Obama detesta Netanyahu e sta creando problemi agli israeliani
Il Giornale, 17 marzo 2010
L’ha spiegato molto bene il consigliere diplomatico che gestì la crisi fra Rabin e gli Usa nel 1975: «Gli Stati Uniti non devono mai creare una situazione in cui Israele si senta abbandonata: questo infatti incoraggia lo spirito bellicista della parte avversa e l’inflessibilità israeliana. Se gli Usa vogliono far avanzare il processo di pace, non devono mettere Israele in un angolo chiamando Ramat Shlomo “insediamento”. Ciò che occorre da ogni parte è una costruttiva ambiguità». Ed era quanto si era avuto fino ad oggi, con lo stop alle costruzioni nel West Bank per dieci mesi e la ripresa dei rapporti fra le parti tramite interposta persona. Poi, Obama ha protestato duramente su un accordo mai fatto, per il quale secondo lui Israele non dovrebbe più costruire a Gerusalemme est prima che sia stato fatto nessun accordo. Ma è noto che a Gerusalemme est abitano da sempre decine di migliaia di ebrei insieme agli arabi, e nessuno ha mai immaginato che in vista di un accordo su Gerusalemme tale presenza potrebbe essere obliterata. [...]
Uno strano incontro con i diritti umani
Cari amici, questa mattina la signora Navanethem Pillay, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, è stata ascoltata dal Comitato permanente sui diritti umani della Commissione Esteri, della quale sono vicepresidente. Voglio comunicarvi brevemente la mia sorpresa, e l’ho espressa molto chiaramente anche alla Pillay, che comunque ringrazio di nuovo per l’istruttiva visita. La signora ha interpretato l’incontro come un’occasione per rivolgere all’Italia molti rimbrotti sulla nostra politica verso l’immigrazione e su quella che lei considera una criminalizzazione dell’immigrazione clandestina. Lo stesso ha detto sui Rom, e ha invitato i deputati a giustificarsi, anzi a discolparsi. L’invito non è stato accolto né a destra né a sinistra, anzi, parecchi hanno sentito il bisogno di rivolgere domande alla Commissaria di un’organizzazione che definire problematica è dir poco, sia per la sua scarsa incisività che per la sua intollerabile partigianeria. Personalmente ho ricordato alla signora che il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, organismo sottoposto alla Commissaria Pillay, nasce dalla screditata Commissione per i Diritti Umani, che vide tra i suoi presidente anche un campione del rispetto del diritti umani come la Libia e che fu sciolta da Kofi Annan nel 2006, dopo che aveva dedicato gran parte del suo lavoro a difendere, invece che i dissidenti, quasi tutti i dittatori del mondo. [...]
A strange encounter with human rights
Dear friends,
this morning Mrs Navanethem Pillay, U.N. High Commissioner for Human Rights, spoke before the Permanent Committee on Human Rights of the Foreign Affairs Committee, where I sit as Vice President.
I would like to voice my surprise for what I heard from Mrs Pillay - a feeling that I expressed very clearly to her – still thanking her for her informative visit.
The Commissioner interpreted the meeting as an opportunity to harshly criticize Italy’s policies on immigration and what she considers as the criminalization of illegal immigration.
She voiced the same criticism on the policies concerning the Roma people and invited the Members of the Chamber of Deputies to justify themselves, indeed to clear themselves. This request was rejected by both the right and the left wing. Indeed, many mambers felt the need to ask the Commissioner some questions about the Organization where she serves, because it is deemed to be extremely problematic for its poor performace and its intolerable partisanship. I reminded the Commissioner that the UN Human Rights Council, which reports to her, stems from the discredited Commission on Human Rights. This Commission from 2003 was also chaired by a human rights champion such as Libya and was dissolved by Kofi Annan in 2006 after having devoted much of its work to defend almost all dictators in the world rather than dissidents. [...]
In Europa c'è chi difende il burqa. E fa la festa alle donne
Il Giornale, 9 marzo 2010
È l’otto marzo, ed è molto triste ma significativo che l’Europa lo debba festeggiare con l’oltraggiosa riflessione sul burqa che, nella ricorrenza, Thomas Hammarberg ha presentato sul giornale più liberal d’Inghilterra, il Guardian, il solito che sostiene soprattutto i diritti degli estremisti e dei terroristi. Di Hammarberg ho un recente ricordo personale: una visita nella sua stanza della delegazione italiana al Consiglio d’Europa in cui gli furono porte forti rimostranze per una sua visita in incognito sul nostro terreno nazionale ai campi rom e per le sue aggressive conclusioni consegnate direttamente a Repubblica in un’intervista invece di elaborarle e discuterle, come si usa, in sede politica prima di pubblicizzarle. Fu gelido e formale, ceruleo, corretto e scostante quanto si può immaginare possa un tipo come lui con l’Italia d’oggi, anche se la delegazione era bipartisan; ricordo di essere rimasta ipnotizzata per alcuni secondi dai suoi piedi, infilati, forse per dimostrare un fiero rifiuto del cuoio, invece che nelle scarpe, in pantofole di stoffa. Il suo commento adesso potrebbe essere che ho violato, parlando dei suoi piedi, la sua privacy, perché è quella che sembra stargli molto a cuore quando ne parla come uno dei principali diritti umani violati se si proibisse alle donne musulmane di indossare il burqa. [...]
