Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Le mille crisi di Erdogan, il sultano che vuole diventare imperatore

martedì 13 ottobre 2020 Il Giornale 0 commenti
 
Il Giornale, 13 ottobre 2020

La Oruc Reis si staglia di nuovo da ieri sulle onde del Mediterraneo Orientale vicino all'isoletta di Megisti nel Dodecaneso, Kastellorizo, Castelorosso..: per il luogotenente Montini nel film di Gabriele Salvatores "Mediterraneo", un luogo di "importanza strategica zero". Per Erdogan, un altro modo di affermare la risorgenza dell'Impero Ottomano, la irrilevanza della suddivisione ONU delle acqua territoriali del 1982 e la sua visione della "patria blu", 46.520 chilometri quadrati di Mare Nostrum che gli consentano di dominare le ricerche energetiche, annullare i patti e le conquiste di Grecia, Cipro, Israele, Egitto, e anche Italia. Di nuovo, dopo che ad agosto aveva arruffato i rapporti con la Grecia, la sagoma minacciosa della grande Oruc Reis è ricomparsa "per condurre ricerche sismiche". Ma il messaggio è di nuovo quello del dominio delle risorse energetiche, e in generale, della scelta  turca di un dominio antico che intende rinnovarsi, e non lo nasconde affatto.

Erdogan accende incendi un po’ ovunque, anche usando le armi, che sparano ormai su una diffusione geografica senza precedenti. Le mosse del leader turco sono affermative e categoriche, come quella reminiscente di ben 46 anni fa, quando espulsi i ciprioti greci dal nord dell'isola di Cipro, la Turchia lo fece suo. Rimase però una spiaggia vuota, terra di nessuno, Varosha: ed è qui che giovedì si sono visti di nuovo uomini e bandiere Turchi presentatisi al solo scopo di intimidire e minacciare ciprioti e greci, e ricordare loro l'espulsione.[...]

Diretto e «antipatico», ma Donald piace così

giovedì 8 ottobre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 08 ottobre 2020

Dice poche parole e antipatiche, fa una faccia da John Wayne, anzi no, da Clint Eastwood: "Se vuoi sparare spara, non parlare". E' la sua strategia, e ci cascano tutti. Qualche giorno fa, dopo tre notti al Walter Reed National Military Center l'ha detto addirittura al Covid, qualche giorno prima l'aveva ringhiato a Biden durante uno scontro maleducato e non moderabile, gestito con imbarazzo e fatica da Chris Wallace. E prima in modo diretto e plateale di fronte al mondo intero l'ha detto sul viso alla Cina e al suo regime invasivo e autoritario; e all'Iran di cui ha svelato la strategia imperialista; al terrorismo in tutto il mondo, specie quello dei Fratelli Musulmani; ha detto "Altolà" rivelandone le bugie anche agli intoccabili palestinesi. Con gli amici è magnanimo e largo di lodi e di doni, coi nemici accigliato e determinato alla loro totale sconfitta, salvo che accettino le sue condizioni.

Quello che esprime è certamente un carattere duro e aggressivo, e anche maleducato, ma anche quella cosa di cui buona parte del mondo sente la mancanza: determinazione, e senso di una missione che mentre lo portavano in elicottero all'ospedale, gli ha fatto dire che lui e Melania sarebbero tornati a  casa a fare l'America "Great". Si è scatenata in quei giorni una discussione furiosa sulle conseguenze elettorali del Covid del Presidente: chi puntava sull'umanità e la tenerezza americana, chi sulla sua darwiniana selettività. [...]

Israele, Emirati e Bahrein rivoluzione in Medioriente «Una nuova alba di pace»

mercoledì 16 settembre 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 16 settembre 2020

"Altri cinque Paesi presto si uniranno a questo grande slancio di pace". Saranno l'Oman? il Sudan? I loro rappresentanti erano alla cerimonia. Non si sa. Ma Trump ieri alla firma di pace è stato grandioso, ha promesso che più avanti l'Iran e finalmente anche i palestinesi capiranno che è tempo di pace e di prosperità. Vittorioso nonostante le consuete critiche, questa volta non è stato né sbruffone, né bugiardo come lo vuole la lettura classica, ha invece portato a casa, poco prima delle elezioni, un risultato impensabile, la pace fra Israele e due Paesi arabi importanti.
La firma della pace fra Israele gli Emirati e il Bahrain alla Casa Bianca sotto l'ala del presidente americano è costata uno sforzo ulteriore nella giornata di ieri dopo mesi di lavorio incessante, concessioni, rinunce, voli notturni, segreti… Quella di non darsi la mano in tempi di Corona Virus. Lo slancio entusiasta dei partecipanti, senza maschera, li ha quasi gettato li uni nella braccia degli altri diverse volte durante l'incontro sulla porta dove li attendeva il presidente americano, poi nel corso dei colloqui preventivi e infine al momento della firma. Gli accordi sono brevi, specie quello col Bahrain, ancora da definire in molte parti, ma carichi di un futuro rivoluzionario che aleggiava ieri a Washington.

