La guerra antisemita contro l'Occidente
7 ottobre 2023 Israele brucia
Informazione Corretta, il nuovo video di Fiamma Nirenstein
Il Giornale, 18 gennaio 2019
(Gerusalemme)
La rivoluzione di 40 anni fa fu una marea che travolse le piazze: la
gente infuriata dopo il fortissimo contraccolpo provocato dalla
contrazione dei consumi dopo il boom della rivoluzione del petrolio del
'73 e del conseguente disagio sociale, si vendicò sulle aspirazioni
moderniste dello Scià Reza Pahlavi, facendone il nemico pubblico numero
uno. Con le sue giacche bianche e oro, con le sue bellissime mogli
(prima Soraya, poi Farah Dhiba), le feste in cui parlava in varie lingue
con i diplomatici del mondo, l'atteggiamento filoamericano, Pahlavi
suscitò un'ira che ne fece un obiettivo da distruggere per la folla
esaltata dai discorsi infiammati che Khomeini spediva su nastro
dall'esilio parigino. Khomeini appariva forse a Pahlavi come un vecchio
pazzo che bastava esorcizzare con la lontananza e comunicò forse la
stessa sensazione a Jimmy Carter che non se ne curò, anzi lo favorì con
un atteggiamento simile a quello degli Usa con la Primavera araba.
«Lo Scià era un personaggio complicato - dice la giornalista Ruthie Blum autrice di To hell in a handbasket: Carter, Obama and the Arab Spring
- che a lato della repressione coltivava un'aspirazione che fu
colpevolmente ignorata dal mondo democratico: l'occidentalizzazione del
suo Paese». Per attuarla Pahlavi non risparmiò vessazioni ai suoi
oppositori, prigioni e torture: «E tuttavia cercò di aprire la strada
all'emancipazione femminile - insiste la Blum -, su cui poi gli
Ayatollah si sono presi la peggiore vendetta. Ma più di tutto cercò di
aprire la porta al mondo, cosa che gli americani non hanno capito
sbagliando tutto fino all'occupazione dell'ambasciata del 4 novembre
1979, quando si apre un'era di conflitto per le aspirazioni
imperialistiche di Khomeini». Khomeini ha già spiegato nei suoi testi
che tipo di società intende istituire e quanto per lui sia importante
fare dell'Iran la base della conquista del mondo: l'unico a capirlo
leggendolo in farsi è il grande storico Bernard Lewis, che non viene
ascoltato. Ma i moti di piazza non sono sempre forieri di giustizia e
libertà come ama pensare il mondo progressista del tempo: i
corrispondenti di quasi tutti i giornali si entusiasmano, si lanciano in
condanne dello Scià mentre lodano la rivoluzione. Manca del tutto una
coscienza mediorientalista per spiegare quello che sta succedendo e che
sarà poi destinato ad azzannare il mondo occidentale fino a oggi. Ma è
difficile capire: gli iraniani non sono arabi, e quindi per loro, a
differenza dei sunniti, la Jihiliyya, o «epoca dell'ignoranza»
preislamica, non è fonte di vergogna: per gli sciiti iraniani gli arabi
sono «bevitori di latte di cammella e mangiatori di lucertole che osano
aspirare al trono divino». L'ambizione sciita si organizza oltre che
sulla religione, anche sulla memoria dell'impero persiano: eredi di un
passato imperiale col culto del martirio e anche della Taqiyya, la
dissimulazione. Questo, li ha poi resi abilissimi negoziatori sulla
questione atomica. Nel 1979 Khomeini che si prepara a tornare a Teheran
istituisce la Repubblica Islamica e con essa una Costituzione che chiama
alla «continuazione della rivoluzione in casa e fuori». E spiega: «Non è
per patriottismo che agiamo, patriottismo è un altro nome del
paganesimo.[...]
Il Giornale, 16 gennaio 2019
(Gerusalemme)
Tre carabinieri italiani si sono rifugiati a Gaza nella sede
dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, dopo un
drammatico inseguimento da parte degli uomini armati di Hamas che ancora
ieri sera, da lunedì, li tenevano sotto assedio. Sembra che la
pattuglia italiana fosse entrata a Gaza per una missione Onu, che la
loro auto in movimento abbia suscitato i sospetti delle forze di Hamas, e
che esse abbiano intimato l'alt. Da questo rifiuto è nato un
inseguimento accompagnato da uno scontro a fuoco, e fra gli spari i
nostri connazionali sono riusciti a trovare rifugio nell' edificio
dell'Onu. Hamas non si è tirato indietro di fronte alle mura della
istituzione internazionale e ha chiesto la consegna dei tre militari,
riuscendo nel corso della trattativa a verificarne l'identità coi
documenti, a interrogarli, a esaminarne le armi. I tre ora sono nella
pericolosa condizione di assediati e di sospettati: perché la polizia di
Hamas, secondo Arab21, nonostante l'Onu abbia ripetuto che «si tratta
di tre cittadini con passaporto italiano in missione autorizzata a Gaza»
sospetta un'operazione coperta di forze israeliane, e dice che «i tre
potrebbero essere membri delle forze speciali israeliane».[...]
