Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

La strana idea che Hamas ha della pace

venerdì 5 ottobre 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 ottobre 2018

Certo, pace! Hamas adesso vuole la pace, anzi, lo annuncia a Repubblica Yahya Sinwar, il suo capo.  Lo fa in un'intervista a Repubblica che in realtà è poi Yediot Aharonot, giornale popolare israeliano, che l'ha pubblicata. Lui nega  di averlo saputo, ma è chiaro: l'intervista è un messaggio politico a Israele che non contiene promesse di pace, ma semmai una minaccia di guerra.  Se volete capire il Medio Oriente, dovete leggere bene quello che l'arciterrorista scelto nel febbraio del 2017 come capo di Hamas intende quando dice pace, proviamo a decifrarlo: "Voi sapete benissimo che cosa siamo capaci di fare, ne portate i segni sulla vostra pelle, nelle vostre vite orbate, nei campi cooltivati andati in fiamme. Benissimo. Potrebbe interrompersi per un po’, ma potrebbe peggiorare. I nostri terroristi sono pronti, i giovani che mandiamo a morire al confine con gli aquiloni e le bombe molotov, pure. [...]

Israele e la minaccia dell'Iran: "A Teheran l'atomica segreta"

venerdì 28 settembre 2018 Il Giornale 0 commenti
 Il Giornale, 28 settembre 2018

 
La battaglia non è finita, non finisce mai per Israele: l'Iran ancora prepara la bomba atomica e lo fa proprio a Teheran dove il Mossad ha scoperto una fabbrica zeppa di strumenti e materiali atomici, mentre, sempre da rivelazioni inedite, gli Hezbollah gestiscono tre fabbriche segrete di missili di precisione attaccate all'aeroporto di Beirut. Così Netanyahu, mostrando le strutture in foto e sulle mappe di Google, nel suo discorso all'Assemblea generale dell'ONU denso di passione e di temi diversi, ha rivelato informazioni di intelligence molto drammatiche, mai trapelate prima. Ha anche affermato che materiale radioattivo, nel tentativo di celare la fabbrica di Teheran, è stato disperso dagli iraniani proprio nella capitale stessa con grande rischio della popolazione. E ha rivolto un appello all'IAEA, l'agenzia atomica, e al suo capo Yukiya Amano: fate finalmente un'ispezione, ha esclamato, visto che neppure quando a febbraio vi abbiamo consegnato le informazioni sull'archivio atomico che provava la permanenza del disegno atomico, non vi siete mossi. Netanyahu, anche se ha disegnato un quadro molto diverso da quello per cui per tanti anni ha seguitato a denunciare valorosamente da solo, all'ONU, la pericolosità dell'Iran e ha ringraziato l'amministrazione Trump per aver ristabilito un regime di sanzioni verso il regime degli Ayatollah, pure ancora sente che per Israele questo è il primo tema strategico: un Paese che lo minaccia di sterminio ogni giorno, che insiste nel preparare una bomba atomica per questo, e che nel contempo, come il Primo Ministro israeliano ha descritto, si espande in Siria, in Iraq, in Libano, in Yemen. con un disegno imperialista e di avvicinamento al confine israeliano. Netanyahu ha anche messo in guardia l'Occidente, l'ha anzi richiamato: perché questo colpevole appeasement? Ha detto. Non si capisce come l'Europa (e non solo, non si è scordato di dire Netanyahu, con palese riferimento alla Russia di Putin) seguiti a sostenere un regime che oltretutto la minaccia con attentati terroristi, di cui gli ultimi molto recentemente sventati. [...]

Israele tra due fuochi. Ma Putin fa il doppio gioco

mercoledì 26 settembre 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 26 settembre 2018

