Il Giornale
Obama è distratto sui diritti umani. E il mondo è meno libero.
Il Giornale, 21 gennaio 2011
Nel vertice con Hu Jintao il presidente adotta toni moderati sui diritti umani. Un rapporto svela che il tema non è in cina all'agenda del leader progressista.
Ci fa piacere, e ha fatto piacere a tutto il mondo, che Obama si sia ricordato durante il cerimonioso e anche economicamente promettente incontro con Hu Jintao che un presidente americano che non si ricordi dei diritti umani non è degno di chiamarsi tale. Il Difensore della democrazia che dimentichi il Dalai Lama non risulta credibile per nessuno, e tantomeno, poi, se è stato insignito di un Premio Nobel per la Pace sia pure ante litteram.
Condanne a morte seriali dopo processi inesistenti, aborto forzato, torture indicibili come quelle subite dal dissidente avvocato Gao Zhinsheng, per non parlare di quel che passa, lui e la sua famiglia, il Premio Nobel Xiaobo. Ma Obama, che al contrario di Bush che sui diritti umani non la mandava a dire a nessuno e che al Dalai Lama rese gli onori di un Capo di Stato, ha sempre avuto, nessuno glielo nega, una forte sensibilità sociale e politica, ovvero un ascolto per il Terzo Mondo e l’Islam, tipico della sinistra mondiale: meno gli importa, apparentemente, della sofferenza causata dalla mancanza di libertà, specie quando occuparsene troppo mette in forse rapporti che Obama vede come essenziali della sua nuova politica estera, conciliatoria, a volte buonista. [...]
Avvoltoi, squali, topi e altri animali. Le teorie della cospirazione impazzano
Il Giornale, 19 gennaio 2011
L’ultimo arruolato è un avvoltoio, e ce lo garantisce la stampa Saudita. Il Mossad lo ha spedito nei cieli del regno per fare la spia, prova ne è (quale controspionaggio fantastico hanno da quelle parti) che il volatile porta un braccialetto con scritto “Tel Aviv University”.
Di recente il Mossad ha arruolato parecchi animali: c’è lo squalo che davanti alla costa del Sinai azzanna solo i turisti non israeliani. Mica è scemo a mordere i suoi. Serve a rovinare il turismo e quindi l’economia egiziana. Ci sono i topi che invado a Gerusalemme est le case degli arabi e solo quelle: le abitazioni degli ebrei godono di derattizzazione preventiva.
C’è poco da ridere: le teorie della cospirazione sono puro incitamento all’omicidio e devastano la mente araba riempiendola di cretinate, lo spiega anche Fouad Adjami, eminente studioso libanese. Diffuse senza sosta da tv e giornali, sostenute da imam e politici, ecco le ultime imprese del Mossad: la strage dei Copti ad Alessandria e quelle in Iraq per sollevare i cristiani contro il mondo islamico; il lavoro della Corte Internazionale che individua negli Hezbollah i colpevoli dell’assassinio del presidente Rafik Hariri nel 2005, per sovvertire il Libano; la divisione del Sudan, per togliere al mondo islamico il predominio dell’Africa; gli scontri in Yemen; le persecuzioni dei palestinesi in Iraq; un progetto di Israele di distruggere la Moschea di al-Aqsa e costruire un Terzo Tempio sulle sue rovine. Questa la riporta il quotidiano ufficiale dell’Autorità Palestinese definendo il piano “un complotto satanico”. Quello solito, come quando gli ebrei hanno distrutto le Twin Towers, o, questa è la più trendy, hanno creato Al Qaeda. Ma, scusate, e un bravo psicanalista?
Una lista contro noi ebrei non riuscirà mai a zittirci
Il Giornale, 13 gennaio 2011
Un sito antisemita legato al Ku Klux Klan pubblica l’elenco degli italiani filosionisti. Ed è la prova che neanche la Shoah cancella il razzismo.