Bush aveva ragione, da Bagdad speranza di libertà
Il Giornale, 8 marzo 2010
Lasciatemi essere per un momento molto personale, anzi, lasciatemi vantare. Avevamo ragione, e lo dico durante queste quinte elezioni irachene che tutto il mondo, nonostante le difficoltà, definisce come un altro decisivo passo verso una democrazia sì minimalista, in pericolo, ma in decisa ascesa verso la misteriosa composizione del puzzle sciita-sunnita eccetera verso quella magnifica, misteriosa aspirazione umana che è la libertà.
L’ex presidente George Bush l’aveva capito, come Natan Sharansky, suo ispiratore che per esperienza in Russia aveva visto come i dittatori hanno i piedi d’argilla, e l’aveva capito anche un gruppo di strapazzati giornalisti e intellettuali. Ci fu pena e disgusto verso tutti questi oscuri neoconservatori, non si capì o non si volle capire niente dell’aspirazione libertaria di base che ne determinava il pensiero: essa fu addirittura scambiata per una specie di neofascismo imperialista. Hybris, petrolio, stupidità, imperialismo. Ce ne dissero di tutte. Non posso dimenticare il senso di sollievo il 15 dicembre del 2005 quando vidi la foresta di dita blu sollevate dopo il voto dalle donne velate e dagli uomini che avevano sfidato, in coda davanti ai seggi, la reazione sanguinaria del saddamismo, del qaedismo, dell’estremismo sciita.
Il Corriere della Sera, il 7 febbraio, per la penna di Pierluigi Battista, scrisse in prima pagina che si doveva un risarcimento simbolico a quegli osservatori «da Bernard Lewis a Oriana Fallaci a Paul Berman a Andrew Sullivan a Fiamma Nirenstein» che «si erano affannati a definire, in solitudine e spesso accompagnati da dileggio, “antifascista” la guerra contro Saddam e per l’Irak libero». Molti invece, dall’altra parte, avevano evocato come “resistenza”, spesso marciando in piazza nel rogo delle bandiere degli Stati Uniti, la lotta armata anti-americana in Irak, con la sicumera di chi distribuisce, diceva Battista, «il ruolo dei buoni e dei cattivi». [...]
8 MARZO: LE DICHIARAZIONI HAMMAMBERG SUL BURQA SONO UN INSULTO ALLA FESTA DELLA DONNA
(ASCA) - Roma, 8 mar - ''E' insopportabile che il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, proprio nella Giornata Internazionale della Donna, si sia espresso contro ogni eventuale divieto legislativo del burqa in quanto ''potrebbe costituire una palese violazione del diritto al rispetto della vita privata e del diritto al rispetto di manifestare liberamente la propria religione''. Lo afferma in una nota Fiamma Nirenstein (Pdl), Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati.
''L'interpretazione di Hammarberg, del tutto formalista, dei principi su cui si regge la nostra societa' democratica - prosegue - , e' lo specchio di una visione cieca che rendera' impossibile affrontare realisticamente le sfide dei nostri tempi, in primis quella dell'integrazione. Il burqa esprime vergogna e disprezzo per il corpo della donna, lo rinchiude in una prigione che rappresenta senza ombra di dubbio la negazione del corpo femminile. Permettere che delle donne - e non sapremo mai quanto per libera scelta o per imposizione familiare - possano circolare segregate dal resto del mondo, costituisce una palese violazione di quei diritti sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo a cui Hammarberg si richiama.
Inoltre - aggiunge - il Commissario, sostenendo che il divieto del burqa impedisce la liberta' religiosa, sembra ignorare quello che viene ormai ripetuto anche dalle piu' alte cariche dell'Islam sunnita, come Mohammed Said Tantawi, grande Imam dell'Universita' al Ahzar, ovvero che il burqa non e' imposto dal Corano.
Durante le celebrazioni della Giornata Internazionale della Donna - conclude Nirenstein - e' ben piu' giusto riflettere su quanto hanno lottato e lottano le societa' democratiche per i diritti delle donne e su quanto ogni attacco alla liberta' delle donne, anima e corpo, sia un attacco alla democrazia''.
