Il Giornale
Il Giornale, 07 agosto 2021
La cerimonia di inaugurazione nel nuovo presidente Iraniano è una certificazione di indifferenza politica e morale, di cancellazione della differenza fra terrorismo e diplomazia, fra crudele dittatura e democrazia. E' una tomba dei diritti umani. L'accoglienza è stata graziosa, perché gli iraniani, si sa, sono signori, colti, gentleman e dignitari dalle maniere invidiabili e dal sorriso accattivante sotto la barba, incorniciato dal turbante nero e dalle vesti candide. Il protocollo iraniano ha annunciato 73 istituzioni statuali, internazionali, di movimenti rappresentati da 115 incaricati ufficiali,cui 10 presidenti, 20 presidenti di parlamenti, 11 ministri degli esteri, 10 altri ministri, e molti onorevoli da tutto il mondo. Un successone. Ed ecco la platea, stipata di gente in cipria e polpe sistemata in un ordine che rifletta le preferenze di Ibrahim Raisi, il nuovo presidente, e naturalmente del regime degli Ayatollah, il cui vertice pensante e decisionale è sempre Khamenei.
E' lui che ha selezionato i candidati facendone eliminare a bizzeffe fino all'elezione del suo, Ibrahim Raisi: dopo che ebbe perduto nel 2017 lo ha tenuto pronto alla bisogna con incarichi importantissimi nel giudiziario, per cui si è guadagnato l'orrore persino di Amnesty International, essendo il giudice responsabile della condanna a morte di decine di migliaia di dissidenti e variamente sgraditi al regime.
In prima fila, alla festa, il leader di Hamas Ismail Haniyeh, il capo della Jihad islamica Ziad al Nakhaleh, il vice capo di Hamas (che intanto stava sparando venti missili su Israele) Naim Qassem, tutti in fila, e altri leader del terrorismo loro pari oltre agli alti ranghi delle Guardie della Rivoluzione. Ed ecco, però, subito dietro, con cravatta rossa, il rappresentante dell'Unione Europea, che ha messo tutte queste organizzazioni nella sua lista nera: Enrique Mora, viceministro degli Esteri dell'UE e uomo di punta nei colloqui di Vienna che dovrebbero restituire alla vita il trattato sul nucleare.
Che altro deve succedere in questi giorni con l'Iran, oltre alla pirateria e al doppio omicidio nelle acque dell'Oman; all'uso dei propri "proxy" come squadre militare ormai sparse per tutto il Medio Oriente con armi e droni che valgono i milioni di cui avrebbe bisogno la popolazione iraniana ormai esasperata e con cui possono colpire chiunque; oltre alla repressione mortale nelle piazze disperate; oltre alla veloce corsa all'arricchimento dell'uranio mentre Raisi dichiarava che l'atomica è contraria ai suoi principi; oltre al rallentamento volontario e ricattatorio dei colloqui con gli USA e gli altri Paesi riuniti a Vienna... E ultimo nella lista, ma non certo per importanza, come può l'Europa omaggiare un Paese che ha fatto della distruzione dello Stato Ebraico e dell'odio degli USA la sua principale bandiera? Che invita e sedere in prima fila quelli che progettano omicidi di donne e bambini sugli autobus e nelle pizzerie e li rifornisce di soldi e armi? Gli Ayatollah possono essere contenti: il terrorismo siede ufficialmente in prima fila, e senza una parola, noi prendiamo posto in seconda fila.
Il Giornale, 06 agosto 2021Scrivo col braccio sinistro dolente dopo la terzavaccinazione. Sono contenta: non solo so di essere più sicura, rispetto all'aggressività delle ultime varianti, ma anche perché c'è la fila degli"OverSixty" per andarsi a vaccinare. É questa la libertà: quella diascoltare, scegliere, fare quello che è giusto per sé e per la società interasecondo il buon senso, e ciò che ti viene indicato col criterio del benecomune dal governo eletto. E chi nondistingue la regola definita per il bene comune da una malvagia, striscianteacquisizione di potere, peggio per lui. É nella Bibbia, Esodo, capitolo 32,versi 15 e 16: “Quando Mosè sale sul Monte, è ancora uno schiavo”.
Diventa un uomo libero quando scende con delle regolescritte: quella è la libertà. Ha la libertà in mano, nella regola. Ha il suogreen pass, che ancora è un segno nella pietra, ci vorranno molti anni e moltopensiero, centinaia di migliaia di pagine di esegesi per capire bene comefunzionano quelle leggi: ma sono loro, le leggi, le regole, e poi oggi leCostituzioni, che formeranno l'uomo libero, sempre più libero. Sì, fino aquello che crede che libertà sia contestare il minimale diritto alla protezionesociale della salute che è la base stessa di un armonico vivere sociale, e cheserve per stare in piedi, o anche per non morire. Mi dispiace davvero cheAgamben pensi che nelle norme con cui si cerca di limitare il contagio delCovid ci sia qualcosa che viola "il semplice amabile fatto di vivere l'unoaccanto all'altro". Amabile? L'uno accanto all'altro? Non ha conosciutol'isolamento, l'immobilità nel silenzio? Dopo un anno e mezzo vissuto su questaterra pandemica, in cui l'uno accanto all'altro abbiamo temuto che il vicino,anche il più caro, potesse trascinarci col suo respiro nella valle dellamalattia e persino della morte, la cosa più logica è cercare i sentieri delritorno alla salute, a meno che non ci si creda più affatto. No, non deveessere obbligatorio vaccinarsi per questo, ma non deve essere neppureobbligatorio nemmeno costringere qualcuno che ha fatto i maggiori sacrifici perproteggere se stesso e i suoi cari, che magari, come è capitato a me, ha vistoqualcuno soccombere in famiglia, all'insicurezza di condividere lo spazio conqualcuno che non vuole dirti se è vaccinato oppure no. Perché alla fine sai checi sono molte probabilità che questo significhi che non lo è.