Quando Ilan Halimi scomparve il 21 gennaio 2006 dal negozio dove lavorava, si indagò per ogni dove: una pista di donne, una di droga, una di sporchi commerci. Nessuno cercò quel ragazzo ebreo di 24 anni dove avrebbe dovuto cercarlo: in una banlieue dove per 24 giorni un gruppo di estremisti islamici antisemiti lo torturò fino a ucciderlo. Stavano uccidendo il loro ebreo, lo credevano ricco quel commesso di un negozio di forniture elettroniche, chiedevano un riscatto impossibile per una mamma che ho abbracciato quando mi ha detto: «Nessuno mi ha creduto quando spiegavo che dovevano seguire la pista antisemita». Eppure già si assalivano nelle strade di Europa le ragazze con la stella di David al collo e gli uomini con la kippà, già si gridava «Hamas hamas gli ebrei al gas» nelle strade di Londra e di Berlino, le edizioni del Mein Kampf e dei Protocolli dei Savi di Sion vomitate sui mercati europei da importatori mediorientali diventavano popolari come le serie televisive in cui un ebreo faceva togliere gli occhi a una bambina musulmana per trapiantarli su un ragazzino ebreo. Già si sapeva che gli incidenti antisemiti insieme, e mai disgiunti per il modo e per il contenuto, da quelli antisionisti, crescevano fino a superare quelli precedenti al 1939, e che da noi il 54% degli italiani pensa qualcosa di poco piacevole degli ebrei. [...]
Too bad for the Anti-Semites. Being Jewish is great!
Published on Il Giornale daily, January 13, 2011by Fiamma Nirenstein
When Ilan Halimi disappeared on 21 January 2006 from the shop where he worked, countless lines of investigation were followed: women, drugs, shady business deals. But no-one searched for that 24-year-old youth where they should have done: in a suburb, tortured for 24 days, and ultimately killed, by a group of Islamic anti-Semitic extremists. They were killing their Jew. They thought that this sales assistant in an electronics supply shop was rich. They were asking an impossible ransom for his mother, a woman that I embraced when she said me here in Rome : “No-one believed me when I told them that they should have been following the anti-Semitic lead”. And yet girls with the star of David around their necks and men wearing the kippah were already being attacked in the streets of Europe . Shouts of “Hamas, Hamas, Jews to the gas” were already being heard in the streets of London and Berlin and the editions of Mein Kampf and the Protocols of the Elders of Zion, vomited onto European markets by Middle-Eastern importers, were already gaining as much popularity as the TV series in which a Jew removed a little Muslim girl’s eyes in order to transplant them in a little Jewish boy’s. It was already common knowledge that anti-Semitic incidents together with anti-Zionist ones – similar both in terms of method and content – were growing to the point of exceeding those prior to 1939 and that here in Italy 54 percent of the population have not pleasant views on the Jews. [...]
La rivolta dei disperati non cambierà il Maghreb
Il Giornale, 9 gennaio 2011
Le autocrazie al potere continueranno a proteggere i ricchi privilegi delle élite. Ma ciò che accadde in Iran non si ripeterà a Tunisi e ad Algeri.
Possiamo dunque aspettarci oggi una modernizzazione del Maghreb sull’onda della rivolta del pane di questi giorni? I ragazzi in piazza desiderano una società più giusta e egualitaria, oppure presto grideranno che l’islam è la risposta, e se la prenderanno molto di più con gli Usa e l’Europa che con Ben Alì e Bouteflika? Il riflesso condizionato positivo è immediato in noi, figli d’Europa, quando una rivolta porta per distintivo un ragazzo di ventisei anni di nome Mohammed Bouaziz che si dà fuoco perché la polizia gli sfascia un povero carretto di frutta, fonte della sua sopravvivenza dopo essersi invano laureato. Per chi dobbiamo tenere, del resto, se l’altra vittima famosa ormai in carcere, Ben Amor, è un rapper di 22 anni che canta «Presidente il tuo popolo muore» mentre il numero dei morti, in Tunisia sale di ora in ora e si allarga la rivolta, e il pane aumenta del 30 per cento? [...]
The Revolt of Desperate People Will Not Change North Africa
by Fiamma Nirenstein
January 14, 2011, www.hudson-ny.org (originally appreared in Italian in Il Giornale, January 9, 2011)
The autocratic regimes in power in Tunisia and Algeria will continue to protect the privileges of their élite.
