, si deve estendere dentro i confini storicamente negoziati dell’accordo religioso e linguistico. L’Europa invece ha fatto del dettato dei diritti umani una specie di dottrinale trattato di 170 pagine di regole oppressive che definiscono una moralità post moderna di “non discriminazione” che di fatto mette a rischio le identità locali valorizzando principi astratti, e con i suoi annessi e connessi ha stabilito regole di “diritti umani” per ogni minuzia, principi astratti e severissimi per cui essi precedono i diritti della comunità primaria, e anche prescindono dalla situazione di fatto. Farò degli esempi più avanti. [...]
The disappearance of human rights and the advent of Palestinism
Fiamma Nirenstein’s intervention during the round table on “Human Rights and responsibilities of the West” at the International Conference “New Transatlantic Relations”, of the Magna Carta Foundation
Today, human rights policies in the world are indeed characterized by schizophrenia. On the one hand, these policies are dealt with an extreme, refined and detailed sensitivity if they target certain social and political groups or rather themes related to our society. On the other hand, instead, dealing with international scenarios, they are faced with increasing indifference. It is an experimental and primitive approach that needs to be better defined, which I hope we will be able to do during our discussion. Certainly, in the past, the United States made an effort to close the sensitivity gap in the field of human rights: the political rationale of foreign policy - and its problems which I do not want to discuss here – was based on the idea that the oppression of people was directly relevant for domestic policy and that – as written by Natan Sharansky – every human being desires freedom and the right to freedom. This was a natural expansion of the American life >
Obama e il Nobel: un regalo a chi vuole gli Usa più deboli
Fossi Barack Obama, mi si scusi l’azzardo, direi al comitato che mi ha assegnato il premio Nobel per la pace: «Gentilissimi signori, è meraviglioso quello che mi capita, e ve ne sono grato: ma fatemi un piacere tenetevi in un cassetto questo premio, assegnatelo magari a un’afghana, che in questo momento laggiù le donne ne hanno parecchio bisogno: conservatemelo per il prossimo anno. Se me lo sarò meritato, lo verrò a ritirare». Ma Barack è Barack, e si vede benissimo che il suo modo di vedere se stesso è quello di chi pensa che qualsiasi lode, qualsiasi onore, sia un po’ meno di quel che si merita. Che è la sua essenza, progressista e finalmente realizzatrice della riscossa di neri americani, che merita il Nobel: e non ci convincono le sue parole di modestia. Obama fin dal primo giorno è stato gratificato di aspettative gigantesche, che egli ha alimentato con toni messianici e palingenetici, ovvero suggerendo sempre che ora che era arrivato lui cambia tutto. [...]
Iran: L’Occidente tende la mano, ma prepara la guerra
Dal primo di ottobre, ovvero dai colloqui del 5+1 di Ginevra con l’Irandi Ahmadinejad, la situazione si è ulteriormente complicata: i colloquihanno messo il mondo in uno stato di speranzosa aspettativa. Obama hamesso in scena con un certo successo lo spettacolo di «utili colloqui»,ma nessuno, anche negli Stati Uniti, ha voglia di farsi prendere ingiro. Il presidente americano sa che i risultati di una beffa sarebberodisastrosi e che fidarsi di Ahmadinejad è un rischio che nessuno puòassumersi. Dunque l’ipotesi della guerra persiste. Nessuno vuol fare lafigura del cretino, se l’Iran finge di trattare solo per prepararci unabella sorpresa.
C’è stata la decisione del Pentagono di costruire una «gigantesca bombacapace di penetrare bunker profondi e ben difesi»; i sistemi di difesaantimissilistica americani ora di stanza in Israele per esercitazioni,resteranno probabilmente sul suolo ebraico; in Arabia saudita è sparitouno degli ingegneri atomici iraniani, Shahram Amiri, e l’Iran accusagli Usa di essere coinvolti. Dunque, Obama stesso sembra essere ilprimo a immaginare che l’atteggiamento di Ahmadinejad, melenso earrogante al contempo, non sia una garanzia. Oltretutto, sono molte leanalisi che danno la capacità iraniana di produrre la bomba come giàultimata. [...]
