Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Il ritorno del sangue di Hamas. Attacco al cuore di Gerusalemme

lunedì 22 novembre 2021 Il Giornale 1 commento

Il Giornale, 22 novembre 2021 

È bellissima la Città Vecchia alle 9 di mattina vicino al Muro del Pianto, i negozi chiusi, le stradine vuote. Vuote, fuorché per il terrorista che cerca la preda, Fadi Abu Shkahydem, di mestiere educatore religioso, un fanatico colto conosciuto dalla polizia, un imam di Shuafat nella periferia di Gerusalemme. Il video di un telefonino mostra tutto: i colpi dell'arma automatica risuonano sulle pietre antiche, un ferito chiama disperato aiuto, gente per terra, fuga. Girano di già le foto che lo rappresentano in cattedra, mentre  insegna a file di studenti concentrati e attenti, e altre riprese che lo mostrano furioso contro gli ebrei, sbraitante. E, già impaginata e pronta nel santino con la bandiera verde sulla Moschea di Al Aqsa, la faccia barbuta dell'assassino ispirato dal piacere di essere uno shahid, un martire di Hamas. Tutto nerovestito è uscito col mitra e i coltelli, e alle 9 ha sparato, uccidendo un ragazzo israeliano, una guida, e ferendone almeno altre tre, uno è grave. Poi due poliziotte lo hanno fermato, e le forze dell'ordine sono riuscitea sparargli fermando la strage. È la seconda volta in una settimana che Hamas colpisce a Gerusalemme, la volta precedente un attacco col coltello, sempre in Città Vecchia, dove il continuo traffico a piedi rende più difficile la selezione dei malintenzionati, e offre ai terroristi, d'altra parte, una quantità di occasioni di caccia.

Stavolta il terrorista aveva 42 anni, non era parte delle milizie armate, ma era noto alla polizia. Poiché anche a Giaffa poco più tardi un palestinese di Jenin, probabilmente anche lui di Hamas, è stato bloccato dopo aver assalito e ferito un uomo, si comincia a pensare a una qualche ondata terrorista. Che Shkhaidem avesse progettato l'attacco sembra evidente dal fatto che aveva fatto partire la moglie da Israele.

Quella dell'aggressione terroristica palestinese è una vicenda che si rinnova portando lutto e tragedia con ritmo implacabile: Hamas è probabilmente alla ricerca di consensi nel suo conflitto interno con Abu Mazen e cerca di rafforzarsi ulteriormente dopo che il Presidente americano Joe Biden, oltre all'Egitto e altre forze mediorientali, hanno di nuovo spinto un rinnovato sforzo di unità fra Hamas e Abu Mazen.  L'ultimo conflitto con Gaza è stato generato in gran parte proprio dalla decisione di Hamas di prendere la leadership palestinese sparando i suoi missili su Gerusalemme.

Adesso, poi, la mossa prende un sapore internazionale, perché (dopo che di nuovo il mondo intero con l'operazione di Gaza era caduto preda del solito rovesciamento di responsabilità e quindi aveva lanciato le solite accuse contro Israele dettate da ignoranza  e pregiudizio) la ministra degli Interni inglese Priti Patel ha messo nella lista delle organizzazioni terroriste Hamas, per intero, non solo per la parte armata. E ha anche spiegato che lo ha fatto an che in virtù del fatto che si tratta di una "rabbiosa organizzazione antisemita" che mette a rischio al vita di tutti, e che tollerare l'antisemitismo crea delle pessime condizioni per la sicurezza del popolo ebraico e di ciascuno, dando la possibilità di spargere, come legittimo e addirittura segno di libertà religiosa e culturale, il veleno della violenza in tutti i Paesi occidentali, oltre che in Israele. Priti Patel segnala una lungimirante visione strategica quando aggiunge che bisogna combattere senza risparmio di forze dato che Hamas "ha significative capacità terroriste, incluso l'accesso a quantità estesa di armi sofisticate e a strutture di training terrorista". Ovviamente qui il riferimento è ai rapporti internazionali di Hamas, sia quando si parla di Fratellanza Musulmana, incluso il rapporto con Erdogan e col Qatar, che dell'Iran della Guardia Rivoluzionaria, che sostiene e guida Gaza.