Sembra che la Russia stia giocando un gioco troppo complicato, dopo che un suo aereo è stato per errore abbattuto da un missile del suo amico Assad e gli ufficiali russi hanno seguitato, nonostante le prove dicano il contrario, ad accusare Israele contraddicendosi varie volte. La crisi è ancora in corso, è un incubo che si realizza: Israele che viene in conflitto con l'orso russo. Non è un caso che Netanyahu da quando nel 2015 la Russia si è schierata in Siria in difesa di Assad, tenendo al suo fianco gli iraniani e gli Hezbollah, abbia incontrato Putin ben tre volte, per evitare che i gomitoli della storia li portino a un confronto non desiderato.Adesso dunque, per uscire da questo guaio, ora che Putin ha tenuto il suo punto per non deludere gli alleati, non è una buona idea che Putin fornisca ad Assad l'S300, un incredibile sistema missilistico che non dovrebbe essere dato nelle mani di un avventuriero macellaio pronto a irrorare di gas nervino il suo stesso popolo. Non è una buona idea anche perchè Israele, che pure da tempo era pronto a questa mossa, non è per niente contento. E oggi come oggi, se non ci saranno svolte drammatiche, il fatto che Israele sia preoccupato, significa che anche gli Stati Uniti lo saranno, e le tensioni Usa-Russia possono acuirsi. Putin ha subito uno smacco tecnico imbarazzante, i suoi stessi alleati gli hanno buttato giù un aereo con 17 persone a bordo, e quindi cerca di rimediare di fronte alla sua opinione pubblica e a quella mediorentale. Presso le quali, dare addosso agli ebrei è sempre piuttosto di moda. [...]

Il patto "pacifista" di Monaco regalò a Hitler metà Europa

giovedì 13 settembre 2018 Il Giornale 2 commenti
 
Il Giornale, 13 settembre 2018

Esattamente 80 anni fa a Monaco, il 5 settembre del 1938, Neville Chamberlain, Primo Ministro inglese, firmando l'accordo con Hitler, compì il gesto per cui Winston Churchill pronunciò la proverbiale frase: "Hai avuto una scelta fra la guerra e il disonore. Hai scelto il disonore e hai avuto la guerra". L'Accordo trasferì alla Germania i Sudeti, la regione della Cecoslovacchia abitata della  minoranza tedesca. Fu un puro un tradimento nei confronti di un alleato e di un gesto di prepotenza verso uno stato inerme che veniva, con l'accordo, messo alla mercé di Hitler. 

L'Europa tutta si trovò in breve tempo invasa dalle armate tedesche. La transazione di Francia e Britannia con Hitler impose limitate "concessioni territoriali" per pacificare la Germania nazista, ma l'aggressore immediatamente, proprio come prevedevano i suoi piani di "Lebensbraun", lo  "spazio vitale" bramato dopo l'umiliazione del trattato di Versailles, violò l'accordo e inghiottì tutto lo Stato della Cecoslovacchia nel marzo del ‘39. La Francia, che aveva un trattato di alleanza con la Cecoslovacchia, si era associata all'appeasement senza vergogna. Nessun rappresentante della Cecoslovacchia era presente alla conferenza che si concluse con lo smembramento del suo territorio e la deprivò del 70 per cento degli impianti elettrici, delle fabbriche di ferro e acciaio, di tutti gli impianti chimici e della sua robusta difesa sotterranea. I tedeschi nel frattempo si erano già in parte riarmati infischiandosi delle dure imposizioni del trattato di Versailles. La teoria di conquista per stadi dell'Europa era spiattellata sul Mein Kampf, mentre già le leggi razziali entravano in vigore, la "Notte dei cristalli" aveva già mostrato il disegno di sterminio degli ebrei, e il patto Molotov Ribbentrop era stato firmato. Ma Chamberlain guardava dall'altra parte. [...]

Roma faccia come gli Usa. Si dissoci dalla follia

mercoledì 12 settembre 2018 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 12 settembre 2018

Fa un certo perverso piacere che l'Italia assaggi l'ONU in tutta la sua sfacciataggine e doppio standard adesso che annuncia santificate spedizioni (non magari come i "peace keeper" che sono accusati di stupro, o come i distributori di fondi internazionali che lucrano sulle miserie umane?) per verificare quanto l'Italia viola i Diritti umani. Così magari comincerà un processo di revisione del suo rapporto con l'ONU, forse smetterà di votare o al massimo di astenersi mentre cerca di compiacere le maggioranze automatiche che condannano solo Israele (come quando il 23 dicembre 2016 Obama, ultimo atto di una gestione insistentemente anti-Israele, fece astenere gli USA su una mozione-tradimento, che sovvertiva la cautela tradizionale che aveva sempre tenuto come punto di riferimento la risoluzione 242, e non la condanna palestinese unilaterale degli insediamenti), o si associano nelle organizzazione dell'ONU come l'UNESCO a gesti irrazionali e inconsulti, come dichiarare il Muro del Pianto retaggio musulmano. [...]

