Il Giornale
Diffamare Israele: ecco il copione in scena all’Onu.
Comincia una settimana drammatica all’Onu, l’istituzione internazionale più importante e spesso la più dannosa e confusa. Dall’Onu, poiché è nelle mani di una maggioranza automatica di stati islamici e di ex Paesi non allineati, più che soluzioni ci si possono aspettare equivoci e violazioni dei diritti umani. E così si presenta lo scontro di questa settimana: da una parte l’Autonomia Palestinese che chiede il riconoscimento unilaterale di uno Stato, cioè cancello tutto, mi disegno da solo i miei confini, risolvo io problemi bilaterali spinosissimi come i profughi e Gerusalemme, senza trattative, senza garanzie di sicurezza per Israele, senza riconoscerlo come stato del popolo ebraico, senza i precedenti dell’Onu, del quartetto, della road map; [...]
Delegitimizing Israel: the farsa of this U.N. week
Il Giornale, September 19, 2011
A dramatic week starts at the United Nations, the most important international organization and also the most damaging and confused. Since the U.N. is in the hands of an automatic majority of Islamic States and of former Non-Aligned Countries, it is always to be expected that it will create only misunderstandings and human rights violations, rather than solutions. And this is what will happen this week: on one side we have the Palestinian Authority asking for a unilateral recognition of a State. It is the incredible pretence of announcing: “I’ll cancel every previous agreement, I’ll set the boundaries, I’ll solve the extremely thorny bilateral issues such as refugees and Jerusalem, ignoring negotiations, security guarantees for Israel, all the previous decisions by the U.N. and the Quartet and with no recognition of the State of the Jewish people”. [...]
Così Erdogan s'inventa la sua primavera araba
Il Giornale, 15 settembre 2011
Il migliore amico che ha Israele in questo momento è Hamas: il gruppo terrorista palestinese è contro la dichiarazione unilaterale di uno Stato Palestinese all’ONU. Dice chiaramente che è una perdita di tempo, dato che lo scopo autentico è la distruzione dello Stato d’Israele. Dunque, meglio investire in terroristi e missili. Abu Mazen possiamo invece definirlo un nemico esitante: gli americani (in particolare Obama) sono contrari alla dichiarazione unilaterale palestinese, gli europei tentano di evitare un gesto che rifiuta la trattativa, indispensabile premessa di pace, e che sarà invece un tornado nel mondo arabo. Abu Mazen la sta facendo grossa, si sa che è confuso, ma per ora procede. [...]
Erdogan makes up his own “Arab spring”
At this moment, Israel’s best friend seems to be Hamas: the Palestinian terrorist group is against the unilateral declaration of a Palestinian State to be discussed at the UN general Assembly soon. It openly says it is a waste of time since its real aim is the destruction of the Sate of Israel. So, for Hamas it is sincerely better to invest on terrorists and missiles, and they affirm that. On the other side, Abu Mazen can be defined as a hesitant enemy: the Americans are against the unilateral declaration of the Palestinians, while the Europeans try to avoid the rejection of the principle of negotiations. They know that a unilateral declaration will not bring to any peace and will be instead a tornado in the Arab world. But even in his confusion, Abu Mazen is going on straight fro a victory at the UN. [...]
Erdogan apre il tour dell’odio contro Israele
Piazza Tahrir, che magnifica preda per Tayyip Erdogan, e a un prezzo così basso, l’odio contro Israele: dai tempi dell’impero ottomano la Turchia non si presentava sul proscenio come potenza islamica internazionale e ora dall’Egitto parte un suo tour di saluto alle primavere arabe, Egitto, Tunisia, Libia. Erdogan, e come no, ha già annunciato che il suo discorso al Cairo sarà incentrato sulla laicità e la democrazia. Ma noi sappiamo perché lo si deduce da tutte le carte, che il sottinteso è il cemento che finora ha legato Erdogan ai suoi amici e ex amici Siria e Iran. [...]
Erdogan opens his hate tour against Israel
Il Giornale, September 13, 2011
Tahrir Square, what a wonderful prey for Tayyip Erdogan and at such low price, the hatred against Israel: Turkey has not come to the stage as an international Islamic power since the time of the Ottoman Empire and now he chooses Egypt to start his tour to salute the Arab spring, moving then to Tunisia and Libya. Erdogan has indeed already announced that his speech in Cairo will focus on secularism and democracy. But we know that this is a lie: the cement that has so far connected Erdogan to his friends and former friends Syria and Iran is the hate against Israel. [...]