Spesso si riconosce solo la parte militare di Hamas come terrorista, anche se gli USA e l'UE invece la definiscono tale nel suo insieme. Hamas ha reagito dicendo che l'Inghilterra "di nuovo invece di scusarsi per la Dichiarazione Balfour (che promette al popolo ebraico un focolare nazionale ndr) o il Mandato Britannico che consegnò ai sionisti terra palestinese, sostiene gli aggressori invece delle vittime". Quello che qui Hamas intende, e stavolta, secondo tutti i documenti, risulta d'accordo con Abu Mazen, e la completa delegittimazione e criminalizzazione del fondamento stesso dello Stato d'Israele, e quindi la determinazione a cancellarlo. Una risoluzione di morte, cui manca qualsiasi spazio per una politica di pace e soprattutto di miglioramento della condizione palestinese, destinata alla predicazione d'odio che gli viene somministrata dalla parole e dai gesti di gente come Shkahydem.

wc

venerdì 5 novembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 05 novembre 2021

Si deve fare? Sì. Lo si deve però scegliere liberamente, essendo in democrazia? Ancora sì. Ci sono i no vax , e quelli sono duri come il granito. Non si parla a loro. Ma per  spiegarsi fra gente normale, di buon senso, occorre discussione, consapevolezza sull'oggetto in questione, la vaccinazione, i pro, i contro, i pericoli, le risorse, senza spazio per stupide teorie della cospirazione o movimenti rivoluzionari social-politici. Così dopo un periodo di crisi, Israele si riposiziona come esempio per la lotta al Covid, guardiamolo bene: ieri la squadra di esperti che affianca il ministero della sanità nelle decisione, ormai imminente dopo quella americana, di vaccinare i piccoli, ha tenuto la sua seduta in pubblico, sui social, su la pagina facebook del ministero, con tutti gli esperti, i medici, i politici, e con venti cittadini ciascuno col diritto a parlare per tre minuti.  Alla fine deciderà la commissione, e non la folla, si capisce: ma il  vaccino ai bambini oltre i cinque anni è un pezzo di cuore e richiede tutto il cervello.

Difficile decidere, ma messe tutte le carte in tavola, basta, si soppesa, si decide, forti del fatto che dopo un momento di panico, di nuovo i vaccini hanno salvato il paese, e senza ombra di dubbio. Su questo, anche un governo e un'opposizione che si odiano come quelle di Bennett e di Netanyahu, sono insieme! Pochissimi usano la chiave antivax in una dimensione politica. Si sa, qualcuno dei vaccinati si è ammalato di nuovo, ma non è morto; e il vaccino ogni tanto ha reazioni indesiderate anche estreme. Perciò un Paese allenato come Israele ha bisogno di inspirare profondamente prima di decidere sui numerosissimi, onnipresenti piccoli cittadini del Paese. Ma è chiaro a tutti gli opinion maker, i giornalisti, i politici, gli intellettuali, come dovrebbe esserlo in Italia: gli chiedi "hai preso la terza dose?" E la risposta è sempre."Certo". Sei un fratello nella scelta della libertà per tutti. Dopo il booster la crisi della quarta ondata è stata superata, a settembre c'erano 80mila casi attivi, ora sono 7388;  i casi seri erano 740, ora sono 201; i nuovi casi quotidiani  663 ed erano 2500. Prima di rendersi conto, a maggio, che si era ben proceduto a salvare la vita degli adulti e degli anziani ma si doveva vaccinare veloci anche i ragazzi nelle scuole pena una moria generale; adesso si sa che i bambini fra i 5 e gli 11 anni, più di 1milione e 200mila, sono il 45 per cento dei portatori del virus della settimana scorsa.

E allora, se i dati sono questi, se il vaccino preserva dal contagio, e quando non lo fa comunque salva la vita, e rende la libertà, che dire, per esempio, alla folla triestina? Quando si ammala rischia la vita, e appare anche un po’ scema.

