Il Giornale
La tesi dell'incidente e il dubbio dell'attentato. Ma queste esplosioni sono la fine di Hezbollah
mercoledì 5 agosto 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 agosto 2020
Beirut è una bella città di mare, e i libanesi un popolo affascinante, che avrebbe potuto avere un destino diverso, come unico Paese arabo davvero pluralista, se gli Hezbollah non lo avessero stretto in una morsa di violenza e di conseguente penuria. E' difficile anche se ancora se ne sa poco, pensare a quello spaventoso fungo, nero, bianco, rosso che ha sparso distruzione e morte nella capitale libanese, senza che il pensiero corra all'egoismo bellicistico e carico di sottintesi degli Hezbollah di Hassan Nasrallah, figli legittimi e preferiti del regime iraniano degli ayatollah.
Un'esplosione, anche se non volontaria, fa pensare agli Hezbollah. In particolare, vedendo le lacrime in diretta dei poveri cittadini che hanno la casa distrutta e forse qualcuno sotto le rovine, si pensa, fra le molte altre esplosioni terroristiche, ai mille chili di dinamite usati per uccidere il loro nemico politico, Rafik Hariri, che lasciarono un cratere fra le ferraglie delle auto, ventuno morti, decine di feriti. Qui la storia è palesemente diversa, e anche molto più vasta dal punto di vista dei morti e dei feriti. Perché sia accaduto, non si sa, la città è ferita. [...]
Hezbollah riaccende la miccia al confine tra Israele e Libano
martedì 28 luglio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 luglio 2020Fumo e scoppi su Ar Dov, il monte Dov, sul confine fra il Libano e Israele: la bandiera gialla sventola in lontananza fra le pietre e l'esercito israeliano, poche ore dopo uno scambio a fuoco che avrebbe potuto finire e ancora può finire in guerra, fa sapere ai cittadini che possono uscire dai rifugi. Le truppe cammellate di Hassan Nasrallah si lanciano in cortei di una pretesa inesistente vittoria. Netanyahu si sposta a Tel Aviv al ministero della Difesa per una riunione urgente con Benny Gantz, abbandonando per un momento gli affari urgenti del Covid19, che angosciano il Paese e lo spingono a continue manifestazioni. Ma Israele è sempre un piccolo Paese assediato, e se qualche volta può dimenticarlo per occuparsi di faccende urgenti, i suoi vicini invece non lo scordano mai. Nonostante il gruppo terrorista non sia riuscito a penetrare i confini, moto e jeep rombano nel paesaggio scabro del Golan, pugni levati, urla e spari. Le cittadine di là dal bordo sono abituate allo strapotere e alla violenza del "Partito di Dio" che non diminuiscono nemmeno in tempo di miseria e di virus che strazia il Libano. Il messaggio obbligatorio è anche stavolta "vittoria", siamo riusciti a entrare in territorio nemico e siamo tornati vivi dopo che avevamo annunciato una vendetta. E vendetta così è fatta.
Fragile, ma guai a chi non ci crede. La messa in scena è per la pretesa vendetta per la morte di Ali Kamel Mohsen, un comandante del gruppo terrorista che, stanziato in Siria per la guerra siro-iraniana di Assad, è stato ucciso da un raid israeliano vicino a Damasco. Un nodo dolente per Nasrallah, che manda là a morire tanta gioventù sciita. Erano due lunedì or sono, è là comincia la faida che ha portato il capo degli Hezbollah a promettere la vendetta. Ma il gruppo che doveva compierla, è stato bloccato prima. Ieri nel primo pomeriggio le unità speciali dell'esercito israeliano già all'erta, come in un film hanno individuato mentre si infiltrava fra i cespugli una squadra armata di tre quattro persone e l'hanno messa in fuga con spari evitando però di colpirne gli uomini in modo, si può pensare, da evitare l'escalation. [...]