Can we expect the modernization of the Maghreb today on the wave of the recent "bread riots"? Do the young people in the city squares dream of a more just and egalitarian society, or are they likely to start shouting that Islam is the answer, and take out their anger on the USA and Europe rather than on Ben Alì and Bouteflika? When the leader of a revolt is a 26-year-old named Mohammed Bouaziz, who sets himself on fire when police smash his fruit cart, his only means of survival despite his university degree, as Europeans, our reflex is to take his side. Whose side should we take when the other victim - Ben Amour, a 22-year-old rapper arrested for singing, "President, your people are dying" - is in prison as the number of deaths in Tunisia rises by the hour, the unrest spreads, and the price of bread increases by 30%? [...]
Le stragi di cristiani ed ebrei che devastano il Medioriente
Il Giornale, 5 gennaio 2011
Come fermeremo le uccisioni di cristiani nel mondo islamico, come si evita la prossima strage in Iraq, in Turchia, nelle Filippine, in Nigeria, ovunque alberghino gruppi islamisti? Prima di tutto, chiamandole per nome e cognome: non si tratta di «intolleranza religiosa» ideologica, non di casuali «gruppi di fondamentalisti» né di «alcuni terroristi». Se si guarda la carta geografica, è ormai maculata da stragi, espulsioni, rapimenti, chiese vandalizzate... È il mondo islamista nella sua vasta, massiccia terribilità che colpisce i cristiani, e la responsabilità è di chi per opportunismo o per paura di rappresaglie sui cristiani ha ritenuto che col silenzio avrebbe pacificato gli aggressori. Il fatto che appena il Papa ha protestato chiamando il mondo islamico «mondo islamico» e il Mufti di Al Azhar abbia esclamato «ingerenza», la dice lunga sul paradosso dell’atteggiamento dell’islam istituzionale: che sarà mai qualche morto, taccia il secolare nemico romano. [...]
The real reason of the massacres of Christians and Jews in the Middle East
Il Giornale, January 5, 2011
How can we stop the slaughter of Christians in the Islamic world, how can we prevent the next massacre in Iraq, Turkey, the Philippines, Nigeria, wherever Islamic groups may be? First of all, we should start calling things by their real name: this is not ideological «religious intolerance» and the perpetrators are not random «fundamentalist groups» or «some terrorist». If we look at the map, we can find examples in many countries: massacres, expulsions, kidnapping of women, acts of vandalism on churches... It is the entire Islamist world that is battering Christians with the terrible inexorability of its hatred, but all those who – opportunistically or for fear of reprisals against Christians – have kept silent, in hopes of appeasing the aggressors, share in the responsibility. The fact that as soon as the Pope protested, calling a spade a "spade", namely calling Islam "Islam", the Mufti of Al Azhar blasted him for «interference», says a lot about the paradoxical attitude of institutional Islam: what do a few murders matter? The perpetual Roman enemy has no right to speak out. [...]
Verdetto esemplare - Israele non guarda in faccia nessuno: l'ex presidente condannato per stupro
Il Giornale, 31 dicembre 2010
Un momento fondamentale nella storia d'Israele, così è stato percepito da tutta la nazione il verdetto che ieri è stato pronunciato dal tribunale che ha riconosciuto il presidente della repubblica Moshe Katzav colpevole di un doppio stupro e di altri crimini sessuali nei confronti di varie donne capitate nella trappola del suo ufficio nel corso della sua insospettabile carriera. Benjamin Netanyahu, il primo ministro, ha espresso in poche parole il senso della percezione che il Paese ha di questo evento, del terribile shock ma anche del suo orgoglio: «È un giorno molto triste per Israele, ma anche un giorno in cui si dimostra che ogni cittadino è eguale di fronte alla legge e ogni donna è la sola padrona del suo corpo». Il verdetto è arrivato dopo quattro anni di indagini che hanno portato alla luce dell'informazione una mostruosa quantità di particolari su come, secondo le testimonianze delle vittime, un personaggio così simbolico e importante come il Presidente della Repubblica può approfittarsi del suo ruolo per compiere atti osceni e di violenza. La loro progressiva rivelazione ha seguitato a turbare un'opinione pubblica severa e sensibile sia alle regole che al carisma ormai infranto. Katzav si è difeso ferocemente rifiutando anche un accordo giudiziario che gli sarebbe stato assai utile, e tuttora si professa innocente mentre l'intera sua famiglia insiste sull'idea che si tratti di una montatura di stampa. Ma la fiducia nei giudici in Israele è incrollabile: la popolazione, sempre travolta da mille tempeste, li ha visti fermi come una roccia decidere mille volle senza tirarsi indietro di fronte ad alcun potere costituito anche in questioni spinose relative ai rapporti con i palestinesi, le loro terre, le detenzioni, le abitazioni: in Israele chi ha ragione ha ragione, chi ha torto viene condannato. [...]
