Il Giornale
Naufraga l'alleanza Netanyahu-Gantz, Israele alle quarte elezioni in due anni
mercoledì 23 dicembre 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 23 dicembre 2020
(Gerusalemme)
Gira a velocità supersonica il palcoscenico rotante israeliano. Tutti i
cittadini sopra i 60 anni sono attaccati ai telefoni e ai computer per
fissare il loro turno per ricevere il vaccino, ormai in distribuzione
frenetica. Le star, dopo Netanyahu e il presidente Reuven Rivlin, fanno a
gara per vaccinarsi in diretta. Però, intanto, il ministro della Sanità
Yuli Edelstein annuncia un indispensabile lockdown: i contagiati di
ieri sono 3.594, un numero altissimo per Israele. E mentre le maschere
del sorriso di speranza e della disperazione occhieggiano surrealistiche
l'una all'altra, un terzo e un quarto panorama confondono le idee: è
partito dall'aereoporto Ben Gurion a Tel Aviv un volo speciale El Al per
il Marocco portando dal re dignitari israeliani insieme a una
delegazione americana capeggiata da Jared Kushner, il grande tessitore
della pace mediorientale e genero di Trump. È un volo pieno di speranza
per chiudere gli accordi di pace con Israele: entusiasti i marocchini di
qui e gli ebrei di là, stavolta la pace è con un grande Paese musulmano
che conta millenni di rapporti alterni col popolo ebraico, e che
finalmente abbraccia lo Stato Ebraico. Ma ecco lo scenario che su tutti è
il più paradossale: ieri notte a mezzanotte è scaduto il termine per
cui, privo di un voto di un bilancio approvato, il Parlamento deve
necessariamente dissolversi. E così, fra contrazioni e sussulti, mentre
fino all'ultimo Netnayahu e Gantz hanno cercato di evitare la valanga,
si disfa la precaria alleanza Likud-Bianco e Blu tra Bibi Netayahu e di
Benny Gantz, svanisce l'ipotesi della rotazione su cui la coppia si era
costruita e Israele va alle elezioni per la quarta volta in due anni, il
23 marzo. [...]
Guerre antiche e nuove dell'Iran 'apocalittico'
mercoledì 16 dicembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 16 dicembre 2020
Mohammed
Al Saaed, l'analista politico del giornale saudita Okaz scrive il 30
novembre «come si può condannare l'uccisione di un uomo che ha dedicato
la sua vita a costruire una sinistra bomba atomica per un regime
malvagio, mentre non condannano l'uccisione di tanti innocenti nella
regione. L'Iran uccide Siriani, Iracheni, Libanesi, ha distrutto lo
Yemen, e sponsorizza gruppi terroristici...». A cui, aggiungiamo noi,
l'Iran uccide americani, francesi cittadini di ogni origine, colore,
credo... e programma il genocidio in un intero Paese che «verrà
cancellato dalla faccia del mondo», Israele. L'uomo di cui qui si parla è
Moshen Fakhrizadeh. È stato definito scienziato, fisico, professore
universitario. Ma non c'è nulla che rappresenti meglio delle reazioni
pietistiche di questi giorni all' eliminazione di Fakhrizadeh la
confusione e l'ignoranza sul regime degli Ayatollah e sui suoi
molteplici significati. In realtà le condoglianze, se si da ai dolenti
il beneficio di inventario, sono suonate più che altro come una nota di
amaro biasimo nei confronti di Israele. È stata un'occasione
irresistibile per mostrare i propri colori, per dare di gomito al regime
più feroce del mondo che perseguita, soprattutto, i propri cittadini
soggiogati e perseguitati dalle Guardie della Rivoluzione degli
Ayatollah. Ma le lacrime sullo «scienziato nucleare» Moshen Fakhrizadeh
sono lontane dalla comprensione di quel che Fakhrizadeh rappresentava
perla guerra iraniana. Il punto di vista umanitario, tipico della nostra
cultura, non funziona quando si parla di un generale in guerra, e qui
di questo si tratta: di un altissimo ufficiale, responsabile del
programma fondamentale per uno scontro in atto nel presente.
Fakhrizadeh, infatti, non era uno in primis scienziato o professore
universitario, ma un generale della Guardia Rivoluzionaria che, mentre
insegnava fisica all'Università delle Guardia Imam Hussein, aveva un
ruolo strategico nel maggiore fra i disegni di conquista di uno Stato
islamico mondiale, da compiersi per passi successivi, in cui l'atomica è
fondamentale. E Fakhrizadeh era il padre della bomba da quando, nel
1998, era stato messo alla testa del programma nucleare, col ruolo di
capo del PHRC, il centro di ricerche per lo sviluppo nucleare. La
determinazione di Fakhrizadeh a raggiungere la bomba si articola in
mille invenzioni e cambiamenti di strada. [...]