La cronista, che ha visto con lacrime di gioia agli occhi anche la stretta di mano fra Rabin e Arafat sotto l'ala di Clinton (con Shimon Peres, che Rabin non voleva assolutamente portare con sé, e poi dovette arrendersi, al contrario di Bibi che ha insistito per andare da solo fino in fondo, ed è stato criticato per questo), sul prato della Casa Bianca il 13 settembre del '93, ricorda come le mani si strinsero ma tutto il linguaggio corporeo di Rabin, una persona intera e un patriota senza ombre, espresse la perplessità, il dubbio, persino la contrarietà verso il corpo fisico del nemico giurato del popolo ebraico, del terrorista armato. In effetti, dopo l'accordo di Oslo, il maggiore sforzo dei palestinesi è stato quello di negarlo tramite gli attacchi successivi. [...]

Israele, Emirati e Bahrein da Donald: la pace cambia il volto al Medioriente

martedì 15 settembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 15 settembre 2020

Chiamiamola pace, chiamiamola normalizzazione, non è molto importante: l'accordo che viene siglato oggi da Israele, Emirati, Bahrain con la mallevadoria del presidente americano segna una transizione storica che rispecchia il grande mutamento delle società arabe, travolge le vecchie dinamiche, può cambiare il mondo. C'è molta difficoltà a riconoscerla per quella che è perché Trump e Netanyahu non raccolgono i consensi della stampa internazionale, e perché i palestinesi hanno ricevuto persino un rifiuto della Lega Araba alla richiesta di condannare la pace. Ma è storia, è finalmente il ponte fra religioni monoteiste quello che vediamo oggi: Israele si integra finalmente nella narrativa positiva del luogo, fra sorrisi e strette di mano diventa uno stato mediorientale riconosciuto, viene integrato fra le dune dei deserti, le montagne, le coste mediterranee,  i boschi, le città. Gli aerei potranno volare, i cittadini viaggiare, le acque scorrere, la medicina essere condivisa con l'hi-tech e l'agricoltura.

Gli spazi geografici investiti dalla speranza del cambiamento sono vasti, il fatto che l'Arabia saudita abbia aperto lo spazio aereo accorcia la distanza fra Israele, il Mondo Arabo, l'Oriente, il resto del mondo. L'Oman manda un messaggio di soddisfazione come l'Egitto, l'Arabia Saudita è soddisfatta, il Kuwait sempre molto cauto si affaccia, perfino il Qatar, amico dell'Iran e di Hamas, gioca su due tavoli... E' una pace che cambia le carte in tavola. In lista per una prossima pace ci sono già oltre all'Arabia Saudita, l'Oman, il Marocco, e anche il Sudan, il Ciad, e persino il Kosovo, paese musulmano, vuole aprire un'ambasciata a Gerusalemme. [...]

In viaggio verso la pace Primo volo commerciale Israele-Emirati Arabi

martedì 1 settembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 01 settembre 2020

Alle 11,15 di ieri mattina il volo LY 971 dell'El Al ha intrapreso il suo volo verso il futuro, per la prima volta nella storia un aereo israeliano carico di diplomatici, businessman, giornalisti in missione si è avventurato sul giallo deserto saudita col permesso di sorvolarlo in pace. L'avventura della più grande sfida che l'uomo deve affrontare, la pace, ieri ha toccato un'altra tappa nell'avventura in cui Israele e il mondo arabo ne sono i protagonisti dei nostri tempi. E' la terza volta, dopo le paci con l'Egitto e la Giordania, che lo Stato Ebraico sormonta divieti più spessi di qualsiasi muraglia: ma sta accadendo, è accaduto, e sull''aereo che al ritorno, oggi, si chiamerà LY972 (all'andata col prefisso telefonico degli Emirati, al ritorno con quello di Israele) ieri hanno viaggiato travolti dall'emozione il direttore del ministero degli esteri Meir Ben Shabbat con i rappresentanti governativi della sicurezza, della salute, della tecnologia, e una cinquantina di uomini di affari e di scienza; e con loro, indispensabili angeli custodi dell'accordo preceduto dalla cancellazione dello storico boicottaggio, il consigliere e genero di Trump Jared Kushner, quello per i negoziati internazionali Avi Berkovitz, per gli affari iraniani Brian Hook e per la Sicurezza nazionale Robert O' Brian. L'aereo è dotato di un sistema Elbit antimissile, di cui per esempio sono in possesso i nostri C27J e C130J italiani.
 L'evidente importanza del gruppo americano, che prosegue nel suo giro mediorientale dopo avere incontrato Netanyahu a Gerusalemme (Kushner ha anche fatto una visita concentrata e intensa al Muro del Pianto)  è un segnale chiaro, alla vigilia delle elezioni del 3 novembre dell'importanza che Trump attribuisce all'accordo "Abraham" come è stato chiamato, alla sua capacità di spostare l'opinione pubblica americana dall'idea che i nemici di Trump hanno suggerito da sempre, ovvero che abbia reso il mondo un luogo più pericoloso a quella che sia finalmente il presidente che porta la pace in un Medio Oriente certo non perfetto, ma migliorato.[...]

