Panorama
On. Nirenstein: riconoscere il Consiglio Nazionale Siriano
"Il veto russo-cinese alla risoluzione sulla Siria proposta dalla Lega Araba e sostenuta da USA e Europa al Consiglio di Sicurezza ripropone le feroci logiche paradossali della Guerra Fredda in cui gli interessi politici prendevano il sopravvento su ogni e qualsiasi interesse per la vita umana. Assad ha già fatto uccidere circa 6 mila dei suoi cittadini fra cui molti bambini e donne. E' pazzesco che la comunita' internazionale non prenda una posizione decisa per far smettere quest'eccidio a tutti i costi. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU deve essere quindi scavalcata da una volontà internazionale di tutti i Paesi democratici che devono rompere ogni rapporto con il regime di Assad e riconoscere il Consiglio Nazionale Siriano."
Roma, 4 febbraio 2012
Il film presentato a Venezia: "Miral", un Mulino Bianco palestinese
Verità storiche distorte. Gli ebrei ritratti come conquistatori violenti. Dov'è il messaggio di pace sbandierato?
Il film di Julian Schnabel e di Rula Jebreal, Miral, è così scontato da non emettere alcun suono. Parecchie volte capita di notare quanto danno faccia l’ideologia estrema alla cultura e al gusto: è accaduto col nazismo, col fascismo, col comunismo e accade anche col palestinismo, notevole componente della confusione contemporanea. Anche importanti artisti come Schnabel possono venirne offuscati, è già accaduto. Quando Yasser Arafat si recò in visita a Saigon dal generale Giap, gli chiese come i vietnamiti fossero riusciti a trasformare un conflitto remoto e locale in una grande questione internazionale. Giap gli suggerì di dedicarsi alla conquista delle élite, e Arafat riscrisse la vicenda dei palestinesi facendone i grandi oppressi dell’imperialismo, dei guerrafondai, le vittime degli americani, degli israeliani, della lobby ebraica. Il terzomondismo era in gran crescita in quegli anni. Quel castello di bugie ha giganteggiato fino a consentire ai palestinesi di rifiutare qualsiasi proposta di pace incolpandone gli israeliani. La dedica finale del film a chi non rinuncia alla pace è senza contenuto. Il film Miral rinfocola una cultura vittimista e corriva che non può che produrre guerra. [...]
Gioco delle parti fra Usa e Israele
Panorama, n. 31, 30 luglio 2009, pag. 90
Da lontano Israele e la nuova amministrazione americana sembrano in continuo scontro. Il grande dice al piccolo: lascia gli insediamenti. Il piccolo al grande: invece di giocherellare con la politica della mano tesa, attento all'Iran nucleare. Ma il gioco Usa-Israele è complesso, anche perché il nucleare di Mahmoud Ahmadinejad è ormai alle porte e il governo degli ayatollah ha mostrato con la spietata repressione di non avere da parte sorrisi neanche per Barack Obama, che pure vuole dialogare. Notizie riservate mostrano all'orizzonte una visita del segretario della Difesa americano Robert Gates in Israele agli inizi della prossima settimana. Solo pochi giorni fa Gates ha detto all'Economic club di Chicago: «L'iran mi preoccupa più di ogni altra cosa perché non vedo uno scenario in cui si trovino opzioni positive. La mancanza di ottimismo non è solo legata alla sua scelta nucleare, ma anche alla incapacità della comunità internazionale di influenzare la determinazione a portarla a termine». Il programma di Gates in Israele è soprattutto, possiamo arguire, la discussione sull'Iran. Ma attenzione: con lui agli incontri di massimo livello parteciperà (fatto di non piccolo significato) l'inviato del presidente Obama per il Medio Oriente George Mitchell. Mitchell è in realtà il responsabile dei rapporti fra israeliani e palestinesi e quindi degli eventuali sviluppi di un processo di pace. [...]
