Il Giornale
Lapid, Bennett e Abbas: nuovo governo d'Israele Senza Bibi, con gli arabi
giovedì 3 giugno 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 giugno 2021
Gerusalemme Ce
l’ha fatta proprio in zona Cesarini, meno di un'ora prima che scadesse
l'incarico: Yair Lapid, "C'è un futuro" 13 seggi, dopo frenetiche
trattative e mille giravolte ha potuto dichiarare (così recita la
formula) che la possibilità di formare un Governo è nelle sue mani.
Alla fine la formula "chiunque fuorchè Netanyahu" ha partorito il
Governo più composito del mondo, otto Partiti che hanno combattuto già
in queste ore fino all'ultimo sgabello; partiti tutti caratterizzati da
piccole dimensioni e distanze politiche lunari. La sudata per arrivare a
un accordo è stata ammirevole, l'angoscia palpabile, il nuovo Primo
Ministro è un bravo soldato della Sayeret Matkal, l'Unità di elite,
religioso, capo del Partito chiamato "la Destra" e capeggia un Governo
in cui più della metà dei Partiti sono molto lontani dalle sue idee,
anti-West Bank, anti-religiosi, filo-palestinesi, oltre che arabi che
durante l'ultima guerra si sono sbilanciati verso Hamas.
Ma
tutti alla fine hanno firmato l'accordo. La febbre altissima si è un
po’ placata con l'aspirina dell'elezione nel pomeriggio alla Knesset del
nuovo presidente della Repubblica. E' Isaac Herzog, 61 anni, detto
Boogy, capo dell'Agenzia Ebraica, colto, di natura gentile e molto
politica, di aspetto mite ma dai pensieri netti, socialista in origine
ma certo oggi molto meno propenso alle ideologie. Ha preso 87 voti
contro i 26 che la Knesset ha dato come un mazzo di fiori di campo alla
candidata donna, Miriam Peretz, una straordinaria eroina d'Israele
immigrata dal Marocco, simbolo della storia che nasce nelle maabarot, le
misere capanne in cui i pionieri sionisti si ammassavano nel deserto
per lavorare la terra o imbracciare i fucili contro gli assalti arabi,
Madre Coraggio di due figli uccisi in guerra. Un personaggio del cui
sorriso e della cui forza Israele è sempre andata orgogliosa:ma non è
bastato di fronte all'esperienza, al savoir faire politico, alla
dinastia di Herzog, figlio di Chaim sesto presidente di Israele, nipote
di Yitzchak rabbino capo irlandese del Mandato Britannico di
Palestina...
Chi lo conosce ha sempre sentito
in lui la determinazione d'acciaio rivestita di velluto di diventare un
tronco nell'albero genealogico, che comprende anche Abba Eban, ministro
degli esteri di Golda Meir. Herzog è stato tre volte ministro e capo
del partito laburista, a volte amico a volte meno anche di Netanyahu.
Ieri mentre posavano per la foto tradizionale ha detto "Sarò presidente
con qualsiasi primo ministro…" e Bibi ridendo: "Magari rimandiamo questo
argomento a un'altra volta". Giusto: persino Yair Lapid, che avrebbe
dovuto ieri entro mezzogiorno presentare al Presidente Rivlin (ancora in
carica fino a metà luglio) il nuovo Governo e ottenere così la
possibilità di votarlo entro pochi giorni, ha dovuto rimandare
l'annuncio. E' complicato il suo patto con ben altri 7 Partiti dalla
sinistra estrema (Meretz) a Naftali Bennett , capo della "Destra" dura.
Bennet poichè si giuoca il tutto per tutto e il suo pubblico per il 61
per cento lo biasima, ha ottenuto il primo turno di due anni da Primo
Ministro, seguito da Lapid: qualsiasi cosa pur di estromettere
Netanyahu. In piccoli partiti hanno avuto praticamente un ministero a
membro del parlamento.