Quell'esempio di Israele: rinato coi sieri

venerdì 5 novembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 5 novembre 2021

Si deve fare? Sì. Lo si deve però scegliere liberamente, essendo in democrazia? Ancora sì. Ci sono i no vax , e quelli sono duri come il granito. Non si parla a loro. Ma per  spiegarsi fra gente normale, di buon senso, occorre discussione, consapevolezza sull'oggetto in questione, la vaccinazione, i pro, i contro, i pericoli, le risorse, senza spazio per stupide teorie della cospirazione o movimenti rivoluzionari social-politici. Così dopo un periodo di crisi, Israele si riposiziona come esempio per la lotta al Covid, guardiamolo bene: ieri la squadra di esperti che affianca il ministero della sanità nelle decisione, ormai imminente dopo quella americana, di vaccinare i piccoli, ha tenuto la sua seduta in pubblico, sui social, su la pagina Facebook del ministero, con tutti gli esperti, i medici, i politici, e con venti cittadini ciascuno col diritto a parlare per tre minuti.  Alla fine deciderà la commissione, e non la folla, si capisce: ma il  vaccino ai bambini oltre i cinque anni è un pezzo di cuore e richiede tutto il cervello.

Difficile decidere, ma messe tutte le carte in tavola, basta, si soppesa, si decide, forti del fatto che dopo un momento di panico, di nuovo i vaccini hanno salvato il paese, e senza ombra di dubbio. Su questo, anche un governo e un'opposizione che si odiano come quelle di Bennett e di Netanyahu, sono insieme! Pochissimi usano la chiave antivax in una dimensione politica. Si sa, qualcuno dei vaccinati si è ammalato di nuovo, ma non è morto; e il vaccino ogni tanto ha reazioni indesiderate anche estreme. Perciò un Paese allenato come Israele ha bisogno di inspirare profondamente prima di decidere sui numerosissimi, onnipresenti piccoli cittadini del Paese.

Ma è chiaro a tutti gli opinion maker, i giornalisti, i politici, gli intellettuali, come dovrebbe esserlo in Italia: gli chiedi "hai preso la terza dose?" E la risposta è sempre."Certo". Sei un fratello nella scelta della libertà per tutti. Dopo il booster la crisi della quarta ondata è stata superata, a settembre c'erano 80mila casi attivi, ora sono 7388;  i casi seri erano 740, ora sono 201; i nuovi casi quotidiani  663 ed erano 2500. Prima di rendersi conto, a maggio, che si era ben proceduto a salvare la vita degli adulti e degli anziani ma si doveva vaccinare veloci anche i ragazzi nelle scuole pena una moria generale; adesso si sa che i bambini fra i 5 e gli 11 anni, più di 1milione e 200mila, sono il 45 per cento dei portatori del virus della settimana scorsa. E allora, se i dati sono questi, se il vaccino preserva dal contagio, e quando non lo fa comunque salva la vita, e rende la libertà, che dire, per esempio, alla folla triestina? Quando si ammala rischia la vita, e appare anche un po’ scema.

 

L'oscena sfilata di No Pass che infanga la memoria della Shoah

lunedì 1 novembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 01 novembre 2021

 

Non c'è affatto da stupirsi se il movimento dei No Green Pass, creatura artificialmente impallidita del movimento No Vax, produce una schifosa manifestazione antisemita come quella che ieri la povera città di Novara ci ha offerto. L'antisemitismo è un largo arcipelago,una moneta di uso comune: travestendolo un po’ la puoi smerciare ovunque, il rischio è solo che riveli la miseria di chi la pratica. Qui, se c'era bisogno di rivelare la volgarità, l'ignoranza, il disprezzo per la libertà e anche per la vita umana già peraltro contenute nelle posizioni antivaccino, beh, stavolta lo spettacolo è plateale.