Le cautele israeliane su Teheran
Israele cammina sul filo. Il maggiore di tutti i suoi problemi modifica il suo profilo, ha un esito misterioso: nessun commentatore è in grado di prevedere cosa diverrà, una volta che le armi tacciano e le folle si ritirino dalle piazze, l'Iran dell'attuale rivoluzione postelettorale. E Israele, che fino a ieri aveva impostato l'insieme della sua politica internazionale, compresa la prospettiva di pace con i palestinesi, su una sostenuta politica anti nucleare iraniano, si riposiziona. La parola d'ordine è: cautela. Pare che essa venga direttamente dalla Casa Bianca, che avrebbe ispirato il tono decisamente sobrio di Benjamin Netanyahu sulla questione iraniana in genere durante il famoso discorso di Bar Ilan, due domeniche or sono. Bibi ha sottolineato, certo, il pericolo iraniano, ma ha lasciato che le prospettive di pace con i palestinesi occupassero il centro del palcoscenico retorico. Il messaggio è: noi non ci sbracciamo per l'opposizione democratica, come del resto anche Obama, e la piazza di Teheran non è ispirata da un complotto filooccidentale. Un atteggiamento che tuttavia si è un po' modificato quando Bibi ha detto: «Là sta accadendo qualcosa di molto profondo, di fondamentale, si nota fra la gente un gran desiderio di libertà». Ma non si tratta ancora di sostegno aperto alla rivolta, e molti considerano miope il mancato aperto sostegno alla piazza. [...]
Piano Obama: la buona volontà non basta
Panorama, 29 maggio 2009, pag. 110
Democratico, contiguo, demilitarizzato: con queste tre parole magiche, il giornale londinese in lingua araba AlQuds al-Arabi ha presentato il piano di Barack Obama per il futuro stato palestinese. Lo ha fatto a dispetto dei santi: il premier israeliano Benjamin Netanyahu si era appena incontrato con il presidente Usa e, per quel che se ne sa, non aveva avuto alcuna rivelazione diretta. Abu Mazen, il presidente dell'Autonomia palestinese, stava dirigendosi a Washington e i palestinesi si sono detti stupiti per il piano. Obama il 4 di giugno al Cairo dovrebbe rendere ben chiaro che le piramidi non faranno da sfondo al piano di pace. E che il suo discorso sarà tutto una mano tesa dall'Occidente all'Islam. Ma la sensazione è che anche il piano uscito su Al-Quds al-Arabi sia in rodaggio, perché Obama comprende che i sogni non sempre si possono avverare e compie verifiche. Che se ne farà Obama della buona volontà se, come previsto, gli Hezbollah, longa manus dell'Iran, il 7 giugno otterranno un grande successo elettorale in Libano e il confine con Israele sarà sotto il controllo a distanza di Teheran? E che ne sarà del tanto pubblicizzato dialogo con l'Iran? [...]
Il ruggito del Rais
Panorama, 20 aprile 2009, pag. 66
«Lo sceicco scimmia»: è solo uno degli epiteti che in questi giorni la stampa egiziana ha attribuito a Hassan Nasrallah, il grande capo degli hezbollah, venerato stratega sciita della guerra senza fine contro Israele e, soprattutto, l'uomo dell'iran fra gli arabi. Gli attacchi di A1-Ahrarn e di radio e tv includono esplicitamente l'Iran. E uno scontro diretto senza precedenti fra sunniri e sciiti, fra moderati e radicali, e l'insieme del mondo arabo guarda sbigottito a quanto è accaduto al Cairo. Tutto si è svolto in tre puntate. Dapprima la scoperta di 50 terroristi egiziani, libanesi, siriani, sudanesi, e di Gaia, agli ordini dello 007 di Nasrallah, Sami Shehab: avevano 2 milioni di dollari e ville in punti strategici del Cairo, del Sinai e di Suez. Poi il loro arresto, largamente pubblicizzato e accompagnato da minacce all'Iran. Infìne l'orgogliosa rivendicazione da parte di Nasrallah della presenza degli hezbollah su territorio straniero e le dure parole di accusa a Hosni Mubarak trattato come un agente israeliano o americano che ha tradito la «resistenza». Perché Mubarak, rais duro ma paziente, ha reagito così drasticamente? La risposta è che l'attacco di Nasrallah voleva, nel quadro di un'ampia strategia, mettere in discussione l'esistenza stessa del suo paese. L'Iran aveva deciso di violare la santità araba della terra dei faraoni. L'Egitto è il pi grande e il pi antico fra i paesi arabi, è il guardiano del crocevia fra Asia e Africa, ha l'esercito pi grande e meglio armato del Medio Oriente. L'idea degli hezbollah era quella di suscitare, attraverso una serie di attacchi terroristici contro turisti, popolazione, rappresentanze straniere e istituzioni, il caos. L'ira di Mubarak è nata proprio dal pianodi attaccare il Canale di Suez, la maggiore fonte di potere e di ricchezza del- e l'Egitto, la via d'acqua che ne fa un indispensabile giocatore sulla scena mondiale. [...]
