Il Giornale
Guerra al rais e pace col figlio? Sarebbe un flop clamoroso
Il Giornale, 16 luglio 2011
Attenzione, niente scherzi, ci dovrà essere un mediatore unico sulla vicenda della Libia e niente Gheddafi né membri della sua famiglia nel mezzo. Questo è stato il messaggio che il ministro degli esteri italiano Franco Frattini al vertice del Gruppo di Contatto Internazionale aperto ieri a Istanbul dal ministro degli esteri turco Ahmet Davutoglu. E’ stato un incontro importante, perché crea un compatto schieramento internazionale che punta su una soluzione politica nonostante la determinazione a seguitare a bombardare anche durante il Ramadan e le promesse degli inglesi di aggiungere quattro Tornado alle loro forze aeree in guerra: infatti la signora Clinton ha dichiarato che gli Stati Uniti riconoscono il Consiglio Nazionale di Transizione come "l’interlocutore più legittimo del popolo libico", ovvero lo strumento che da maggiori garanzie a tutte le componenti della rivolta. [...]
Piazze arabe, nuovo caos. Stavolta l’Occidente non si lasci sorprendere
Quattrocentomila persone in piazza in una città di 700mila abitanti, Hama, in Siria, sono davvero tanti. Un milione in piazza Tahrir, al Cairo, 5 mesi dopo la cacciata di Mubarak, sono un’esagerazione. La temperatura è altissima nel mondo arabo e ci dice che forse le diagnosi e le medicine non erano le più azzeccate. È chiaro che ciò che hanno ottenuto gli egiziani è lontano dal costruire fiducia in quel governo militare che a parte Mubarak e alcuni suoi stretti collaboratori non ha saputo mettere in moto non dico una democrazia, ma nemmeno i processi che dessero ragione, famiglia per famiglia, degli 845 morti nelle dimostrazioni della «primavera». [...]
La crudeltà di Hamas che usa la vita di Shalit per spaventare Israele
Ottomani da Sarajevo a Damasco: il nuovo impero secondo Erdogan
Il Giornale, 19 giugno 2011
Dopo la larga vittoria elettorale del 12 giugno, il premier islamico celebra citando in un discorso gli ex possedimenti in Bosnia, in Libano, in Siria e a Gerusalemme
Era immenso, era potentissimo, è il fantasma che ancora oggi ci perseguita: il potere islamico sul mondo intero. Ed era qui solo l’altro ieri l’Impero Ottomano che, svanito dalla mappa alla fine della prima guerra mondiale, gloriosamente si impossessò dell’orbe terracquea nel 14esimo secolo, diramandosi dalla Turchia e espandendosi dalla costa atlantica del Marocco al Volga in Russia, dal confine austroungarico allo Yemen e persino all’Etiopia. Poi, nel diciottesimo secolo cominciò a perdere i pezzi: prima il Mar Nero e il Caucaso; nel 19esimo se ne andarono i Balcani insieme alla Grecia; perse nel ventesimo le terre arabe, tutte quante, di cui era padrone. Gran parte del mondo musulmano ripensa all’Impero Ottomano come alla indispensabile sorte di potenza che il mondo islamico merita e deve rinnovare. E adesso Recep Tayyp Erdogan non solo ci pensa, ma, dopo la vittoria elettorale con 325 seggi su 550, non riesce a contenere l’ambizione e, sia pure alla sua maniera astuta lo annuncia: torna l’Impero. [...]
Le minacce alla festa d'Israele e il silenzio del sindaco Pisapia
A Milano cambio di scena su sfondo arroventato. Si torna dal Castello Sforzesco in piazza del Duomo. Sembra che quella orribile malattia dei nervi per cui alcune migliaia di persone fantasticano cose insensate su Israele, ovvero sugli ebrei se vogliamo dirla tutta, stavolta non riuscirà nel suo effetto intimidatorio, spranghe, kefiah sul volto, sfasci e botte non faranno chiudere bottega a Israele: la mostra, che dal prossimo 12 giugno è programmata per una settimana in piazza del Duomo a Milano avrà luogo nonostante le minacce di violenza dei vari «centri sociali» e gruppi filopalestinesi, e nonostante l’atteggiamento un po’ tremante del sindaco Pisapia alla sua prima prova. [...]
Libri al bando in Scozia: scrittori israeliani vietati
Ci sono tanti modi di cancellare qualcuno che odi, con un bazooka, con le bombe, con la delegittimazione, la negazione della dignità della sua esistenza fisica e psichica. La marcia dei vicini in guerra con Israele (palestinesi, siriani, giordani...) preparata per oggi al fine di scavalcarne in massa i confini da ogni parte, come non esistessero, dice una cosa precisa: Israele non c'è. Ne neghiamo l'esistenza. Ed è francamente orrido che a questa affermazione di prepotenza internazionale senza precedenti si accompagni un'altra forma di seppellimento in vita dello Stato Ebraico, quello culturale. Il boicottaggio culturale di Israele è cosa vecchia, anche in Italia la Fiera del Libro di Torino del 2008, le liste di proscrizione delle università di varie città italiane, il blocco di progetti scientifici e artistici comuni, la manifestazione come quella progettata per i prossimi giorni a Milano per cancellare una mostra sulle meraviglie scientifiche di quel Paese, ci hanno allenato. A questo si uni il boicottaggio di merci della Coop e della Conad, poi ritirato. [...]
