La guerra antisemita contro l'Occidente
7 ottobre 2023 Israele brucia
Informazione Corretta, il nuovo video di Fiamma Nirenstein
martedì 29 gennaio 2019
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cliccando qui potrete riascoltare e leggere la trascrizione della rubrica di questa settimana Il Medio Oriente visto da Gerusalemme condotta
da Massimo Bordin con il quale abbiamo discusso i seguenti argomenti:
accordi Internazionali, Aiuti Umanitari, Armi, Barak, Danimarca,
Democrazia, Destra, Digitale, Discriminazione, Ebraismo, Ebrei,
Economia, Elezioni, Esercito, Esteri, Forze Armate, Francia,
Gerusalemme, Giustizia, Guerra, Hamas, Hariri, Hezbollah, Informazione,
Integralismo, Iran, Irlanda, Islam, Israele, Istituzioni, Libano,
Lieberman, Malattia, Mass Media, Medicina, Medio Oriente, Missili,
Netanyahu, Nucleare, Omosessualita', Onu, Pace, Pacifismo, Palestina,
Palestinesi, Partiti, Pena Di Morte, Pil, Politica, Putin, Qatar,
Ricerca, Russia, Sanzioni, Scienza, Sicurezza, Singapore, Sinistra,
Sionismo, Siria, Societa', Sviluppo, Tecnologia, Territorio, Terrorismo
Internazionale, Usa, Violenza.
Il Giornale, 26 gennaio 2019
La mancanza di memoria è una malattia: nei casi migliori riguarda alcuni particolari dell'evento che si cerca di ripensare, nei casi peggiori è uno svisamento totale, come quello dell'Alzheimer. Possiamo dire per esempio che la negazione della Shoah è un caso di Alzheimer culturale e morale, ed è peggiore della terribile malattia perché è volontaria. Chi la pratica molto spesso sa bene di mentire, ma lo fa in nome di una profonda avversione agli ebrei: è la sua propensione antisemita che, per paura che gli ebrei possano avvantaggiarsi (pensiero idiota) della memoria di ciò che è accaduto, preferiscono negare l'evidenza storica. D'altra parte, quando l'UNESCO nega che Gerusalemme sia legata al popolo ebraico, pratica l'Alzheimer antisemita. Non c'è scandalo in questa comparazione. Il nesso fra l'oblio della Shoah o del rapporto fra la Terra di Israele e il suo Popolo sono due forme di negazionismo finalizzate a obliterare il popolo ebraico. Quindi è molto importante e positivo che domani il Giorno della Memoria sarà celebrato in Italia con tanto impegno, con l'appassionata partecipazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con l'apporto dei ragazzi delle scuole, con l'orgogliosa rivendicazione di tutto quello che si fa quanto a programmi di educazione, viaggi ad Auschwitz, discorsi pubblici, e soprattutto, cosa che forse resta la migliore e la più importante, incontri con i sopravvissuti che ancora ci beneficano con i ricordi e la forza della loro presenza vicino a noi. La memoria in sé è meravigliosa, e quella della Shoah in particolare, perché contiene un carico sovrastante di insegnamenti universali sul limite estremo cui possono arrivare la malvagità umana e, per converso, l'amore della vita e dell'eroismo degli uomini e persino dei bambini di osteggiare la belluinità umana con la sopravvivenza. Penso ai miei meravigliosi parenti divorati dal fuoco di Sobibor e di Auschwitz, i polacchi e gli italiani, ai piccoli fratelli del mio babbo che ha scampato per un soffio la deportazione e l'eccidio, e il mio cuore oltre che di pena si riempie di insopportabile dolore. Ma la memoria della Shoah è anche politica, ovvero dovrebbe servire a evitare che accada di nuovo. Never again: dovrebbe, cioè, battere l'antisemitismo. Invece non funziona. La sua paradossale crescita è sotto gli occhi di tutti, e ciò che fa più specie è la dimensione ciclopica che ha preso in Europa, la madre dell'antisemitismo genocida, proprio dove lo sforzo della Memoria e delle sue varie «giornate» si è prodigato. Non indugerò sui dati: gli episodi di violenza, di disprezzo, di omicidio odi solidarietà con l'omicidio variano dai giubbotti gialli, a Corbyn, alle aggressione musulmane e neonaziste. I serial killer jihadisti in Francia hanno già ammazzato bambini ebrei e donne sopravvissute alla Shoah, giovani parigini e passanti con la kippà.[...]