Pace Israele-Emirati, effetto domino nel Golfo. Ira Erdogan: «Traditori»

sabato 15 agosto 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 15 agosto 2020

Sembra davvero difficile, per alcuni, sopportare la pace, ma eccola qua: per la terza volta dall'inizio della storia di Israele essa si ripresenta nonostante i "No" infiniti da cui è stata sommersa senza riguardo per le offerte, per la sofferenza, per la miseria. L'accordo Israele-Emirati, promette acqua, tecnologia, energia, eppure si stanno già disegnando due eserciti, uno a favore l'altro contro, che si combattono, l'uno per farlo avanzare e l'altro per contrastarlo nascondendosi dietro il consueto scudo della "causa palestinese".

La quale, invece, tanto è stata guardata con rispetto anche stavolta che la condizione per il patto fra il principe Bin Zayed, Netanyahu e Trump come mallevadore, è la messa da una parte dell' "accordo del secolo" cui l'amministrazione Trump aveva lavorato concludendo che i palestinesi avrebbero avuto il 70 per cento della zona Ce Israele il 30 inclusa la Valle del Giordano sotto la propria sovranità.

La pace si è conclusa rinunciando al piano, e tuttavia i palestinesi la dichiarano un tradimento, un abbandono arabo, decidendo così che le uniche condizioni valide sono le loro, per tutti. L'esercito del passato, dello scontro senza fine, fa accoliti e da ieri uno dei suoi capi è, inopinatamente, Erdogan, che, con l'Iran testa a testa, l'uno sunnita e l'altro sciita, combatte per la primogenitura nella leadership dell'Islam puntando sull'odio per Israele.

Erdogan ha annunciato che riporterà a casa il sui ambasciatore per fare un dispetto a Bin Zayed; mentre il gentile Mohammad Javad Zarif, ministro degli esteri iraniano, accusa gli arabi di abbandonare la causa palestinese a favore di un regime inqualificabile come quello Israeliano, dice lui che ha l'esercito in guerra per tutto il Medio Oriente e a casa un regime vero, che perseguita i dissidenti e impicca gli omosessuali. La reazione dell'Unione Europea per bocca del commissario Borrell, e tiepidina: "Qualsiasi passo" è benvenuto quando si parla di pace, purché poi si vada a due stati per due popoli. In realtà Bin Zayed ha già scritto nell'accordo stesso che si tratta di una road map che avrà il suo compimento quando si verrà incontro alle esigenze dei palestinesi. Ma è così innovativo e coraggioso che  un accordo intanto sia  stato firmato.

Ed è la prima volta che questo avviene nella prospettiva di una pace generale, e se Biden venisse eletto, non potrà ignorare che il quadro geopolitico ha adesso una componente araba amica di Israele, in ampliamento e molto contraria all'Iran Adesso è molto evidente che la nuova situazione mediorientale disegna due blocchi, di cui uno ha finalmente inglobato il concetto che Israele lungi da essere un danno porta frutti positivi. Chi fa parte di questo schieramento?  L'Egitto, che si è congratulato, il Bahrain e l'Oman che si dice siano i prossimi nella lista, e anche il Marocco vi figura. La pace che vuole essere buona è' una grande rivoluzione. La strada per raggiungerla era stata contrassegnata da tre "No" giganteschi sin dal 1947, no alla pace al riconoscimento, ai negoziati. I Paesi arabi l'avevano scelta come bandiera di unità. [...]