La porta istituzionale per
correre verso il nuovo Governo è stata aperta fino a mezzanotte, pena
il passaggio alla Knesset oppure le temute quinte elezioni in due anni.
Le ultime questioni, sulle quali naturalmente Netanyahu ha cercato di
seguitare a condurre anche la sua partita, hanno riguardato due punti di
fondo. Uno, è la richiesta di Mansour Abbas col suo partito arabo Raam
di soddisfare i suoi elettori residenti soprattutto nel Negev di
cancellare la "legge Kaminitz" che prevede che le costruzioni illegali
vengano rimosse. E' una richiesta quasi impossibile, Israele ha un
complesso e rispettato sistema legislativo, ma Abbas giuoca per sé. e
l'ha promesso ai suoi: non si sa se l'abbia ottenuto, ma certo ha
sfondato molte barriere se ha firmato.
La seconda questione riguarda due prime donne diversissime fra di loro: la bellissima giurista della Destra Ayelet Shaked, silenziosa sulla scelta del suo partner politico Bennett, ma decisa a ottenere, oltre a un ministero, anche la presidenza della commissione per l'elezione dei giudici costituzionali, un pilastro che determina le scelte politiche del vertice giudiziario; e la segretaria del Partito laburista Meerav Michaeli, anche lei una superdonna, che lo vuole per sé. Le due si siano messe d'accordo per una rotazione, prima la Shaked ma un ministero in più alla Michaeli. Grandi premi anche a Gideon Saar, anche lui destra che abbandona la nave come Bennet, anche lui molti ministri che compensano lo strappo. Fortissimo anche Avigdor Lieberman, "Israele Casa nostra", che oltre che per Netanyahu nutre una particolare avversione per il mondo religioso terrorizzato di vedersi chiudere tutti i fondi. Intanto un altro membro di Yemina, Nir Orbach, minaccia la defezione, evidentemente è troppo per lui. Si apre una terribile settimana di procedure in cui ancora sono possibili capriole e ripensamenti. Per ora, è assente la politica, assente l'ideologia assente il futuro di Israele, i pericoli, l'Iran, l'economia. Si sa solo che tutto è diverso nella mente di ciascuna componente. Israele sa benissimo invece che alla fine per vivere deve restare unita.
La congiura degli (dis)eguali Uniti solo dall'odio verso Bibi
lunedì 31 maggio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 31 maggio 2021
Gerusalemme Bennett
l'ha ripetuto giustificando la sua scelta, come tutti si aspettavano, e
presentandola come un sacrificio politico e personale: “È per evitare
le quinte elezioni in due anni che ho accettato di far parte del
‘Governo del cambiamento’ di cui sarò il Primo Ministro, dato che
Netanyahu non ha i numeri. Ma non è vero: la destra sarebbe avuto i
numeri, ma ha fatto i capricci, si è spaccata, si è abbandonata
all'estremismo di Smotrich che ha dichiarato che con l'appoggio arabo
non avrebbe mai accettato, e poi, e soprattutto, all'ambizione personale
di Naftali Bennet, capo di Yemin, la Destra, e di Gideon Sa'ar (Likud);
e sempre a destra, anche l'odio inveterato di Lieberman ha bloccato
quella che era la scelta degli elettori. Bennett, Sa'ar, Lieberman e
anche Benny Gantz, tutti avevano un conto aperto con Netanyahu. Così
adesso Naftali Bennett il giovane, capace tecnocrate, ufficiale di
valore, critico sì, ma fino a ieri da destra, farà il Primo Ministro a
rotazione, prima di Yair Lapid. Sarà il primo anche se ha meno uomini
per il maggiore sacrificio ideologico: a lui il premio più grande, e
anche l'accusa di aver tradito e venduto tutto il suo patrimonio ideale.