Quante bugie si raccontano sulla "pace" in Medio Oriente
Il Giornale, 30 dicembre 2010
Dall’Iran guerrafondaio alla Turchia che volta le spalle all’Occidente, fino ad Abu Mazen finto moderato è tutta una rincorsa a rimuovere la realtà.
Com’è lontano il Medio Oriente, quant’è nebbiosa la sua immagine da cui sempre speriamo che possa sprigionarsi quel sogno di pace che invece svanisce ogni volta… Piuttosto che guardarlo col cannocchiale, preferiamo disegnarcelo in modo che alla fine tutti vorranno la pace, che il suo invincibile estremismo sia solo una fantasia dettata dalla paura e il pericolo che ne promana, un'esagerazione. È la voglia di essere lasciati tranquilli, la stessa sindrome per cui siamo pronti a iscrivere all'Islam moderato personaggi come Tarik Ramadan, o ci sembra di poter chiamare dialogo fra le religioni quello in cui dietro le quinte a Londra guadagnano terreno i tribunali islamici, ci pare una cosa graziosa che il nome più diffuso in certi Paesi del Vecchio Continente sia ormai Mohammed, o si ammette il burqa in nome del multiculturalismo, o ci si limita a scuotere la testa sentendo che a Parigi vivono ormai 200mila persone in famiglie poligamiche. [...]
The invention of “peace” in the Middle East
Il Giornale, 30 December 2010
From warmongering Iran to Turkey which turns its back on the West, to Abu Mazen, the fake moderate – the race is on to erase reality.
How distant is the Middle East, and how fuzzy its image, an image which we tirelessly hope will give life to that dream of peace that inevitably evaporates again and again… Rather thanscrutinizing it from afar, we prefer to picture a scenario in which everyone will, in the end, want peace, in which the unyielding extremism of the Middle East is only a fantasy dictated by fear, and the menace it emanates a mere exaggeration. This springs from the desire to be left in peace, the same syndrome that convinces us to consider figures like Tarik Ramadan as a “moderate Islamic”, or to class as a dialogue between religions a situation in which, behind the scenes in London, the Islamic courts are gaining ground. We find it engaging that the most popular name in certain countries of the Old Continent is now Mohammed, or that the burqa is permitted in the name of multiculturalism, or we merely shake our heads when we hear that over 200 thousand people in Paris now live in polygamous families. [...]
L’Ordine dei giornalisti si arruola contro Israele
Il Giornale, 14 dicembre 2010
E così l’Ordine dei giornalisti ha coronato le bizzarre attività della sua più recente incarnazione, quella in cui ha messo il bavaglio a Vittorio Feltri con atto così proditorio da risultare un’evidente effrazione della libertà di opinione, e adesso ha indetto in nome della libertà di opinione una manifestazione davvero indecente. Ieri infatti proprio presso la sede dell’Ordine e dietro la foglia di fico della presentazione di un libro si è svolto il lancio di una nuova flottiglia per Gaza, e una flottiglia di nuovo gestita dalla stessa organizzazione, l’IHH, che ha portato al disastro del convoglio infausto del maggio scorso, quando 9 persone hanno perso la vita nello scontro con l’esercito israeliano causato dalla provocazione jihadista davanti alle acque di Gaza, dopo che i militanti parapacifisti avevano rifiutato ogni controllo di eventuali armi o finanziamenti diretti a Hamas. [...]