Osama è stato eliminato ma la sua follia deve farci ancora paura
Al Qaida sopravvive al suo leader e si ramifica. E la nuova "primavera araba" è un pericolo a cui non siamo preparati
Non c'è chi non sappia dove si trovava quando le Twin Towers furono colpite. Io ero a Gerusalemme, appena tornata da Durban; avevo già visto, scritto sul muro, quello che sarebbe accaduto. So esattamente dove mi trovato subito prima e durante l'attacco. Al centro dell'odio. A Durban, la conferenza dell'ONU sul razzismo che avevo coperto, si era senza vergogna trasformata in una conferenza razzista contro ebrei e americani. L'odio antioccidentale era al picco: Mughabe, Fidel Castro, Arafat, applauditi a scena aperta, predicavano la nuova religione globale delle sale del Centro Congressi e dello Stadio dove erano riunite le ONG: i giovani rincorrevano quelli identificati come ebrei e americani, maledicevano l'occidente, schiavista, oppressore, imperialista. L'Occidente doveva pagare. Le marce si svolgevano sotto manifesti e striscioni che ritraevano Bin Laden, che certo anche allora non era uno sconosciuto. Al Qaida aveva già compiuto, nel '93, l'attacco del World Trade Center, poi la Somalia, quindi Ryiad, nel '96 l'attacco alle Khobar Towers che uccise 19 americani, nel '98 le ambasciate USA in Kenia e Tanzania, 224 morti, nel 2000 la nave Cole…. Israele intanto esplodeva ovunque, era la festa delle cinture suicide. [...]
I «bulli» sono i turchi che attaccano Israele
La Turchia caccia l’ambasciatore di Israele, annuncia che porterà il Paese alla corte dell’Aja e che farà scortare le prossime navi dirette a Gaza contro «il bullo» del Mediterraneo. La Turchia ha dei sostenitori: Hamas e la Jihad Islamica hanno dichiarato che ha fatto benissimo, e che il rapporto Palmer, le 150 pagine stilate della commissione Onu per giudicare le responsabilità nello scontro della Flotilla il 31 maggio del 2010, sono frutto di un complotto sionista. [...]
The “bullies” are the Turks that attack Israel
Il Giornale, September 4, 2011
Turkey ousts the ambassador from Israel, it states that it will take the country to the Hague court and that it will escort the next ships bound to Gaza against the “bully” of the Mediterranean. Turkey has some supporters: Hamas and the Islamic jihad have publicly voiced their support and that the Palmer report – the 150 pages drafted by the UN commission to judge the responsibilities in the Flotilla clashes on May 31 2010 - is the result of a Sionist plot. Actually Turkey is staging an ideological charade using the charges against Israel to strengthen its new political approach to power. [...]Chi tocca la parola "Shoah" attacca Israele
Se qualcuno giocherella con la Shoah, questo fa Ahmadinejad contento. Fa contento anche Nasrallah capo degli Hezbollah, fa contenta Hamas, fa contenta la jihad islamica e Al Qaeda, fa felice i neonazisti e tutti quelli che vanno a disegnare svastiche nei cimiteri ebraici. Decidere come ha fatto la Francia che la parola «Shoah» non si può più usare nei libri di testo, sparare errori storici sul numero dei prigionieri tedeschi uccisi per compararlo ai sei milioni di ebrei sterminati, come ha fatto Günter Grass, sono giuochi da salotto che oltre a essere cretini, dato che la storia della Shoah è un masso inamovibile e un testo trasparente per la coscienza e la conoscenza di chi ce l’ha, hanno ormai un significato politico evidente. Giocare con la Shoah, annettersi in un modo o nell’altro all’ormai grande vecchio carrozzone della sua negazione, è la maggiore arma oggi in uso per distruggere gli ebrei e Israele. Insomma, è un’arma antisemita. [...]