venerdì 25 gennaio 2019
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Cari amici,
oggi, 14/01/2019, IC pubblica in esclusiva un mio nuovo video sul l'Iran degli ayatollah che si espande aggressivamente in Medio Oriente ed è una minaccia non solo per Israele e per i Paesi arabi sunniti pragmatici, come Egitto Giordania e Arabia Saudita, ma anche per tutto il mondo libero. La Siria è il nuovo campo di battaglia scelto da Teheran per colpire Israele.
Il Giornale, 22 gennaio 2019
"Siamo veramente
impazienti di eliminare il regime sionista. I nostri giovani piloti non
vedono l'ora di scontrarsi col regime sionista e di eliminarlo dalla
faccia della terra". Così ieri Aziz Nasirzadeh, uno dei generali delle
Forze di Quds, la sezione estera delle Guardie della Rivoluzione, poche
ore dopo che i caccia israeliani hanno lanciato all'alba un attacco
massiccio contro obiettivi iraniani all'aeroporto di Damasco in cui sono
rimasti uccisi 11 soldati secondo le fonti siriane, 4 secondo quelle
russe. Niente di nuovo nelle dichiarazioni di antisemitismo genocida
dell'Iran, ormai una autentica antologia di ottusa ferocia. E nemmeno
negli attacchi di Israele alle strutture iraniane (depositi di armi,
strutture di intelligence...) in Siria, che secondo il capo di Stato
maggiore uscente Gadi Eisenkot sono migliaia. Ma di cose nuove invece ce
ne sono parecchie in ciò che è accaduto nelle ultime ore, e nessuna
promette bene.
La prima: qualche ora prima
dell'ultima tornata di scontri che è in corso da tre giorni prima il
Capo di Stato maggiore e poi il Primo ministro Benjamin Netanyahu stesso
hanno rivendicato pubblicamente a Israele la paternità degli attacchi.
Un gesto che contraddice decenni di ambiguità, che invita il nemico a
confrontarsi direttamente con una richiesta che da parte di Israele è
sempre la stessa ma è sempre più dura: vattene dal mio confine, non
consentiremo che sia stabilito qui uno Stato siriano vassallo delle
Guardie della Rivoluzione. In particolare, chi doveva ascoltare
l'invito stavolta era il grande generale cui è affidata l'espansione
dell'Iran impegnato nella rivoluzione islamica mondiale, Qasem
Suleimani. Dopo che Israele aveva causato il ritorno in Iran di un aereo
carico di suoi colleghi della Guardia di Quds diretto a Damasco,
piccato dall'atteggiamento israeliano diretto e minaccioso e preoccupato
forse che Khamenei lo giudicasse indeciso rispetto alla tenuta sciita
in Siria, ha deciso per il lancio di un missile terra-terra di grandi
dimensioni, capace di una gittata di 300 chilometri, lanciato non su
obiettivi militari ma sui campi di sci (gli unici di Israele, molto
frequentati in questi giorni di neve) del Monte Hermon. Per fortuna
"Iron Dome" il sistema israeliano di difesa antimissile ha bloccato
l'attacco. Suleimani, pare, aveva preparato quel missile speciale: un
analista famoso, Ron Ben Yshai, ritiene che ne abbia curato il lancio
personalmente. [...]
lunedì 21 gennaio 2019
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Cari amici,
cliccando qui potrete riascoltare e leggere la trascrizione della rubrica di questa settimana Il Medio Oriente visto da Gerusalemme condotta da Massimo Bordin con il quale abbiamo discusso i seguenti argomenti: Guerra, Israele, Medio Oriente, Siria.
