Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Scandalo sulle vignette del New York Times. Ora il nuovo antisemitismo arriva da sinistra

mercoledì 1 maggio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 01 maggio 2019

Giovedì della scorsa settimana è uscita sul New York Times una caricatura. Il New York Times è "un giornale d'onore", appartiene alla gloriosa storia dei democratici che hanno condotto gli USA dalla discriminazione razziale contro neri e minoranze varie, compresi gli ebrei, a essere patria dei diritti umani. E gli ebrei prima ancora che in Israele cercarono infatti rifugio in quel mondo e in quella ideologia fino a diventare la più grande comunità ebraica del mondo. Adesso cominciano invece a scappare. E che c'entra la caricatura?

Giovedì scorso il premio Pulitzer Bret Stephens ha dovuto scrivere sul NYT, il suo stesso giornale, una colonna orrificata: "Ecco qui nella versione on-line un ebreo (Netanyahu ndr) sotto forma di un cane, un ebreo piccolo ma astuto che guida un americano scemo e fiducioso: l'odiato Trump giudaizzato con una kippà. Il servo, in teoria, invece agisce da vero padrone. [...]

Se una partita ci rivela le radici ebraiche d'Europa. Ajax-Tottenham, derby nel segno di David. Quando gli ebrei non sono in minoranza

martedì 23 aprile 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 23 aprile 2019

Le due squadre che hanno sorpreso il mondo, Ajax e Tottenham, hanno ciascuna una grande Stella di David sulle bandiere che portano allo stadio. Chi scrive non ha alcuna esperienza calcistica, solo un inveterato amore per la Fiorentina e la consapevolezza che negli stadi ci si deve aspettare di sentire urlare «ebreo» come il peggiore insulto, come quando la Lazio mise Anna Frank nella maglia di un romanista. Qui la storia, però, è rovesciata: è fantastico e stupefacente vedere come i fan della squadra di Amsterdam cantino Hava Nagila come canzone di guerra, mentre sarebbe un ballo israeliano, una hora allegra e inoffensiva che diventa nelle voce e nelle facce da falchi tifosi in caccia, una minaccia per gli avversari. I tifosi dell'Ajax vengono chiamati «l'esercito Yid», rovesciando l'uso del termine yiddish usato spesso in senso spregiativo e per offendere i calciatori, e quelli del Tottenham sono invece i «superjews». Adesso che si devono fronteggiare, sarà interessante vedere se finalmente l'incredibile massa di canzoni antisemite e violente che gli si sono rovesciate addosso in questi anni, soprattutto all'Ajax, si ridurranno almeno di un poco in nome del fatto che alla fine sono «ebrei» contro «ebrei», anche se per finta. Ma non ci crediamo: allo stadio piace urlare «ebreo» come insulto, mostrarsi idiota e ignorante. Le origini della storia «ebraica» delle due squadre risalgono all'Europa anteguerra, Amsterdam era «la Gerusalemme dell'Occidente», gli ebrei 120mila, tutti fan dell'Ajax. Sia l'Ajax che il Tottenham contavano campioni ebrei, capitani ebrei, finanziatori ebrei. [...]

La pace è la sfida per fare la storia

giovedì 11 aprile 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 11 aprile 2019

Saranno gli anni del retaggio storico, e Netanyahu starà bene attento a non sbagliare: niente ultradestra, niente sinistra; solo lui, la sua personalità di leader assertivo e pragmatico, il suo realismo saranno invano assediati da ideologie messianiche da una parte e da spinte pacifiste dall'altra, dall'invidia e dalla furiosa quanto ingiustificata  disapprovazione personale rispetto al rapporto coi palestinesi. Niente, Bibi non darà retta a nessuno: adesso che  ce l'ha fatta, coi suoi 65 voti in Parlamento contro i 55 di Gantz e riceverà il mandato per formare un governo con i partiti di destra, quelli religiosi come Shas e quelli di centro destra come Kulanu ("Noi tutti") di Moshe Kahlon, Bibi combatterà per il suo retaggio storico. Non dimenticherà che è stato sull'orlo del precipizio: la vittoria che gli dona il quinto mandato, è come un approdo dopo una tempesta fra gorghi di insulti dei politici e della stampa che hanno cercato di travolgerlo come corrotto, traditore, viziato, guastato da troppo potere, forse un po’ fascista.[...]

