Il Giornale
Così zia Rirì ha raggiunto il suo Nedo
mercoledì 10 febbraio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 10 febbraio 2021
La
Rirì ci ha lasciato. Rina Fiano, madre di Enzo, Andrea, Emanuele, i
nostri cugini; la zia Rirì, mia, della Susanna e della Simona, sorella
della nostra mamma Wanda Lattes Nirenstein. Ci ha lasciato per volare
via insieme a Nedo, dopo che lui ci se n'era andato da appena due mesi.
Era logico, era necessario. Come poteva consentire che andasse tanto
lontano senza di lei, dopo 70 anni in cui l' ha accompagnato e anche
guidato per mano sulla strada in cui ha potuto conoscere di nuovo
l'amore e la vita dopo Auschwitz? Quando nel 1948 si sposarono, lui
era tornato vivo per miracolo dopo che la sua famiglia era stata
sterminata, il bicchiere rituale rotto sotto la chuppà nel Tempio di
Firenze aveva un contenuto così carico di significati che chiunque ne
sarebbe stato atterrito. Non la bellissima sposa bruna, diciottenne.
Con il paraocchi contro Israele
lunedì 8 febbraio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 08 febbraio 2021
E’ un brutto segno dei tempi che l'Icc, la Corte penale internazionale, che avrebbe moltissimo lavoro da fare con i siriani, iraniani e chiunque compia veri, sistematici crimini di guerra, abbia invece impiegato tre dei suoi giudici per riconsegnare, dopo una valutazione professionale, nelle poco amichevoli mani della signora Fatou Ben Souda capo pubblico ministero, la giurisdizione territoriale della Corte nei confronti di Israele, palestinesi, Gaza. Cosa vuol dire questo? Che se la signora deciderà di servirsi della decisione, qualsiasi israeliano membro del governo, del sistema giudiziario, dell'esercito, qualsiasi soldato che abbia partecipato alle guerre di Gaza potrà essere arrestato e inquisito, per esempio in Italia, e portato in processo come criminale di guerra. Anche chi vive nei Territori, persino nella zona C che secondo gli accordi di Oslo è riconosciuta come totalmente nella giurisdizione israeliana sarà un sospetto criminale, e così in tutti i territori che la maggioranza dei giuristi ormai definisce, in base alle risoluzioni dell'Onu, territori disputati, potranno essere processati come Saddam Hussein, come i responsabili dei grandi criminali della Cambogia, del Rwanda, del Darfur. Se la Ben Souda, che fra l'altro sta per andare in pensione, accetta il verdetto farà la gioia dei palestinesi e non solo: gioiranno gli iraniani, i turchi, gli Hezbollah, tutte le organizzazioni terroriste del mondo devote alla guerra a Israele; si sentiranno rattristati e infastiditi i Paesi Arabi che hanno appena siglato la pace di Abramo; e soprattutto avrà una bella spinta in avanti il movimento di boicottaggio Bds e tutte le ideologie di destra e di sinistra antisemite, che ultimamente vanno forte. Netanyahu ha semplicemente spiegato che Israele non si arrenderà e che «quando si decide di attaccare Israele per falsi crimini di guerra, questo è puro antisemitismo». [...]
Israele si avvicina all'immunità di gregge col record di immunizzati (e di lockdown)
venerdì 5 febbraio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 febbraio 2021
Israele
non è soltanto il Paese che ha il maggiore numero di vaccinati al mondo
e quello ha avuto il maggior numero di lockdown (tre): non sono due
dati in contraddizione. E anche il Paese che ha avuto il coraggio e la
severità di smontare qualsiasi pensiero ottimista, che ha intrapreso la
battaglia contro il Covid come uno scontro fatale, per la vita: uno di
quelli cui Israele è stato abituato sin dalla sua nascita. La crisi è
costata 4.864 morti, tanti per un Paese di 9 milioni di persone, e
72mila infettati. I malati gravi sono circa 300, in diminuzione da
quando le vaccinazione sono schizzate in alto, ma sempre troppi e le
critiche al governo non mancano. Fa parte della vicenda del coronavirus:
una pioggia di accuse alla classe dirigente. Ma non c'è dubbio: è stato
a causa della durezza con cui il virus è stato affrontato da un Paese,
da un popolo, da un primo ministro, Netanyahu, avvezzi a difendersi da
pericoli mortali che Israele è diventato il numero uno nel mondo della
lotta contro il Covid; è per questo che i miei amici dall'Italia
chiedono se per caso c'è una norma per cui si possa venire a vaccinarsi a
Gerusalemme o a Tel Aviv.
