Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Iran: la strategia di Trump

lunedì 3 giugno 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 giugno 2019

Bellinzona è stata dai tempi degli antichi romani una città di traffici e diplomazie: da là, in Svizzera col ministro degli Esteri Ignazio Cassis, che ha già fatto da ponte al regime iraniano, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che "gli Usa sono preparati a impegnarsi in conversazioni senza precondizioni. Siamo pronti a sederci coi leader iraniani". L'interpretazione di questa offerta è stata tuttavia subito indirizzata sulla strada della cautela diplomatica: " il nostro sforzo però "ha detto Pompeo" è quello di rovesciare una volta per tutte la malefica attività di questa forza rivoluzionaria, della Repubblica Islamica".

L'annuncio di Pompeo ha quindi l'apparenza di un invito alla resa: la repubblica islamica è in difficoltà come non mai, i prezzi del cibo sono stati maggiorati negli ultime settimane del 50 per cento; la conferenza economica che sta per aver luogo nel Bahrain con la presenza di tutti i Paesi Arabi incluso il vecchio amico degli Ayatollah e sostenitore miliardario di svariati suoi alleati, fra cui Hamas, oltre al sostegno dell'economia palestinese e quindi del "piano del secolo" di Trump, ha come obiettivo un accordo di ferro contro l'imperialismo iraniano in Medio Oriente. Le ripristinate sanzioni americane e in parte anche europee hanno peggiorato drammaticamente l'economia ferita a morte del regime, mentre un fiume di finanziamenti seguita a correre nelle mani delle Guardie della Rivoluzione che puntano il futuro della Repubblica Islamica sulla forza incuranti della disapprovazione di parte dell'establishment: tale forza si esercita nella presenza militare e ideologica sciita in Siria (ieri di nuovo Israele ha colpito, rispondendo a due missili sparati dalla zona, obiettivi militari di certo legati all'Iran nell'area di Damasco), in Iraq, in Yemen, in Libano , e naturalmente nella ricostruzione sotterranea del potere nucleare. [...]

Israele dovrà tornare alle urne a settembre

venerdì 31 maggio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 31 maggio 2019

Una nuvola di punti interrogativi si è librata sull'hotel King David di Gerusalemme quando Jared Kushner in visita in Medio Oriente per finalizzare la conferenza economica del Bahrain, un prologo con tutti gli Stati Arabi all'accordo del secolo di Trump ha abbracciato Bibi Netanayhu e i due, in un abbraccio di solidarietà, si sono sorrisi tristi. "Un piccolo evento" ha detto scherzoso Netanyahu cha aveva appena annunciato le elezioni per il 17 di settembre. Buona fortuna ha detto Kushner in ebraico: "Be Azlaha" E ce ne vorrà a tutti e due: perché lo sforzo di spingere i palestinesi a accettare il piano di Trump, fosse anche il migliore del mondo, rischia grosso senza Netanyahu, il centrattacco dei giocatori sul campo. Sembra incredibile, ma Bibi nonostante la vittoria elettorale è stato, diciamolo pure, fatto fuori da Avidgor Lieberman, il capo assai guascone di Israel Beitenu, il partito russo, che con cinque seggi ha usato la perversione del sistema maggioritario per piantare i talloni e impedire la formazione del governo dopo che aveva promesso agli elettori che ci sarebbe entrato se eletto. Il motivo, tutti ormai lo sanno, la legge sul draft obbligatorio dei religiosi, ma tutti sanno anche che è stata una scusa; che la delizia, il retaggio politico alla cui ricerca Lieberman si è avventurato è stato lo scopo cui si è dedicata un po’ meno della metà di Israele: togliere di mezzo un primo ministro carismatico, quel "great guy" come ha detto Trump. [...]