A tutte le latitudini un eccitato movimento"intersezionale" che ammonticchia tutti i diritti umani e tutti glioppressi contro tutti gli oppressori, ci propone l'idea di libertà, quelladelle donne, dei neri, dei gay, delle minoranze etniche, e adesso dei No-Vax edei no green pass, come se in definitiva debba essere praticata tenendo comeobiettivo una visione palingenetica, in cui si butta giù tutto pur di affermarele proprie buone ragioni e si sospetta una rete di potere oppressivo che hafatto la storia, la geografia, gli stati, le leggi... La verità è che perquanto buone esse possano essere, le cause di ciascuno vanno sempre bilanciatecon la possibile distruttività che contengono.
E qui per quel goccio di libertà in più che può fornire nondover mostrare un' app verde sul telefonino, si gioca sulla vita umana. É lalibertà di passare col semaforo rosso. Inoltre, che l'opinione pubblica sulla salute alla fine è saggia: i leader chespingono verso la salute saranno alla fine i più ammirati. Per esempio daun'indagine della tv israeliana. Netanyahu che ha gestito con polso sicuro laguerra al Covid, senza evitare chiusure e multe, e ha ossessionato dittefarmaceutiche e popolazione. Oggi lo segue anche questo governo, e anche quelloitaliano, e quello inglese, e quello francese, e quello americano... Lalegge e l'obbedienza, specie dovec'entra la salute, danno la libertà.
Il Giornale, 02 agosto 2021
"Israele dimostrerà che l'Iran ha fatto un serio errore attaccando la
nave Mercer Street" ha detto il Primo ministro Naftali Bennett ieri. Non
gli importa se dopo una prima generica ammissione su un giornale in
lingua araba, il portavoce del ministero degli Esteri Said Khatibzadeh
ha negato tutto e, anzi, ha rivolto a Israele le consuete mortali
accuse. Per Bennett si tratta di un gesto codardo per il quale possiamo
cominciare a interrogarci su quale sarà la sanzione. E probabilmente,
prima o poi, qualcosa accadrà: Israele può contare solo su se stessa per
deterrere e fermare i nemici. E ha dimostrato di avere molte
possibilità di penetrare la corazza iraniana con frecce che sanno
trovare la strada del cuore nucleare, delle centrali cibernetiche, delle
basi dei "proxy" anche senza avventurarsi in guerre fatali. Bennett nel
passato, quando era ministro della difesa di Netanyahu per esempio
disse che avrebbe costretto l'Iran a lasciare la Siria: "Che ci sta a
fare là? Non ha nessuna ragione di insediarsi sul confine di Israele. In
dodici mesi lo cacceremo". Così disse, ma Bennett sapeva benissimo che
gli Ayatollah sanno quello fanno, e che la Siria è un anello
fondamentale nella loro strategia, anzi, in quella del defunto generale
Soleimani che stava costruendo la sua grande "luna crescente" dall'Iraq
allo Yemen giù per il Libano e la Siria in tutto in Medio Oriente. In
prima linea: l'assedio di Israele dal Libano e la Siria tramite gli
hezbollah. La nave su cui per caso o per perverso disegno strategico
sono stati fatti fuori il capitano rumeno e un inglese, era l'obiettivo,
presumibilmente, di una vendetta iraniana contro i bombardamenti
israeliani su basi e convogli iraniano-libanesi in Siria. Svariati
miliziani e comandanti iraniani sono stati colpiti in quei
bombardamenti, ed ecco la vendetta trasversale.
Il fatto che
essa non sia venuta direttamente dalla Siria, può dimostrare
semplicemente che le forze della repubblica islamica sono indebolite
dall'assenza di Soleimani, e che risulta più comodo colpire in mezzo al
mare vicino all'Oman tramite l'uso, nuovo e potente, della schiera di
droni di diverso tipo che l'Iran ha costruito in abbondanza. D'altra
parte questo può significare che è proprio il potere centrale a Teheran,
compreso il nuovo presidente Raisi che sta per insediarsi, che hanno
deciso di colpire dal loro Paese coi droni nel mare, dove Israele è più
indifeso che per terra. L'uccisione di due marinai del tutto estranei
alle dinamiche iraniano-israeliane, e soprattutto di nazionalità che non
c'entrano niente, fra cui di un cittadino di un Paese che appartiene
alla Nato, l'Inghilterra, da spazio al nuovo programma del ministro
degli Esteri Yair Lapid di spiegare intensivamente, come ha detto, al
mondo intero, che l'Iran per colpire Israele non ha nessun problema a
uccidere chi gli capita. Che il pericolo iraniano, cioè, riguarda tutti.
Anzi, che le dimostrazioni di spavalderia contenute nel terrorismo gli
si attagliano: fanno paura a tutti, e spingono al silenzio; portano
anche al compromesso a Vienna, dove insieme a Biden tutto il mondo siede
impaziente di firmare un accordo uguale a quello disastroso di Obama
del 2015.
Ma accadrà presto? Intanto l'Europa da qualche segno di
essersi stufata, l'Iran ha giocato nelle ultime settimane a rimandare
l'accordo, ovvero alcuni cominciano a suggerire che nuove sanzioni
vengano applicate: tutti sanno che l'Iran sta usando questo tempo per
arricchire velocemente tutto l'uranio che può. In una parola, il fatto
che l'Iran crei tanta confusione proprio adesso non deve essere
considerato casuale: la sua dimostrazione di forza, i suoi droni
lanciati lontano con grande sapienza tecnologica, l'imposizione al mondo
di aspettare che l'inviso nuovo presidente si insedi il 5 di agosto
primi di arrivare a qualsiasi conclusione, è prima di tutto un film in
technicolor per la folla disperata nelle strade che grida all'Ayatollah
Khamenei che non ne può più, e si batte valorosamente contro la Guardia
Rivoluzionaria: è un modo di stare in sella. Se per l'Occidente arrivare
a un accordo è un obiettivo che fa da comma alla parola "pace", per gli
Ayatollah l'interesse primario, ovviamente collegato alla loro idea
religiosa totalizzante e anche totalitaria, è la necessità divina di
mantenere il potere e di usarlo per i propri fini espansivi.