Prova di forza. Come con Suleimani
sabato 28 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 novembre 2020
L' accanita resistenza legata al disegno islamista iraniano sciita di soggiogare innanzitutto il Medio Oriente e poi, con pazienza e con l'atomica, di piegare tutto il mondo alla propria verità dottrinale, aveva in lui un leader modesto e durissimo, un sacerdote, come Kassem Suleimani: ambedue provenienti dalle file delle Guardie della Rivoluzione, erano l'uno il generaleche conduceva sul campo le truppe e gli alleati Hezbollah, Hamas, Houti, alla conquista,utilizzando la forza bruta e i missili balistici; l'altro, l'uomo che aveva celato e mostrato, cacciato l'IAEA per poi invitarla di nuovo, attrezzato Fordow e Natanz per compiti differenziati, segreti e letali negli anni. Sono stati ambedue eliminati, e la perdita anche di Fakhrizadeh è un colpo durissimo dopo quella di Suleimani; e questa è anche un'impresa beffarda e dimostrativa,dato che, come l'eliminazione del 15 novembre per mano israeliana su intenzione anche americana del numero 2 di Al Qaeda Mohammed al Masri ospite a Teheran, è uno show di controllo del territorio iraniano che certo non tranquillizza Khamenei. Chi ha colpito,può arrivare dappertutto. Chi ha ucciso il professore? Dall'Iran hanno avuto la condanna pronta: Israele. Ipotesi plausibile. Ma sono in tanti a voler fermare la prepotenza terrorista del regime degli ayatollah; e i tempi dell'attentato,che certo è stato preparato a lungo, sembra tuttavia legato al momento politico. Trump lascerà presto la Casa Bianca.[...]
Netanyahu con Pompeo da Bin Salman. Ma Gantz minaccia la crisi di governo
martedì 24 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 24 novembre 2020
Nonostante
la cortina di fumo, brilla di luce storica l'incontro del Primo
Ministro israeliano Benjamin Netanyahu domenica notte con il Principe
della corona Saudita Mohammed bin Salman sul suolo del regno, nella
città balneare di Naom. Un altro dei tanti principi Faisal bin Farhan Al
Saud con un tweet ha negato, abracadabra, che l'incontro sia mai
avvenuto. Ma tutti sanno che c'è stato, che è storico, che la spinta
saudita a essere parte del grande, rivoluzionario schieramento
israeliano, egiziano, giordano, del Bahrain, degli Emirati e anche del
Sudan che intende, prima di tutto, spingere il nuovo Presidente
americano Biden, soprattutto a non farsi incantare dalle sirene
iraniane. Secondo la versione ufficiale, i sauditi hanno incontrato
soltanto Mike Pompeo, il Segretario di Stato americano. Ma Bibi su un
Gulfstream IV privato di un miliardario amico (Udi Angel) che già nel
passato gliel'ha messo a disposizione per missioni segrete, si è levato
in volo verso le 6,00 di sera costeggiando la penisola del Sinai e poi
dirigendosi sulla costa nord ovest del Mar Rosso.
Il viaggio di Pompeo e la dottrina Trump. Caccia alla pace con i Paesi musulmani
domenica 22 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 22 novembre 2020
Dieci giorni di corsa, il titolo del viaggio "antiterrorismo e libertà religiosa": e lui lo intende davvero così. È così facile, logico, ragionevole, ha ripetuto tranquillo Mike Pompeo, fino a giovedì in Israele bombardato di domande dai giornalisti, sospettato di essere un colonialista, un imperialista, insomma, l'emissario di Trump. In realtà è un uomo con una missione, il suo largo viso energico è paesano, da abruzzese di Pacentro come i suoi nonni. Indossa un tocco di orgoglio militare, costruito da capitano a West Point, e di astuzia, da laureato ad Harvard in giurisprudenza. A pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, Pompeo ne ha speso dieci in un giro che ha compreso la Francia, la Turchia, la Georgia, Israele, gli Emirati Arabi Uniti, e il Qatar.
