Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

I 40 anni dalla cacciata dello Scià di Persia

venerdì 18 gennaio 2019 Il Giornale 0 commenti
 
Il Giornale, 18 gennaio 2019

(Gerusalemme) La rivoluzione di 40 anni fa fu una marea che travolse le piazze: la gente infuriata dopo il fortissimo contraccolpo provocato dalla contrazione dei consumi dopo il boom della rivoluzione del petrolio del '73 e del conseguente disagio sociale, si vendicò sulle aspirazioni moderniste dello Scià Reza Pahlavi, facendone il nemico pubblico numero uno. Con le sue giacche bianche e oro, con le sue bellissime mogli (prima Soraya, poi Farah Dhiba), le feste in cui parlava in varie lingue con i diplomatici del mondo, l'atteggiamento filoamericano, Pahlavi suscitò un'ira che ne fece un obiettivo da distruggere per la folla esaltata dai discorsi infiammati che Khomeini spediva su nastro dall'esilio parigino. Khomeini appariva forse a Pahlavi come un vecchio pazzo che bastava esorcizzare con la lontananza e comunicò forse la stessa sensazione a Jimmy Carter che non se ne curò, anzi lo favorì con un atteggiamento simile a quello degli Usa con la Primavera araba.

«Lo Scià era un personaggio complicato - dice la giornalista Ruthie Blum autrice di To hell in a handbasket: Carter, Obama and the Arab Spring - che a lato della repressione coltivava un'aspirazione che fu colpevolmente ignorata dal mondo democratico: l'occidentalizzazione del suo Paese». Per attuarla Pahlavi non risparmiò vessazioni ai suoi oppositori, prigioni e torture: «E tuttavia cercò di aprire la strada all'emancipazione femminile - insiste la Blum -, su cui poi gli Ayatollah si sono presi la peggiore vendetta. Ma più di tutto cercò di aprire la porta al mondo, cosa che gli americani non hanno capito sbagliando tutto fino all'occupazione dell'ambasciata del 4 novembre 1979, quando si apre un'era di conflitto per le aspirazioni imperialistiche di Khomeini». Khomeini ha già spiegato nei suoi testi che tipo di società intende istituire e quanto per lui sia importante fare dell'Iran la base della conquista del mondo: l'unico a capirlo leggendolo in farsi è il grande storico Bernard Lewis, che non viene ascoltato. Ma i moti di piazza non sono sempre forieri di giustizia e libertà come ama pensare il mondo progressista del tempo: i corrispondenti di quasi tutti i giornali si entusiasmano, si lanciano in condanne dello Scià mentre lodano la rivoluzione. Manca del tutto una coscienza mediorientalista per spiegare quello che sta succedendo e che sarà poi destinato ad azzannare il mondo occidentale fino a oggi. Ma è difficile capire: gli iraniani non sono arabi, e quindi per loro, a differenza dei sunniti, la Jihiliyya, o «epoca dell'ignoranza» preislamica, non è fonte di vergogna: per gli sciiti iraniani gli arabi sono «bevitori di latte di cammella e mangiatori di lucertole che osano aspirare al trono divino». L'ambizione sciita si organizza oltre che sulla religione, anche sulla memoria dell'impero persiano: eredi di un passato imperiale col culto del martirio e anche della Taqiyya, la dissimulazione. Questo, li ha poi resi abilissimi negoziatori sulla questione atomica. Nel 1979 Khomeini che si prepara a tornare a Teheran istituisce la Repubblica Islamica e con essa una Costituzione che chiama alla «continuazione della rivoluzione in casa e fuori». E spiega: «Non è per patriottismo che agiamo, patriottismo è un altro nome del paganesimo.[...]

Gaza, 3 carabinieri assediati da Hamas

mercoledì 16 gennaio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 16 gennaio 2019

(Gerusalemme) Tre carabinieri italiani si sono rifugiati a Gaza nella sede dell'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, dopo un drammatico inseguimento da parte degli uomini armati di Hamas che ancora ieri sera, da lunedì, li tenevano sotto assedio. Sembra che la pattuglia italiana fosse entrata a Gaza per una missione Onu, che la loro auto in movimento abbia suscitato i sospetti delle forze di Hamas, e che esse abbiano intimato l'alt. Da questo rifiuto è nato un inseguimento accompagnato da uno scontro a fuoco, e fra gli spari i nostri connazionali sono riusciti a trovare rifugio nell' edificio dell'Onu. Hamas non si è tirato indietro di fronte alle mura della istituzione internazionale e ha chiesto la consegna dei tre militari, riuscendo nel corso della trattativa a verificarne l'identità coi documenti, a interrogarli, a esaminarne le armi. I tre ora sono nella pericolosa condizione di assediati e di sospettati: perché la polizia di Hamas, secondo Arab21, nonostante l'Onu abbia ripetuto che «si tratta di tre cittadini con passaporto italiano in missione autorizzata a Gaza» sospetta un'operazione coperta di forze israeliane, e dice che «i tre potrebbero essere membri delle forze speciali israeliane».[...]