L'arricchimento atomico non sarà sacrificato se questi obiettivi non
concorderanno con l'eventuale patto. La situazione è dunque esplosiva,
la gente iraniana potrebbe essere falcidiata fisicamente come nel 2019
mentre l'uranio arricchito già disegna la bomba atomica e le
provocazioni si moltiplicano. Bennett parte per gli USA per il suo primo
incontro con Biden questo mese. Speriamo si capiscano.
Il Giornale, 31 luglio 2021
L'aggressione internazionale affiancata alla violenza interna sono sempre state la strada maestra percorsa dal regime iraniano. Lo scenario è un palcoscenico girevole, la gente soffre e le armi iraniane attaccano. In questi giorni nelle strade specie del Khuzestan sudorientale, il popolo, specie gli agricoltori, gridano disperati gli stessi slogan che si sentirono nel 2019, quando le proteste furono affogate nel sangue di 1500 persone uccise nelle strade delle città nella Repubblica degli Ayatollah. Manca l'acqua, il regime ha scelto solo la canna da zucchero e il riso abbandonando il resto dei campi, non c'è elettricità, i contadini abbandonano il lavoro e la casa, la protesta si muove verso Teheran dalle campagne. Ci sono già, dal 15 di luglio, inizio dei moti, 10 morti. La folla grida: "Morte al dittatore" "Khamenei, vergognati, lascia in pace l'Iran" e anche "Nè Gaza ne Libano, la mia vita per l'Iran": cioè, l'Iran non ne può più dell'ideologia espansionista della leadership che usa il terrore e la violenza affiancandosi a Hamas e agli Hezbollah in battaglie di sapore ultraideologico, dei miliardi spesi per affermare l'odio contro Israele, gli Stati Uniti, l'Occidente, per allargarsi a formare una mezzaluna di potere dall'Iraq al Libano, alla Siria, allo Yemen; che ambisce a diventare sempre più importante mentre non cela le consuete ambizioni atomiche.
Israele è sempre il cardellino nella miniera della disastrosa politica iraniana, e infatti era una nave mercantile israeliana quella attaccata nella notte di ieri al largo della costa dell'Oman, non a caso un Paese in predicato di diventare un amico istituzionale dello Stato Ebraico nell'ambito dei Patti di Abramo. Il governo israeliano tace, questa è una delle varie navi legate in qualche modo a Israele che sono state prese di mira in questo periodo, lo scontro registra ormai una quantità di episodi di varia entità, questo per ora non sembra di grande rilievo in confronto al danneggiamento, si dice da parte israeliana, di svariate centrali nucleari e alle eliminazioni mirate come quella del padre della bomba atomica Fahrizade.
Gesti molto rilevanti che Israele ha compiuto contro la bomba atomica destinata alla distruzione del suo Paese; monito che tutto sarà fatto per evitare che l'Iran ottenga la bomba. Il nuovo primo ministro Bennett ha espresso la medesima posizione. Netanyahu nel 2013 aveva detto all'assemblea generale dell'ONU che se si voleva porre fine al programma nucleare iraniano pacificamente, guai a lasciare l'acceleratore delle sanzioni. Ma Obama cercava il patto a tutti i costi, e adesso Biden, mentre chiede a Khamenei di accettare il vecchio patto JCPOA, aspetta pazientemente che Khamenei, come ha annunciato, torni alle trattative di Vienna dopo il 5 agosto quando il nuovo infausto presidente Ebrahim Raisi sarà entrato in carica.
Sono giorni in cui l'arricchimento dell'uranio, secondo gli esperti, va a mille, e così avvicina la bomba e aumenta il ricatto per ottenere un patto che i desideri degli iraniani vogliono, per scritto, definitivo, intoccabile, quale che siano le violazioni che certamente già progettano. Proprio in questi giorni in Israele si insiste che la bomba è ormai vicinissimo. La preoccupazione è che gli USA di Biden, pur di cancellare la giusta scelta di Trump di conservare un patto fasullo e inutile, siano pronti a cancellare tutte le sanzioni riempiendo le tasche del regime.
La confezione di un nuovo patto nella forma richiesta di un infallibile pacchetto che preservi intatta la forza nucleare attuale dell'Iran accumulata in questi mesi, e consegni a Raisi, responsabile del mare di sangue dei dissidenti eliminati con la pena di morte un budget che arricchisce le casse del regime (e non certo quelle della gente) sarebbe un errore capitale. Subito diversi Paesi sunniti si muoverebbero per ottenere la bomba a loro volta. Bel risultato di pace. Comunque non distoglierebbe Israele dalla sua linea: fare qualsiasi cosa per assicurarsi che l'Iran non ottenga l'atomica.
Il Giornale, 30 giugno 2021
Sono passati 30 anni di fallimenti dalla Conferenza di Pace di Madrid, e ancora l'Europa non l'ha capita. Io c'ero a quella Conferenza, piena di speranza che il conflitto israelo-palestinese trovasse se non una soluzione almeno un capo e una coda, e con esso si placasse l'odio anti-israeliano e venisse a compimento l'idea di due Stati per due popoli. Ma uno dei due, non voleva: quello palestinese. Quello che vedemmo già allora era il farsi di giorno di una tela di Penelope di chiacchiere che di notte, quando Hana Ashrawi, Saeb Erekat e altri membri della delegazione andavano in volo a riportare gli eventi ad Arafat a Tunisi, veniva disfatta. Essi tornavano alle riunioni carichi di odio, sicuri che Israele doveva essere distrutto: spargevano questo odio in dichiarazioni univoche, Israele era un odioso occupante colonialista, uno Stato razzista, di apartheid… Intanto Farouk al Shaara ministro degli Esteri siriano convocava noi giornalisti per dirci con rinnovato livore che il Primo ministro israeliano Ytzchak Shamir là presente, che ascoltava sconsolato e impotente, era lui un terrorista. Adesso Madrid e Roma ripropongono una conferenza di pace israelo-palestinese. Sanno benissimo ambedue, che da trent'anni a questa parte i tentativi sono stati molti.