La sua base ribolle, e difficilmente
accetterà che la metta in gioco col Partito Meretz, ultrapacifista e
amico di Abu Mazen, o con Yair Lapid, che non può soffrire i religiosi,
appena un pò meno di Lieberman che li vuole tutti coscritti. Ma Bennett
ha ceduto a due spinte che il suo carattere ambizioso gli ha imposto:
l'occasione unica di essere il Primo Ministro del piccolo Stato a cui il
mondo intero guarda dicendogli ogni giorno " non posso vivere né con te
né senza di te", e soprattutto, molto di più ancora,il desiderio
condiviso coi suoi partner, quale che fosse il suo colore, di far fuori
il grande l'immarcescibile migliore Primo Ministro del mondo, lo
statista che da 12 anni siede in Rehov Balfour, casa del PM,
riconosciuto come un leader storico da chi lo ama e da chi lo odia, e
che però a suo tempo l'ha praticamente licenziato e non l'ha mai tenuto
in grande considerazione. Come Sa'ar, come Lieberman, come tanti altri
che lo accusano di arroganza, noncuranza, prepotenza; a fronte di quelli
che invece lo amano e lo considerano indispensabile.
Ma
Bennett aveva promesso ai suoi elettori di non fare alleanze con Lapid,
di restare fedele al guscio della destra, che se fosse rimasto unito
era maggioritario. E' un impegno che adesso sarà difficile mantenere:
significa liberalismo economico accentuato, apparato della difesa forte e
deciso di fronte ai pericoli, fedeltà al sionismo delle origini,
compresa la questione dei territori disputati e dei cosiddetti "coloni"
di cui Bennett è stato sempre un sostenitore, tanto quanto altri membri
del nuovo governo li detestano. Ma la proposta della rotazione con Lapid
come numero uno lo aveva affascinato da tempo, e adesso vi è tornato
dopo il breve ripensamento durante le operazioni a Gaza e gli scontri
con gli arabi israeliani. Quando avranno realizzato il sogno "chiunque
fuorchè Bibi" cosa resterà a questo gruppo senza Bibi? La verità è che
Netanyahu, il cui processo sta complicandosi a suo favore dato che sta
uscendo allo scoperto la malizia con cui alcune prove a favore sono
state celate dal PM, sarà un macigno sulle spalle dei partitini al
governo lontani fra di loro e senza un leader in comune.
Netanyahu
è il Primo Ministro che parla, ascoltato, d'accordo o no, a tutto il
mondo e a tutta Israele; che tutti considerano anche per la severità nel
considerare la sicurezza di Israele e insieme per la disponibilità nel
condividerne i risultati col mondo minacciato dal terrorismo; anche
l'ascesa economica e scientifica grandiosa è frutto della sua
impostazione; è, oggi soprattutto, il leader che ha salvato con
un'azione unica, il suo Paese dalla pandemia. Perseguitato da un
giustizialismo, minimale nelle accuse e grandioso nelle aspettative di
distruggerlo, ha fronteggiato il sistema giudiziario accusandolo di
partigianeria ma senza contestarlo neppure quando si è seduto al banco
degli imputati.
L'ultimo sfregio dell'Onu «Crimini di guerra i raid di Israele su Gaza»
venerdì 28 maggio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 maggio 2021
Gerusalemme Non
è un giocattolo, qualcuno dovrebbe dire al Consiglio dell'ONU, non sono
roba vostra i Diritti Umani tanto che possiate usarli a vostro
piacimento per delegittimare Israele con una risoluzione, una
commissione, un'accusa insensata. L'accusa è facile da gestire, "crimini
di guerra": poiché ci sono dei civili morti anche se su 283, 254 sono,
secondo l'IDF (Esercito israeliano), in realtà guerriglieri o leader di
Hamas. Il fatto che fossero in edifici civili, ha dato legittimazione
tecnica per sostenere che Israele ha agito contro degli innocenti. Anche
se è ovvio che nella guerra di Hamas i civili sono gli scudi umani che
il gruppo terrorista usa per difendere le sue postazioni da cui partono
missili progettati e programmati per lo scopo di colpire i civili
israeliani. È impossibile, quando il nido di missili che ti spara è
dentro una casa o un ufficio, far finta di niente per compiacere l'ONU,
ignorare i tuoi cittadini. Se non fermi il missile, verranno feriti o
uccisi.