Il giro di Pompeo ha voluto disegnare un tracciato, una dottrina: ai nemici di Trump la sua politica estera è apparsa destrutturante e provocatoria, e invece con questo viaggio, di radicarsi nel futuro degli Stati Uniti, e, da subito, nella politica di Biden. Così i continui richiami alla pericolosità dell'Iran e alla necessità di bloccarne l'imperialismo, la corsa alla bomba atomica, la violazione dei diritti umani. Così l'oramai condivisa sospettosità verso la Cina.
L'islam terrorista con le spalle al muro. Il blitz costruito con la pace di Trump
domenica 15 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 15 novembre 2020
I colpi esplosi in una calda notte d'estate, il 7 d'agosto, contro un Renault Bianca uccidendo quello che apparve all'inizio come un professore libanese di nome Habib Daoud e la sua figlia 27enne in un sobborgo di Teheran, quasi non si sentirono nella gran salva di botti che stava scuotendo tutto il Medio Oriente: le esplosioni frequenti nelle centrali nucleari in Iran, l'immensa, tragica esplosione nel porto di Beirut legata agli Hezbollah, gli amici più intimi del regime degli Ayatollah, e intanto la rumorosa discussione sull'estensione delle sanzioni all'Iran. I due motociclisti con la mitraglietta in realtà avevano fatto un colpo storico: l'uomo ucciso non era come sembrò nei primi giorni un militante degli Hezbollah ma il numero due di Al Qaeda, Abu Muhammad al Masri, cioè "l'Egiziano", il cervello degli attacchi alle ambasciate americane in Africa. Con lui era la figlia, moglie di Hamza, figlio di Bin Laden.
Un gruppetto tutto sunnita, la cui presenza a Teheran mostra il nesso fra l'organizzazione sunnita terrorista intrisa di sangue occidentale e specialmente americano, e il Paese sciita, in testa alla lista del terrorismo mondiale. Bin Laden, si sostiene, era a suo tempo stato nascosto a Teheran. L'ascia di guerra fra i due gruppi la cui violenta guerra religiosa è nota, è stata sotterrata in nome del comune odio senza quartiere per il mondo occidentale, in testa l'America e Israele.
Non a caso a lungo il regime di Teheran ha negato che si trattasse di al Masri, prova lampante della sua collaborazione con un terrorista sunnita sulla cui testa gli USA avevano messo 10 milioni di dollari. Israele ha compiuto l'operazione d'accordo con gli USA, e chissà quante altre del genere hanno evitato stragi, punito terroristi internazionali, distrutto nuclei organizzativi sul piede di guerra anche da noi, in Europa. Oltre alla maestria consueta e al coraggio incredibile di uomini del Mossad di cui non si saprà il nome, si può solo lodare la fantastica capacità quando l'operazione riesce; probabilmente non conosceremo mai, invece, le perdite e le tragedie. [...]
Biden è presidente, ma comanda già Kamala
domenica 8 novembre 2020 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 08 novembre 2020Niente si sta
veramente concludendo, nel bene e nel male, dell'era Trump, dopo che
Biden ha preso 74 milioni e 900mila voti contro i 70 milioni e 700mila
dei Repubblicani, sempre che i dati risultino esatti. L'America è
spaccata in due, e l'impresa nazionale e internazionale di Trump è una
pietra di paragone. Trump resiste perchè nessuno ama essere un "looser",
un perdente, tantomeno nella società americana, ancor meno quando si è
Trump. L'ex presidente, che ancora non è tecnicamente definibile tale,
non accetta di uscire dalla Casa Bianca non solo perchè afferma che sono
i brogli ad aver portato il suo rivale alla vittoria (e qui appaiono
avventati i toni di disprezzo, anche in Italia, contro questa
affermazione, con una pretesa di storica innocenza dei democratici) ma
anche perchè Trump sa che gli USA siedono su un vulcano che erutta
scontro culturale, sociale, etnico, senza fondo. Lo scontro non è
politico, è molto di più.
ELEZIONI USA Nessuna "marea Dem" nell'America profonda
giovedì 5 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 novembre 2020
"Sì, almeno metà degli elettori di Donald Trump si annovera in quello che chiamo il gruppo dei deplorevoli: i razzisti, omofobi, xenofobi, islamofobi… Sfortunatamente è gente di questo tipo… E lui li ha esaltati". Lui, poi fu eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Lei, ovvero la persona che nel settembre del 2016 si lasciò andare a questa definizione poi rimasta nella storia era Hillary Clinton, la sua antagonista. Ma i "deplorevoli", abbiamo verificato ieri, seguitano a essere circa il cinquanta per cento dei cittadini americani.