La sottoscritta, da giornalista,purtroppo non ne ha mancato uno, e sono andati tutti nello stesso modo. Il decantato accordo di Oslo firmato da Rabin, chi meglio di lui, e Arafat, e finito nel bagno di sangue della Seconda Intifada. Arafat rientrò trionfalmente, le città palestinesi furono sgomberate fino all'ultima consentendo al 98 per cento dei palestinesi di vivere sotto la giurisdizione del loro Governo, fino ad oggi. Niente di significativo per chi desiderava la morte del nemico. Anche Gaza nel 2005 è stata sgomberata fino all'ultimo uomo, e ancora i palestinesi amano parlarne come di terra occupata. Nel frattempo ci sono state parecchie altre Conferenze di Pace alla fine delle quali a fronte delle molteplici vantaggiosissime offerte di terra da parte di Israele e dai Primi ministri Peres, Barak, Olmert Netayahu etc… I palestinesi hanno sempre risposto con dei "no"e con ondate di terrore. Del resto che la loro convinzione sia quella che Israele non debba esistere è ben chiara dalla rete di accuse intessute dalla loro propaganda: genocidio, apartheid... Tutte cretinate che una mente lucida e informata non può accettare, ma che stanno alla base del nuovo antisemitismo che impedisce la pace non solo di Israele, ma del popolo ebraico. Qui viene un punto che l'Europa forse dovrebbe finalmente capire se veramente desidera la pace e l'equilibrio dell'Area mediorientale in cui, inoltre, adesso l'Iran e gli Hezbollah pesano con finanziamenti e armi a Gaza e non solo.
L'UE sappia che non tutto il mondo arabo è contro la pace, e che il veto e la criminalizzazione palestinesi non impediscono la pace: lo dimostrano i Patti di Abramo. Se i palestinesi capiranno che una vera amicizia può fiorire, pace contro pace, tolleranza contro tolleranza, vantaggi contro vantaggi, fra chi lo desidera veramente forse usciranno dal loro desiderio di distruzione razzista. Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco, Sudan oltre all'Egitto e alla Giordania sono in pace con Israele. Hanno capito che gli Ebrei appartengono a quella terra, là sono nati, là sono tornati dopo secoli di sofferenze con la loro autodeterminazione a un Paese democratico, La pace è un obiettivo che porta davvero frutti e non parole, speranza per i bambini, salute, acqua, agricoltura, tecnologia... Israele sa darla, i Paesi arabi sanno lavorare insieme. I palestinesi, se l'Europa avesse davvero voluto coinvolgerli in un Processo di Pace, avrebbero dovuto essere invitati a Bruxelles nell'ambito della pace di Abramo, perché è quello l'involucro positivo, quello del reciproco apprezzamento, cortesia, business. Non il solito disprezzo per cui a Israele ci si rivolge come a un suprematista invasore, negando i suoi diritti a essere lo Stato del Popolo Ebraico. La questione dell'occupazione, che è l'unica parola che l'UE sa compitare accusando Israele di illegalità internazionale, deve recuperare il suo significato storico: qui siamo a fronte di terre disputate, questione di suprema sicurezza, e di reciproca accettazione. Non è fatta certo solo di terra la pace, essa è stata offerta mille volte, è fatta di pregiudizio religioso e ideologico da parte palestinese, ma non più arabo.
L'Europa certamente ama la pace, quindi deve capire che il ponte per avvicinarvisi sono gli Accordi di Abramo sono quei Paesi arabi cui un tempo sembrava affezionata, e che oggi ignorano a favore di chi? Del loro peggior nemico: l'Iran! Ma non vi sembra che prima di rimettervi a progettare altre Conferenze di Pace, che il paradigma europeo vada riletto completamente? Quanto ad Abu Mazen, non vi siete accorti che è un dittatore i cui oppositori vengono uccisi? Che i denari che gli donate spariscono in vortici incontrollati? Che ha appena cancellato le elezioni dopo 17 anni di inutile e dannoso potere?
Non solo la proposta di un ennesimo Vertice di pace non è di pace, esso è di guerra al popolo palestinese stesso, che forse desidera la pace proprio come quello dei Patti di Abramo ma non può dirlo.
Il Giornale, 20 giugno 2021
Dunque
l'Iran ha da ieri il suo nuovo presidente dopo aver vissuto ancora la
farsa che ogni quattro anni mette in scena di fronte al mondo: una cosa
che il regime chiama «elezioni» e che la gente schiva per la grande
maggioranza. Ebrahim Raisi era sin dall'inizio «il presidente eletto»,
dato che così aveva deciso Ali Khamenei, il leader supremo. Dei 500
candidati che si erano presentati per la selezione, incluse 40 donne, ne
erano rimasti nel setaccio del comitato che scelgono i personaggi
possibili solo 7, di cui solo 4 realmente eleggibili. Si dice di lui che
è un «ultraconservatore»: ma è una definizione che lascia spazio
all'idea che altrove dei riformatori aspettino il loro turno. Non è
così. Solo la gente sarebbe la grande riformatrice del Paese, ed è messa
a tacere con la forza a regolari puntate. Cerca di dimostrare il suo
scontento non venendo a votare per quel che può, e così ha fatto anche
stavolta. Il pane in Iran costa 40 dollari al chilo, il salario minimo è
di 215 dollari al mese. Spesso i lavoratori non vengono pagati per
mesi, l'obbedienza al regime è un obbligo che si paga con la vita, la
libertà di opinione e di manifestazione è una barzelletta che finisce
sempre in lacrime. Ebrahim Raisi, 60 anni, nei suoi vari ruoli
determinanti nel sistema giudiziario iraniano è il diretto responsabile
di migliaia di condanne a morte per i più svariati crimini di violazione
delle sacre leggi del regime degli Ayatollah, quindi di violatore
seriale di diritti umani. Questo dovrebbe creare un serio imbarazzo
internazionale, anche adesso durante le trattative di Vienna cui gli
Stati Uniti sembrano tenere tanto per il rinnovo del Jcpoa, l'accordo
nucleare del 2015 per cercare, del tutto inutilmente di bloccare il
progetto della bomba iraniana. Illusione. L'Iran infatti, dopo aver
firmato l'accordo che poi il presidente Trump ha cancellato, ha
seguitato a perseguire il suo piano di diventare una potenza atomica
devota prima di tutto alla distruzione fisica di Israele e poi di tutto
l'Occidente, secondo le prove asportate in faldoni originali di migliaia
di pagine dal Mossad e anche secondo le difficoltose verifiche
dell'Aiea, l'agenzia atomica internazionale sempre impedita nei
movimenti dal regime. Intanto, al comando del generale Qasem Soleimani
guerreggiava ovunque, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza nel grande
disegno imperialista di occupazione del Medio Oriente. Ora che è stato
eliminato, il regime prosegue nel suo disegno. Così farà Raisi. [...]