Gli animali che non  sanno come sono stati uccisi due milioni di bambini, per esempio, nell'ambito di sei milioni di ebrei torturati e trucidati, non sono soli. Ci sono antisemiti consapevoli, "mild", nostalgici, noncuranti, antisionisti, anticapitalisti, anticomunisti, travestiti da difensori dei diritti umani. Ma sempre antisemitismo è. Se "il loro migliore amico è ebreo", beh si sveglino. Una recentissima indagine su tutti i Paesi UE ci dice che l'89 per cento degli ebrei sente la pressione, 1 su 4 ha subito aggressioni. Il 51 per cento degli intervistati pensa che gli ebrei hanno troppo potere; il 71 che gli ebrei fanno ai palestinesi quello che gli hanno fatto i nazisti; il 43 che gli ebrei sfruttano la memoria della Shoa. In Texas per insegnare la Shoah devi dare spazio a libere interpretazioni contrapposte: é davvero accaduto o no? A Boston il Centro Elie Wiesel, dal nome del famoso scrittore della Shoah, per la sua lettura annuale ha ospitato uno speaker che ha accusato Israele di prendere di mira i bambini palestinesi solo perché vogliono la libertà. Il gruppo "green" Sunrise per l'azione sul clima si è ritirato da un rally perchè c'erano tre organizzazioni ebraiche. Da destra a sinistra, sono tutti troppo confusi per capire di essere dei vergognosi antisemiti. O è di moda?

Eitan, il nonno e i tanti motivi di uno sbaglio

mercoledì 27 ottobre 2021 Il Giornale 4 commenti
Il Giornale, 27 ottobre 2021
 
Non ho nessuna intenzione di sostenere che Shmuel Peleg abbia ragione, e nemmeno la moglie Esther, anche se il loro strazio è così sincero e evidente. Le loro ragioni di genitori, figli e nonni deprivati di tre generazioni di affetti, cui ora viene strappato anche l'ultimo virgulto, spezzano il cuore ma non giustificano il rapimento. La legge è chiara e giusta: non si può ottenere la custodia di un bambino rapendolo e esportandolo a forza, e il tribunale israeliano ha fatto bene a agire secondo la legge. Così del resto fa abitualmente: Israele è un Paese ubbidiente alla legge internazionale, al contrario di quello che si vocifera. Spiegare però non vuol dire giustificare; è giusto comunque cercare di capire perché Peleg abbia violato le norme in modo, alla fine, masochistico. Per farlo si può avventurarsi cautamente senza conosce il soggetto, fra le possibili colonne psicologiche di una persona come lui, sempre tenendo ferma l'idea che il suo gesto forzoso è frutto di un tratto particolare.
 
E tuttavia, pensiamo. Israele non è un Paese qualunque; non è come se Eitan fosse stato trasportato che so, dalla Danimarca all'Olanda. Ci sono voluti secoli, decine di migliaia di morti, guerre senza fine, fame incommensurabile, lavoro miracoloso, rischi e audace inimmaginabili per farne un Paese dove il popolo ebraico finalmente "torna". Questa è la parola chiave. Ci si torna anche quando non ci è mai stati, è il Paese del ritorno del popolo ebraico, non importa se religioso o laico, dall'esilio.
Per Peleg è del tutto logico, anche contro il senso comune, che Eitan "torni" a casa; e "casa" è per lui in Israele, qui è la sua naturale radice secondo la logica di un uomo della sua generazione, la sua vita. Esther, la moglie, ha anche spiegato che qui il bimbo ha una famiglia molto vasta e adorante con cui è stato sempre in contatto, dove la figlia voleva tornare, e che, secondo lei, nel suo abbraccio di Shabbat, di ogni festa comandata, è l'indispensabile cemento per guarigione di Eitan dal dolore. "Famiglia" è una parola chiave in Israele. La terza parola chiave per capire (non per giustificare) è "conversione": non necessariamente  e non soltanto conversione religiosa, ma ogni cancellazione forzosa, ambientale, dovuta a assimilazione o a educazione, o a forzatura, dell' identità di un ebreo. Questo è insopportabile per chi appartiene a un popolo che si è tentato di cancellare tante volte, di convertire, di assimilare, di considerare superato, archeologico, destinato a sparire. Magari in Italia Eitan riceverà un'educazione ebraica nel senso del popolo ebraico.
 