La moschea di Santa Sofia arma di guerra per Erdogan
venerdì 24 luglio 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 24 luglio 2020
Dunque
oggi il disegno del sultano Erdogan diventerà realtà, nonostante il
dispiacere del Papa e di tutto il mondo cristiano. L'Arcangelo Gabriele,
il Cristo Pantocrator, e gli altri famosi mosaici e dipinti verranno
coperti da tende scorrevoli perché secondo il dettato musulmano non vi
siano immagini nei luoghi sacri, mille fedeli si inchineranno sui
piccoli tappeti distanziati secondo le regole della pandemia. Il mondo
si deve contentare di una protesta che niente verrà rovinato. Ma non è
un gesto innocuo, tutt'altro. E' una promessa di guerra. Quando il 10
luglio ha annunciato la volontà di convertire il museo, ex cattedrale,
di Santa Sofia in una moschea, Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato anche
che egli "libererà" Gerusalemme dai suoi "invasori" (gli ebrei), e in
particolare la moschea di Al Aqsa, inaugurandovi, come accade oggi, la
preghiera islamica, "libererà" Santa Sofia. Si tratta sempre di Umma
islamica, come la cattedrale-museo.
E' un'operazione politico religiosa di grande respiro, che proviene dal
mondo sunnita, in parallelo e in concorrenza con la grinta sciita
dell'Iran che da decenni proclama con determinazione dottrinale e grinta
bellica l'inevitabilità di un immenso stato islamico, i cui nemici sono
i cristiani e gli ebrei. Gli ebrei, sia per l'Iran che per la Turchia
d'oggi, vi hanno un ruolo particolare: essi sono lo stendardo di
battaglia. Da qui l'odio per Gerusalemme. E il suo uso come tromba di
guerra e richiamo al mondo arabo da parte di Erdogan, mentre per altro
parla all'Europa con Hagia Sophia. [...]
Covid, Israele va in piazza. Il vero obiettivo è Netanyahu
lunedì 20 luglio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 20 luglio 2020
Cortocircuito buonista. Gli ebrei vittime del razzismo diventano «oppressori bianchi»
sabato 18 luglio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 18 luglio 2020
La nuova feroce strada per essere ritenuti degni o indegni di simpatia, di pubblico apprezzamento, di fiducia è impervia: chi sgarra viene espulso da posti di lavoro, cenacoli culturali, ruoli istituzionali. Oggi è in America, ma arriva anche da noi in gran fretta. E la lista si allarga di giorno in giorno. L'ultimo Grande Fratello, con tutte le sue storiche e morali ragioni di rabbia, è il movimento "Black Lives Matter". Ma lasciatemi subito dire che non voglio trascurare proprio nessuno, nemmeno la santificata Unione Europea. Come dice a Julia Winston Smith il protagonista di "1984" nella seconda parte, è in corso un giuoco per cui il passato è stato abolito, ogni libro è stato riscritto, ogni pittura ridipinta e ogni statua e strada sono state ribattezzate.
E' interessante: Hitler, o Mussolini, o Stalin mentre stabilivano che la storia del loro Paese andava rifondata stabilivano che intanto era bene eliminare gli ebrei; così nel mondo pandemico e rabbioso dei nostri tempi c'è una rinnovata grandiosa spinta all'antisemitismo alla Corbyn, perbene, part-time come lo chiama Manfred Gerstenfeld, o alla Borrell che dice che "l'Iran si sa che vuole distruggere Israele, ok, dobbiamo conviverci": mentre da una parte sei l'indubbio difensore liberal dei diritti umani, della libertà di pensiero e di parola, dall'altra sei uno che lo Stato d'Israele non lo ama più, lo restringerebbe, lo condividerebbe coi palestinesi, non ne vede le ragioni, come il capo di J-Street Peter Beinart che annuncia sul New York Times: "Non credo più nello Stato ebraico". Oh, è in buona compagnia. [...]