Perché noi ebrei non vogliamo essere vittime
mercoledì 27 gennaio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 27 gennaio 2021
Quando Elie Wiesel scrisse le sue prime memorie di Buchenwald, le scrisse in Yiddish nel 1954 su una nave che lo portava dall'Europa al Brasile. Più avanti, riscrivendole in francese, Wiesel scelse un tono molto più pacato ancorché disperato, abbandonando la parte più rabbiosa, che vuole ricordare ma anche vendicarsi. Una scelta più volte elaborata dai sopravvissuti alla «morte assoluta», ma poi smussata nella scelta di una memoria collettiva tendente al perdono, decisamente orientata al recupero della vita e dell'ottimismo per il popolo ebraico. Ogni memoria della Shoah porta con sé mille punti di domanda, e tutti conturbanti e anche imbarazzanti. Quanto più le memorie sono realistiche, vive, disegnate, quanto più ci folgora l'inafferrabilità del significato a meno di accettare inutili semplificazioni retoriche. Inutili, perché, come si vede per esempio nel recente blood libel sulle accuse agli ebrei per il Covid (lo hanno diffuso o non hanno permesso ai palestinesi di vaccinarsi, roba da Der Stürmer, con tanto di vignette), non servono a evitare che l'Idra dell'antisemitismo seguiti a dimenare la sua rivoltante testa. Noi, figli e nipoti di sopravvissuti (mio zio Nedo Fiano alla cui eroica determinazione alla memoria va tutto il mio amore, e mio padre Alberto Nirenstein, storico della Shoah, che ha scelto di testimoniare per gli assassinati coi suoi libri senza un attimo di tregua), restiamo soli ogni giorno di più. Loro porgevano come un fiore rosso la loro vita, noi dobbiamo inventarci come non farlo appassire. Mi dispiace proporre qui, ma lo faccio per capire bene, il discorso di Himmler pronunciato davanti ai Reichsleiter e ai Gauleiter a Poisen, il 6 ottobre 1943, citato da Annette Wieviorka ne L'era del testimone: «Vi prego di ascoltare e di non far parola... ci si pose la domanda che ne facciamo delle donne e dei bambini? Anche in questo caso mi decisi per una soluzione chiara. Non ritenni giusto sterminare gli uomini - diciamo uccidere e farli uccidere - e lasciar crescere i bambini che potranno vendicarsi dei nostri figli e nipoti. Così si dovette prendere la difficile decisione di far scomparire questo popolo dalla terra... la questione ebraica sarà regolata entro la fine di quest'anno... in un lontano futuro potremo porci il problema se dire qualcosa di tutto ciò al popolo tedesco... assumiamo la responsabilità portando questo segreto con noi nella tomba». Nella decisione quintessenziale che rappresenta tutta la Shoah, quella di ammazzare tutti i bambini ebrei, è inclusa, esplicita, la decisione di cancellare la memoria. «In un lontano futuro vedremo... porteremo questo segreto nella tomba». [...]