Il nuovo inizio di Israele. Sfida di un popolo felice ai predicatori dell'odio

lunedì 10 settembre 2018 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 10 settembre 2018

Rosh Ha Shana, il capodanno ebraico, ha segnato ieri sera l'ingresso del 5779. Siamo un bel pezzo avanti nell'incredibile storia umana e nella storia ebraica. Ma quando entra l'anno nuovo cominciano subito, insieme al brindisi, alle benedizioni, alla mela intinta nel miele per significare prosperità e dolcezza, anche i pensieri. Infatti i giorni successivi, per una settimana intera, sono dedicati, fino a Yom Kippur, il grande digiuno caro al popolo ebraico, alla riflessione su se stessi, ai propri fallimenti, peccati, errori. In quel giorno poi Dio segnerà nel libro della  vita chiunque abbia perdonato e si sia scusato. Israele naturalmente fa i compiti: cos'è andato bene, cos'è andato male, dove abbiamo sbagliato, cosa è stato giusto. E quindi, che cosa ne deriva per il futuro.
 
Quest'anno ha visto un attacco di stampa molto dura sul Primo Ministro, sulle indagini (non formalizzate) sul suo comportamento e quello della sua famiglia; sulla nuova Costituzione che dichiara Israele patria del popolo ebraico; sul ruolo della magistratura. Al di là delle drammatizzazioni politiche, è un dibattito tipico delle democrazie, sorprendente in un Paese in stato di guerra. Alla fine la guerra è stata evitata con prudenza e audace diplomazia sotterranea; l'economia cresce, i partiti religiosi, membri della coalizione, vengono tenuti a bada con concessioni cosmetiche. [...]

La fine del finto pacifista Abu Mazen.Trump ha svelato la sua incapacità

lunedì 3 settembre 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 settembre 2018

Non c'è giorno ormai in cui Abu Mazen, al secolo Mahmoud Abbas, non denunci con le parole e coi fatti,il declino del suo potere, anzi, la sua agonia, mentre altri uomini, altri eventi, occupano lo spazio della scena palestinese, e anche del suo eventuale,difficile tuttavia, sviluppo.

Ieri l'ultima uscita di Abu Mazen denuncia per l'ennesima volta il  rifiuto verticale a ogni proposta di un piano di pace che provenga dagli Stati Uniti, dall'odiato presidente Trump che ha osato riconoscere che Gerusalemme è la capitale d'Israele: questo, più di ogni altro evento, ha messo il punto esclamativo sul fallimento di una politica. Abu Mazen non ha ottenuto guadagni storici rifiutando ogni accordo; ha cercato di costruirsi un'immagine decente e pacifista all'estero, gestendo invece con determinazione e con la distribuzione di molto denaro (proveniente dagli aiuti del mondo intero) la continua spinta al terrorismo; non ha fatto spazio a una successione, e ora è assediato dai suoi peggiori nemici. Con un comunicato di ieri, Abu Mazen condanna l'idea che i Palestinesi e la Giordania debbano formare una confederazione, un tema per altro mai confermato dagli americani come parte di un piano di pace ma che potrebbe presto venire all'orizzonte carico di promesse economiche e di pubblico interesse: ma lui vede il piano americano come parte della cospirazione di cui parla di continuo per annientare la causa nazionale palestinese. Ma non è così: è la politica palestinese, lasua politica, quella di Abu Mazen ereditata da Arafat, dichiarazioni di buone intenzioni e terrorismo,  che finalmente è stato messa a nudo da una serie di mosse del governo di Trump, e dalla sua rappresentante all'ONU, Nikki Haley. [...]

Corbyn sbugiardato: portò fiori ai terroristi

domenica 12 agosto 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 12 agosto 2018

Fu nel settembre del 1972 che l'orrore del terrorismo palestinese raggiunse il suo picco: 11 atleti israeliani che partecipavano alle Olimpiadi di Monaco furono presi in ostaggio da un commando. Chi non ha visto la foto di uno di loro sul terrazzo delle baracche sportive con una calza a nascondergli la faccia mentre gli altri stanno letteralmente massacrando gli israeliani nelle stanze? Due atleti furono torturati e uccisi sul posto, altri 9 trucidati all'aeroporto. Una vecchia vicenda purtroppo piena di significati contemporanei. Essi riguardano da vicino Jeremy Corbyn, che in una foto pubblicata dal Sunday Times, scattata in Tunisia nel 2014, onora con una corona di fiori la tomba di quei terroristi. Il leader dei laburisti inglesi, che potremmo trovarci presto Primo Ministro in Inghilterra, ha negato di essere là proprio per onorare quegli specifici palestinesi, ma le foto sono spietate: Corbyn prega con le mani rivolte verso l'alto, come un fedele musulmano, sulla tomba di Atef Bseiso, che ideò l'attacco a Monaco; lui ha detto che era là per ricordare le vittime di un attacco aereo israeliano a Tunisi (per altro tutti ben certificato terroristi, come Salah Khalaf capo di Settembre Nero) ma quelli sono seppelliti a una quindicina di metri da dove Corbyn si commuove al ricordo dei suoi amici.[...]

