Il Giornale
La gioia del mondo è un omaggio alla democrazia
Il Giornale, 3 maggio 2011
Non è spirito di vendetta, non c’è ferocia né un insano senso di rivincita nella discesa in piazza da parte della folla americana giubilante per la morte di Bin Laden. C’è senso di realtà, buon senso, unità e soprattutto volontà di vivere senza sensi di colpa né pensieri tormentosi su un’ipotetica prepotenza occidentale. Tutto ciò che diventa nebbioso giorno dopo giorno in questa incerta società preda di un senso di espiazione, desiderosa di pagare un prezzo ai diseredati con un cupio dissolvi esteso fino a giustificare i terroristi, si è palesato a Capitol Hill o a Ground Zero invasi da una folla assertiva, festante. [...]
Bin Laden's killing: the joy of the world is a tribute to democracy
Published in Il Giornale, 3rd May 2011
It is not spirit of revenge, neither is it savagery that took the jubilant American crowds to the streets for Bin Laden's death. There is sense of reality, common sense, unity, and in particular the will to live without guilt or nagging thoughts about an hypothetical Western arrogance. All this has been revealed in Capital Hill and Ground Zero, full of assertive and joyful crowds, against what becomes hazier within a society that day in, day out, is falling prey to a sense of atonement, prone to justify terrorists. [...]
Guerra in Libia: è nostro dovere, ma anche necessità politica
Il Giornale, 29 aprile 2011
Dunque, ieri i primi F16 hanno preso il volo verso obiettivi mirati. Ma la guerra che abbiamo dovuto intraprendere in Libia e che non poteva certo essere abbandonata o gestita a piacimento in qualsivoglia istante (magari qualsiasi guerra lo potesse) ha avuto sempre le caratteristiche della necessità. Non ha a che fare con la “stoltezza”, come dice l’ottimo “Foglio”, ma piuttosto con la pietas che dal secondo dopoguerra è stata imposta, nel suo inizio, alla struttura dell’ONU nei suoi pilastri ideologici, anche se essi nel tempo si sono corrotti. Questo ci fa avvertire una vergogna particolare nei confronti della decisione presa mercoledì di non bollare con una risoluzione del Consiglio di Sicurezza il comportamento di Bashar Assad, che non solo, come Gheddafi, uccide a centinaia i suoi cittadini in rivolta, ma ne assedia coi carri armati le città prima ancora che essi si muovano in armi contro di lui. Insomma, gli fa guerra. [...]
L’Occidente non si lasci beffare dalla Siria
Il Giornale, 28 aprile 2011
Mai come guardando oggi la Siria siamo stati chiamati a contemplare la nostra debolezza di fronte ai dittatori, a misurare la menzogna della Realpolitik. È il caso di citare, ebbene sì, George Bush, quando l'orrore della dittatura esclama che alla fine con i prepotenti non c'è dialogo possibile. Bush nel 2005, dopo l'assassinio di Rafiq Hariri in Libano, ruppe tutte le relazioni con la Siria; intanto il Dipartimento di Stato intraprese il finanziamento dei dissidenti laici e dei loro progetti, inclusa una tv satellitare anti Assad. Ma poi è arrivata la grande presa in giro: perché Assad, come dice Fuad Ajami, ha giocato contemporaneamente al piromane e al pompiere. Ma a noi occidentali, agli USA che gli ha rispedito l'ambasciatore, all'UE che lo ha chiamato alla pace con Israele, all'ONU che lo vuol mettere nel Consiglio dei Diritti Umani, è sempre piaciuto guardare soltanto il pompiere. Solo in queste ore l'America comincia a parlare di sanzioni ad personam (poca roba), e Susan Rice fornisce uno spunto di grande momento: gli Stati Uniti sono sicuri che fra gli uomini della sicurezza che uccidono i civili siriani ci sono anche forze iraniane. [...]