Ritorno alla libertà. Lo stress post traumatico dopo la guerra al Covid
sabato 23 gennaio 2021 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 23 gennaio 2021
Il Covid lascerà il suo segna post traumatico ovunque, in ogni angolo di mondo: dove io mi trovo ci siamo quasi. Mentre scrivo sento un piccolo dolore al braccio sinistro perché solo sabato sera ho ricevuto la seconda iniezione del vaccino Pfizer. Desidero questo dolore, lo percepisco con soddisfazione, è il segno della libertà, anelo alla mia «patente verde» per potere viaggiare, venire in Italia, tornare a essere libera... Ma sarò un'altra persona in un'altra società: il post trauma porta con sé conseguenze politico-culturali e mutazioni sociali. La perdita della libertà di andare e fare quel che si vuole, e quindi l'ubbidienza alle regole, l'obbligo a una vita in spazi chiusi, il senso di vertigine davanti a metropoli con le piazze e le strade vuote, saranno a lungo con noi. Sarà con noi il dolore, sconosciuto nella nostra epoca se non nelle società in guerra come Israele, della morte collettiva, a centinaia, a migliaia: d'un tratto, per la prima volta dalla guerra, amici o persone conosciute se ne sono andate tutte insieme, soffrendo. La sofferenza e la scomparsa di vecchi genitori fino a ieri protettivi, la novità assoluta della solitudine nel momento della morte, non sono più un film, né lo è la perdita del lavoro, del tuo negozio, del tuo ufficio, della scuola dei ragazzi. Sarà con noi ciò che rende la guerra così temibile: non sai che cosa ti può accadere fra un minuto, o domani, o mai. Un attimo dopo il tampone negativo, puoi già essere di nuovo infettato.[...]
Patti di Abramo a rischio. E ora torna in gioco l'Iran
venerdì 22 gennaio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 22 gennaio 2021
Alla
fine in Medio Oriente il nome del gioco per John Biden si scrive con la
maiuscola: Iran. In movimento, c'è un grande, bellissimo nuovo gioco
che si chiama «Patti di Abramo», ma ce riè uno vecchio e difficile che
Biden ha promesso di affrontare di nuovo. Non è in ballo Israele, ma una
collana di Paesi che rifiutano l'arma nucleare, i missili balistici, le
molteplici attività belliche e terroristiche iraniani nella zona: Biden
sa bene che alcuni Stati musulmani e in genere sunniti alleati degli
Usa hanno costruito un inusitato, nuovissimo rapporto di pace con
Israele, ma non soltanto. Sono grandi gruppi etnici come i curdi, masse
di diseredati in Siria, in Libia, in Yemen. Dalla parte opposta, i
palestinesi si aspettano una spinta fondamentale da Biden perchè la loro
palla torni a correre sul campo, e l'Iran è loro amico. E un intero
sistema di potere e di forza scardinato da Trump che chiede di essere
reinstaurato, e sarebbe un disastro. Ma Biden non è Obama, anche se il
suo primo scopo è negare vigorosamente le politiche di Trump. Chi è il
nuovo presidente? Biden si definisce «un sionista», ha incontrato tutti i
primi ministri Israeliani, a Bibi ha detto: «Non siamo d'accordo, ma ti
voglio bene». [...]
La purga contro i conservatori
mercoledì 13 gennaio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 13 gennaio 2021
"Questo finale rovina tutta la storia di una presidenza diffamata per anni". Intervista a David Wurmser
venerdì 8 gennaio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 08 gennaio 2021
Seduti
uno di qua e uno di là dall'Oceano, da Washington e da Gerusalemme,
contempliamo con la testa fra le mani, insieme a David Wurmser, il
disastro di Capitol Hill, la parabola del presidente che ha trasformato
la conclusione del suo mandato in un circo di leoni impazziti. David è
uno dei migliori intellettuali conservatori degli Stati Uniti, è stato
consigliere speciale al Dipartimento di Stato di John Bolton, e prima di
Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, membro dell'American
Enterprise Institute.
Cos'è successo a Capitol Hill? «E successo un disastro. Tutta la storia della presidenza Trump sarà ricordata soprattutto per questa conclusione, e la sua memoria ne sarà interamente compromessa».