Contro le previsioni della collettività entusiasta dei sondaggisti, ripresi con ancora maggiore entusiasmo dai media, fino a quest'ora si può dire che Donald Trump, lungi dall' essere lo storico sconfitto raso al suolo da queste elezioni, il "deplorevole" per eccellenza finalmente riconosciuto come tale dalla storia oltre che dal New York Times e da tanti tanti ironici giornalisti, ha ricevuto il consenso almeno della metà della più alta percentuale di votanti mai vista negli States, il 65 per cento, 154 milioni di persone. Chi seguiva i rally degli ultimi giorni, ha sentito che in quelli superaffollati di Trump vibrava una nota guascone, poco consona ai tempi di lutto da Covid,una vitalità difficileda individuare nelle folle peraltro esemplari di Biden, tutte con mascherina, poca gente virtuosa. Ma, ed è probabilmente fuori luogo temere l'incitamento di Trump a custodire a tutti i costi quella che lui ha dichiarato già, troppo presto, una vittoria elettorale, le folle del Presidente fin'ora non hanno dato segno di violenza.[...]
Il prossimo strappo sarà la Cina. O si ritornerà al multiculturalismo
martedì 3 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 04 novembre 2020
Il voto americano è un voto sulla politica estera. La politica economica è travolta dal Covid, un argomento molto confuso: in politica estera, invece, il confronto è chiarissimo. Biden e Trump hanno due visioni completamente diverse del significato stesso di ciò che l'America, il Paese più importante del mondo, deve rappresentare. Quando Trump nel gennaio del 2017 nel discorso inaugurale pronunciò con voce tonante la famosa formula "America first" le raffinate orecchie europee e dei liberal americani ne furono rintronate. Uno dei tanti custodi dell'ordine costituito Peter Wittig, ex ambasciatore tedesco a Washington, sentì questo suono come una "abdicazione alla leadership americana dell'Alleanza transatlantica". Un abbandono del concetto stesso di multilateralismo, delle decisioni collegiali, magari inutili, talora insensate, a volte dannose... ma collegiali, e quindi utili dopo tanto autoritarismo nel passato. Trump in politica estera ha divorziato da quello che nel corso di un' intervista Wittig, come tanti altri, definisce valori di"decenza, decoro, buon senso, diritti umani...".
In realtà il disdoro esprime, per quanto Biden lo presenti come ripresa di una visione di sinistra, un punta di vista conservatore rispetto all'imprevedibilità di Trump. In una parola: Trump ha intrapreso strade inesplorate, e Biden vuole invece riprendere sentieri conosciuti al buon senso internazionale, alla cui base c'è l'idea che il multilateralismo abbia sempre ragione anche quando la storia gli da torto. Il clima, la Cina, il trattato con l'Iran, Israele, la Nato... Biden vuole semplicemente fare alla rovescia la strada, facendo tornare a sorridere Angela Merkel e Hollywood, che è tutta liberal.
Trump ha bruciato una quantità di trattati multilaterali badando più all'interesse americano che al buon senso conformista: nel 2017 si ritrae dall'accordo di Parigi sul Clima ormai universalmente ritenuto una religione molto carente e spuria, ma cui Obama aveva lavorato e che era stato firmato da 195 Stati. Biden ha giurato che lo riabbraccerà. Nel 2018 ha abbandonato il trattato nucleare con l'Iran, il bambino più disgraziato di Obama, un evidente fallimento dimostrato dalle prove della perseverante politica nucleare e molto aggressiva degli ayatollah, ma Biden ha detto che lo recupererà anche se cercherà di garantirlo; poco dopo, Trump fa una scenata screanzata alla Nato, accusando gli Stati membri tuttavia di una realtà che tutti conoscono, cioè di non investire denaro nelle difesa collettiva e approfittando dell'impegno americano; anche qui Biden vuole restaurare i rapporti, o almeno le buone maniere. Ma anche Biden ha riconosciuto che Trump ha messo il dito su una piaga. Trump ha messo alla sbarra l'ONU; ha lasciato l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha rifiutato di osservare da vicino il comportamento della Cina; ha lasciato a sobbollire nel loro brodo diverse organizzazioni delle Nazioni Unite, come l'UNESCO; o l'UNRWA. Insomma, ha tolto i soldi a chi non se li meritava, magari Biden se dovesse essere eletto approfitterà di questa favorevole situazione, anche se ora tutti sperano che restituisca i finanziamenti. Con la Russia, è stato piuttosto duro, ma possibilista, con alterne vicende legate alle opportunità e alle convenienze. Putin è per lui un abile antagonista, pronto a tutto, e così anche Trump da segnali di esserlo. Biden non farà paura come lui, che è un pò matto, e Putin non ci scherza. La Cina e il Medio Oriente, sono la vera prova del fuoco. [...]