Tra Egitto e Iran relazioni pericolose (soprattutto per noi)
Verrebbe un po’ da ridere di questo continuo «si stava meglio quando si stava peggio» che accompagna gli sviluppi della primavera islamica se non si trattasse di eventi pericolosi per il nostro stesso futuro. Siamo di fronte a una svolta che promette solo vento e tempesta: l’Iran e l’Egitto si apprestano, dopo trent’anni di ostilità, a scambiarsi ambasciatori. Quando due navi iraniane sono entrate nel Mediterraneo tramite il Canale di Suez, ne abbiamo avuto l’arrogante segnale. Sull’apertura delle rispettive ambasciate a Teheran e al Cairo hanno negoziato il ministro degli esteri iraniano Ali Akhbar Salehi e la sua controparte egiziana Nabil el Arabi, che appena nominato disse che intendeva ripristinare le relazioni con Teheran. In seguito El Arabi ha incontrato il rappresentante iraniano Mugtabi Amani nella prima visita ufficiale da quando Mubarak è stato defenestrato. Pare che l’ambasciatore iraniano sarà un diplomatico di carriera, Ali Ahbar Sbuyeh. L’egiziano è ignoto, anzi, l’Egitto fa sapere che l’annuncio è prematuro. [...]
Dangerous liaisons (particularly for us) between Egypt and Iran
Il Giornale, April 23, 2011
Every day the Islamic Spring presages stormy times. Now, after thirty hostile years, the Islamic Republic of Iran and Egypt are preparing to exchange ambassadors. The passage of two Iranian ships into the Mediterranean via the Suez Canal some weeks ago foreshadowed this new reality.
Nabil el Arabi, just appointed Egypt’s Foreign Minister by the new post-revolutionary government, immediately stated he intended to restore relations with Teheran. Then he met with an Iranian official, Mugtabi Amani, in the first institutional visit since Mubarak was deposed. El Arabi then negotiated the opening of the respective embassies in Teheran and Cairo with Iranian Foreign Minister Ali Akhbar Salehi. It seems that Ali Ahbar Sbuyeh, an Iranian career diplomat, will serve as Iranian ambassador to Egypt. Egypt has said that it is too early to announce his Egyptian counterpart. The delay in selecting the new Egyptian ambassador to Iran is probably the result of Egyptian Prime Minister Essam Sharaf’s very recent meeting with the Saudi King, who has made clear his dislike of this new reality. [...]
Altro che pacifista, odiava Israele
Il Giornale, 16 aprile 2011
Ci sono tre o quattro cose chiare e tuttavia difficili da digerire nell'orribile omicidio di Vittorio Arrigoni. La prima naturalmente è la crudeltà della pubblica esecuzione di un giovane uomo che aveva famiglia e amici. E ciò è chiaro. Ma non lo è la patente realtà che gli assassini siano jihadisti islamici di Gaza. Avrebbero potuto essere afghani, o iracheni. Nel 2002 Daniel Pearl fu ucciso a Karachi con metodi analoghi perché era ebreo; nel 2004 l'americano Nick Berg in Iraq fu decapitato in video per, dissero gli jihadisti, «dare un chiaro messaggio all'Occidente »; Fabrizio Quattrocchi perché «nemico di Dio, nemico di Allah» e Arrigoni, come dicono i suoi carnefici nel video con la scritta che scorre, perché «diffondeva a Gaza il malcostume occidentale» e «l'Italia combatte i Paesi musulmani». Si ripete molto che Hamas, di cui Arrigoni era amico, ha condannato il delitto. Ma in realtà non importa se gli assassini sono iscritti a Hamas oppure no. Lo sono stati, lo saranno, lo sono... Anche Al Qaida, che a Gaza c'è, è meglio o peggio accolta a seconda dei momenti. Ma Hamas è sempre padrona di Gaza. [...]