Israele nel caos: Netanyahu-Gantz finisce in pari. Bibi il duro prepara l'ultima battaglia

mercoledì 10 aprile 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 10 aprile 2019


E' difficile dire chi ha veramente vinto le elezioni in Israele, anche se Benny Gantz secondo gli exit poll del canale 13 della TV ha quattro punti più di Netanayhu, 37 a 33. Secondo il canale 12 invece sono pari, 36 seggi a testa. Ma la realtà è che il Primo Ministro sarà colui che riesce a formare il governo, per fare il quale occorrono almeno 61 voti in un parlamento formato da 120 membri. Le peggiori paure della sinistra ovvero quelle della sparizione del Partito Laburista e del Meretz sono state fugate: il primo ha 8 e il secondo ha 4 o 5 seggi. Ma il blocco di destra sembra per ora essere più numeroso, e in questo caso Netanyahu sarà primo ministro per la quinta volta: avrebbe 64 seggi secondo il canale 13.  La regola è che il Presidente conferisca il mandato a seconda dei consigli, uno a uno, dei partiti: per ora la maggioranza è pro-Bibi. Certo non è il trionfo che il Primo Ministro che ha portato l'ambasciata USA a Gerusalemme  e il benessere al suo Paese avrebbe desiderato. Il martellamento contro Netanyahu ha avuto il suo risultato, anche se Bibi può farcela.[...]

Netanyahu chiede aiuto. Per battere la sinistra vuole fare fuori la destra

martedì 9 aprile 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 09 aprile 2019

 

"Gevalt": chi conosce questa parola? E' diventata il distintivo delle ultime ore della campagna di Benjamin Netanayhu a poche ore dalle lezioni che si svolgono oggi. Vuol dire "aiuto" in Yiddish, la lingua degli ebrei dell'Europa Orientale: la si usa lamentosamente, con gli occhi al cielo. E'letteraria, antica. Nelle ultime, superdrammatiche ore di ieri Netanyahu ha deciso che, come nel 2015 un finale di campagna tutto "gevalt" gli fornì 30 seggi contro i 24 della sinistra guidata da Tzipni Livni, così adesso un colpo di speroni allarmistico alle forze di destra può dargli quella spinta che gli manca per riconquistare il ruolo di Primo Ministro per la quinta volta. Se ce la farà, sarà una conquista che lo renderà il Primo ministro più longevo della storia di Israele, un retaggio storico che supererà Ben Gurion.


La scelta di Netanyahu ha irritato soprattutto i piccoli partiti di destra, perchè la sua richiesta è stata, urbi et orbi, di abbandonare i partiti che potrebbero schierarsi al suo fianco in un eventuale governo di destra, e di votare tutti quanti per il Likud, di cui è il capo. Per il momento i sondaggi lo danno in maniera ondivaga su e giù in un'altalena intorno ai trenta seggi  col suo antagonista,l'ex capo di Stato Maggiore Benny Ganz, capo di"Blu e bianco", moderatamente di sinistra, comunque anti Netanyahu. Fino ad ora le previsioni dicono però che l'incertezza non esiste se si parla del blocco che le due forze saranno in grado di formare per dare vita al nuovo governo: la destra dovrebbe superare di gran lunga i 61 seggi necessari, arrivando, dice l'ultimo sondaggio di Ha'aretz fino a 67, mentre gli altri si fermerebbero a 53. [...]

Il generale Gantz spera nel sorpasso sul filo. Ma il voto in Israele sarà tutto su Netanyahu

domenica 7 aprile 2019 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 07 aprile 2019

Martedì in Israele si vota, e la scelta, nonostante le tante liste, è semplice: "solo Bibi" oppure "chiunque fuorchè Bibi". In realtà Israele è teso come una corda di violino perchè una quantità di aspirazioni, di fantasie,di ambizioni trovano nelle elezioni un momento di necessaria resa dei conti. La pace non riesce a diventare l'argomento di scontro, come era un tempo. Il rifiuto, il terrorismo palestinesi hanno distrutto lo scontro sulle trattative, i territori, due Stati per due popoli. Non se ne parla. Israele dalla sua nascita cerca un interlocutore arabo, un partner palestinese, e non lo trova: ha fatto qualsiasi capriola per riuscirci sin dai primi "tre no al riconoscimento, alla trattativa, alla pace" che vennero quando propose di consegnare subito i territori della guerra del ‘67. Poi, gli accordi di Oslo ci hanno riprovato mentre Arafat preparava l'Intifada dei terroristi suicidi, leader come Shimon Peres ne hanno tratto un perenne crepacuore. Oggi Netanyahu, che non ha voluto fare la guerra a Gaza nonostante la sinistra lo spingesse a distruggere Hamas, ha spiegato che non valeva la pena:"non avrei a chi lasciare le chiavi" dato che Abu Mazen non vuole parlargli e giura che finchè vive finanzierà il terrorismo. Dunque, il tema della pace è raramente emerso, perchè anche gli antagonisti di Bibi non osano più parlarne: Abu Mazen ha distrutto la strada, marcia solo su terrorismo e BDS lasciando gli israeliani senza parole.
Da febbraio, il clima fatale ha avuto invece accenti amari, volgari, pettegoli, conditi da accuse giudiziarie che vanno dall'indicazione a incriminare Netanyahu per corruzione fino alle accuse al suo antagonista, Benny Gantz, di violenza sessuale. Corrotto, traditore, idiota... Se ne sono sentite di tutte. A Netanyahu si è dato di fascista perchè propugna una costituzione che dice che Israele è la patria del popolo ebraico,, a Gantz di deficiente e nevrotico, perchè il suo eloquio risulta debole e non carismatico. Ma Gantz è stato un rispettato Capo di Stato maggiore, Netanyahu è un leader riconosciuto in tutto il tutto il mondo, e queste accuse sono un tramonto nebbioso di legislatura. [...]