Il nominalismo è il genitore legittimo
della menzogna, e la menzogna serve, in questo caso, alla legittimazione
dell'odio contro Israele: dei civili sono stati uccisi. Perché? Di chi è
la responsabilità? Erano davvero civili? Stavolta il movimento di odio è
più vasto del solito, dalle organizzazioni terroriste che si
auto-legittimano come movimenti di liberazione si estende alle
Istituzioni, dalle Istituzioni alle piazza di sinistra specie negli USA.
L'ultimo episodio, dopo le accuse del Tribunale Internazionale, dopo
quelle dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo la richiesta dei
Deputati americani democratici a Biden di tagliare i fondi a Israele,
alla presa di posizione del Consiglio per i Diritti Umani. [...]
Il bimbo col mitra di Hamas è il terrorismo in culla
giovedì 27 maggio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 27 maggio 2021
Gerusalemme Le immagini valgono spesso più di molte parole, e la foto di Yahya Sinwar, capo di Hamas che brandisce, davanti alla folla festante un bambino cui ha messo in mano un mitra, è multiplo: noi gestiremo le vostre vite e i vostri figli, sto tenendo questa creatura in braccio davanti a me come scudo, proprio come abbiamo usato i vostri bambini per farne scudi umani in difesa dei nostri missili. Qui a Gaza, sappiate che proseguiremo nella nostra educazione omicida fin dalla prima infanzia, la riteniamo vincente, getteremo Israele in mano, anzi sarà questo bambino che lo farà… Dei bambini non faremo scienziati, o tecnocrati, o musicisti: ne faremo terroristi a caccia di ebrei, shahid della causa della conquista islamista prima di Israele e poi dell'intero mondo occidentale.
Voi che avete marciato nelle strade europee per difendere la cosiddetta causa palestinese e contro gli ebrei, dice qui Sinwar, tenetelo a mente: “Questo bambino è nelle mie mani, quindi adesso mi impossesso della sua innocenza, domani della sua vita. Avrà un mitra in mano come me perché ho il potere di insegnarglielo come detta la nostra Carta che disegna come scopo la cancellazione dello Stato di Israele, l'uccisione degli ebrei, la Guerra Santa contro l'Occidente infedele”. Leggete. Questo, sappiatelo, dice Sinwar alla folla sua, e a quella che ha marciato con slogan come: "Non devi essere musulmano per difendere la Palestina, devi solo essere umano" (questo si è visto a Roma!) oltre a "Palestina dal fiume al mare" cioè senza ebrei, nelle strada in questi giorni a Parigi, a Londra, a New York. [...]
Medioriente, l'ambigua strategia di Biden: dichiara amore a Israele ma flirta con l'Iran
domenica 23 maggio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 23 maggio 2021
Gerusalemme Ha anche alzato il dito indice e scandito ben chiaro: "Diciamolo chiaro: finché la regione non riconosce senza equivoci il diritto all'esistenza dello Stato d'Israele come Stato Ebraico indipendente, non ci sarà pace. Non c'è cambiamento nel mio impegno verso lo Stato d'Israele. Nessuno. Punto". Poi, Joe Biden ha aggiunto dell'altro, certo: che ha parlato con Abu Mazen, che si è impegnato sugli aiuti e sulla situazione di Gerusalemme, che è per due Stati per due popoli... Ma il discorso di fatto ha messo al centro la "strategia dell'abbraccio", come l'ha chiamata Martin Indyk: un lavoro diplomatico complesso, con cui Biden ha portato Netanyahu ad accettare dopo 11 giorni di guerra il cessate il fuoco, anche se ci sarebbero state ancora alcune cose per ottenere un'indispensabile senso di quiete per la popolazione d'Israele bersagliata da Hamas e quindi perplessa dalla tregua.