L'ultima dell'Onu: è lecito uccidere un gay
L'assemblea del Palazzo di Vetro elimina "l'orientamento sessuale" dai motivi di condanna internazionale per violazione dei diritti umani. Quasi 80 Paesi, per lo più africani e islamici, hanno votato a favore della risoluzione
Adesso vediamo se anche dopo questa qualcuno riesce a sostenere che la decisione è buona perché l’ha presa l’Onu, è una risoluzione dell’Onu e quindi bisogna osservarla... È successo il 14 novembre, zitti zitti, piano piano. E adesso per l’Onu uccidere gli omosessuali non è reato. È pazzesco? Naturalmente sì. E tuttavia c’era da aspettarselo, dato che alcuni dei suoi più rispettati membri, come l’Iran, li uccidono sulla pubblica piazza per impiccagione, oppure prevedono la condanna alla decapitazione, come l’Arabia Saudita. In realtà, in 7 Paesi per l’omosessualità è prevista la pena di morte, e per ben 80 Paesi, con pene variabili, essere gay è un reato. Ma adesso si tratta di una decisione votata a maggioranza, ed ecco come. Il Terzo Comitato dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha discusso alcuni emendamenti a una risoluzione già esistente sulle esecuzioni extragiudiziali, arbitrarie e sommarie. La risoluzione afferma i doveri dei Paesi membri di proteggere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, con speciale enfasi sulla richiesta ai Paesi di investigare le uccisioni a base discriminatoria. Nella risoluzione si prende, anzi, si prendevano in considerazione parecchi casi di questo genere. Per esempio venivano inclusi i bambini senza fissa dimora, gli attivisti di diritti umani nei Paesi autoritari, i membri di comunità etniche, religiose e linguistiche minoritarie. Per gli ultimi dieci anni la risoluzione aveva incluso anche l’orientamento sessuale, ricordando che non è raro che gli omosessuali siano condannati in vario modo a morte. Ma oggi questo punto non è più incluso nella risoluzione contro gli assassinii dovuti alla discriminazione, perché una maggioranza di 79 Paesi contro 70, 17 astenuti e 26 assenti, ha votato un emendamento presentato dalla piccola nazione africana del Benin, che l’ha presentato da parte del raggruppamento africano dell’Onu, che proponeva di stralciare le minoranze omosessuali dal gruppo dei cittadini che si devono proteggere. Già in passato l’Uganda aveva tentato di introdurre un simile emendamento, ma senza successo. [...]
La nuova guerra di Gerusalemme scoppia per il Muro del Pianto
Il Giornale, 3 dicembre 2010
L’Autorità nazionale palestinese fa suo uno studio che nega l’origine del sito sacro agli ebrei. E fa marcia indietro solo dopo le proteste internazionali. La reazione Usa non ferma però le nuove pretese di Abu Mazen sui Territori.
Era una bugia troppo insopportabile perché reggesse. Era scritta sul sito dell’Autorità palestinese da mercoledì della scorsa settimana: il Muro del Pianto, la meta per eccellenza degli ebrei di tutto il mondo, che nei millenni gli ebrei, sfidando i più micidiali pericoli, non hanno mai mancato di presidiare come la pietra delle loro identità stessa, bagnandolo con le loro lacrime; carezzandolo come una persona cara; ricordandone, come è scritto nella Bibbia e come gli archeologi hanno certificato, la storia di muro occidentale del monumento grandioso distrutto dai Romani nel ’70 dopo Cristo, lo stesso cui Gesù fu condotto in pellegrinaggio da Maria e Giuseppe... beh, è tutta un’invenzione degli ebrei. In realtà, dice il sito palestinese, è il muraglione delle Moschee cui Maometto, nel suo volo verso “la città lontana” come è scritto nel Corano che non nomina Gerusalemme, legò il suo cavallo Al Buraq con cui volò poi verso il Cielo. [...]