Ma è ovvio, per il nonno, che il suo nido naturale sia Israele, che esiste per questo: gli ebrei sono stati minacciati di scomparsa totale molte volte, in molti esili, e restare un popolo unito è stata la grande sfida fino nella Shoah. Cristiani, musulmani e anche Napoleone hanno immaginato che fosse indispensabile per gli ebrei, cambiare strada. Ma un  ebreo anche se non è religioso resta fedele al suo popolo. E' un istinto indispensabile alla sopravvivenza.
 
Infine il gesto pazzoide dell'aereo privato: per carità, nessuna giustificazione. Ma si chiama sfida estrema. Israele a fronte di avventure fatali si è avventurato spesso in gesti in cui l'audacia sfida il senso di realtà. Tipo Entebbe. Niente in comune, sia chiaro, ma spero così di spiegare una mentalità di sopravvivenza. Peleg ha sbagliato, ma non è stato solo: i giudici italiani, la zia, tutti hanno tirato la corda sin dall'inizio nell'affidare, nel pretendere, nello strapparsi una creatura che ha bisogno solo di un amore che metta tutti d'accordo. La storia biblica di re Salomone insegna. Le due famiglie si devono avvicinare, per Eitan.
 

Israele, sei ong «umanitarie» sotto indagine per terrorismo

lunedì 25 ottobre 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 25 ottobre 2021
 
La disputa in atto dovrebbe far tremare  tutto il mondo: tu chiamalo terrorismo, io lo chiamo organizzazione per i diritti umani, e lo finanzio coi nostri soldi. Il Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha collocato sei fra le maggiori NGO Palestinesi nella lista delle organizzazioni terroriste. Questo significa che i loro traffici bancari e i movimenti dei loro leader e affiliati sono adesso sotto controllo. Le informazioni: molto accurate. L'accusa è servire da mano pubblica all'organizzazione terrorista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, FPLP, fornendole un'identità ibrida, e rastrellare così consenso e denaro dall'ONU e dall'Unione Europea. Questi soldi alimentano, secondo Gantz, il fiume di sangue; le organizzazioni accusano Israele di persecuzione e rivendicano un ruolo caritativo. Certo, anche gli Hezbollah, Hamas, i Talebani prendono cura di bambini, vedove, vecchi. Così sorride il professor Gerald Steinberg, che con costanza ha indagato il tema col suo NGO Monitor. Sul sito troviamo tutti i particolari:" Dieci anni fa presentammo i risultati all'UE, la Mogherini ci disse che le prove non bastavano". E oggi il Dipartimento di Stato Americano, protesta di non essere stato informato. Israele nega l'accusa.
 
Le organizzazione nella lista terrorista sono:Adameer, Al Haq, Bisan, Defesa dei bambini-Palestina (DCI-P) Unione delle donne (UPWC); Unione degli Agricoltori (UAWC). Il punto di partenza è l'FPLP, un vulcano di attività terrorista, che ha ucciso il ministro israeliano Rehavam Ze'evi nel 2001, ha compiuto 6 attacchi suicidi nell'Intifada con 13 vittime, tre al mercato a Gerusalemme; ha tentato di uccidere il rabbino capo Ovadya Yossef; ha ucciso a colpi d'ascia 5 persone alla sinagoga Har Nof nel 2014. Terribile anche l'assassinio della 17enne Rina Shnerb nell'agosto del 2019, in cui il padre e il fratello vennero feriti. Gli assassini sono parte dell'organizzazione degli agricoltori, finanziata dall'UE.  l'FPLP, paleomarxista, radicata a Ramallah, in competizione con Fatah che non osa metterla ai margini, è stata, come spiega bene Steinberg, capace di mettere in piedi, priva dei finanziamenti di Abu Mazen, una rete autonoma di NGO,che l'alimenta auto-legittimandosi. Così che i documenti provano, dice Steinberg, con le foto, che i diplomatici in visita dei vari Paesi, di fatto si incontrano con leader del FPLP. Un paradosso per cui negli ultimi dieci anni gli sono stati dati dall'Europa circa 200 milioni euro del contribuente, sostiene Steinberg. 
 