Indagine conoscitiva sull'antisemitismo alla Camera
Il programma di istituzione dell'indagine stabilisce che l'obiettivo è "un'attività di monitoraggio e di approfondimento tematico del fenomeno dell'antisemitismo, sia a livello internazionale che nazionale. L'indagine sarà indirizzata a evidenziare i nuovi caratteri che tale fenomeno ha assunto rispetto alle impostazioni tradizionali, con particolare riferimento all'odio etnico e religioso alimentato dal fondamentalismo e allo strumentale intreccio con l'antisionismo e il negazionismo. La recrudescenza dell'antisemitismo a livello mondiale, ed in particolare in Europa, unitamente al complesso rapporto con le vicente del Medio Oriente, induce a non sottovalutare gli episodi di intolleranza che hanno avuto luogo anche in Italia e ad adottare un'impostazione del problema che coniughi i profili di interesse internazionale a quelli di interesse nazionale".
L'indagine è mirata a verificare:
- il grado di consapevolezza dell'opinione pubblica, dei mezzi di comunicazione e del sistema educativo;
- l'adeguatezza degli apparati e delle misure legislative nazionali e delle previsioni delle convenzioni internazionali;
- l'efficacia degli organismi preposti al contrasto dell'antisemitismo.
Inoltre sulla base dell'indagine sarà possibile fornire utili indicazioni ai fini di un rafforzamento del tessuto normativo, anche con riferimento ai nuovi mezzi di diffusione dell'antisemitismo, come le reti informatiche.
Ultimate le procedure burocratiche, nell'arco delle prossime settimane la Presidenza della Camera darà il via all'indagine, che prevede l'audizione di numerosi esperti ed eventuali sopralluoghi sul campo.
L'intifada lambisce Gerusalemme: un nuovo negazionismo infiamma la piazza palestinese
Quando ieri mattina è risuonata sulla spianata del Muro del Pianto la benedizione dei Cohanim che hanno levato alto il talled bianco e nero sopra le teste e gli occhi del popolo di Gerusalemme riuniti per la Festa dei Tabernacoli, Sukkot, Gerusalemme ha finalmente preso un lungo respiro dopo giorni di tensione.
Da poco più di dieci giorni, ovvero dalla festa di Kippur, tutta la zona est della città vecchia e dei quartieri arabi moderni che confinano con le sue mura, verso il Monte degli Ulivi, sotto la parte orientale della Spianata del Tempio, o Spianata delle Moschee, è stata tutta un lancio di pietre, di copertoni bruciati, fino all’attacco col pugnale di un giovane poliziotto. Le cariche della polizia contro gruppi di giovani si sono ripetute, con parecchi feriti sia fra loro che fra i poliziotti. Il fuoco religioso islamico di Gerusalemme è divampato di nuovo, le organizzazioni estremiste hanno chiamato a raccolta. [...]
Firmato il primo Protocollo di Cooperazione parlamentare Italia-Israele
Oggi è stato compiuto un passo molto importante nei rapporti tra Italia e Israele: è stato firmato, dal Presidente della Camera Fini e dal Presidente della Knesset Rivlin in visita in Italia, il primo Protocollo di Cooperazione tra la Camera dei Deputati e la Knesset.Il Protocollo nasce dall’idea che la cooperazione tra Italia e Israele derivi dalla comune fede nei valori di libertà, democrazia e tolleranza, e stabilisce una serie di obiettivi congiunti tra i due Parlamenti, in cui sono stati istituiti due gruppi di collaborazione che dovranno incontrarsi periodicamente per attuare un concreto piano di lavoro. I due gruppi si dedicheranno a un lavoro comune di progettazione e di studio, in ambito economico, amministrativo e formativo e in generale tutte le sfere che competono alla vita parlamentare.
Il gruppo Italiano è formato da me in quanto presidente e da altri 6 Onorevoli in rappresentanza di tutti i gruppi parlamentari: Adornato, Polledri, Fiano, Pianetta, Vernetti e Barbareschi.