Ultimatum di Netanyahu: "Evitiamo elezioni inutili"

martedì 28 maggio 2019 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 28 maggio 2019

Caldo terribile a Gerusalemme, 40 gradi, e di fatto siamo di nuovo in campagna elettorale. Può essere un'estate terribile, specialmente se ora in fretta e furia Israele dovrà mettersi a preparare nuove elezioni per la fine d'agosto. Accadrà, se nel corso di questa giornata non si troverà una soluzione di compromesso che permetta a 61 deputati dei partiti di centro destra e di destra in un parlamento di 120 seggi di formare un governo intorno a Bibi Netanyahu primo ministro. Il Likud, il suo partito, ha preso 35 seggi, il suo leader carismatico si era avviato pur fra mille  polemiche a ricoprire trionfalmente il ruolo di premier per la quinta volta su incarico del presidente Reuven Rivlin. E poi, l'imprevisto: Avigdor Lieberman, coi suoi 5 seggi di "Israel Beitenu" ("Israele la nostra casa", partito di immigrati russi) ha puntato i piedi. Così ieri sera alle 8:00 in una accorata conferenza stampa alla Knesset, dopo che l'assemblea aveva dato un primo voto favorevole allo scioglimento, Netanyahu ha di nuovo chiesto a Lieberman (che aveva incontrato senza frutto alcuno) di ragionare e scendere a un possibile compromesso, considerando che fra poche ore sarebbe dovuto tornare dal presidente Rivlin e restituirgli il mandato. Ha detto che un governo stabile era di fatto già là, formatosi in campagna elettorale nelle intenzioni manifestate da tutti i partiti incluso quello del ribelle che aveva promesso ai suoi elettori di unirsi a lui; che la disponibilità a piegarsi ai desiderata degli alleati è grande; che sarebbe orribile per Israele essere trascinata nella bolgia della competizione elettorale. La gente sa che questa appena passata è stata aspra come non mai. Riaprire la ferite, sarebbe dispendioso, privo di senso... [...]

Quella strana alleanza che rende l'Europa un inferno anti ebraico

lunedì 27 maggio 2019 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 27 maggio 2019

E' difficile immaginare qualcosa di più moralmente paradossale della Germania moderna che dice agli ebrei tedeschi di evitare di indossare la Kippà, ovvero di nascondere la loro identità. Invece l'ha detto proprio alla vigilia delle elezioni Europee, seppure a voce bassa il commissario tedesco per l'antisemitismo Felix Klein: nella Germania moderna, e di nuovo meglio evitare di indossare la kippà in pubblico, meglio non farsi riconoscere. E' un invito repugnante per ogni europeo con un minimo di senso storico; un marchio sulle elezioni europee che ieri hanno chiamato alle urne 400 milioni di cittadini. Si discute di strutture politiche, di economia, di sicurezza sociale, di destra e di sinistra, ma brucia una lettera scarlatta: A, come antisemismo. Questo marchio porta con sèla memoria di 6 milioni di trucidati innocenti, fra cui 2 milioni di bambini. La Shoah nazista e fascista doveva aver sigillato in un'urna nera la millenaria persecuzione degli ebrei, e invece ecco che proprio nella Germania, che ha partorito col nazismo il mostro della "soluzione finale",Klein ha detto educatamente: l'antisemitismo sta vincendo "non posso più raccomandare a un ebreo di indossare la sua kippà in qualsiasi tempo e luogo in Germania". E spiega: "questo segue la progressiva brutalizzazione della società tedesca".[...]

Madonna, la Palestina e il sogno di pace "pop". Quel sogno di pace anche nella festa pop

lunedì 20 maggio 2019 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 20 maggio 2019

L'Eurovisione a Tel Aviv è finita. Si smonta, e come sia andata la gara tutto il mondo lo sa: c'erano 200 milioni di telespettatori quando alle 2 di notte ha chiuso i battenti e tutte le tv, le radio, i giornalisti del mondo  erano là a vedere i 26 finalisti.  L'Olanda ha vinto, l'Italia, e siamo contenti, ha preso un meritato secondo posto, Israele aveva fatto una scelta di ripiego su un simpatico, entusiasta tenore naturalista, Kobi Marimi, che ce l'ha fatta con un onorevole posto a metà classifica. Ma è stato un evento astratto, simbolico, mentre paradossalmente fungeva da bandiera del desiderio appassionato di normalità di Israele. Per capirne l'importanza non si può fare a meno di vedere il video (su YouTube, enciclopedia politica, vero testo base di psicoanalisi globale) in cui un attempato Roger Waters, dei mitici Pink Floyd, cantante antisemita professo che ha fatto volare su un suo show dei maiali con la stella di David, appare sgangheratamente infuriato, seminudo, scompigliato e probabilmente sporco mentre urla di rabbia perché il BDS non ha funzionato.
Waters cerca di svegliare la folla al fatto che Israele è come "un alieno" piombato a disturbare l'ordine mondiale. [...]