Il direttore amministrativo degli "agricoltori"è stato arrestato e così anche  il contabile per bombe, attentati, reclutamento di terroristi. Hashem Abu Maria, il leader dell'NGO per i bambini, è morto in uno scontro a fuoco con l'esercito, il presidente dell'assemblea dei soci è stato direttore della rivista dell'FPL. Questa NGO è finanziata anche direttamente dall'Italia. Le leader dell'unione femminile sono quasi tutte membri dei comitato centrale e del direttivo dell'FPLP; il Centro Palestinese per i Diritti Umani, già nella lista,  ha un vicepresidente che è stato capo dell'ala militare dell'FPLP di Gaza, condannato all'ergastolo: Al Haq, ha un direttore Shawan Jabarin, che fu accusato di reclutare e organizzare il training dei membri del FPLP. L'Italia finanzia direttamente anche al Haq. La lista è lunga, ma parla chiaro: ammantarsi di diritti umani è un'abitudine consolidata per chi vuole distruggere Israele, e il cinismo della politica internazionale fa finta di non capire, anzi, aiuta questo sistema. Per cui il diritto va in polvere, la vittima diventa persecutore, il terrorista che ignora ogni principio democratico diventa il protagonista dell'era delle NGO.  
 

L'antifascismo corrotto dalla sinistra

giovedì 14 ottobre 2021 Il Giornale 3 commenti
Il Giornale, 14 ottobre 2021
 
L'antifascismo è una battaglia sacrosanta, le leggi che ci conservano la democrazia contro i cosiddetti "rigurgiti" (che strana espressione) sono la cassaforte che ne proteggono l'universalità. L'antifascismo, però, deve appunto essere  propagato e protetto in nome della democrazia, tutta. Invece non funziona così quando l'antifascismo diventa "miltante". 
 
La base storica della guerra antifascista è definita dal fatto che il nemico è storicamente di destra. E in secondo luogo, dall'uso che grandi e piccole battaglie ne hanno fatto. Dunque, dalla fine della seconda guerra mondiale la sinistra ha avuto buon gioco a lavare i suoi crimini e i suoi errori tingendo solo di "nero" le acque della violazione dei diritti umani, unica fonte di orrore. La battaglia antifascista, l'esaltazione dell'epopea partigiana nasce e si sviluppa lasciando che al sogno della libertà si sovrapponga quello di una società socialista, o anche comunista. L'antifascismo perde così la sua universalità, ed è peccato. Infatti una parte della Resistenza, quella cattolica, da Dossetti, a Gorrieri ai tanti preti e cattolici sulle montagne, a Tina Anselmi e le altre staffette e guerriere, sono minori rispetto alla figura del partigiano rosso. Per esempio, ancora, la glorificazione più che giusta della vittoria russa antinazista è poi diventata "antifascista militante", e questo mentre le caratteristiche del comunismo cioè  ipernazionalismo, militarismo,glorificazione e uso della violenza, feticizzazione della giovinezza, della mascolinità, del culto del leader, della massa obbediente,  gerarchica e militarizzata, e anche il suo razzismo e odio antisemita mostravano già molte somiglianze col nazifascismo. Ma il doppio standard è una caratteristica dell'antifascismo militante. La Brigata Ebraica, che in un miracolo di eroismo, ancora al tempo della Shoah, portò dei giovani "palestinesi" ebrei a combattere sul nostro suolo contro i nazifascisti, è stata sconfessata e vilipesa nelle manifestazioni delle associazioni partigiane perché Israele non è gradito a sinistra.
 