A pacifist? He hated Israel
Il Giornale, April 16, 2011
The cruelty of the public execution of a young man who had family and friends, as it was the case with Vittorio Arrigoni's killing, is always awful. And this is clear. What isn’t clear to the European public is that it is patently evident that the killers are his old Islamic Jihadists friends from Gaza. But they could have been Afghanis, or Iraqis. In 2002, Daniel Pearl was killed in Karachi with similar methods because he was a Jew; in 2004 the decapitation of the American Nick Berg in Iraq was filmed, the Jihadists said, «to give a clear message to the West»; the Italian Fabrizio Quattrocchi was executed because he was «an enemy of God, an enemy of Allah» and Vittorio Arrigoni, as his butchers say it in the video, in the words that scroll across the screen, because «he was spreading western immorality in Gaza» and because «Italy fights against Islamic countries». It has been repeated again and again that Hamas, with whom Arrigoni was on friendly terms, has condemned the crime. But in actual fact it doesn’t matter if the assassins are members of Hamas or not. They have been, they will be, they are all controlled by Hamas. Even Al Qaida, which has a presence in Gaza, is seen by Hamas in a better or worse light, depending on the moment. But Hamas is always top dog in Gaza. [...]
La rivoluzione in Medioriente? E' tutto come prima. Anzi peggio.
Il Giornale, 14 aprile 2011
Tutte le grandi rivoluzioni, quella francese, quella americana, quella russa, quelle nazionali, oltre che sul sangue degli eroi nascono su pile di libri, sulle parole dei filosofi e dei grandi leader. Le esclamazioni non sono sufficienti, neppure quelle dei bloggers. Naturalmente a noi occidentali le rivoluzioni piacciono molto, sono i motori, le levatrici della nostra storia. E forse questo ci porta a fare pesanti errori nella valutazione dell'immenso spettacolo cui assistiamo oggi, della piazza araba in fiamme, dello spettacolo estetico e morale dei moti mediorentali e nordafricani, dei giovani che si battono e muoiono contro orridi regimi i cui crimini, tuttavia, abbiamo sempre cercato di portare all’attenzione senza suscitare grandi passioni. [...]
Ma ora Goldstone scriva un altro rapporto. Vero
Il Giornale 6 aprile, 2011
Caro giudice Goldstone, perdoni se ci ritorno sopra, a me non è bastato, anche se l’ho apprezzato, il suo articolo sul Washington Post in cui annuncia che, se ne avesse saputo quante ne sa oggi, non avrebbe dichiarato Israele criminale di guerra con le 575 pagine del rapporto costruito per il Consiglio per i diritti umani dell’Onu. Qualcuno aveva già capito da tempo che lei sbagliava: l’Italia votò contro il suo rapporto e nel nostro Parlamento abbiamo tenuto anche un convegno contro le sue assurde conclusioni. Insomma, lei ci ha messo un po’ troppo, e intanto il danno è stato gigantesco. Certo, il suo è un gesto clamoroso che testimonia di una personalità tormentata che, dopo molto, troppo pensare, ha deciso di ascoltare la voce della coscienza.
Una scelta quasi obbligata dopo che le folle ispirate da lei hanno percorso le piazze europee gridando «Hamas Hamas gli ebrei al gas»; dopo che il capo dell’opposizione della Knesset, Tzipi Livni, ha dovuto rinunciare a un viaggio a Londra sotto la minaccia di arresto estesa anche ad altri leader del suo Paese; dopo che da quelle accuse è nata su Gaza la narrativa pazzesca che ha ispirato le varie flottiglie e ha incitato il governo Turco, quella di una prigione a cielo aperto dove Israele pratica la caccia al civile e ai bambini, si muore di fame e i persecutori ebrei circostanti bloccano con la loro ferocia una vita normale e civilizzata. [...]