Biden, come ha confermato Bibi ringraziandolo, ha parlato sei volte con il PM israeliano nei giorni dello scontro, e non si è lasciato andare alle condanne che gli venivano richieste con insistenza da una parte del Partito democratico: e accadeva ogni giorno di più mentre aumentava il numero dei morti e i cortei invadevano le strade. Biden è rimasto saldo anche di fronte a Rashida Tlaib, la parlamentare democratica americano-palestinese che accusava Israele di apartheid e pulizia etnica e lo copriva di proteste e richieste. Il presidente le ha solo fatto tanti auguri per i suoi genitori a Ramallah. E intanto, giorno dopo giorno, ha seguitato a ribadire il diritto di Israele alla difesa. È stato il suo mantra mentre auspicava il ritorno alla pace. Attenzione tuttavia: a fianco di questo atteggiamento ci sono due questioni divergenti. La prima: il sentimento personale di Biden, cui il padre insegnò il dettato morale fondamentale "never again" appena immigrato in America, ha incontrato nel ‘73 Golda Meir e nell' ‘82 Menahem Begin, sa in che pericolo Israele vive sempre, ha impedito a George H. W. Bush di condizionare i fondi per l'immigrazione dalla Russia a Israele ed è sempre stato contrario a qualsiasi altro condizionamento, conosce Bibi e gli ha detto "Ti voglio bene anche se la pensiamo diversamente". [...]
Ma la vera vittoria sarà disarmare Hamas
sabato 22 maggio 2021 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 22 maggio 2021
Gerusalemme Chi
ha vinto? La parola vittoria non è stata pronunciata nel sobrio
discorso di conclusione dell'operazione "Difesa delle mura" che ieri
Benjamin Netanyahu ha pronunciato. Quel che ha annunciato è che "ciò che
è stato, non è quello che sarà". Ovvero: "Non osate di nuovo". Ma la
spiegazione che è seguita spiega che Hamas, che ancora forse non ne è
consapevole, è ferita fatalmente nelle sue strutture belliche.
La
sua "metro" ovvero il labirinto sotterraneo che ha portato gli
attentati terroristici dentro i confini di Israele, nei kibbutz, sotto
le case, la grande impresa mimata dagli Hezbollah coi soldi iraniani, è
stata distrutta; mille obiettivi militari sono stati colpiti, fra cui
430 lanciamissili; gli edifici che ospitavano le strutture di Hamas, di
cui 9 a molti piani, sono in rovina; fra i 230 morti almeno 160 sono
terroristi, e l'IDF ha i nomi e i cognomi. Vale la pena qui di fare un
cerchio a matita rossa sul fatto che su 1000 lanci 60 civili fra cui
purtroppo alcuni bambini fra gli scudi umani di Hamas sono rimasti
uccisi: una percentuali molto bassa di morti civili rispetto a qualsiasi
altra guerra dall'aria.
Meno ancora se si
pensa che dei 4340 lanci di Hamas, 640 sono caduti dentro la Striscia
colpendo i palestinesi stessi. Netanyahu sapeva molto bene, ieri,
accettando la richiesta del presidente americano e interrompendo le
operazioni belliche che annunciando la tregua avrebbe incontrato la
protesta, la paura, lo sguardo sconcertato della gente del sud che ieri
si è di nuovo avventurata qualche metro lontano dai rifugi: è vera pace?
Quanto può durare? Perché non distruggiamo l'incubo? Ma Bibi ha
spiegato che non ha voluto rischiare la vita dei soldati entrando nella
gabbia della tigre, come nel 2014; può solo promettere che adesso ogni
lancio, ogni pallone infuocato, ogni fuoriuscita di terroristi da Gaza
troverà una durissima risposta. Ma Israele non vuole occupare Gaza. [...]