Il Giornale, 15 gennaio 2019
Cesare
Battisti se l'è cavata per tanto tempo grazie al fatto che la cosa più
orribilmente evidente che ci sia, il terrorismo, non viene capito per
quello che è. Un crimine. Talvolta, per strano che possa apparire, il
terrorismo mostra un volto così vano e trito rispetto al comune sentire,
alla cultura corrente, al disastro in sangue e dolore che comporta, che
si riesce per un istante a capire perché non esiste una sua
definizione. Per l'Onu non esiste altro che una «Convenzione
comprensiva» ma una definizione comune non è mai stata raggiunta. È dal
1937, con la Lega delle Nazioni, che quando diversi popoli si siedono
insieme a discutere non riescono a trovarsi d'accordo. E così persino
adesso, l'estradizione di Battisti ad alcuni appare, oltre che tardiva,
anche un po' inutile, di contenuto incerto e fragile, un'acquisizione
politica ma non morale. In fondo, chi è questo sedicente scrittore,
spesso fotografato mentre sorride e non c'è niente da ridere, coccolato
da un mondo nel tempo diventato perdente e inutile? La risposta è
semplice: è un terrorista, e quindi deve scontare la sua pena. E questa
sarà una pietra fra le tante (qui in Israele si combatte questa lotta
ogni giorno) della lotta al terrorismo che costruiscono una comune
coscienza: un terrorista non è un «Freedom fighter», un combattente per
la libertà, ma un delinquente anche se è un cretino o uno squilibrato,
anche se è un disgraziato, un emarginato, un mitomane, anche se è,
soprattutto, motivato ideologicamente in modo assoluto a fare ciò che ha
fatto. E Battisti ha ammazzato quattro innocenti, direttamente o per
interposta persona. Fra i tentativi di definizione quelli che più
convincono parlano di persone che usano indiscriminatamente la violenza
come mezzo per creare terrore fra la gente in modo da raggiungere uno
scopo politico e religioso.[...]
lunedì 14 gennaio 2019
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Cari amici,
oggi, 14/01/2019, IC pubblica in esclusiva un mio nuovo video sul difficile rapporto dell'Europa verso Israele: le prese di posizione di Bruxelles contro lo Stato ebraico per la gestione dei territori contesi. Tra Bds e doppio standard di giudizio.
lunedì 14 gennaio 2019
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TEL AVIV - Quello dell'Europa con Israele è un "rapporto misterioso" che deve essere rinnovato sulla base di una migliore comprensione storica e politica dello stato ebraico. Ne è convinta la giornalista Fiamma Nirenstein che ha anticipato all'ANSAi contenuti del libro 'Mission impossible. Repairing the ties between Israel and Europe' (pubblicato dal 'Jerusalem Center for Pubblic Affair'), che sarà presentato domani a Gerusalemme. Indagine a più voci - e tra gli italiani, oltre Nirenstein anche l'ex ambasciatore Giulio Maria Terzi e Marco Carrai - il cui senso "è un'accurata e appassionata ricerca dei motivi per cui la Ue non va d'accordo con Israele mentre, in realtà, l'uno ha bisogno dell'altro". Se i rapporti bilaterali di ogni paese con Israele sono"ottimi", non è altrettanto vero per quelli politici e morali tra l'istituzione Ue e Israele che peraltro hanno un solido scambio economico. "Un paese - ha spiegato Nirenstein - che appare come 'perseguitato' dall'Europa, oggetto di un persistente rifiuto e di una critica che parte dalla fantasia che se non c'è la pace con i palestinesi la colpa sia di Israele. E la ragione è individuata nell'occupazione dei Territori dimenticando - ha proseguito - che quei Territori Israele ha accettato di restituirli e che sono stati i Palestinesi a non volerli". [...]

lunedì 14 gennaio 2019
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Cari amici,
cliccando qui potrete riascoltare e leggere la trascrizione della rubrica di questa settimana Il Medio Oriente visto da Gerusalemme condotta da Massimo Bordin con il quale abbiamo discusso i seguenti argomenti: Bolton,
Curdi, Elezioni, Erdogan, Esteri, Geopolitica, Guerra, Hezbollah, Iran,
Islam, Israele, Libano, Mass Media, Medio Oriente, Netanyahu, Nucleare,
Palestina, Partiti, Politica, Pompeo, Siria, Trump, Turchia, Usa.