Il Giornale, 18 gennaio 2019
(Gerusalemme)
La rivoluzione di 40 anni fa fu una marea che travolse le piazze: la
gente infuriata dopo il fortissimo contraccolpo provocato dalla
contrazione dei consumi dopo il boom della rivoluzione del petrolio del
'73 e del conseguente disagio sociale, si vendicò sulle aspirazioni
moderniste dello Scià Reza Pahlavi, facendone il nemico pubblico numero
uno. Con le sue giacche bianche e oro, con le sue bellissime mogli
(prima Soraya, poi Farah Dhiba), le feste in cui parlava in varie lingue
con i diplomatici del mondo, l'atteggiamento filoamericano, Pahlavi
suscitò un'ira che ne fece un obiettivo da distruggere per la folla
esaltata dai discorsi infiammati che Khomeini spediva su nastro
dall'esilio parigino. Khomeini appariva forse a Pahlavi come un vecchio
pazzo che bastava esorcizzare con la lontananza e comunicò forse la
stessa sensazione a Jimmy Carter che non se ne curò, anzi lo favorì con
un atteggiamento simile a quello degli Usa con la Primavera araba.
«Lo Scià era un personaggio complicato - dice la giornalista Ruthie Blum autrice di To hell in a handbasket: Carter, Obama and the Arab Spring
- che a lato della repressione coltivava un'aspirazione che fu
colpevolmente ignorata dal mondo democratico: l'occidentalizzazione del
suo Paese». Per attuarla Pahlavi non risparmiò vessazioni ai suoi
oppositori, prigioni e torture: «E tuttavia cercò di aprire la strada
all'emancipazione femminile - insiste la Blum -, su cui poi gli
Ayatollah si sono presi la peggiore vendetta. Ma più di tutto cercò di
aprire la porta al mondo, cosa che gli americani non hanno capito
sbagliando tutto fino all'occupazione dell'ambasciata del 4 novembre
1979, quando si apre un'era di conflitto per le aspirazioni
imperialistiche di Khomeini». Khomeini ha già spiegato nei suoi testi
che tipo di società intende istituire e quanto per lui sia importante
fare dell'Iran la base della conquista del mondo: l'unico a capirlo
leggendolo in farsi è il grande storico Bernard Lewis, che non viene
ascoltato. Ma i moti di piazza non sono sempre forieri di giustizia e
libertà come ama pensare il mondo progressista del tempo: i
corrispondenti di quasi tutti i giornali si entusiasmano, si lanciano in
condanne dello Scià mentre lodano la rivoluzione. Manca del tutto una
coscienza mediorientalista per spiegare quello che sta succedendo e che
sarà poi destinato ad azzannare il mondo occidentale fino a oggi. Ma è
difficile capire: gli iraniani non sono arabi, e quindi per loro, a
differenza dei sunniti, la Jihiliyya, o «epoca dell'ignoranza»
preislamica, non è fonte di vergogna: per gli sciiti iraniani gli arabi
sono «bevitori di latte di cammella e mangiatori di lucertole che osano
aspirare al trono divino». L'ambizione sciita si organizza oltre che
sulla religione, anche sulla memoria dell'impero persiano: eredi di un
passato imperiale col culto del martirio e anche della Taqiyya, la
dissimulazione. Questo, li ha poi resi abilissimi negoziatori sulla
questione atomica. Nel 1979 Khomeini che si prepara a tornare a Teheran
istituisce la Repubblica Islamica e con essa una Costituzione che chiama
alla «continuazione della rivoluzione in casa e fuori». E spiega: «Non è
per patriottismo che agiamo, patriottismo è un altro nome del
paganesimo.[...]
Il Giornale, 16 gennaio 2019
(Gerusalemme)
Tre carabinieri italiani si sono rifugiati a Gaza nella sede
dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, dopo un
drammatico inseguimento da parte degli uomini armati di Hamas che ancora
ieri sera, da lunedì, li tenevano sotto assedio. Sembra che la
pattuglia italiana fosse entrata a Gaza per una missione Onu, che la
loro auto in movimento abbia suscitato i sospetti delle forze di Hamas, e
che esse abbiano intimato l'alt. Da questo rifiuto è nato un
inseguimento accompagnato da uno scontro a fuoco, e fra gli spari i
nostri connazionali sono riusciti a trovare rifugio nell' edificio
dell'Onu. Hamas non si è tirato indietro di fronte alle mura della
istituzione internazionale e ha chiesto la consegna dei tre militari,
riuscendo nel corso della trattativa a verificarne l'identità coi
documenti, a interrogarli, a esaminarne le armi. I tre ora sono nella
pericolosa condizione di assediati e di sospettati: perché la polizia di
Hamas, secondo Arab21, nonostante l'Onu abbia ripetuto che «si tratta
di tre cittadini con passaporto italiano in missione autorizzata a Gaza»
sospetta un'operazione coperta di forze israeliane, e dice che «i tre
potrebbero essere membri delle forze speciali israeliane».[...]