Il Giornale, 13 giugno 2021
"Il nobile Bruto dice che Cesare era ambizioso", e che si dica, dice Ottaviano secondo Shakespeare. E poi si avventura nelle lodi di Cesare il cui corpo giace sul selciato di Roma, e suscita l'amore della folla. La storia ha parlato di Cesare come si meritava, protagonista della storia romana. E così sia per Netanyahu, che per fortuna, sia chiaro, sta benissimo di salute e magari tornerà ad essere Primo Ministro. Ma oggi i nobili nuovi membri del governo non solo dicono che la loro è una santa impresa di salvataggio della nazione, ma di compimento di un'opera storica indispensabile. Portano di questo una quantità di ragioni che sovrasta di gran lunga la loro non chiara prospettiva di governo: dicono che per quanto un leader possa essere prezioso in democrazia dodici anni al potere sono un'anomalia che (oltre a suscitare invidia) risulta in una diminuzione della democrazia stessa. E aggiungono proditoriamente che questo era nelle intenzioni di Netanyahu. La seconda ripetuta motivazione è che Cesare, ovvero Netanyahu, ha un carattere difficile, superbo, che non conosce remissione né scusa e non fa crescere virgulti: ed è per questo che i personaggi che oggi sono al Governo, a partire da Naftali Bennet a Yair Lapid a Yvette Lieberman a Gideon Sa ar possono tutti dire di essere stati trattati con poca giustizia e con spocchia. Ma anche Churchill non aveva un buon carattere. Questo non lo ha limitato nel salvare l'Europa da Hitler. Così sia per Cesare. Sono divenuti parte dell'insofferenza verso il leader la famiglia di Netanyahu, il carattere di sua moglie Sara e gli interventi di suo figlio Yair, ma non risulta che abbiano mai influito sulle chiara, elaborata strategia sionista del Primo Ministro.
E naturalmente si usa per lui ad abundantiam l'aggettivo "corrotto" rispetto alle tre accuse per cui oggi siede in tribunale indiziato di reato: ma si tratta secondo molti giuristi di accuse fasulle e pretestuose, come quella di aver parlato ai giornali cercando coperture positive che non ha mai ottenuto, o quella di aver ricevuto ridicoli regali in champagne contro aiuti secondari. Tuttavia Bruto è uomo d'onore.
Netanyahu tuttavia, la cui storia conosce un intervallo ma che nessuno sa come continuerà, ne fa un uomo di svolte grandiose nella storia di Israele, l'ultima delle quali, la vittoria del Paese sul Covid, è testimone di un modo di lavorare, secondo tutti i testimoni, che non conosce tregua, che va diritta allo scopo avendone individuato il principio fondamentale che in questo caso, fin dal primo giorno, sono stati i vaccini. Vaccinare tutti è stato per Netanyahu sinonimo di salvare Israele, per questo l'ha fatto meglio di tutto il mondo, e questo è il suo drive: la sua percezione, affinatasi nel tempo, che Israele è un Paese da salvare, piccolo, dai confini insicuri, dai nemici decisi, il solo Paese che tiene saldi i valori dell'Occidente figli della storia dell'ebraismo e che per questo ha bisogno di una particolare dedizione e di una determinazione che non scherza e che capisce che non c'è compromesso possibile sulla sicurezza. La prima volta che Netanyahu fu Primo Ministro nel 1996 , battendo Shimon Peres, questa determinazione appariva dura e solenne, troppo per resistere: nel tempo quindi l'ha mollificata nel comportamento, ma solidificata nei contenuti. Durante un viaggio in Argentina spiegò dove stava andando: Israele deve potersi difendere da solo, la sua tecnologia, la sua scienza non devono conoscere rivali, deve avere le armi più moderne, devi sguinzagliare le migliori intelligenze. Per fare questo occorre molto denaro, devi liberare l'economia, ridurre la burocrazia, mercati aperti e grandi rapporti internazionali.
Qui Netanyahu individua la sua strada per quella che è sempre stata la maggiore ambizione di ogni Primo Ministro, da Begin a Rabin, di destra e di sinistra: la pace. Capisce che la pace coi palestinesi si merita dei tentativi seri, come quello del congelamento delle costruzioni nella West Bank, si merita il suo discorso che impegna il Paese a "due Stati per due popoli" ma capisce anche, al contrario di Obama che cerca di imporgli quello scivoloso, inconcludente terreno delle rinunce territoriali dopo Oslo, che i palestinesi non vanno da nessuna parte perché rifiutano, nei fatti l'esistenza dello Stato ebraico.
E allora cerca un allargamento effettivo, anche per i palestinesi nel futuro, nei Patti di Abramo: la sua conquista della simpatia oggettiva di una parte dei Paesi arabi al suo progetto è basato innanzitutto sulla sua coraggiosa determinazione di opporsi persino agli Stati Uniti, ovvero a Obama, quando l'Iran diventa per loro un ingannevole interlocutore: Bibi sa che la sua scelta di parlare al congresso americano con sincerità sul pericolo iraniano è costoso e critico, ma di fatto quello gli aprirà la via verso un incredibile, fantastico allargamento di orizzonti ai Paesi islamici. Bibi facendo questo ha spinto Israele sulla strada della sua dottrina più larga, della sua prospettiva migliore: Israele è una piccola grande potenza benefica, che può aiutare il mondo dall'acqua alla lotta contro il terrorismo ai satelliti al vaccino all'high-tech alla medicina... Israele con Netanyahu è diventata indispensabile al mondo intero.