Non erano antifascisti? E non era invece nazi-fascista il muftì Haj Amin Al Husseini che con Hitler progettava lo sterminio degli ebrei? Quanti uomini politici italiani, europei, americani si sono presi in faccia l'accusa di fascismo solo perchè non erano o non sono di sinistra? Il lavoro di bonifica dell'unità nazionale intorno alla Resistenza, è stato valoroso e accompagnato da polemiche acutissime, come accadde al discorso alla Camera di Luciano Violante nel ‘96, o agli studi di Renzo De Felice, di Claudio Pavone, di Ernesto Galli della Loggia. Il termine antifascista deve prescindere dall'appartenenza politica. La genesi della Repubblica Italiana deve diventare finalmente patrimonio comune, e quanto è duro mandare giù questo rospo quando le radici culturali affondano nel terreno comune, acquisito, politicamente stratificato, del socialismo. Così è l'Europa intera, ambigua e ammiccante: dici democrazia, ma alludi a un'utopia socialista, almeno sospirata. Molte delle difficoltà dell'Unione Europea sono nel sogno palingenetico post bellico, dopo tanto orrore, per cui l'antifascismo caricò a bordo il sogno socialista, come ci dicono i tre venerati autori del Manifesto di Ventotene, invece di fare i conti con la soggettività dei Paesi europei. Anche nazione può non essere una parolaccia, se non ha mire oppressive e espansive. Occorre deporre sul serio le ideologie del secolo scorso restando, certo, antifascisti veri. Cioè, amanti della democrazia.
 

La sinistra cieca con i terroristi

domenica 12 settembre 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 12 settembre 2021
 
Forse Massimo D'Alema ignora che la lista dei terroristi del Consiglio di Sicurezza dell'ONU  mette il testa il Primo ministro talebano Mohammed Hassan Ahud  e poi molti altri dei suoi: l'ex primo ministro ed ex ministro degli esteri italiano  schivando questo dato di fatto elimina l'ONU, che pure dovrebbe essere un suo punto di riferimento e fa dei Talebani nella sua intervista a "Domani" un'organizzazione fondamentalista, con cui si può, anzi, si deve trattare. E' un punto di vista costruito sulla presuntuosa illusione etnocentrica, che anche il jihadismo islamico dichiarato si possa dribblare con la scelta tutta occidentale dell'appeasement praticata senza successo sin dall'inizio del 20esimo secolo dopo le carneficine della prima guerra mondiale, e poi nutrito nei decenni dall'orrore post Seconda Guerra Mondiale, e fomentato dalla Guerra Fredda. E' molto pericoloso adottare l'idea tipica di questo modo di pensare del primato pacifista, pensare che l'aiuto economico possa tarpare la guerra, che la legge internazionale sia l'antidoto al genocidio e che la negoziazione crei un "processo di pace". 
 
Nasconde la paura di mostrarsi islamofobi, e D'Alema in modo tipico cancella la verità che mentre non tutto il mondo musulmano combatte per il califfato, pure questa idea è radicata nei testi religiosi e nella scelta di realizzare la Sharia. La scelta bellicosa dei Talebani, di Hamas, degli Hezbollah e dell'Iran che li nutre, e non solo dell'ISIS e di Al Qaeda. D'Alema, che ritiene che anche Hezbollah e Hamas non facciano parte della compagine terrorista, crede che anche questi gruppi di assassini seriali di civili siano malleabili,e questa è una cieca perversione come in quella di rimpiangere che la Fratellanza Musulmana non sieda alla guida dell'Egitto. E' nella forza della Jihad stesa e non nei tentativi a volte goffi e sbagliati dell'Occidente di tamponarla che risiede il rischio per tutti noi, qui la battaglia contro la sofferenza inferta alla nostra civiltà dal terrorismo. D'Alema ha fornito un mattone alla cultura islamista per cui il debole nemico in fuga, soffre anche di una crisi confusionale e sarà sconfitto.
 
Diceva lo storico Walter Laqueur che decenni di discussione sul terrorismo non hanno condotto a una definizione valida per tutti. È vero: il tuo terrorista può essere il mio freedom fighter. È un senso di perdita e di incertezza quello che si ricava dalla lettura dell'intervista. L'intervista è pervasa da un senso di colpa per cui è la nostra incapacità di pacificazione che crea il rischio. Non è così: il rischio consiste nell'utopia post moderna di poter giocare al "negoziato" con una cultura che legge il rapporto con noi solo in termini di vittoria o sconfitta, forza e debolezza.
 