Grande marcia al confine con Israele: un morto

domenica 31 marzo 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 31 marzo 2019

Per ora non è guerra: i feriti sono alcune decine, un morto dalla parte palestinese. La giornata di pioggia, freddo, il sole bianco dietro le nuvole e sabbia che aleggia nel cielo del Medio Oriente, poteva essere sanguinosa. Israele ha passato il sabato festivo in attesa. Hamas ha deciso che poteva accontentarsi di vantarsi della sua forza di mobilitazione, dei suoi 40mila dimostranti, uomini donne e bambini tutti ammassati, anche dopo le improvvise rivolte interne dei giorni scorsi, ai suoi comandi. La scena si è compiaciuta di mostrare i leader Ismail Haniyeh e Yahya Sinwar baldanzosi insieme ai loro militanti.  E adesso le cose sono nelle mani di una riluttante delegazione egiziana che sabato ha tenuta ferma Hamas e  ieri è andata a parlamentare con Israele. Certo il presidente Sisi non si fida di Hamas, parte della Fratellanza Musulmana che lo odia: ma la mediazione assume un valore internazionale evidente, che tutto il mondo apprezza.Il 9 qui ci sono le elezioni, Netanyahu vuole evitare che scoppi una guerra, e per l'Egitto la competizione vincente con lo sponsor di Hamas, il Qatar, gli mantiene il ruolo di primato diplomatico. Hamas ha dato il via al round di scontri lunedì. bombardando alle fondamenta una casa di Moshmoret nel centro di Israele e poi seguitando coi missili ogni notte; Israele ha risposto bombardando Gaza, stando però attenta a non creare situazioni estreme in cui Hamas, in bilico a causa della sua permanente crisi economica, dovesse vendicarsi con grandi attentati. [...]

A Gaza la tregua è già rotta. E Netanyahu è tra due fuochi

mercoledì 27 marzo 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 27 marzo 2019


Tregua... quale tregua, chiede triste una donna al telefono dalla sua casa di Sderot, ne ho contate sette di tregue nell'ultimo anno, e ho contato invece decine di sirene durante questa ultima nottata... Tregua? Quale? Quella che Hamas ha dichiarato dalle tre di notte quando ormai  gli elicotteri Apache avevano attaccato bombardando l'ufficio (vuoto) di Ismail Haniyeh, e avevano fatto a pezzi diversi depositi militari. La gente d'Israele è esasperata a dodici giorni dal voto del 9 di aprile. I missili oramai hanno colpito metà del Paese, dal confine con Gaza fino al centro di Israele e più a nord. Questo è un Paese piccolo e vulnerabile, a portata di missili di Hamas finchè il suo territorio diventa zona a portata dei missili degli Hezbollah. In queste ore i suoi carri armati e i suoi mezzi corazzati sono ammassati sul confine con Gaza. Ma il Paese non è militarista: sulle reti sociali è diventato virale un video che mostra una famigliola che gioca con le sue due bambine piccolissime alla "festa del rifugio", che è tutto adornato di orsacchiotti e festoni. Le pupe col pigiamino ridono e vengono messe a letto mentre il padre le rassicura che quei bum che si sentono sono solo un gioco, e la madre piange di nascosto poco lontano.

Benjamin Netanyahu ha lasciato dietro, di corsa, a Washington, il tappeto rosso e la firma storica che riconosce la sovranità di Israele sul Golan. Trump gli ha regalato la penna con cui ha firmato il riconoscimento, un portafortuna di cui Bibi ha bisogno. Appena arrivato inseguito da mille accuse è andato direttamente al Ministero della Difesa, per incontrare tutti gli esperti e i militari. Ma non ha presentato soluzioni, promesse e tantomeno tregue. Netanyahu sa che con Hamas non c'è che bloccarlo con la forza senza però cadere nella trappola degli scudi umani che Hamas usa per catturare il consenso internazionale, e aspettare la prossima puntata a meno di una strage che Bibi non vuole. [...]