Apartheid week: la malafede dei professori anti-Israele
Il Giornale, 7 marzo 2010
La apartheid week contro Israele che si sta concludendo in troppi campus in giro per il mondo, comprese, che peccato, le università di Firenze, Pisa, Milano (mentre la Sapienza di Roma con un bel colpo di reni ha siglato un accordo con l’Università di Tel Aviv), è uno degli eventi più intellettualmente ripugnanti mai concepiti. È il sesto anno che professori e allievi estremisti mobilitano gli atenei sul tema «Israele stato di apartheid»: non sono tanti, ma l’impatto delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele sono come il suono del campanello per il cane di Pavlov, e la risposta allo stimolo è la criminalizzazione e la delegittimazione dello Stato ebraico.
Così come il mondo distrusse l’indegno regime sudafricano di apartheid, suggerisce la settimana, altrettanto deve fare con Israele. Uno Stato accusato di discriminare per motivo etnico, razziale, religioso i suoi cittadini deve sparire, pensa il mondo attuale. E la «settimana» non ha nel mirino il razzismo nei suoi tanti aspetti e latitudini: è uno Stato nella sua specificità che è preso di mira, e il velenoso paragone con il Sudafrica dell’apartheid, sparito per la pressione internazionale, suggerisce l’indegnità di Israele a esistere. [...]
Mediorientale
Sintesi degli argomenti di questa settimana:
Si torna ai colloqui indiretti tra Israeliani e Palestinesi, con l'intermediazione americana. Non si sa ancora dove avranno luogo.
Sul fronte interno israeliano: si stanno ridistribuendo le maschere antigas. Corruzione: nuova inchiesta su Lieberman.
Previsto sabato l'arrivo dell'inviato americano in Medioriente, George Mitchell, insieme al Vicepresidente Joe Biden, che farà un discorso stile Obama al Cairo. Perché lui e non Obama stesso, ci si chiede in Israele?
Nei giorni scorsi al Cairo Abu Mazen è stato convinto dai paesi della lega Araba ad accettare queste trattative, nonostante il freezing parziale nella costruzione nei territori.
La reazione di Hamas: il ritorno a questi colloqui è una perdita di tempo e rappresenta una ulteriore rottura con Abu Mazen.
Damasco: la settimana scorsa summit tra Ahmadinejad, Bashar Assad, Hassan Nasrallah (il capo di Hezbollah che non si muove quasi mai dal suo bunker per la paura di attentati) e Khaled Meshal, il leader di Hamas residente appunto in Siria.
Ahmadinejad si è recato in visita in Siria a pochi giorni dall'insediamento del nuovo ambasciatore americano, che gli USA avevano deciso di ritirare nel 2005, a seguito dell'assassinio dell'allora premier libanese Rafik Hariri (per cui è indicato dagli inquirenti il coinvolgimento di vertici militari e politici siriani).
Nell'incontro forti attacchi non solo a Israele, ma anche agli USA stessi. La riunione poi è continuata a Teheran dopo due giorni e sembra che si siano portati in tavola intenti bellici non troppo velati, con la crazione di nuovi focolai di guerra tra Hezbollah e Israele per creare un diversivo all'attenzione mondiale sul nucleare iraniano.
Frattura interna a Hamas: uccisione di Mahbouh a Dubai. Il ruolo di Mossab Hassan Yousef, figlio di uno dei fondatori di Hamas, convertito al Cristianesimo e collaboratore per anni con i servizi segreti israeliani. Nonché il ruolo di due palestinesi di Gaza, dipendenti di una impresa edile di Dahlan, con precedenti nei servizi segreti di Fatah, arrestati dalla Giordania nei giorni scorsi.
Mahmoud Al-Zahar, ex ministro degli esteri di Hamas, ha dato le dimissioni dal gruppo che trattava lo scambio tra Ghilad Shalit e i prigionieri palestinesi. Anche il mediatore palestinese ha abbandonato. Sembra che Zahar e Hanyie non ne possano più della gestione di Khaled Meshal da Damasco.
Turchia: La commissione esteri della Camera americana (con 23 voti vs 22) ha deliberato di denominare ufficialmente "genocidio" l'eccidio di un milione e mezzo di Armeni durante la prima guerra mondiale, facendo andare su tutte le furie la Turchia, che ha richiamato l'ambasciatore in patria.
Secondo gli studi della Freedom House, 15 su 18 paesi arabi sono migliorati sul fronte del suffragio e dell'alfabetizzazione delle donne. In particolare per quanto riguarda Kuwait, Algeria e Giordania. Ma a un certo miglioramento dei diritti civili, tuttavia ancora non corrisponde un'emancipazione della donna nell'ambito domestico e familiare. La Tunisia e la Giordania sono gli unici che offrono una legislazione contro la violenza domestica.
La settimana contro l'apartheid di Israele che si sta celebrando in questi giorni in molte università del mondo e in 4 italiane.