Israele-Hamas, finita la guerra degli 11 giorni
venerdì 21 maggio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 21 maggio 2021
Gerusalemme Dopo undici giorni di scontro spietato, brutta come tutte le guerre, si è conclusa anche questa: ieri sera alle 10,30 il Gabinetto di sicurezza di Israele, dopo tre ore di riunione ha stabilito che oggi ha inizio un cessate il fuoco. Non contiene condizioni, non prevede accordi: il contenuto ideologico dell'odio di Hamas che ha lanciato la guerra di distruzione dei suoi missili lanciati a pioggia sulla popolazione di Israele, dal sud confinate con la Striscia alla piana di Tel Aviv a Gerusalemme, non ha nessun contenuto che mostri aperture, ripensamenti capaci di aprire un qualsivoglia dialogo.
Come si dice da due giorni, l'atteggiamento di appoggio di Joe Biden si è consumato nel dissenso della sua parte politica e nelle manifestazioni anti-israeliane di questi giorni, e Benjamin Netanyahu, costretto ad apprezzare tuttavia la costanza con cui per parecchi giorni Biden ha garantito l'appoggio al diritto all'autodifesa di Israele, adesso ha ceduto alla logica dei buoni rapporti con quello che resta pur sempre il suo migliore alleato. Biden a sua volta ha spinto il presidente egiziano al Sisi, con una rara telefonata, a gettare tutto il suo peso nell'arrivare al passo conquistato ieri sera.
D'altra parte, è chiaro che Hamas in realtà ha ancora una volta, come nella guerra del 2014 usato la sua popolazione come una povera massa di ostaggi, usata con le sue case, le sue strutture pubbliche, la sua vita, per diventare il presidio labirintico di due milioni di persone che nascondono in realtà solo un disegno di guerra, spesso non loro, che è indispensabile distruggere per non esserne distrutti. [...]
Israele valuta la tregua Biden chiama Netanyahu «De-escalation da oggi»
giovedì 20 maggio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 20 maggio 2021
Gerusalemme
La sorpresa è venuta dal nord con quattro spari dal Libano, dopo una
giornata bollente di missili al sud: i razzi sono stati sparati da
organizzazioni palestinesi collaterali a quella di Hassan Nasrallah, gli
Hezbollah. Una finta diplomatica, ma è solo lui che può permetterlo, e
l'Iran, il suo boss, che può chiedere di creare un rumore di applausi
per l'uscita dalla guerra di Hamas, per altro molto desiderata a Gaza,
ormai semidistrutta negli uomini e nelle cose. E' la terza volta che il
nord d'Israele viene attaccata dal Libano per segnalare che Hamas non è
solo. La gente che abita sul lago di Tiberiade e in Galilea ha aperto i
rifugi, una donna là colpita da un attacco al cuore è in condizioni
molto gravi, le memorie della guerra del 2005 col Libano ha serpeggiato
fatale fra la gente.
È la guerra mossa e voluta dall'Iran Ad Hamas missili e soldi da Teheran
mercoledì 19 maggio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 19 maggio 2021
Gerusalemme Ma non era così misera Gaza? Oppressa, "occupata" anche se gli israeliani se ne sono andati già nel 2005? E allora da dove vengono le centinaia di missili al giorno con cui Israele è stata irrorata da una settimana? Lo spiega bene un alto ufficiale palestinese della Jihad Islamica, Ramez al Halabi: "I missili con cui bombardiamo Tel Aviv, le nostre armi, i nostri soldi, il nostro cibo, sono tutte forniture iraniane". Anche il segretario di Hamas, Yahya Sinwar l'aveva già detto nel 2017: "Senza assistenza iraniana, non potremmo sparare i missili, il generale Soleimani ha messo a nostra disposizione la forza della Guardia Rivoluzionaria". Ovvero, dell'esercito di conquista iraniana. Le altre testimonianze del continuo e buon uso delle centinaia di milioni di dollari che il regime degli Ayatollah fornisce alla guerra di Gaza coprono decenni. E non si tratta di aiuti umanitari: per esempio una complessa operazione di trasferimento dei potenti missili Kornet tramite Hezbollah è stata curata da Kassem Soleimani stesso nel 2020, la sua diretta supervisione del training militare di Gaza è certificata dalla tv iraniana Al Alam nel 2021, il capo di Hamas stesso Ismail Haniya nello maggio 2020 ripete: "L'Iran non ha mai esitato nel sostegno della resistenza, finanziariamente, militarmente e economicamente".