Razzo di Hamas colpisce a nord di Tel Aviv. E da Israele offensiva su Gaza

martedì 26 marzo 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 26 marzo 2019



Così Israele non può continuare dopo il bombardamento di ieri alle 5:00 di mattina sul centro di Israele, al kibbutz Mishmeret, vicino a Kfar Saba, 100 chilometri da Gaza, dopo che Tel Aviv colpita solo 10 giorni fa: basta guardare ciò che è rimasto della  casa della famiglia Wolf, le mura e il tetto a terra, l'interno tutto calcinacci compresi quelli che coprono il lettino di un bambino. Durante la sirena la nonna ha afferrato i nipotini salvandoli. Una svolta militare è nell'aria e già ieri sera è iniziata con un attacco degli Apache dal cielo: il bombardamento di Hamas è stato fatto per uccidere e gettare nel panico i cittadini di qualsiasi parte di Israele, sette persone della stessa famiglia sono all'ospedale, la nonna è ferita gravemente, il nonno, i genitori e tre bambini da 12 anni a 6 mesi tutti ricoverati. Ma la scena mediorientale ieri aveva due sfondi lontani migliaia di chilometri: mentre alle cinque meno un quarto di sera, ora italiana, iniziava la risposta su Gaza, le riserve venivano richiamate, i rifugi del sud ma anche di Tel Aviv venivano aperti, le attività esterne venivano tutte sospese, il treno fermato.. la Casa Bianca srotolava il tappeto rosso delle grandi occasioni per Netanyahu a Washington:  Donald Trump di fronte al Primo Ministro israeliano ha riconosciuto ieri a nome degli Stati Uniti la sovranità israeliana sul Golan cancellandolo cosi dal potere di Assad e disegnandolo nella strategia di una grande guerra totale contro il terrorismo in cui gli USA e Israele sono alleati. Doveva essere per Netanyahu solo un giorno di grande festa, e anche di proficua campagna elettorale a due settimane dalle elezioni. Il riconoscimento, a 52 anni dalla Guerra dei Sei giorni, è fondamentale per la sicurezza di Israele, toglie al terrore una terrazza strategica su tutto il Medio Oriente. Negli anni da là sono stati lanciati innumerevoli guerre e attacchi terroristici ormai gestiti dagli hezbollah e dagli iraniani. L'assalto coi tank del ‘73, Guerra del Kippur, fu quasi fatale. [...]
 

«Golan a Israele»: Trump twitta. Scoppia l'ira di Siria, Iran e Russia

sabato 23 marzo 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 23 marzo 2019



Il Golan è una terrazza sul Medio Oriente, una montagna di basalto alta 1000 metri da cui puoi minacciare tutta Israele in un colpo solo, è uno stato d'animo di continua avventura e insicurezza oggi trasformato in una zona di coltivazioni e natura per circa 25mila fra israliani e drusi in una quarantina di comunità. La capitale, Katzrin, è nei testi che parlano del Secondo Tempio. Ma per i siriani odierni, la memoria storica è quella del Villayet nell'impero Ottomano, e poi del protettorato francese degli anni ‘20 e ‘30.  Solito Mediorente. Un passato conteso, un presente di scontro. Da tempo il Golan israeliano è pastorale: è un terrapieno di pascoli, antiche rovine, nuove cittadine, vigne in cui Israele produce fra i vini migliori del mondo. Ma, se in mano nemiche, sarebbe in giuoco tutto il Medio Oriente nel rischio di un'invasione iraniana e di Hezbollah sostenuta da Assad, contemplata da lontano da Putin. Probabilmente è questa la considerazione strategica che ha spinto Donald Trump a gettare il guanto sul terreno e a dichiarare che il Golan deve appartenere a Israele. Perchè sulla parte siriana del Golan Iran e Hezbollah stanno stabilendo le roccaforti di un attacco strategico al nemico più odiato, Israele. Questo, visto dagli USA, distrugge anche ogni eventualità che la conclusione del conflitto siriano si trasformi in una situazione di equilibrio, e rimette al centro, come l'America non ha mai voluto, il dittatore Bashar Assad che ha fatto dei suoi concittadini un popolo martirizzato (sono 800mila i morti) ed esule. Dalla parte israeliana, quella che Israele occupò durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 difendendosi dall'attacco siriano concertato con Nasser d'Egitto il confine contiene l'ammassarsi del più pericoloso fra tutti i rischi conosciuti insieme al pericolo ISIS ormai sconfitto: l'imperialismo sciita condito dalla dittatura siriana. [...]
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