Le critiche a Trump erano già insistenti, asfissianti... «Di più, ed è stata proprio la persecuzione totalizzante del personaggio e dei suoi che ha portato al discorso scandaloso di due giorni fa. Trump è stato sempre un'antenna dello stato d'animo della sua folla, non di violenti, ma di cittadini su cui il fatto di non essere di sinistra è diventato un'accusa di essere una sorta di "nazisti". Una parola che non ammette replica, perché implica storicamente la sua totale indecenza. Trump e la sua gente in questi anni sono stati bombardati da accuse di ignominia: ci sono stati licenziamenti, fratture familiari, messe al bando di vecchi amici, odio, disgusto e shaming sui media, attacchi fisici al ristorante, per la strada ai trumpiani. La legittimazione appartiene a gruppi che per altro negli ultimi 8 mesi hanno distrutto migliaia di negozi, ferito cittadini, sparato ai poliziotti...». [...]
L'Iran minaccia vendetta per il generale Soleimani. Trump pronto alla guerra
sabato 2 gennaio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 02 gennaio 2021
La
tradizionale festa di capodanno al «Mar a Lago club», in Florida, si è
svolta senza Donald Trump. Col suo stile da D'Artagnan che non chiede il
permesso a nessuno, un giorno prima del previsto il Presidente che
lascia la Casa Bianca il 20 di questo mese per passarla a Joe Biden, ha
abbandonato gli amici e se ne è tornato a Washington. Nessuno sa perché,
ma quando si parla di Trump si parla sempre di svolte fatali, di gesti
super grandiosi e, naturalmente, super discutibili, specie ora che Biden
poi se li dovrebbe buscare. La chiacchiera del villaggio internazionale
è molto drammatica e riguarda una possibile guerra con l'Iran. Domani, 3
gennaio, ricorre l'anniversario dell'eliminazione di Qassem Soleimani:
il generale, rappresentato su tutti i muri di Teheran e ovunque
allignino i suoi ammiratori, da Hamas a Gaza, al Libano degli hezbollah,
allo Yemen dei Houty, all'Irak delle varie milizie sciite, è una delle
proclamazioni continue, da un anno, della volontà di una vendetta
terribile che deve investire gli Stati Uniti e Israele. Il rumore di
questa intenzione è diventato un tuono col trascorrere degli ultimi
giorni: Nasrallah ha tenuto un discorso furioso, Hamas ha voluto
dimostrare con un drill militare senza precedenti e con un bombardamento
a Sderot di essere pronto alla guerra. Infine ieri Teheran ha ribadito i
propositi di vendetta per l'uccisione di Soleimani: i suoi killer «non
saranno al sicuro sulla Terra», ha assicurato il capo dell'autorità
giudiziaria della Repubblica islamica, Ebrahim Raisi, sottolineando che
neanche il presidente Trump, che ordinò l'attacco con un drone, è
«immune dalla giustizia». [...]
Quell'ago gelido che ci ridà la libertà
lunedì 28 dicembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 dicembre 2020
E’
come entrare in un mondo diverso quando l'ago finalmente inietta
veloce, una saetta, quella fialetta trasparente: quanto è benedetta,
quanto è gelata, e quanta sete ne ha il mondo. L'ingresso della piccola
clinica di zona gestita da una delle compagnie di assicurazione medica
semipubbliche in cui è suddivisa la sanità israeliana, sabato sera era
pieno di gente come me, over 60, più qualche giovane speranzoso. Molti
con l'appuntamento, molti con la speranza di chiudere subito, adesso
questo maledetto capitolo del Covid. Quasi tutta Israele desidera
sperimentare subito il miracolo della scienza, e da ieri la richiesta ha
creato una folla fitta sulle porte dei centri della distribuzione,
nonostante la data e gli orari vengano distribuiti per telefono: ma se
si libera un posto, la parola d'ordine è vaccinare il più possibile.
Fare entrare quanti lo desiderano, se si può. E già si vaccinano quasi
200mila persone al giorno, 300 mila circa sono già state vaccinate.
Netanyahu, molto fiero, ha detto che se l'obiettivo di 150mila al giorno
viene raggiunto in 30 giorni sarebbero 4 milioni e mezzo le persone
vaccinate, tutte quelle a rischio e gli anziani, (ieri si sono
intraprese le case di riposo). [...]