Un terrorista resta un terrorista

martedì 15 gennaio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 15 gennaio 2019

Cesare Battisti se l'è cavata per tanto tempo grazie al fatto che la cosa più orribilmente evidente che ci sia, il terrorismo, non viene capito per quello che è. Un crimine. Talvolta, per strano che possa apparire, il terrorismo mostra un volto così vano e trito rispetto al comune sentire, alla cultura corrente, al disastro in sangue e dolore che comporta, che si riesce per un istante a capire perché non esiste una sua definizione. Per l'Onu non esiste altro che una «Convenzione comprensiva» ma una definizione comune non è mai stata raggiunta. È dal 1937, con la Lega delle Nazioni, che quando diversi popoli si siedono insieme a discutere non riescono a trovarsi d'accordo. E così persino adesso, l'estradizione di Battisti ad alcuni appare, oltre che tardiva, anche un po' inutile, di contenuto incerto e fragile, un'acquisizione politica ma non morale. In fondo, chi è questo sedicente scrittore, spesso fotografato mentre sorride e non c'è niente da ridere, coccolato da un mondo nel tempo diventato perdente e inutile? La risposta è semplice: è un terrorista, e quindi deve scontare la sua pena. E questa sarà una pietra fra le tante (qui in Israele si combatte questa lotta ogni giorno) della lotta al terrorismo che costruiscono una comune coscienza: un terrorista non è un «Freedom fighter», un combattente per la libertà, ma un delinquente anche se è un cretino o uno squilibrato, anche se è un disgraziato, un emarginato, un mitomane, anche se è, soprattutto, motivato ideologicamente in modo assoluto a fare ciò che ha fatto. E Battisti ha ammazzato quattro innocenti, direttamente o per interposta persona. Fra i tentativi di definizione quelli che più convincono parlano di persone che usano indiscriminatamente la violenza come mezzo per creare terrore fra la gente in modo da raggiungere uno scopo politico e religioso.[...]

"'Proteggere i curdi? Mai'. Erdogan strappa con gli Usa"

mercoledì 9 gennaio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 09 gennaio 2019



Potrebbe non essere stata un'ottima idea quella di Erdogan, che, nella sua stessa capitale, ha lasciato il Consigliere per la sicurezza americana John Bolton nella sala d'aspetto rifiutando di incontrarlo e costringendolo a ripartire senza avergli nemmeno detto buongiorno. Non è bello per due Paesi che da poco hanno rinnovato alcune cordialità telefoniche fra i premier Trump e Erdogan, che siedono ambedue nella grande alleanza della NATO mentre in Medio Oriente si attraversa una fase che più che di porte sbattute in faccia ha bisogno di chiarezza. Invece Erdogan non ha potuto sopportare sostanzialmente tre cose: la prima, pura e semplice, che poche ore prima Bolton in rappresentanza di Trump avesse svolto una visita estremamente amichevole e produttiva in Israele che lui odia, dicendo a Netanyahu che il suo paese sarà sempre fiero di garantire la sicurezza dello Stato Ebraico. In secondo luogo, che durante quel viaggio, dopo che Trump il 19 dicembre aveva annunciato che se ne sarebbe andato dalla Siria, Bolton avesse ribadito, come del resto Pompeo nei giorni scorsi, che gli americani non hanno fretta di andarsene, che il ritiro si svolgerà secondo i tempi ritenuti più opportuni e, dulcis in fundo, e qui Erdogan ha avuto la sua crisi, che gli USA vogliono veder garantiti i diritti dei Curdi, e anzi, che Erdogan aveva promesso a Trump di proteggerli. […]

Israele in pressing sugli Usa. In dubbio il ritiro dalla Siria

lunedì 7 gennaio 2019 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 07 gennaio 2019