"Le disobbedienti" che cambiarono i connotati alla storia dell'arte

giovedì 16 maggio 2019 Il Giornale 0 commenti

Le disobbedienti





Il Giornale, 16 maggio 2019

"Le disobbedienti" di Elisabetta Rasy uscito per Mondadori, è un romanzo a anche è un testo di storia dell'arte, un manifesto femminista ma anche una pensosa riflessione per cuila chiave della riscossa femminile è troppo vasta perchè la si possa vedere come una storia politica, una piazza, un volantino, una subitanea affermazione di volontà. Perchè essa, sembra suggerire la Rasy, è il femminile stesso per quello che esprime di poliedrico, di misterioso,di inventivo, in una parola di artistico. Il temerario coraggio della Rasy la conduce ad esplorare le vite di sei pittrici che hanno fatto della loro ispirazione un dono di arte all'umanità e in particolare alle donne: la scrittrice scavalca così i secoli e le latitudini, le più svariate questioni sociali, le correnti e le innovazioni artistiche  fondamentali. Elisabetta racconta la vittoria storica di sei donne contro tutto e tutti, in epoche diverse: si comincia con l'ispirazione caravaggesca di Artemisia Gentileschi, che è nata nel 1593, fino a giungere all'icona ferocemente multicolore di Frida Khalo, nata a Cayocan nel 1907, e nel mezzo incontriamo, molto da vicino, Elisabetta Vigee le Brun , nel 1778 ritrattista ufficiale della viziata quanto disgraziata regina Maria Antonietta, con lei immersa nei godimenti e nelle bizzarie del palazzo fino all'esilio e la lotta per la sopravvivenza; e poi Berthe Morrison,che ha condiviso lo scandalo e la gloria dell'impressionismo; e poiSuzanne Valadon, forse fra tutte la pittrice più palesemente riscattata dalla sua ispirazione, da prostituta "miserable" fino alle vette del denaro e  della genialità espressiva, fra i pennelli e l'amore per un 23enne, la metà della sua età; e  Charlotte Salomon, di cui l' arte e la vita vengono travolte dalla Shoah quando ha 26 anni, che ha lasciato una eroica testimonianza di vitalità artistica, copiosa e freenetica negli ultimi giorni prima della deportazione.[...]

Ora Israele aspetta «l'accordo del secolo». Così Trump cerca la pace con i palestinesi

lunedì 13 maggio 2019 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 13 maggio 2019

Ancora l'eco dei 700 missili di Hamas sul sud di Israele echeggia; i morti sono stati pianti e seppelliti; i feriti sono ancora ricoverati; Natal, l'organizzazione che risponde al telefono alle richieste di aiuto psicologico, ha ricevuto mille telefonate durante i giorni della miniguerra; e adesso Israele incrocia le dita. E' in arrivo oggi a Gaza l'inviato del Qatar con la prima tranche dei 480 milioni di dollari per Hamas, Israele lascia entrare lui e i grandi camion di merci di ogni genere attraverso Kerem Shalom chiuso dal 4 maggio.Passano merci nella misura di 15mila tonnellate al giorno. Il passaggio affogato di sole, di polvere, di misure di sicurezza che tante volte hanno salvato gli addetti da attacchi terroristici adesso è di nuovo aperto per i latticini, la carne, la frutta per la popolazione di Gaza. E' una misura di calma, se non di pace. La zona di pesca è stata allargata, si parla di costruire un ponte di strade che uniscano la Striscia al West Bank di Abu Mazen, ma difficilmente lui sarà contento della prospettiva: nel 2007 quando Hamas fece il colpo di Stato a Gaza, furono almeno 700 i suoi uomini uccisi, l'odio è cocente nonostante i ripetuti tentativi di pace. [...]