Nell'accordo Israele-Emirati è Trump a vincere. Adesso anche i palestinesi si arrendano al futuro

venerdì 14 agosto 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 14 agosto 2020

C'è una parola magica per tutti sin dalla nascita dello Stato d'Israele. Ai tempi degli accordi di Oslo inondava i teleschermo di immagini affettuose persino della faccia del suo peggiore odiatore, Arafat. La parola magica, pace, ieri Netanyahu l'ha ripetuta decine di volte parlando della svolta storica della pace con gli Emirati, ha detto che essa costruirà un Medio Oriente migliore, più ricco, più equilibrato, e ha anche voluto con questo sottolineare che chi riesce a raggiungerla, come Begin con l'Egitto nel '79 e Rabin con re Hussein di Giordania nel ‘94, entra nel libro d'oro della storia.

E' il suo turno, ha detto, e l'ha rivendicato con passione: "Vera pace, pace senza condizioni". Ovvero, l'accento cade sul riconoscimento non di rivendicazioni palestinesi, ma del riconoscimento, in Medio Oriente, da parte del mondo arabo, che vale la pena di riconoscere Israele, di farci la pace per motivi relativi alla sua stessa natura, alla sua strategia, all'economia, alla cultura, alla sua forza, alla guerra contro il terrorismo. "Gli Emirati Arabi hanno fatto fiorire il deserto, come noi". I teleschermi a Gerusalemme  mostrano le immagini futuristiche dei grattacieli meravigliosi degli Emirati, la gente può ricominciare a sognare qualcosa di bello, di buono, la pace finalmente.  I volti di Netanyahu, dello sceicco Mohammed Bin Zayed e di Donald Trump appaiono soddisfatti: il più ammirevole è Bin Zayed, perché il mondo arabo dal 1948 non ha fatto che accanirsi contro l'esistenza stessa di Israele e gli Emirati, sempre un passo avanti nell'innovazione, stavolta staccano la storia. [...]

Guerriglia a Beirut: assalto al palazzo e ucciso un militare «Sarà rivoluzione»

domenica 9 agosto 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 09 agosto 2020

"Dov'è mio figlio? Avete seppellito il mio ragazzo". Ci può essere un grido di orrore e di protesta più cocente di quello di una madre orbata? La sua voce, fra mille grida di rabbia, di furia, di disperazione, si è udita ieri nella Piazza dei Martiri di Beirut. La gente della capitale del Libano straziata, piangendo i suoi 158 morti e i suoi 5000 feriti, si è riversata nelle strade e ha gridato il suo definitivo rifiuto verso la classe dirigente corrotta e incapace che ha reso il Paese misero, corrotto e ora ferito a morte. Ci sono state lacrimogeni, botte, ancora sangue per impedire ai manifestanti di raggiungere il Parlamento, gli slogan dicevano "andatevene, siete voi gli assassini", "il popolo chiede la caduta del regime", "vogliamo un futuro di dignità". Le forze speciali dell'esercito si sono schierate davanti alla sede degli Hezbollah.

L'aria della città è diventata irrespirabile, la folla ha occupato l'entrata del Ministero degli Esteri. Il presidente Michel Aoun e Hassan Nasrallah sono stati impiccati in effige dalla folla: la gente che ha un'esperienza bruciante di quanto il puzzo della dinamite e la paura del domani abbiano a che fare con gli Hezbollah e il loro sciagurato dominio del Paese. Hanno visto attentati che hanno fatto centinaia di morti, quello anti-americano e anti-francese dell'83, quello che ha ucciso Rafik Hariri nel 2005. Nasrallah è nell'occhio del ciclone: il capo degli Hezbollah, l'organizzazione sciita, partito e gruppo terrorista, che controlla a forza quasi tutta la leadership del Paese incluso l'esercito, venerdì ha tenuto un discorso in cui negava ogni nesso con l'esplosione e minacciava velatamente chi avesse intenzione di mettere sotto accusa"la resistenza" ovvero il suo gruppo armato fino ai denti, e dunque il suo potente sponsor, il regime iraniano degli Ayatollah. Il discorso denunciava tuttavia la evidente crisi che adesso, per gli Hezbollah potrebbe trasformarsi in un disastro storico. Ma che, invece, alternativamente, per Nasrallah potrebbe essere un'opportunità.

Da una parte, verrà riconosciuta agli Hezbollah una responsabilità diretta o indiretta? Dalle analisi più quotate appare sempre più chiaro che non funziona la narrativa di Aoun di un vecchio accumulo di materiali infiammabili lasciato deteriorare al molo 12 dai tempi di Rafik Hariri (il Primo Ministro che sembra sia stato eliminato in città con mille chili di tritolo dagli Hezbollah); che invece quel molo e altri servivano per il rifornimento di armi che l'Iran destina a Hezbollah; che il nitrato di ammonio può arrivare a livelli di esplosione così giganteschi solo se vicino a munizioni e a carburante per missili. [...]