L’errore Usa è far finta che la Siria sia democratica
Il Giornale, 2 aprile 2011
Ci sono un paio di cose, nella grande confusione mediorentale, che appaiono chiare in queste ore: Bashar Assad, rais della Siria, non ha intenzione di aprire alla democratizzazione, e mentre dice di comprendere i dimostranti e che studia se sia il caso di superare lo stato di emergenza che dura da 46 anni, minaccia e reprime: se vogliono guerra l’avranno, ha ribadito. Ma i dissidenti coraggiosamente, non si tirano indietro e sfidano la morte. L’altro fatto chiaro è che Hillary Clinton, ovvero Obama, non ha intenzione di mostrare verso la Siria la stessa severità mostrata nei confronti di Gheddafi. La Segretaria di Stato americana, condannando genericamente la repressione, ha anche detto alla CBS: “Molti membri del Congresso di ambedue i partiti che hanno visitato la Siria negli ultimi mesi hanno detto di credere che egli sia un riformatore”. E’ una bella novità. Niente, in realtà lo suggerisce. [...]
Le rivoluzioni non sono tutte uguali. Scegliamo con chi stare.
Il Giornale, 29 marzo 2011
Era tutto lontanissimo da noi, i dittatori mediorientali ultranazionalisti e corrotti, lo scontro fra sciiti e sunniti, le alleanze spurie fra questi e quelli, i loro disegni di dominio. Che ce ne importava, dopo tutto? Adesso che il Medio Oriente e l’Africa sono vicinissimi, questo zoom disegna campi, preferenze, aspettative che costringono l’Occidente a un corso accelerato di studi islamici. Dove ci porta tutto questo, che cosa dobbiamo auspicare, da che parte stare? Per ora la risposta è stata solo umanitaria, ma ben presto saremo costretti a chiederci quali dittatori è meglio che cadano e quali meglio che sopravvivano almeno un altro po'. Il fatto che l’esercito egiziano abbia fatto sapere che vuole restare ancora un po' al potere e non lasciare subito il campo libero, adesso che la Fratellanza Mussulmana ha mostrato la sua testa d’Idra ed è pronta a prendersi l’Egitto, può anche farci piacere senza doversi vergognare. [...]
Not all revolutions are the same: we'd better learn it quickly
It was so far away from us; the corrupt, Islamic panarabist Middle Eastern dictators, the clash between Shiites and Sunnis, the spurious alliances between this and that group, their plans for the area egemony… What did we care, after all? But now that the Middle East and Africa are so close to us, we better get a look at the camps, preferences and expectations. The West must take an accelerated course in Islamic studies. Where is all this leading us, what should we hope for, what side should we be on? For the time the answer has only been humanitarian, but soon we will be forced to ask ourselves which dictators we’d rather see toppled, and which we’d rather see survive at least a little longer. We can rightly feel relieved about the fact that the Egyptian army declared it wants to stay in power a bit longer now that the Muslim Brotherhood has revealed its Hydra head and is ready to take Egypt. [...]
Tutti i tiranni che minacciano il mondo
Il Giornale, 24 marzo 2011
Tutti presi dalla guerra in Libia, ormai le rivoluzioni mediorentali ci sembrano solo lo sfondo della guerra libica. E invece tutto brucia, e quei fuochi ci segnalano il tempo di capire il Medio Oriente: il mondo arabo è entrato in una epoca nuova e con esso anche il Mediterraneo.
Oggi purtroppo balza agli occhi un evento solo apparentemente estraneo all’attualità: l’esplosione a Gerusalemme vicino all’autobus numero 74, un morto e 31 feriti di cui tre molto gravi. Un ritorno al terrorismo islamista che ha fatto duemila morti nella Seconda Intifada. E’ il messaggio di Hamas, insieme alla pioggia di missili su tutto il sud di Israele e alla strage di Itamar, a Israele ma anche a quello che chiama il Mubarak palestinese, ovvero Abu Mazen. I siti palestinesi chiedono l’unificazione Hamas-Fatah e la contestazione radicale di Israele. Hamas, parte della Fratellanza Musulmana, bombarda e esplode, vuole trascinare tutto nel caos per accrescere il suo potere. [...]