Il Giornale, 15 gennaio 2019
Cesare
Battisti se l'è cavata per tanto tempo grazie al fatto che la cosa più
orribilmente evidente che ci sia, il terrorismo, non viene capito per
quello che è. Un crimine. Talvolta, per strano che possa apparire, il
terrorismo mostra un volto così vano e trito rispetto al comune sentire,
alla cultura corrente, al disastro in sangue e dolore che comporta, che
si riesce per un istante a capire perché non esiste una sua
definizione. Per l'Onu non esiste altro che una «Convenzione
comprensiva» ma una definizione comune non è mai stata raggiunta. È dal
1937, con la Lega delle Nazioni, che quando diversi popoli si siedono
insieme a discutere non riescono a trovarsi d'accordo. E così persino
adesso, l'estradizione di Battisti ad alcuni appare, oltre che tardiva,
anche un po' inutile, di contenuto incerto e fragile, un'acquisizione
politica ma non morale. In fondo, chi è questo sedicente scrittore,
spesso fotografato mentre sorride e non c'è niente da ridere, coccolato
da un mondo nel tempo diventato perdente e inutile? La risposta è
semplice: è un terrorista, e quindi deve scontare la sua pena. E questa
sarà una pietra fra le tante (qui in Israele si combatte questa lotta
ogni giorno) della lotta al terrorismo che costruiscono una comune
coscienza: un terrorista non è un «Freedom fighter», un combattente per
la libertà, ma un delinquente anche se è un cretino o uno squilibrato,
anche se è un disgraziato, un emarginato, un mitomane, anche se è,
soprattutto, motivato ideologicamente in modo assoluto a fare ciò che ha
fatto. E Battisti ha ammazzato quattro innocenti, direttamente o per
interposta persona. Fra i tentativi di definizione quelli che più
convincono parlano di persone che usano indiscriminatamente la violenza
come mezzo per creare terrore fra la gente in modo da raggiungere uno
scopo politico e religioso.[...]
lunedì 14 gennaio 2019
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Cari amici,
oggi, 14/01/2019, IC pubblica in esclusiva un mio nuovo video sul difficile rapporto dell'Europa verso Israele: le prese di posizione di Bruxelles contro lo Stato ebraico per la gestione dei territori contesi. Tra Bds e doppio standard di giudizio.
lunedì 14 gennaio 2019
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TEL AVIV - Quello dell'Europa con Israele è un "rapporto misterioso" che deve essere rinnovato sulla base di una migliore comprensione storica e politica dello stato ebraico. Ne è convinta la giornalista Fiamma Nirenstein che ha anticipato all'ANSAi contenuti del libro 'Mission impossible. Repairing the ties between Israel and Europe' (pubblicato dal 'Jerusalem Center for Pubblic Affair'), che sarà presentato domani a Gerusalemme. Indagine a più voci - e tra gli italiani, oltre Nirenstein anche l'ex ambasciatore Giulio Maria Terzi e Marco Carrai - il cui senso "è un'accurata e appassionata ricerca dei motivi per cui la Ue non va d'accordo con Israele mentre, in realtà, l'uno ha bisogno dell'altro". Se i rapporti bilaterali di ogni paese con Israele sono"ottimi", non è altrettanto vero per quelli politici e morali tra l'istituzione Ue e Israele che peraltro hanno un solido scambio economico. "Un paese - ha spiegato Nirenstein - che appare come 'perseguitato' dall'Europa, oggetto di un persistente rifiuto e di una critica che parte dalla fantasia che se non c'è la pace con i palestinesi la colpa sia di Israele. E la ragione è individuata nell'occupazione dei Territori dimenticando - ha proseguito - che quei Territori Israele ha accettato di restituirli e che sono stati i Palestinesi a non volerli". [...]