Sull'Iran è scontro fra Usa e Israele
Gli orologi israeliano e americano sullo stato dei progressi nucleari dell'iran non sono sincronizzati. Il capo di Aman, il servizio segreto dell'esercito israeliano, Amos Yadlin, la settimana scorsa ha affermato che la bomba è praticamente pronta, ma l'Iran frena volutamente per non accendere la reazione dell'Occidente. Con lui altre fonti di sicurezza israeliane spiegano che il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad non sbandiera il risultato già ottenuto (una bomba) perché vuole prima accumulare un arsenale composto da una dozzina di ordigni. Per questo scopo gli occorre pi uranio arricchito e quindi pi tempo. Yadlin pensa pure che ormai Teberan non teme pi l'attacco americano o israeliano, e che in questo momento di cambiamenti strategici mondiali gioca con l'Occidente per vedere come sfruttare al meglio sul terreno economico e diplomatico l'era Obama. Yadlin suona dunque un allarme rosso: l'Iran è già arrivato al momento fatale, ma La strategia del colloquio scelta dagli Stati Uniti abbassa la guardia dell'Occidente e di fatto favorisce il rafforzamento degli ayatollah. E, all'incertezza sul che fare di fronte all'evidente determinazione di Ahmadinejad, si aggiunge la differenza fra i due orologi americano e israeliano che ticchettano a velocità diverse. Se Yadlin sostiene che «l'Iran ha superato la soglia della realizzazione del nucleare», il direttore della National intelligence americana Dennis Blair ha detto al comitato per le Strutture armate del Senato che «l'Iran non ha ancora deciso di accelerare verso una bomba atomica sulla testata di un missile». [...]
Duello per cinque miliardi
Panorama, 20 marzo 2009
C’è un piccolo particolare che non funziona nelle trattative fra Hamas e Al-Fatah per tornare a governare insieme: la prima organizzazione non intende rinunciare al suo punto programmatico principale, la distruzione di Israele, anzi intende distruggere anche l’Olp, di cui Al-Fatah di Abu Mazen è il cuore politico. L’ha detto il 28 gennaio il suo leader Khaled Mashaal in Qatar e nessuno l’ha smentito. Le due fazioni palestinesi rivali nel dialogo mediato dall’Egitto sono riuscite a dichiarare in coro che vogliono le elezioni nel gennaio del 2010, ma sul resto, salvo che sul fatto che con la riunificazione sarebbe più facile ottenere la gestione dei 5 miliardi di dollari donati per la ricostruzione di Gaza dal consesso internazionale, non c’è né accordo né simpatia.