Dopo la 'primavera araba', Israele prevede l'autunno caldo
Il Giornale, 30 maggio 2011
Sotto la guida di Obama che ha fatto da amplificatore all’ansia dell’Europa, il dialogo fra Occidente e Islam ha acquistato toni surreali e il G8 dei giorni scorsi li ha resi evidenti. A Deuville si è di nuovo e di nuovo esaltato la promessa della Primavera Araba e il contenuto democratico del grande cambiamento. Secondo il nostro “piano Marshall”, a Tunisia ed Egitto andranno ora in dono dai 20 ai 40 milioni di dollari. Non è detto che qualcosa di buono non ne venga fuori prima o poi, ma non ci stiamo cautelando e non cauteliamo, come è nostro dovere, quei popoli di fronte a segnali di profondo antagonismo contro di noi e di estremismo interno che minacciano di travolgere, in una frana bellica, primavera, estate, autunno e inverno. Per decenni le autocrazie mediorentali hanno fatto pagare alla loro gente la dittatura e noi, in cambio di una parvenza di stabilità, lo abbiamo consentito. Ora potremmo essere noi, l’Occidente, l’Europa, Israele, coloro che l’indottrinamento dei nostri protegé al loro popolo ha designato a pagare il prezzo ultimo. [...]
Netanyahu al Congresso: sui confini decido io
Il Giornale, 25 maggio 2011
Le critiche pioveranno, di nuovo i confini del ’67 non sono in vendita, di nuovo Gerusalemme è indivisibile e i profughi del ’48 compresi i pronipoti dovranno trovare rifugio a casa loro, e non in Israele... ma Benjamin Netanyahu ha scelto così, un discorso agrodolce con aperture sottili e molti sguardi diretti: se ci volete vivi, è così. Se ci volete morti, ci difenderemo. Ci sarà tempesta, molti amano odiare Netanyahu, ma nessuno può togliere a Bibi la formidabile accoglienza che il Congresso americano a Camere riunite, destra e sinistra, ha dedicato ieri al Primo Ministro israeliano. È andato in scena il coraggio della fede nella democrazia, dei valori comuni. Ventisette volte Netanyahu ha ricevuto ovazioni entusiastiche, piacesse o meno a Obama. Due Paesi si sono mostrati per mano sicuri che il rifiuto del cinismo non sarebbe stato scambiato per retorica. [...]
Netanyahu non ci sta e costringe Obama a cedere sui confini
Benyamin Netanyahu ha avuto un notevole coraggio fronteggiando ieri, nel nome degli interessi israeliani, il presidente Obama che poche ore prima aveva cercato il favore dell’Islam per molte strade, fra cui quella di disegnare la divisione fra Israele e i Palestinesi sull’indifendibile linea del ’67. Ed è stato ricompensato: Obama durante la loro conversazione si è impegnato molto di più sull’Iran, ha ascoltato bene la determinazione del primo ministro israeliano a rifiutare i confini del ’67 come confini destinati a portare alla guerra e alla rovina. I due dopo 24 ore di polemica sotterranea sul discorso di Obama, hanno dato un’impressione di sostanziale concordia nel condannare la politica aggressiva e atomica dell’Iran e sulla condanna di Hamas. Obama non è tornato sulla questione dei confini del ’67, e ha ascoltato Bibi che insisteva con determinazione sul tema della sicurezza. (...)
Netanyahu doesn't bow down and forces Obama to change his statement on borders
Con questa aggressione la primavera araba diventa anti-israeliana
Il Giornale, 16 maggio 2011
E’ un attacco selvaggio, concentrico, bellicoso e ignaro di ongi regola internazionale. Il nostro presidente Giorgio Napolitano d’un tratto, durante una visita che avrebbe dovuto avere il puro tratto della simpatia che legano l’Italia a Israele, si trova invece di fronte il baratro mediorientale, la voglia di distruzione dello Stato degli Ebrei, uno scenario che si spalanca come un primo grido di verità proveniente dal ventre delle nuove rivoluzioni. In queste ore, quelle della celebrazione della “nakba”, Israele è circondato da manifestazioni di rifiuto profondo provenienti da tutte le latitudini. “Nakba” è una parola araba che significa disastro, rovina, distruzione, e la si piange nei giorni in cui si celebra la proclamazione dello Stato di Israele, che ha computo tre giorni fa 63 anni. [...]