Medioriente, il piano Trump prevede due Stati. Ma dai palestinesi a Ue e Onu è un coro di «no»
venerdì 26 giugno 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 26 giugno 2020
lml
lunedì 8 giugno 2020 Il Giornale 0 commenti
Le paure di ieri e la cultura della vendetta
mercoledì 3 giugno 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 giugno 2020
Se
George Floyd, l'uomo strangolato con quel terribile ginocchio dal
poliziotto ormai accusato di omicidio martedì scorso fosse stato bianco,
mi avrebbe fatto lo stesso identico effetto: orrore, tragedia, pena per
una morte violenta e causata dalla polizia, che in ogni Paese è là per i
cittadini, anche quando sono parte del disordine sociale. Non solo:
penso, con presunzione, che Martin Luther King avrebbe avuto i miei
medesimi sentimenti e adesso vorrebbe fermare quella folla infuriata che
afferma che "black life matter".
La lettera della vergogna dei 70 giallorossi contro lo Stato di Israele
lunedì 1 giugno 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 01 giugno 2020
E' sconfortante che settanta parlamentari PD e 5 Stelle abbiano firmato una letterina così misera per il presidente Conte (che sembra dopo abbia telefonato a Netanyahu per perorarne l'ascolto) dopo aver discusso una mozione identica in Commissione esteri. Stesse note, stesso tono, stessi errori, stesso cinismo, stesso pregiudizio che stavolta dallo Stato d'Israele, la vittima preferita, si estendono al presidente Trump, anche lui un pasto prelibato per i benpensanti.
Cosa dice la letterina? Condanna la prossima eventuale "annessione" di "alcuni territori" della Cisgiordania ispirata dal piano Trump, la chiama "aperta violazione del Diritto internazionale e delle Risoluzioni delle Nazioni Unite", e assicura che "essa metterebbe una pietra tombale su ogni rilancio del processo di pace in Medio Oriente e sulla prospettiva di due popoli e due stati". Ma il rilancio c'è, ed è qui, e propone proprio due Stati per due popoli. I palestinesi hanno detto di no a ogni proposta di pace, anche a quelle che gli conferivano tutti i territori compresa Gerusalemme.
Il punto non è mai stata la terra, ma il rifiuto della legittimazione di Israele. E poi, il diritto ai "territori" è inventato: la risoluzione dell'ONU che si occupa della sistemazione post '67 parla di "territori" e non "dei territori", considerando la sicurezza di Israele. Non sono mai esistiti "territori palestinesi", né sono mai stati "illegalmente occupati". Quello che i 70 chiamano Transgiordania è la Giudea e la Samaria storica: gli Alleati riuniti a San Remo 1920, il Mandato Britannico che doveva realizzare la dichiarazione Balfour del 1917, tutti si impegnarono per lo Stato Ebraico nei suoi confini storici. [...]
Netanyahu alla sbarra tra proteste e sospetti. E lui: «Un colpo di Stato»
lunedì 25 maggio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 25 maggio 2020
Infuriato
e a testa alta, mentre Gerusalemme prendeva fuoco con manifestazioni,
urla, cartelli pro e contro, quando Benjamin Netanyahu si è presentato
alle tre del pomeriggio al tribunale come imputato, si è tolto la
mascherina, si è posto di fronte al microfono circondato dai suoi
Ministri (tutti con le mascherine) e ha sparato: "Lo scopo di questo
processo è fare quello che con le elezioni, che da 11 anni mi danno
democraticamente ragione, non sono mai riusciti a fare: eliminare un
primo ministro forte e il suo governo di destra. Pensavano che mi sarei
piegato, che mi sarei accucciato come un cucciolo impaurito, ma io non
sono un cucciolo. E questo processo, pieno di impicci e falsificazioni,
dovrete trasmetterlo tutto in diretta, da capo a fondo, perché la verità
sia ristabilita". No, non è un cucciolo, anzi un "poodle", un
barboncino, come ha detto. E' il Primo Ministro che ha battuto con 11
anni di florido potere persino Ben Gurion; che arriva al processo dopo
avere guidato il Paese fuori dalla pandemia con misure dure e precoci;
che è riuscito ad arrivare al processo da Premier di una impossibile
coalizione a rotazione.