Erdogan travolto si rifugia in Allah

sabato 11 agosto 2018 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 11 agosto 2018

It's the economy stupid, è l'economia stupido! Valeva come frase chiave della campagna elettorale di Clinton contro Bush nel 1992, e adesso fa un effetto secco quando si vede l'isterismo di Tayyp Erdogan di fronte al tracollo: il suo atteggiamento di continua minacciosa interna e internazionale, la prepotenza che si trasforma in repressione senza pari, l'autoritarismo da sultano specie da quando ha vinto le elezioni  il 24 giugno risultano irrilevanti o persino ridicole di fronte alla bancarotta. Si tratta di miliardi, ieri Erdogan ha capito che le  sanzioni americane stanno veramente entrando in vigore, che l'inflazione è al 16 per cento e cresce ancora e la banca centrale non è capace di aumentare i tassi in risposta, che la moneta perde l'11,5 per cento ogni giorno, che Trump adesso ha deciso di alzare le tariffe sull'importazione di alluminio e di acciaio dalla Turchia...  La frana si è fatta incontenibile, la mitologia del leader islamista che tuttavia può continuare a dialogare con l'Occidente approfittando della memoria storica dell'unico Paese musulmano moderato e collegato per motivi culturali e militari all'Occidente a fronte di un mondo arabo molto meno avanzato, si è infranto sulla crisi del capo. Trump lo ha stretto in un angolo: Erdogan ieri. assediato dal crollo della borsa, dalla crescita del prezzo del denaro, terrorizzato dall'abbandono del campo degli investitori internazionali ha  chiesto, di fatto inerme se non di paroloni, una risposta alla sua gente: "Se avete dollari, euro, o oro sotto il cuscino, andate in banca e cambiateli in lire turche. E' una battaglia nazionale". [...]

Iran, Trump apre al dialogo per isolare gli ayatollah

mercoledì 1 agosto 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 01 agosto 2018

Lo stile Trump, per cui prima  viene la faccia feroce, e poi una mano tesa crea una situazione che l'interlocutore non si aspetta, sta ormai diventando un'abitudine, un "pattern": lo abbiamo visto col Nord Corea, con gli europei e con la Nato, e adesso è la volta dell'Iran. Trump, nel corso della conferenza stampa tenuta insieme al nostro Primo ministro Conte a Washington ha offerto di parlare, di incontrarsi, senza rancore, senza precondizioni con la leadership iraniana, perché parlare male non fa, e incontrarsi, ha ricordato lui, è una delle sue specialità, da vero businessman, occhi negli occhi, carte squadernate.

Pochi giorni prima Trump aveva avuto uno scambio di battute estremamente aggressivo con l'Iran: Trump gli annunciava che non si sarebbero più sopportate "le parole demenziali di violenza e morte" tipiche della leadership iraniana, e l'Iran come fosse l'impero persiano si autodefiniva "madre di ogni pace ma anche madre di ogni guerra" sfidando al duello finale gli USA.  Ora Trump ha aperto d'un tratto tutte le finestre. Avviene in articulo mortis, dato che lunedì prossimo scatta il primo gruppo di sanzioni, il 7 agosto quelle sull'acquisto del denaro e dell'oro, il 4 novembre quello sull'acquisto del petrolio, per cui potrebbe cadere il commercio con l'Iran dei due terzi. Anche il tradizionale commercio di tappeti e di cibo sta per cadere vittima delle rinnovate sanzioni. Una prospettiva disastrosa per un Paese già percosso da una crisi economica che ha ridotto la popolazione sul lastrico: ormai ci vogliono 122mila rial per comprare un dollaro, il mercato dell'oro va ancora peggio, e ha un bel fare il governo, coadiuvato dalle Guardie Rivoluzionarie, a opprimere ogni forma di protesta che ormai spunta disperata ma potente in molti angoli del Paese. Inutile anche accusare spie, traditori, cospirazioni straniere per la crisi, e arrestare, come è stato fatto una trentina di persone per crimini economici.[...]
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