Il Giornale, 05 giugno2021
Il labirinto in cui Elisabetta Rasy ha deciso di avventurarsi con
"Le indiscrete" (pubblicato da Mondadori), ovvero le prime avventurose fotografe, è ancora più complicato di quello della sua precedente fatica sulle pittrici donne: là c'era anima, avventura, epoche, ma ciascuna storicamente conchiusa nel proprio periodo figurativo, dai caraveggeschi a Charlotte Salomon travolta nella Shoah, con l'aggiunta della complessità e della specificità femminile. Qui con le fotografe di Elisabetta, Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman, fra l'inizio e la metà del secolo scorso, ci si avventura in un groviglio temporalmente ristretto, in cui il gioco figurativo generale , compreso quello della pittura, si modifica proprio perché nuove possibilità si affacciano con le macchine fotografiche: è il mondo intero che cambia, la sua dimensione conoscitiva.
È una rivoluzione immensa, che ancora stiamo esplorando al giorno d'oggi, la rivoluzione dell'immagine. E ognuno di queste biografie quindi è un fuoco d'artificio di nomi, ambienti artistici e culturali, avventure sociali e politiche, storie d'amore. Rasy supera se stessa nel condurci per mano in un'esplosione di temi che ognuna delle protagoniste modula diversamente, ma sempre sul leitmotiv della ricerca di una se stessa nuova e rivoluzionaria tramite l'obiettivo. Rivelatrice, ideologica, oggettiva, grandiosa, microscopica: l'immagine consente a ciascuna la moltiplicazione della capacità umana di guardare, e quella al femminile lo fa partendo da un'ottica fino ad allora relegata in secondo piano, e quindi tutta da scoprire. Essa apre lo sguardo del mondo su vicende, espressioni, caratteri, angoli delle città stesse in cui viviamo, esseri umani che incontriamo ogni giorno. Le cinque donne di Elisabetta impugnano la macchina fotografica come Sherlock Holmes la lente di ingrandimento, e scoprono di tutto mentre diventano protagoniste della vicenda dell'immagine che prende possesso della realtà e la trasforma. Le donne sono per natura portate a questa scoperta perché vivendo una condizione particolare, guardando dall'angolo della loro specifica sociale e sentimentale,della loro oppressione storica, sono portate a guardare oltre la realtà evidente, quella delle convenzioni, delle apparenze, del sorriso stereotipato, per scoprire, e in questo caso far scoprire, quello che c'è dietro. E inoltre la scatola magica, pensa Rasy, è fatta per le donne: la Korona, la Graflex, all'inizio sono quasi nascoste, compagne discrete, anche per chi, come Tina Modotti, dapprima modella bellissima, può avvicinarsi a quell'oggetto prima conoscendolo solo passivamente, e poi passare all'azione.
Anche Lee Miller è una bellissima adorata che si scansa e diventa fotografa e non fotografata. Si cambia posizione con la capriola storica che è tipica delle donne all'inizio e via via lungo il secolo scorso, passando dallo stato di oggetto osservato a quello di soggetto, primo attore, e, definitivamente: artista. Le fotografe prescelte dalla Rasy sono ormai delle icone di fama e di valore mondiale: ma tutte quante, persino quando la loro vita si è disegnata nell'agio come quella della Garbus, devono percorre per arrivare a usare l'obiettivo come una lancia di luce un percorso di incertezza, sofferenza, confusione, dipendenza... insomma devono pagare per intero il prezzo di essere donna, e per due di loro nemmeno la moneta della sofferenza basterà. Diane Arbus e Francesca Woodman vengono consumate dalla loro confusione fino al suicidio dopo per altro aver raggiunto un grande successo tramite avventure mirabolanti, specie nel caso della Arbus, e si ha la stessa sensazione anche per Tina Modotti, che muore giovane in un taxy senza ragioni evidenti, come consumata da troppe avventure, troppa rivoluzione, il Messico, il comunismo, l'assassinio, i pittori muralisti come Diego Rivera, l'amore divorante e poliedrico. Anche per le altre l'apprendimento del mestiere è una questione di passione divorante, uomini, nudità, moda, e chi in un modo chi in un altro, chi nella New York più elegante, chi nella San Francisco stravagante, chi nella Parigi più chic vivono sia il sesso che la mondanità intellettuale sfrenatamente: ambedue sono elementi travolgenti nelle vite che la Rasy esplora con un affetto sconfinato fin dentro il salotto di Gertrude Stein o nello studio di man Ray, e persino con Fizgerlad e Hemingway. Il mondo si agita in attesa di ciò che verrà. Vediamo come l'immigrata sofferente e poi super emancipata Dorothea Lange affonda lo strazio del suo piede martoriato dalla polio nella camera oscura e si lancia all'avventura, gioca a una vita intensiva e stravagante di cow boy e indiani col marito western Maynard Dixon e due figli maschi nella wilderness americana, per poi finalmente imboccare la strada dell'affresco di "an american exodus" la depressione americana che il suo amore e nuovo sposo Paul Taylor classifica e nota e lei fotografa, affondando nel mondo della immensa miseria degli americani poveri e spossessati, immigrati nella loro stessa terra. Gli elettori di Trump di un tempo.
Il libro di Elisabetta Rasy ci racconta anche come le nostre fotografe siano immerse nel mondo ribollente della cultura di quegli anni, narcisistica, ribelle, spiritosa, inconsapevole dei disastri che alla fine, come nelle foto di Lee Miller, dalla moda vanno a finire nell'esperienza della tragedia ebraica, mentre la sua vita irriverente passa con stravaganza per un matrimonio in Egitto e balugina nuda nella vasca da bagno di Hitler, unica inviato donna a lato dell'esercito americano in Europa: leggere per credere. Le nostre fotografe sono una girandola di avventure, in cui alla fine si affaccia però sempre la convinzione di dover comunicare una realtà misteriosa che nessuno vede, e a cui invece è l'ora che il mondo si svegli. È per questo che Diane Arbussi avventura, nelle sue famosissime foto quadrate, ad esporre la estrema stravaganza dei diversi, tema nuovo che diventerà dominante, dai travestiti ai nani alla donna barbuta ma anche agli aspetti inaspettati dei suoi amici newyorkesi divi d'attualità come Germaine Greer o Andy Warhol, nessuno particolarmente contento di come lei li vede.