Fino a Venerdì si parlava di una sola condizione sufficiente per Trump ad abbandonare il campo siriano ribollente: la sconfitta dell'Isis. Un obiettivo ormai grosso modo raggiunto secondo una valutazione dell'amministrazione americana giudicata da molti affrettata, e tuttavia data per acquisita. Via gli USA, i topi ballano? Non ancora: da ieri possono interrompere le celebrazioni:  le condizioni sono di nuovo diventate plurime e complesse, secondo quanto ha affermato a il Consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton durante la visita di ieri a Gerusalemme. Il ritiro non è più ovvio, non ha più una scadenza definita, è di nuovo esplicitamente condizionata sia alla sconfitta dell'ISIS (di nuovo menzionata, e quindi evidentemente non data più per scontata) che anche alla salvaguardia dei combattenti Curdi, alleati degli Stati Uniti. Bolton ha anche ribadito la primaria fedeltà americana alla sicurezza dello Stato d'Israele. Un ufficiale che non vuole essere  identificato ha anche aggiunto che non tutti gli americani se ne andranno, e resterà un presidio. Si dice anche che gli USA stiano preparando una base in Iraq che sorveglierà l'intera area e che potrebbe  contenere un aeroporto militare. "Il programma scaturirà dalle decisioni politiche che abbiamo bisogno di realizzare"ha aggiunto l'ex ambasciatore degli Stati Uniti all'ONU; antico neoconservatore fra i più intellettuali e anche fra i più espliciti nel suo entusiasmo per Israele,  ha voltato pagina rispetto all'incubo che la Siria rimanga preda di un Assad sostenuto dalle forze più ostili che Israele possa figurarsi: gli iraniani, gli Hezbollah, i turchi di Erdogan. E sullo sfondo il sostegno russo. […]

Addio Oz, cantava l'amore oltre le tenebre della guerra

sabato 29 dicembre 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 29 dicembre 2018

Sì, il Premio Nobel l'avrebbe dovuto ricevere, perchè i suoi libri sono meravigliosi quali che siano le idee di chi le legge, la sua lingua originale è radicata nella Bibbia con un piglio polemico di pensatore laico (come Agnon scriveva in piedi sul leggio)i suoi pensieri d'amore sono intricati e spietati come quelli di Shakespeare, la sua grinta conoscitiva è stata quella di un Faust, il suo odio per la guerra appassionato ma consapevole della furia inevitabile dei nemici. E' stata una spina per lui non averlo ricevuto, ma era troppo israeliano perchè Oslo lo potesse premiare. Amos Oz lascia il mondo a 79 anni dopo una lunga malattia, per gli italiani era lo scrittore di sinistra che insieme a Aleph Beth Yeoshua e a David Grossman era degno di occupare gli scaffali nonostante fosse israeliano, perchè era pacifista e critico del suo Paese. Ma Oz era ben più di questo. Il pacifismo è stato davvero una parte piccola di Amos Klausner nato a Gerusalemme nel 1939, cresciuto al numero 18 di Rehov Amos da Fania, la madre polacca colta e raffinata, e da Yehuda Arieh Klausner nato in Lithuania. Amos che ho avuto la ventura di incontrare varie volte, era troppo persino alla vista, era la bellezza e la profondità impersonificata, quello che il sionismo ha voluto rappresentare al suo meglio: la risposta del Popolo ebraico alle persecuzioni millenarie, alla shoah, alla morte. In una vitaconclusa nel deserto del Negev la personalità così perfetta da farsi talora altezzosa di Amos Oz ha prodotto 40 libri tradotti in tutte le lingue, 450 articoli e  saggi, ha ricevuto 64 fra premi letterari e lauree e riconoscimenti ad honorem.[…]

Israele, ultima sfida di Netanyahu, sconfiggere i giudici alle elezioni

venerdì 28 dicembre 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 dicembre 2018

Manca poco: il 9 aprile Israele andrà alle elezioni. Molti, com'è naturale  parlando di un Primo ministro come Bibi che ha servito per tre volte a partire dal 1996 (poi nel 2009 e nel 2013) e 16 volte nei più svariati ministeri, descrivono l'evento come l'occasione del grande spettacolo della fine del potere del grande capo. Ma cosa succederà davvero a Gerusalemme dopo le prossime elezioni?
Nei prossimi giorni la magistratura deciderà se accusare Netanyahu di corruzione in base alle indagini compiute nella tempesta di una campagna di stampa furiosa. Si dice che Bibi abbia voluto sciogliere la Knesset per alzare una cortina fumogena, e adesso alcuni dei suoi lasciano trapelare che comunque lui non se ne andrebbe fino a eventuale condanna. Ma l'accusa è di aver offerto favori a Walla, un giornale on line di appartenenza di Bezeq, la rete telefonica nazionale, in cambio di una copertura favorevole non è di carattere infamante specie perchè Walla non è mai stata carina con Netanyahu che, per altro sarebbe il corruttore e non il corrotto. Inoltre, come il famoso avvocato Alan Dershowitz ha detto dopo aver studiato le carte, le prove non sembrano sufficienti. [….]