Questa iniziativa è il culmine istituzionale di tante altre prese di posizione di un Parlamento che nel corso di questa legislatura non ha mai fatto mancare a Israele la propria solidarietà in un contesto invece a voltea ggressivo e privo della comprensione necessaria per un paese sempre minacciato da terribili nemici: il Parlamento italiano è stato il primo a votare una mozione che impegnava il governo al ritiro dalla conferenza di Durban 2; ha svolto una manifestazione in piazza Montecitorio, cui è intervenuto anche il Presidente Fini, in solidarietà a Israele nella guerra contro Hamas; ha sostenuto la sezione italiana della Coalizione Interparlamentare contro l’Antisemitismo (ICCA) promuovendo una indagine conoscitiva sull’Antisemitismo che si avvierà a breve; non ha mai ricevuto Ahmadinejad quando ha visitato l’Italia.
Questo accordo è quindi il coronamento di un lungo e particolare impegno del Parlamento italiano.
«Il caporale Shalit è vivo e sta bene» Il video che premia il cinismo di Hamas
È vivo, è in condizioni di salute apparentemente decenti, anche se appare smagrito e la sua voce è quella di una persona che non parla da molto tempo: ma, pulito e sbarbato, è in grado di leggere un testo probabilmente tradotto da lui stesso dall’arabo e a cui ha aggiunto particolari biografici che dimostrano che la sua memoria è vivida e particolareggiata. Gilad Shalit, il soldato ventitreenne rapito sul confine di Gaza ben 1195 giorni fa, ha inchiodato la famiglia Shalit, il padre Noam e la mamma Aviva, e stretto attorno a loro tutto il governo e il pubblico israeliano in un’attesa ansiosa della cassetta annunciata e trattata allo spasimo dal governo con Hamas. La cassetta, consegnata verso le nove di mattina all’inviato del primo ministro Hagai Hadas dal mediatore tedesco Ernst Urlan, è la prima prova davvero consistente che il ragazzo rapito più di tre anni fa è in vita. Gilad legge un messaggio di due minuti in cui si rivolge direttamente a Netanyahu chiamandolo per nome perché realizzi il suo sogno di tornare a casa. [...]
Iran atomico: parole tante, risultati pochi
Uniche concessioni di Teheran, l’accesso all’impianto segreto di Qom e l’arricchimento dell’uranio all’estero L’impressione è che gli iraniani vogliano guadagnare tempo. Obama: «Ispezioni dell’Onu entro due settimane»
Così il primo d’ottobre è arrivato, dopo l’allarme urgente di Pittsburgh lanciato da Obama, Sarkozy e Brown circa la volontà iraniana di perseguire la bomba atomica: e con esso la concessione da parte degli iraniani di visitare la struttura atomica di Qom che era stata celata a tutto il mondo fino a pochi giorni fa. Da parte iraniana è un’offa all’Occidente per poter dire che i colloqui si sono aperti con profitto, e tutti si sono affrettati a farlo. Ma anche la concessione stessa è a doppio taglio, perché se da una parte consente all’Aiea di entrare per la prima volta in questa centrale che è fra le più sotterranee e difese, dall’altra la legittima e la qualifica come pegno di amicizia, cosa del tutto proditoria, agli occhi del mondo. Altra concessione è la possibilità di arricchire l’uranio all’estero, in Francia e Russia. Ma Obama ha già detto che anche se l’inizio può considerarsi «costruttivo», ci si aspettano però fatti concreti: la pazienza americana «non è illimitata» ed entro due settimane gli ispettori Onu dovranno avere accesso illimitato al sito di Qom. [...]
Rilasciato video di Gilad Shalit: è vivo
M.O., Nirenstein (Pdl): commozione per immagini Gilad ShalitDichiarazione dell’On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera
“Siamo pieni di commozione nel vedere il soldato israeliano GiladShalit vivo e lucido dopo più di tre anni di crudele sequestro da partedi Hamas e ci complimentiamo con gli intermediari tedeschi per essereriusciti a ottenere per la prima volta un concreto segnale di vita delgiovane di cui tuttora si ignora il luogo di detenzione.
Ci auguriamo con tutto il cuore che ben presto Gilad possa tornare sanoe salvo dai suoi genitori, che stanno vivendo momenti di incredibilecommozione dopo avere combattuto come dei leoni per ottenere questoprimo risultato.
Siamo certi che la città di Roma, che ha dato di sé ottima provaconferendo a Gilad Shalit la cittadinanza onoraria nel giugno scorso,continuerà nella sua importante opera di solidarietà”.
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