Norman Mailer ha detto che una macchina fotografica nelle mani di Diane era una bomba nelle mani di un bambino. Un complimento straordinario su quanto l'immagine possa diventare dirompente se usata da questa fotografa. Così accadde per la fotografia nelle mani delle grandi fotografe donne: una bomba di verità. A volte, difficile da sopportare.
Il Giornale, 03 giugno 2021
Gerusalemme Ce
l’ha fatta proprio in zona Cesarini, meno di un'ora prima che scadesse
l'incarico: Yair Lapid, "C'è un futuro" 13 seggi, dopo frenetiche
trattative e mille giravolte ha potuto dichiarare (così recita la
formula) che la possibilità di formare un Governo è nelle sue mani.
Alla fine la formula "chiunque fuorchè Netanyahu" ha partorito il
Governo più composito del mondo, otto Partiti che hanno combattuto già
in queste ore fino all'ultimo sgabello; partiti tutti caratterizzati da
piccole dimensioni e distanze politiche lunari. La sudata per arrivare a
un accordo è stata ammirevole, l'angoscia palpabile, il nuovo Primo
Ministro è un bravo soldato della Sayeret Matkal, l'Unità di elite,
religioso, capo del Partito chiamato "la Destra" e capeggia un Governo
in cui più della metà dei Partiti sono molto lontani dalle sue idee,
anti-West Bank, anti-religiosi, filo-palestinesi, oltre che arabi che
durante l'ultima guerra si sono sbilanciati verso Hamas.
Ma
tutti alla fine hanno firmato l'accordo. La febbre altissima si è un
po’ placata con l'aspirina dell'elezione nel pomeriggio alla Knesset del
nuovo presidente della Repubblica. E' Isaac Herzog, 61 anni, detto
Boogy, capo dell'Agenzia Ebraica, colto, di natura gentile e molto
politica, di aspetto mite ma dai pensieri netti, socialista in origine
ma certo oggi molto meno propenso alle ideologie. Ha preso 87 voti
contro i 26 che la Knesset ha dato come un mazzo di fiori di campo alla
candidata donna, Miriam Peretz, una straordinaria eroina d'Israele
immigrata dal Marocco, simbolo della storia che nasce nelle maabarot, le
misere capanne in cui i pionieri sionisti si ammassavano nel deserto
per lavorare la terra o imbracciare i fucili contro gli assalti arabi,
Madre Coraggio di due figli uccisi in guerra. Un personaggio del cui
sorriso e della cui forza Israele è sempre andata orgogliosa:ma non è
bastato di fronte all'esperienza, al savoir faire politico, alla
dinastia di Herzog, figlio di Chaim sesto presidente di Israele, nipote
di Yitzchak rabbino capo irlandese del Mandato Britannico di
Palestina...
Chi lo conosce ha sempre sentito
in lui la determinazione d'acciaio rivestita di velluto di diventare un
tronco nell'albero genealogico, che comprende anche Abba Eban, ministro
degli esteri di Golda Meir. Herzog è stato tre volte ministro e capo
del partito laburista, a volte amico a volte meno anche di Netanyahu.
Ieri mentre posavano per la foto tradizionale ha detto "Sarò presidente
con qualsiasi primo ministro…" e Bibi ridendo: "Magari rimandiamo questo
argomento a un'altra volta". Giusto: persino Yair Lapid, che avrebbe
dovuto ieri entro mezzogiorno presentare al Presidente Rivlin (ancora in
carica fino a metà luglio) il nuovo Governo e ottenere così la
possibilità di votarlo entro pochi giorni, ha dovuto rimandare
l'annuncio. E' complicato il suo patto con ben altri 7 Partiti dalla
sinistra estrema (Meretz) a Naftali Bennett , capo della "Destra" dura.
Bennet poichè si giuoca il tutto per tutto e il suo pubblico per il 61
per cento lo biasima, ha ottenuto il primo turno di due anni da Primo
Ministro, seguito da Lapid: qualsiasi cosa pur di estromettere
Netanyahu. In piccoli partiti hanno avuto praticamente un ministero a
membro del parlamento.
La porta istituzionale per
correre verso il nuovo Governo è stata aperta fino a mezzanotte, pena
il passaggio alla Knesset oppure le temute quinte elezioni in due anni.
Le ultime questioni, sulle quali naturalmente Netanyahu ha cercato di
seguitare a condurre anche la sua partita, hanno riguardato due punti di
fondo. Uno, è la richiesta di Mansour Abbas col suo partito arabo Raam
di soddisfare i suoi elettori residenti soprattutto nel Negev di
cancellare la "legge Kaminitz" che prevede che le costruzioni illegali
vengano rimosse. E' una richiesta quasi impossibile, Israele ha un
complesso e rispettato sistema legislativo, ma Abbas giuoca per sé. e
l'ha promesso ai suoi: non si sa se l'abbia ottenuto, ma certo ha
sfondato molte barriere se ha firmato.
La seconda
questione riguarda due prime donne diversissime fra di loro: la
bellissima giurista della Destra Ayelet Shaked, silenziosa sulla scelta
del suo partner politico Bennett, ma decisa a ottenere, oltre a un
ministero, anche la presidenza della commissione per l'elezione dei
giudici costituzionali, un pilastro che determina le scelte politiche
del vertice giudiziario; e la segretaria del Partito laburista Meerav
Michaeli, anche lei una superdonna, che lo vuole per sé. Le due si siano
messe d'accordo per una rotazione, prima la Shaked ma un ministero in
più alla Michaeli. Grandi premi anche a Gideon Saar, anche lui destra
che abbandona la nave come Bennet, anche lui molti ministri che
compensano lo strappo. Fortissimo anche Avigdor Lieberman, "Israele Casa
nostra", che oltre che per Netanyahu nutre una particolare avversione
per il mondo religioso terrorizzato di vedersi chiudere tutti i fondi.