L'aiuto di Israele è segno di pace. Col gran rifiuto degli Hezbollah

venerdì 7 agosto 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 07 agosto 2020

Beirut soffre oltre il sopportabile, ed è logico che il suo vicino più prossimo, Israele, offra aiuto al Libano: ci sono bambini e donne fra le persone uccise nell'esplosione del porto, genitori, figli, nonni scomparsi, case distrutte per sempre. Migliaia di feriti hanno bisogno di essere trattati da medici e infermieri che abbiano a disposizione le strutture più moderne, le medicine più aggiornate, fuori dall'assembramento dei 5000 feriti che assediano gli ospedali di Beirut. Ed è suonato subito molto sensato che il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai abbia illuminato la facciata del Comune con i colori della bandiera libanese e abbia detto: "I nostri cuori sono col popolo libanese che soffre per il terribile disastro che lo ha colpito". Generoso? No, solo umano e anche logico: come anche che lo Stato Ebraico abbia offerto i suoi ospedali e i suoi medici e infermieri, poiché Israele ha una tradizione di aiuto organizzato che salva anche i più disperati della terra, li estrae dai terremoti e dai bombardamenti, li porta per operazioni magistrali nei suoi ospedali.

Così ha fatto con i feriti della guerra siriana: abbiamo visto volti interi ricostruiti dal bisturi, persone recuperate nottetempo di là dal confine che poi per mesi negli ospedali israeliani, hanno avuto la faccia e il corpo ricostruiti prima di tornare a casa. Ma il Libano ha rifiutato l'invito di Israele, da Paese in guerra che in guerra non è più da tempo: gli Hezbollah lo sono. La logica non è la sua, non quella di un Paese pluralistico in cui tante religioni dovrebbero convivere,   ma  ai loro occhi farsi aiutare dai sionisti, è più di un peccato mortale. Per gli sciiti Hezbollah, il "partito di Dio", che dominano il parlamento e il governo con la forza ormai dal 1982, che hanno impedito una pace che finalmente raggiunta e riconosciuta dall'ONU 20 anni fa. [...]

«I silos di nitrato sono la nostra bomba atomica». Le (vecchie) minacce di Nasrallah mettono i brividi

giovedì 6 agosto 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 06 agosto 2020


La ferita è gigantesca, le foto aeree mostrano un cratere di cui il pianeta stesso porterà la ferita per secoli; la scossa è stata udita fino a Cipro e in Israele. La struttura stessa del Libano come lo abbiamo conosciuto è in discussione, e il Paese già avvilito e impoverito dalla miseria e dalla morsa implacabile degli Hezbollah, in questo momento ha bisogno solo di solidarietà e di aiuto. Hezbollah, secondo molti giornali arabi, sembra abbia cercato di presidiare e gestire le rovine del porto di Beirut da subito dopo la scoppio. Ma limitiamoci alle cronache. Nasrallah nel passato ha minacciato di distruggere Israele con un'esplosione massiccia nel porto di Haifa, usando i grandi container di ammonio. Abbiamo una bomba atomica, ha detto con strano senso dell'ironia. Il nitrato di ammonio dal 2009 è stato acquistato attraverso la Siria, e Hezbollah  ha cercato di dominare il Ministero dell'Agricoltura, dato che si tratta di materiale agricolo, per gestire il materiale altamente esplosivo.

Ridendo il 16 febbraio 2016 Nasrallah disse "al porto di Haifa (in Israele ndr) ci sono 15mila tonnellate di gas che esplodendo provocherebbe la morte di decine di migliaia di persone e ne colpirebbe 800mila. Non è una esagerazione dire” -aggiunse- “che abbiamo una bomba atomica" . Ci sono molti altri esempi di come Hezbollah si sia figurato l'accumulo di gas e ammonio come arma di distruzione di massa. Inoltre è noto che le 2750 tonnellate di nitrato di ammonio del molo 12 hanno provocato lo scoppio, e che ormai da molto tempo le denunce internazionali e anche i vani tentativi locali di frenare le frenetiche attività bellicistiche degli Hezbollah avevano denunciato il fatto che gli Hezbollah e le Forze Quds iraniane avevano allungato le mani sul porto della capitale libanese, facendone un centro di traffico di armi e materiali bellici iraniani, e anche molte compagnie commerciali europee lo hanno usato per consegnare agli Hezbollah armi o materiali a doppio uso. [...]
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