Non c’è neppure dentro Al-Fatah, o fra l’Hamas all’interno della Striscia e quella all’esterno, ovvero Khaled Mashaal, che sotto il diretto controllo iraniano siede a Damasco. Basta uno sguardo dentro Gaza per vedere che, nella confusione del riassetto postbellico, il primo ministro Ismail Haniyeh è circondato da un’opinione pubblica che ha pagato la politica di Hamas con oltre 1.000 morti e vorrebbe almeno vedere il ritorno a casa dei prigionieri, su cui si tratta in cambio del soldato Gilad Shalit, in cattività da quasi tre anni. Si parla di liberare ben 750 prigionieri, forse anche 1.000, molti, come si dice in Israele, con le mani macchiate di sangue. [...]
Per l’Iran Hillary ha una carta
Panorama, 9 marzo 2009, pag. 108
Il messaggio giunto dall’Iran in questi ultimi giorni, persino quando finge uno spunto diplomatico («Parleremo con Obama, ma solo quando gli Usa ci mostreranno rispetto» dice Mahmoud Ahmadinejad), è chiaro: «Siete tutti fuori tempo massimo». L’annuncio che la Russia ha completato il reattore di Busher, il satellite caricato su missili che possono condurre una bomba atomica a ogni latitudine, l’annuncio esplicito del capo dell’Organizzazione per l’energia atomica Gholamreza Aghazad («L’America deve guardare la realtà in faccia e accettare di vivere con un Iran nucleare»), gli interrogativi sull’acquisto del sistema russo di difesa S300, il lento risveglio dell’Iaea di Mohamed el-Baradei, oltre agli avvertimenti («È fatta purtroppo») degli esperti americani e israeliani...
Si prospettano solo due ipotesi: o il mondo è pronto a vivere con la minaccia del paese integralista islamico che ritiene indispensabile dominare il mondo, oppure qualcuno deve fare qualcosa. George W. Bush fu bloccato dal proclama del National intelligence estimate (il coordinamento delle 16 agenzie di spionaggio Usa), che riteneva, erroneamente, interrotto l’arricchimento atomico. Ora Barack Obama spera di riuscire a parlare con l’Iran.
Israele, come ha recentemente detto il ministro della Difesa Ehud Barak, «non esclude alcuna opzione». Ma è chiaro che la gestione Obama non invita ad agire. Comunque, per trattenere Israele ci sono varie strategie. [...]
Pregiudizio antiisraeliano
Panorama, 26 febbraio 2009
Che Hamas si dichiarasse subito schifato dai risultati delle elezioni israeliane, anzi «sioniste», non può sorprendere. Fawzi Barhoum, esponente di Hamas, ha definito i risultati «la dimostrazione del sostegno di Israele per un governo estremista guidato da una troika del terrorismo», intesa come Benjamin Netanyahu, Tzipi Livni e Avigdor Lieberman. Osama Hamdan, un altro alto dirigente, ha detto che «ambedue le parti (Netanyahu e Livni) agiscono contro Hamas, contro i palestinesi» e che la differenza fra «Bibi» e Tzipi è questa: il primo lo fa «in modo indifendibile da chiunque», la seconda «più delicatamente, così da poter essere difesa dall’Occidente e dagli Stati Uniti».
Fin qui nessuna sorpresa. Ma fa specie che Sa’eb Erakat, il più classico fra i negoziatori di Al-Fatah, abbia deciso che «considererà il prossimo governo un non partner». Per questi motivi: «Nessuno dei governi che possono uscire da queste elezioni accetterà la soluzione di due stati per due popoli». Ma come, non hanno detto ambedue che è una soluzione a cui guardare con fiducia, sia pure con sfumature diverse? Il fatto è che la delegittimazione di qualsiasi governo come partner di pace, il disprezzo degli israeliani, è una carta da giocare sul fronte interno, dove Al-Fatah cerca sempre simpatie nella zona di Hamas (che invece lo ritiene un traditore), ma anche un alibi per evitare la strada del compromesso e della messa al bando del terrorismo. È anche una specie di riflesso condizionato, tanto che già prima che fossero aperte le urne i giornali arabi prevedevano risultati spaventosi, legati soprattutto alla figura di Avigdor Lieberman e alla crescita del suo partito. [...]