Trump ha bruciato una quantità di trattati multilaterali badando più all'interesse americano che al buon senso conformista: nel 2017 si ritrae dall'accordo di Parigi sul Clima ormai universalmente ritenuto una religione molto carente e spuria, ma cui Obama aveva lavorato e che era stato firmato da 195 Stati. Biden ha giurato che lo riabbraccerà. Nel 2018 ha abbandonato il trattato nucleare con l'Iran, il bambino più disgraziato di Obama, un evidente fallimento dimostrato dalle prove della perseverante politica nucleare e molto aggressiva degli ayatollah, ma Biden ha detto che lo recupererà anche se cercherà di garantirlo; poco dopo, Trump fa una scenata screanzata alla Nato, accusando gli Stati membri tuttavia di una realtà che tutti conoscono, cioè di non investire denaro nelle difesa collettiva e approfittando dell'impegno americano; anche qui Biden vuole restaurare i rapporti, o almeno le buone maniere. Ma anche Biden ha riconosciuto che Trump ha messo il dito su una piaga. Trump ha messo alla sbarra l'ONU; ha lasciato l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha rifiutato di osservare da vicino il comportamento della Cina; ha lasciato a sobbollire nel loro brodo diverse organizzazioni delle Nazioni Unite, come l'UNESCO; o l'UNRWA. Insomma, ha tolto i soldi a chi non se li meritava, magari Biden se dovesse essere eletto approfitterà di questa favorevole situazione, anche se ora tutti sperano che restituisca i finanziamenti. Con la Russia, è stato piuttosto duro, ma possibilista, con alterne vicende legate alle opportunità e alle convenienze. Putin è per lui un abile antagonista, pronto a tutto, e così anche Trump da segnali di esserlo. Biden non farà paura come lui, che è un pò matto, e Putin non ci scherza. La Cina e il Medio Oriente, sono la vera prova del fuoco. [...]
Erdogan sogna il nuovo impero ottomano
venerdì 30 ottobre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 30 ottobre 2020
E'
una questione di forza: noi in Occidente siamo abituati a considerare
che i rapporti politici debbano essere determinati da motivi dimorale e
di opportunità, e anche dall'uso di prudenza quando il tema della
violenza è coinvolto, e il linguaggio dell'incitamento porta alla
strage di innocenti. Ma per il mondo islamico estremo non è così, e per
la Turchia di Erdogan è una grande opportunità storica usarne le armi
ideologiche più oscure e micidiali per diventare il principe della
rinascita dell'Impero ottomano. Il presidente Erdogan si pregia di
entrare n ei libri di testo come l'uomo che ha rovesciato la magnifica
funzione storica inventata da Kemal Ataturk per la Turchia: essere il
ponte fra il vasto mondo islamico, un miliardo e ottocentomila persone, e
quello ebraico- cristiano occidentale per un mondi migliore. L'uso come
di un'ascia bipenne dell'ideologia più estrema, incarnata dalla sua
organizzazione la Fratellanza Musulmana di cui è il capo, fa parte della
dottrina che muove Erdogan e lo porta a essere, di fatto, il migliore
punto di riferimento del mondo terrorista. La nuova strage di Nizza è
una strage ideologico - religiosa, e un polo certo ne è l'incitamento di
cui Erdogan ha bombardato la Francia e Macron,che non è casuale, ma
strategico, anche se certo non possiamo accusarlo di terrorismo in modo
diretto. Lungi da noi.
Tre spazi definiscono
l'azione di Erdogan: quello interno,per cui la Turchia, in grave
sofferenza economica e strutturale, soffre restrizioni dittatoriali
sulla stampa, le idee, le donne, la libertà di religione (i cristiani
sono scappati quasi tutti); quello internazionale, per cui Erdogan ormai
fa una nuova guerra armata al mese in zone diverse,trasportando la sua
furia egemonica sul terreno della Ummah, ovvero dei luoghi fisici che
nella sua mente e in quella dell'Islam estremo, compreso l'ISIS e anche
gli Ayatollah sciiti, devono alla fine essere di dominio islamico
assoluto, con l'istituzione universale della Sharia; e infine quello del
gioco più infido, quello del gioco che coinvolge i gruppi terroristi,
dal Al Qaeda,all'Isis a Hamas agli Hezbollah, senza distinzioni, ma con
incontri,spostamenti, finanziamenti, armi. [...]