Il vertice dell’asse del male che mette paura al mondo
Summit a Damasco tra Ahmadinejad, il siriano Assad e i capi di Hamas e Hezbollah. Tutti uniti per spingere l’assalto di Teheran contro l’Occidente. Minacce: il ministro siriano Moallem parla di «guerra definitiva». Obama sbeffeggiato.
Se si parla di guerra, si riuniscono i generali, si contano le armi, si sbatacchiano gli scudi e si sventolano gli stendardi, può darsi che ci sia una guerra in vista. L’esame delle ultime mosse strategiche iraniane ci fornisce un messaggio che riassumiamo prima di analizzare gli eventi: di fronte all’ipotesi di sanzioni serie che finalmente si prefigurano dopo i rifiuti del regime degli ayatollah di cessare l’arricchimento dell’uranio, l’Iran sta valutando l’opportunità di aprire un focolaio bellico che attiri tutta l’attenzione internazionale, e assegna i ruoli. L’obiettivo è Israele, e il grilletto che dovrebbe aprire il fuoco sarebbero gli Hezbollah, ormai in possesso di 40mila missili in grado di colpire la zona industriale di Israele nel nord, Tel Aviv e il Negev. [...]
Omicidio di Dubai: guerra senza divise
Il Giornale, 24 febbraio 2010
La logica deve essere un’opinione al Quai d’Orsay, se il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ha trovato consequenziale legare la morte di un terrorista come Mahmoud Al Mabhouh alla necessità assoluta della nascita di uno Stato palestinese, e in tempi brevi. In generale, è davvero debilitante, politicamente e intellettualmente, che dall’assassinio mirato di Dubai l’Europa abbia ricavato una nuova spinta pacifista, per cui il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos e Kouchner, con un articolo comune, ma senza l’approvazione di Nicolas Sarkozy, che ha parlato di soluzioni negoziate, spingono a forza una soluzione tutta europea per uno Stato palestinese entro 18 mesi.
Non è certo un caso che in parallelo con questo giuramento di Pontida, l’Unione abbia formulato lunedì la sua condanna per «gli assassini del comandante a Dubai che... hanno usato falsi passaporti degli Stati europei». Senza specificare chi è stato. Ma una condanna a Israele dà forza a una nuova pressione a cedere ai palestinesi senza trattative e quindi senza che prendano le loro responsabilità. Il nuovo assassinio mirato non spinge affatto a chiedersi come mai Mabhouh facesse di mestiere il collettore di missili per Hamas, ma solo se lo Stato palestinese sia un’urgenza inderogabile. Se poi le sgridate provengono dall’Inghilterra (Gordon Brown avrà le elezioni alla fine dell’anno, con tre milioni di votanti musulmani), dalla Francia e dall’Irlanda dove gli episodi di antisemitismo hanno avuto un’impennata legata alla guerra di Gaza, allora è anche facile leggervi una ricerca di popolarità a casa propria. [...]
Mediorientale
Sintesi degli argomenti di questa settimana:
Il 19 di gennaio, l'omicidio di Mahmoud al-Mabhouh, tra i leader di Hamas e uno dei fondatori delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam. Responsabile di diverse azioni terroristiche contro Israele, ma soprattutto l'uomo chiave nel traffico di armi tra Iran, Hezbollah e Hamas a Gaza.
Questo episodio, la cui responsabilità è attribuita al Mossad, si inserisce in una catena di operazioni che sembrano avere un comun denominatore: a dicembre, un autobus sul quale viaggiavano ufficiali iraniani e membri di Hamas, è stato fatto esplodere a Damasco (i siriani, con grande imbarazzo, dissero che era scoppiata una gomma).
Il mese dopo, un gruppo di Hamas e Hezbollah è stato attaccato nel sud di Beirut. Poi l'omicidio di Mahbouh il 19 di gennaio (la notizia è stata diffusa dopo settimane).
Prima ancora c'è da collegare la morte del leader di Hezbollah Imad Mughniyeh (febbraio 2008). Nel mirino c'è chiaramente l'asse iraniano-siriano-libanese.
E' in corso uno scontro interno?
Il capo della polizia di Dubai, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che molte delle informazioni sui movimenti di Mabhouh sono state fornite da membri di Hamas stessi. Pare anche che molte informazioni venissero fornite da palestinesi di Gaza legati a Dahlan.
Le reazioni nel mondo
L'indignazione dell'Inghilterra e dell'Irlanda (convocano gli ambasciatori israeliani). La Germania non l'ha fatto, nonostante fosse coinvolto anche un passaporto tedesco.
Non si è parlato di assassinio extragiudiziario. La preoccupazione è per l'uso improprio di passaporti.
Il ritorno di El Baradei in Egitto, dopo aver appena concluso il suo mandato come Direttore dell'Agenzia Internazionale Atomica. C'è un movimento popolare che lo vorrebbe presidente al posto di Mubarak.