Al funerale di Soleimani, Hanye aveva un posto d'onore, e Al Arouri suo vicecapo, disegna l'obiettivo: presto ci sarà una nuova Intifada. Sinwar chiarisce lo scopo: "E' per la battaglia per Gerusalemme". La Guerra Santa unisce sciiti e sunniti sul campo di battaglia. Già prima della guerra da Teheran la si annuncia, in un giorno in cui le marce d'odio e i roghi di bandiere con la Stella di David sono il leitmotiv. Teheran è la prima a dichiarare guerra, ma dopo averci pensato bene. Hamas è pronta? In Iran se ne discute, si valuta e si soppesa. Ma si, Hamas deve colpire, sta per conquistare tutto il campo palestinese, Israele ha una crisi politica, Trump è andato a casa, la botta della Pace di Abramo è meno consistente: la guerra lancerà una forte messaggio a chi deve capire, mentre è in corso la trattativa per il rinnovamento del JCPOA a Vienna, col nuovo presidente americano. [...]
L'Occidente in corteo per Hamas odia Israele e coccola i terroristi
martedì 18 maggio 2021 Il Giornale 3 commenti
Il Giornale, 18 maggio 2021
Gerusalemme Ditemi dunque, che cosa dovrebbe fare Israele? Voi che marciate nelle strade italiane, o inglesi o tedesche con le bandiere palestinesi e urlate slogan che accusano Israele di crimini contro l'umanità, di essere uno Stato d'apartheid, di pulizia etnica, voi che difendete Hamas a Parigi, a Berlino, a Londra e a Roma, che inondate Israele di accuse storiche e fattuali sui social media; che, persino, con demenziali teorie della cospirazione suggerite che Netanyahu, diabolico principe del male, avrebbe scatenato la guerra d'accordo con Hamas per ragioni di potere... Voi che finché i terroristi bombardano le case, i kibbutz, le scuole, Gerusalemme e Tel Aviv non uscite per strada per denunciare i palesi crimini contro l'umanità contenuti nel prendere di mira la popolazione civile; voi che quando il terrorismo suicida fece duemila morti nelle strade di Israele con la Seconda Intifada trovaste il tempo, paradossalmente, solo per condannare, anche allora, il diritto alla difesa contro l'omicidio di massa della gente d'Israele che saltava per aria negli autobus e nelle pizzerie...
Ditemi se avete un'idea su come fermare Hamas che non prendere di mira le strutture e gli uomini di chi progetta e opera i bombardamenti. Hamas ha attaccato Israele senza nessuna ragione, un altro round in cui, ormai liberata da 16 anni di qualsiasi presenza israeliana, tortura l'intera popolazione civile prendendola a caso di mira, senza altro obiettivo che quello di terrorizzare, uccidere, distruggere. Lo fa tenendo in ostaggio la sua popolazione: due milioni di persone. Quando la usa come scudi umani, tuttavia sta in quel momento lanciando missili o organizzandosi per farlo: se l'esercito israeliano si ferma proprio in quel momento davanti alla guerra asimmetrica, il missile di Hamas parte. E quale Governo, quale esercito, ha il diritto di decidere di abbandonarsi all'eventualità che quel missile colpisca i suoi concittadini? [...]