Il Giornale, 09 gennaio 2019
Potrebbe non essere stata un'ottima idea quella di Erdogan, che, nella sua stessa capitale, ha lasciato il Consigliere per la sicurezza americana John Bolton nella sala d'aspetto rifiutando di incontrarlo e costringendolo a ripartire senza avergli nemmeno detto buongiorno. Non è bello per due Paesi che da poco hanno rinnovato alcune cordialità telefoniche fra i premier Trump e Erdogan, che siedono ambedue nella grande alleanza della NATO mentre in Medio Oriente si attraversa una fase che più che di porte sbattute in faccia ha bisogno di chiarezza. Invece Erdogan non ha potuto sopportare sostanzialmente tre cose: la prima, pura e semplice, che poche ore prima Bolton in rappresentanza di Trump avesse svolto una visita estremamente amichevole e produttiva in Israele che lui odia, dicendo a Netanyahu che il suo paese sarà sempre fiero di garantire la sicurezza dello Stato Ebraico. In secondo luogo, che durante quel viaggio, dopo che Trump il 19 dicembre aveva annunciato che se ne sarebbe andato dalla Siria, Bolton avesse ribadito, come del resto Pompeo nei giorni scorsi, che gli americani non hanno fretta di andarsene, che il ritiro si svolgerà secondo i tempi ritenuti più opportuni e, dulcis in fundo, e qui Erdogan ha avuto la sua crisi, che gli USA vogliono veder garantiti i diritti dei Curdi, e anzi, che Erdogan aveva promesso a Trump di proteggerli. […]
Il Giornale, 07 gennaio 2019
Fino a Venerdì si parlava di una sola condizione sufficiente per Trump ad abbandonare il campo siriano ribollente: la sconfitta dell'Isis. Un obiettivo ormai grosso modo raggiunto secondo una valutazione dell'amministrazione americana giudicata da molti affrettata, e tuttavia data per acquisita. Via gli USA, i topi ballano? Non ancora: da ieri possono interrompere le celebrazioni: le condizioni sono di nuovo diventate plurime e complesse, secondo quanto ha affermato a il Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton durante la visita di ieri a Gerusalemme. Il ritiro non è più ovvio, non ha più una scadenza definita, è di nuovo esplicitamente condizionata sia alla sconfitta dell'ISIS (di nuovo menzionata, e quindi evidentemente non data più per scontata) che anche alla salvaguardia dei combattenti Curdi, alleati degli Stati Uniti. Bolton ha anche ribadito la primaria fedeltà americana alla sicurezza dello Stato d'Israele. Un ufficiale che non vuole essere identificato ha anche aggiunto che non tutti gli americani se ne andranno, e resterà un presidio. Si dice anche che gli USA stiano preparando una base in Iraq che sorveglierà l'intera area e che potrebbe contenere un aeroporto militare. "Il programma scaturirà dalle decisioni politiche che abbiamo bisogno di realizzare"ha aggiunto l'ex ambasciatore degli Stati Uniti all'ONU; antico neoconservatore fra i più intellettuali e anche fra i più espliciti nel suo entusiasmo per Israele, ha voltato pagina rispetto all'incubo che la Siria rimanga preda di un Assad sostenuto dalle forze più ostili che Israele possa figurarsi: gli iraniani, gli Hezbollah, i turchi di Erdogan. E sullo sfondo il sostegno russo. […]
venerdì 4 gennaio 2019
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Cari amici,
cliccando qui potrete riascoltare e leggere la trascrizione della rubrica di questa settimana Il Medio Oriente visto da Gerusalemme condotta da Massimo Bordin con il quale abbiamo discusso i seguenti argomenti: Abu Mazen, Elezioni, Erdogan, Esteri, Forze Armate, Gerusalemme, Israele, Letteratura, Medio Oriente, Netanyahu, Palestina, Politica, Siria, Trump, Turchia, Usa.
Il Giornale, 29 dicembre 2018
Sì, il Premio Nobel l'avrebbe dovuto ricevere, perchè i suoi libri sono meravigliosi quali che siano le idee di chi le legge, la sua lingua originale è radicata nella Bibbia con un piglio polemico di pensatore laico (come Agnon scriveva in piedi sul leggio)i suoi pensieri d'amore sono intricati e spietati come quelli di Shakespeare, la sua grinta conoscitiva è stata quella di un Faust, il suo odio per la guerra appassionato ma consapevole della furia inevitabile dei nemici. E' stata una spina per lui non averlo ricevuto, ma era troppo israeliano perchè Oslo lo potesse premiare. Amos Oz lascia il mondo a 79 anni dopo una lunga malattia, per gli italiani era lo scrittore di sinistra che insieme a Aleph Beth Yeoshua e a David Grossman era degno di occupare gli scaffali nonostante fosse israeliano, perchè era pacifista e critico del suo Paese. Ma Oz era ben più di questo. Il pacifismo è stato davvero una parte piccola di Amos Klausner nato a Gerusalemme nel 1939, cresciuto al numero 18 di Rehov Amos da Fania, la madre polacca colta e raffinata, e da Yehuda Arieh Klausner nato in Lithuania. Amos che ho avuto la ventura di incontrare varie volte, era troppo persino alla vista, era la bellezza e la profondità impersonificata, quello che il sionismo ha voluto rappresentare al suo meglio: la risposta del Popolo ebraico alle persecuzioni millenarie, alla shoah, alla morte. In una vitaconclusa nel deserto del Negev la personalità così perfetta da farsi talora altezzosa di Amos Oz ha prodotto 40 libri tradotti in tutte le lingue, 450 articoli e saggi, ha ricevuto 64 fra premi letterari e lauree e riconoscimenti ad honorem.[…]