Those who touch the word “Shoah” attack Israel
Il Giornale, September 3, 2011
Playing with the word Shoah will make Ahmadinejad happy. This pleases Nasrallah, the head of the Hezbollah, Hamas, the Islamic jihad and Al Qaeda. It makes neo-Nazis happy and all those who draw svastikas om Jewish cemetries. Blatantly reporting historical errors in text books on the number of German prisoners killed to compare it to the six million Jews exterminated, as did Günter Grass, is a parlour game that is first of all stupid. In fact, the Shoah is an unmovable rock and a transparent text for the conscience and the knowledge of those who are aware of it. But it also has an evident political meaning. Playing with the Shoah, jumping in a way or another on the old bandwagon of its denial, is the most frequently used weapon to destroy Israel and the Jews. In sum, it is an anti-Semitic weapon. [...]Se guerra e martirio contagiano pure gli arabi moderati
Se l’attacco terroristico di Eilat tragicamente conferma il fatto che ormai dall’Egitto postrivoluzionario spirano pesanti minacce di guerra; se pensare che un commando terrorista variegato per missili, cinture suicide e kalashnikov, ma compatto nella determinazione di uccidere chi capita rappesenti l’orrore impersonificato per la sua fame di uccidere passanti innocenti… non abbiamo visto ancora niente. Sono gli eventi del giorno dopo che ci svelano lo scenario delle prossime puntate, e ci dicono purtroppo che il peggio deve ancora venire. Invece di lanciare ai palestinesi di Hamas e altre organizzazioni terroriste una condanna che suoni come un invito alla pace, pressocché tutto il mondo arabo li esalta. [...]
Ecco il frutto velenoso della primavera araba: il terrore viene dall'Egitto
La primavera araba è arrivata con un mare di sangue in Israele. Ehud Barak, il ministro della difesa israeliano, senza esitazioni ha gettato tutta la responsabilità su Hamas e ha subito bombardato un obiettivo specifico, forse una casamatta, di Rafiah: Hamas, ha detto, ha scelto la strada del Sinai, ma tutta la preparazione si è svolta, come quella di mille altri attentati, dentro la Striscia. Hamas naturalmente ha detto che non c’entra, ma uno dei leader Ahmad Yussuf ha detto che Hamas approva.
Se si guarda la carta geografica si capisce al volo che cosa abbia inteso Barak: Hamas ha aggirato l’ostacolo del confine con Israele utilizzando la strada egiziana apertasi di bel nuovo con la rivoluzione, sia che l’Egitto abbia responsabilità di incuria o peggio, sia che il suo terreno sia stato solo la strada prescelta subdolamente per colpire Israele con un attentato plurimo, complicato, fatto apposto per dimostrare la determinazione e l’accanimento nell’ uccidere la gente di Israele, un soldato e sei civili, come sempre, sia con i missili che con una cintura esplosiva ritrovata sul corpo di uno dei morti. [...]
«Troppa repressione» Il paradosso dell’Iran che bacchetta Londra
Non è solo ridicolo, purtroppo ce la racconta anche molto bene su quel che succede ora nel mondo. In una presa di posizione ufficiale il governo iraniano ha chiesto al governo inglese di comportarsi con “moderazione”, nei confronti dei dimostranti che stanno saccheggiando e vandalizzando le strade di Londra. Cioè, il governo che ha fatto a pezzi con botte, esecuzioni di strada, detenzioni, torture, un’opposizione legittimamente scesa in piazza per contestare le elezioni in cui Ahmadinejad ha ripreso il potere di uno stato teocratico e dittatoriale, in cui si lapidano le donne e si impiccano gli omosessuali, si preoccupa dei diritti delle folle che contestano a suon di incendi e vetrine frantumate, violenze fisiche lo stato democratico e liberale del signor Cameron. [...]
Il crac annunciato della città multietnica
Il Giornale, 9 agosto 2011
Persino Oxford Circus, dove non c’è chi non abbia messo piede entusiasta dopo uno shopping in Oxford Street e un'estenuante camminata nel West End, è stata ieri lambita dagli scontri di Londra. Le bande si organizzano, saccheggiano e distruggono, da Tottenham e Einfield cominciano a bruciare e a vandalizzare a Edmonton, a Brixton, a Waltham Forest, nel centro, al supermercatino Tesco a Ponders End. I politici e i commentatori studiano le cause, la sinistra all’opposizione attacca il governo conservatore con i suoi tagli che poi, a un rapido calcolo, si scopre non esserci stati. Le accuse sulle condizioni di vita, sulla miseria e sulla criminalità del quartiere nero piovono a raffica, ma dal 1985, epoca di altri gravissimi scontri, la disoccupazione è dimezzata; inoltre, da 875 rapine l’anno si è passati a 30. La polizia, che al tempo degli scontri dell’85 parlava pubblicamente dei neri come di scimmie, benché abbia 35 uomini feriti, non si è lasciata andare nemmeno a una parola di troppo. Da allora conta 3000 ufficiali di etnie diverse da quella british e bianca. [...]