Intanto un altro membro di Yemina, Nir Orbach, minaccia la defezione,
evidentemente è troppo per lui. Si apre una terribile settimana di
procedure in cui ancora sono possibili capriole e ripensamenti. Per
ora, è assente la politica, assente l'ideologia assente il futuro di
Israele, i pericoli, l'Iran, l'economia. Si sa solo che tutto è diverso
nella mente di ciascuna componente. Israele sa benissimo invece che
alla fine per vivere deve restare unita.
Il Giornale, 31 maggio 2021
Gerusalemme Bennett
l'ha ripetuto giustificando la sua scelta, come tutti si aspettavano, e
presentandola come un sacrificio politico e personale: “È per evitare
le quinte elezioni in due anni che ho accettato di far parte del
‘Governo del cambiamento’ di cui sarò il Primo Ministro, dato che
Netanyahu non ha i numeri. Ma non è vero: la destra sarebbe avuto i
numeri, ma ha fatto i capricci, si è spaccata, si è abbandonata
all'estremismo di Smotrich che ha dichiarato che con l'appoggio arabo
non avrebbe mai accettato, e poi, e soprattutto, all'ambizione personale
di Naftali Bennet, capo di Yemin, la Destra, e di Gideon Sa'ar (Likud);
e sempre a destra, anche l'odio inveterato di Lieberman ha bloccato
quella che era la scelta degli elettori. Bennett, Sa'ar, Lieberman e
anche Benny Gantz, tutti avevano un conto aperto con Netanyahu. Così
adesso Naftali Bennett il giovane, capace tecnocrate, ufficiale di
valore, critico sì, ma fino a ieri da destra, farà il Primo Ministro a
rotazione, prima di Yair Lapid. Sarà il primo anche se ha meno uomini
per il maggiore sacrificio ideologico: a lui il premio più grande, e
anche l'accusa di aver tradito e venduto tutto il suo patrimonio ideale.
La sua base ribolle, e difficilmente
accetterà che la metta in gioco col Partito Meretz, ultrapacifista e
amico di Abu Mazen, o con Yair Lapid, che non può soffrire i religiosi,
appena un pò meno di Lieberman che li vuole tutti coscritti. Ma Bennett
ha ceduto a due spinte che il suo carattere ambizioso gli ha imposto:
l'occasione unica di essere il Primo Ministro del piccolo Stato a cui il
mondo intero guarda dicendogli ogni giorno " non posso vivere né con te
né senza di te", e soprattutto, molto di più ancora,il desiderio
condiviso coi suoi partner, quale che fosse il suo colore, di far fuori
il grande l'immarcescibile migliore Primo Ministro del mondo, lo
statista che da 12 anni siede in Rehov Balfour, casa del PM,
riconosciuto come un leader storico da chi lo ama e da chi lo odia, e
che però a suo tempo l'ha praticamente licenziato e non l'ha mai tenuto
in grande considerazione. Come Sa'ar, come Lieberman, come tanti altri
che lo accusano di arroganza, noncuranza, prepotenza; a fronte di quelli
che invece lo amano e lo considerano indispensabile.
Ma
Bennett aveva promesso ai suoi elettori di non fare alleanze con Lapid,
di restare fedele al guscio della destra, che se fosse rimasto unito
era maggioritario. E' un impegno che adesso sarà difficile mantenere:
significa liberalismo economico accentuato, apparato della difesa forte e
deciso di fronte ai pericoli, fedeltà al sionismo delle origini,
compresa la questione dei territori disputati e dei cosiddetti "coloni"
di cui Bennett è stato sempre un sostenitore, tanto quanto altri membri
del nuovo governo li detestano. Ma la proposta della rotazione con Lapid
come numero uno lo aveva affascinato da tempo, e adesso vi è tornato
dopo il breve ripensamento durante le operazioni a Gaza e gli scontri
con gli arabi israeliani. Quando avranno realizzato il sogno "chiunque
fuorchè Bibi" cosa resterà a questo gruppo senza Bibi? La verità è che
Netanyahu, il cui processo sta complicandosi a suo favore dato che sta
uscendo allo scoperto la malizia con cui alcune prove a favore sono
state celate dal PM, sarà un macigno sulle spalle dei partitini al
governo lontani fra di loro e senza un leader in comune.
Netanyahu
è il Primo Ministro che parla, ascoltato, d'accordo o no, a tutto il
mondo e a tutta Israele; che tutti considerano anche per la severità nel
considerare la sicurezza di Israele e insieme per la disponibilità nel
condividerne i risultati col mondo minacciato dal terrorismo; anche
l'ascesa economica e scientifica grandiosa è frutto della sua
impostazione; è, oggi soprattutto, il leader che ha salvato con
un'azione unica, il suo Paese dalla pandemia. Perseguitato da un
giustizialismo, minimale nelle accuse e grandioso nelle aspettative di
distruggerlo, ha fronteggiato il sistema giudiziario accusandolo di
partigianeria ma senza contestarlo neppure quando si è seduto al banco
degli imputati.
Adesso come potranno Yair
Lapid, "C'è un futuro", "Blu e bianco" di Benny Gantz, "Israele casa
nostra" di Avigdor Lieberman, Gideon Sa ar con"Nuova speranza", fin qui
di destra o di centro sinistra, Meerav Michaeli, laburista, Tamar
Zandberg del partito radicale estremista, e il futuro primo ministro
con 5 o 6 seggi ( ne aveva seggi, ma un paio se ne sono andati) di
Yemina, "la Destra", parlare con una voce forte a fronte della nuova
ipotesi di accordo con l'Iran cui Joe Biden tiene moltissimo e che
Netanyahu aveva reso una battaglia principale dello Stato d'Israele? Il
recupero dell'economia dopo il Covid, l'eventuale guerra a Gaza se Hamas
dovesse attaccare di nuovo, o in Libano con gli Hezbollah, o il
rapporto con Abu Mazen, la politica verso gli insediamenti, gli Accordi
di Abramo... Sono tutti temi su cui dei partecipanti a un convegno
possono discutere a lungo, ma in Israele spesso la decisioni si prendono
al volo, pena la vita.