Quella mano tesa Papa-Abu Mazen ferita per Israele

martedì 4 dicembre 2018 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 04 dicembre 2018

Viene puntualissimo, dopo le sei risoluzioni che l'ONU ha votato venerdì contro Israele, approvate da 156 contro 8 Paesi onesti (ma insomma, che sta facendo l'Italia?) in cui si nega la sovranità israeliana e il rapporto storico degli ebrei con Gerusalemme, l'incontro del Papa con Abu Mazen in cui, con tutto il rispetto, egli ha agito come un politico: ovvero, la strada scelta è la più immediata, la più fuori da un'analisi realistica dei fatti e quindi la più inutilmente cerimoniale.  Non sarebbe stato magnifico e storico quanto la proibizione di Giovanni XXIII di essere ancora antisemiti, o la visita di Giovanni Paolo II al Muro del Pianto con il successivo riconoscimento, così dovuto alla storia umana, dell'Stato d'Israele, che il Papa avesse chiesto a Abu Mazen di imboccare una vera strada di conciliazione, di riconoscimento del diritto degli ebrei a un loro Stato, alla loro storia, alla loro capitale millenaria? Questo avrebbe anche legittimato i desideri dei palestinesi, li avrebbe rinfrescati e resi attuali. Ma non è accaduto. Il Papa ha incontrato Abu Mazen, il presidente dell'Autorità Palestinese, per allinearsi, secondo la Sala Stampa della Santa Sede, con le posizioni classiche, quelle che non hanno portato da nessuna parte. [...]

L'eredità di Kafka? Un processo kafkiano

mercoledì 28 novembre 2018 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 novembre 2018

Israele, la patria degli ebrei, e la Germania in processo l'uno contro l'altro. E di lato una figura di donna, triste, anche lei parte dello scontro. Ma non si è trattato di affrontare, per una volta, il genocidio degli ebrei, i crimini della Seconda Guerra Mondiale. Il tribunale stavolta (trent'anni fa) ha dovuto deliberare per attribuire a un mondo o all'altro l'anima stessa di Kafka. A chi apparteneva la sua preziosa eredità culturale, come disboscare il doloroso intrico della cultura tedesca al suo livello sommo con l'eredità ebraica nella sua espressione più misteriosa, quasi indefinibile? E come separarla dagli interessi privati che, in maniera che è poi risultata inane, si sono frapposti allo scontro diretto? Di chi è Kafka? Degli ebrei nel cui mondo è nato e cresciuta la sua letteratura pure universale, o dei tedeschi nella cui lingua scrisse, pur essendo ceco? [...]

Affitti vietati nelle colonie. E Airbnb boicotta Israele

mercoledì 21 novembre 2018 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 21 novembre 2015

Non si è mai visto che Airbnb, l'organizzazione che affitta in tutto camere e case ai turisti, si sia data pena di fare giustizia nel mondo, e abbia quindi messo fuori dalle sue liste gli appartamenti dei turchi a Cipro, o quelli dei marocchini in Sahara, o dei cinesi in Tibet, o dei russi in Crimea... Ovvero abbia cacciato virtualmente gli occupanti dalle aree di occupazione. Ma quanto a doppio standard Israele è l' obiettivo ideale di ogni persecuzione, lo insegnano da un'alta cattedra l'Unione Europea e l'ONU che prendono di mira con le loro risoluzioni quasi soltanto lo Stato Ebraico ignorando i grandi violatori dei diritti umani, gli assassini e i dittatori. Sulla loro scia sono stati messi fuori dal grande gestore dell'affitto facile circa 200 appartamenti che appartengono a cittadini di Israele in Giudea e Samaria. Airbnb, famosa per le sue politiche popolari (esaltate con un cambio di gestione nel 2016, dopo che si notò che era razzista, perchè cercava di evitare affittuari neri) ha seguito i grandi maestri: in un farraginoso documento di spiegazione chiama quella zona "the occupied West bank", allude a sicurezza, giustizia, pace, sofferenza... Confacendosi in questo modo alla narrativa dei palestinesi, dato che per la definizione legale internazionale si tratta invece di "territori disputati", e ficcandosi nella zuppa antisemita del BDS, ovvero nel movimento per il boicottaggio di Israele, proibita, per esempio, da 25 su 50 Stati americani. I ministeri della Giustizia e del Turismo israeliano preparano la loro risposta. [...]
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