La (fragile) tregua in Israele In frantumi il piano dell'Iran

martedì 7 maggio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 07 maggio 2019

Netanyahu non l'ha chiamata tregua, né "cessate il fuoco". Ha solo ripetuto che gli interessa unicamente la sicurezza della gente. Dopo che la mattina alle 4,30 gli avevano riportato la richiesta di Hamas, perché è stato Ismail Haniyeh  a spedirgli i suoi tramiti,  ha detto solo "la campagna non è finita, abbiamo ancora bisogno di pazienza e giudizio". Poi, ha riassunto mentre le scuole ripristinavano le lezioni e i treni verso il sud riprendevano le corse, che cosa ha fatto l'esercito in questi giorni: distrutti 350 obiettivi, tutti militari (depositi, uffici di Hamas, nidi missilistici), colpiti leader terroristi e i loro attivisti. Una fredda descrizione, senza nessuna retorica, della gelida strategia di contenimento e di deterrenza che ha portato Hamas a chiedere di fermare lo scontro. E' stata una campagna che in tre giorni ha bloccato le rampe di missili, senza introdurre sul terreno di Gaza un soldato, senza toccare la popolazione civile vittima a sua volta di Hamas e certamente oggi poco soddisfatta della sua leadership (vedremo nei prossimi giorni).[...]

Israele si difende Se ne è accorta perfino la Ue. Da Gaza oltre 600 missili Israele risponde coi raid Ucciso un capo di Hamas

lunedì 6 maggio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 06 maggio 2019

Potrebbe fermarsi la grandine di fuoco sulle case e le strade di Israele: verso sera è stata confermata una richiesta di Hamas, attraverso mediatori probabilmente egiziani, di "cessate il fuoco", anche se è difficile prevederne gli sviluppi. Di certo, Hamas ci ripensa, mentre nella giornata aveva lanciato,causando grande rovina, più o meno 600 missili dopo che dal cielo un proiettile lanciato dagli F15 ha distrutto, con uno di quegli attacchi mirati che non si vedevano da anni, l'auto guidata da Hamed al Khoudari: è finito così il re di denari di Hamas, colui che riciclava per l' organizzazione i milioni iraniani e del Qatar. Così, i capi della Jihad e di Hamas hanno forse capito il messaggio di Netanyahu, ieri in riunione di gabinetto per ore e ore mentre sul suo Paese si abbattevano una serqua di tragedie. Dopo i tre morti israeliani del giorno prima (uno era un 58enne padre di quattro figli), due sono stati uccisi anche ieri, uno mentre lavorava in fabbrica ad Ashkelon e l'altro mentre guidava a Sderot. A pochi minuti l'uno dall'altro Hamas li ha fatti fuori, chi piglia piglia. I feriti, i ricoverati per traumi di ogni genere si contano ormai a centinaia. Scuole chiuse, lavoro bloccato, trasporti fermi. Una scena che ha spezzato il cuore a tutta Israele è quella di una madre che al suono di una sirena ha finalmente ritrovato, impazzita d'ansia, suo figlio di sette anni sull'attenti sul marciapiedi: il bambino pensava che il suono fosse quello che segnalerà, giovedì, l'ingresso della Festa dell'Indipendenza. Israele sta molto attento per ora, mentre ammassa le truppe di terra sul confine, a contenere le operazioni nell'ambito dell'attacco a Hamas e alle sue istituzioni. [..]

Hamas alza il tiro: 250 missili su Israele

domenica 5 maggio 2019 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 05 maggio 2019

Estorsione, ricatto: si può chiamare così l'ultimo bombardamento di Hamas, più di duecento missili sparati in una giornata da Gaza sui kibbutz e le cittadine del sud di Israele (Ashkelon, Rehovot, Sderot, Ashdod...), due feriti gravi dentro le case che crollano, tetti perforati e grandi buche per terra mentre la polizia e i giornalisti corrono da un luogo all'altro come in un video game, la popolazione che a ogni sirena salta nei bunker, gli ufficiali del fronte interno che alla tv spiegano che si deve giacere per terra in caso manchi un rifugio nei dintorni: le schegge e i detriti volano, e al suolo la possibilità di essere feriti diminuisce del 90 per cento. Israele ha risposto sin dal mattino quando all’iinizio, dopo due giorni di aggressioni al confine delle folle organizzate da Hamas, due suoi soldati di ronda sul confine sono stati colpiti; da parte palestinese si parla di tre morti nei vari attacchi, ma i numeri per ora sono incerti. Certi sono i missili a raffica. [...]
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