Israele, la «serra» dei terroristi suicidi che l'Occidente non ha voluto vedere E la lezione più vera: la jihad non tratta

sabato 11 settembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 11 settembre 2021

Nel settembre del 2001, mentre gli jihadisti di al Qaeda sequestravano gli aerei dell'American Airlines e dell'United Airlines che alle 7,59 dell'11 di settembre avrebbero dato fuoco al mondo sfracellando le Twin Towers, Israele era già in un bagno di sangue terrorista. Nessuno voleva elaborare la questione, pallide spiegazioni territoriali fornivano facili parametri al pensiero strategico occidentale.  A Gilo, dove io vivevo e lavoravo, le giornate erano ritmate dagli scoppi dei missili che l'Intifada sparava da Betlemme su Gerusalemme. Intorno alla mezzanotte dell'11, due poliziotti furono uccisi a colpi di pistola in faccia; nei due giorni precedenti una decina di civili di ogni genere e età, da uno studente di 19 anni, a una maestra d'asilo di 24 anni a un medico di 47, più un centinaio di feriti, si unirono al parterre di vittime che avrebbero raggiunto il numero di circa 1500, più o meno la metà delle vittime delle Twin Towers.

Israele fu una sorta di serra sperimentale del terrorismo suicida: questo rimase incompreso, mal interpretato e quindi ignorato dall'Occidente, e oggi, dopo il penoso e stravolto ritiro americano dall'Afghanistan, è ancora più evidente che questo rifiuto a capire sopravvive come un pericoloso fantasma. L'equivoco sul terrorismo anti-israeliano potrebbe risultare mortale per il mondo intero.

L'undici di settembre si compì a seguito dell'incomprensione e nella disattenzione del mondo per tutta una serie di evidenti episodi che ne segnavano la preparazione, sia in Medio Oriente che in Europa che negli USA; i suoi frutti e il suo seguito fino alla presa del potere dell'Afghanistan da parte dei talebani seguitano ad essere coperti dalla patina dell'equivoco.  Appare davvero strano, ma è vero: dopo l'11 di settembre, si discusse dicendo anche che era colpa degli americani; che era possibile parlare coi terroristi; che le loro aspirazioni religiose e sociali sono trattabili, la loro visione della donna, dei dissidenti, degli infedeli... parte di una cultura diversa ma legittima. Lo si ripete oggi sui talebani, e su Hamas lo si è detto un milione di volte. Israele  che prima negli anni della fondazione, poi via via attraverso gli anni, aveva subito attentati a migliaia come quello delle Olimpiadi di Monaco del 1972, assalti ai bambini nelle scuole, eccidi di vecchi sugli autobus, era già da tempo e resta una lampada accesa sulla necessità di capire, studiare per combattere il terrorismo, pena il conseguente pericolo per il mondo intero. Bibi Netanyahu nel 1995 in un suo libro sul terrorismo diceva agli USA: se non vi accorgete di quello che vi sta accadendo, presto vi ritroverete il World Trade Center spianato dal terrorismo. Una profezia? No, solo, una visione chiara della natura ideologica e politica, e non territoriale o sociale, del terrore.

La storia di Israele prima e dopo l'11 di settembre, fa piazza pulita dell'idea che si possa placare l'appetito della Jihad proponendo scambi territoriali, finanziamenti e miglioramenti sociali appetibili, accesso alla tecnologia, e, (obiettivo cui Bush guardò come alla soluzione di tutti i mali) che la democrazia, la libertà, siano il nascosto obiettivo di ogni uomo. E che una volta realizzati lo redimeranno. Ma l'Uomo è differenziato e specifico, spesso tribale. Non è che le culture fondamentaliste islamiche abbiano delle difficoltà ad apprezzare la libertà. La disprezzano. Esiste un bene superiore che viene realizzato tramite la sharia, e le leadership hanno il compito supremo, quindi, di farla osservare. Gli uomini non devono essere felici, devono applicare la legge divina e la democrazia non è la strada. Il costante ritorno all'Intifada, al terrorismo capillare, al rifiuto di riconoscere Israele o di rispondere finalmente positivamente alle profferte di pace, ripetute fino alla nausea, dalla leadership israeliana di destra o di sinistra è una risposta ideologico-religiosa all'imperativo di cacciare gli infedeli da terre islamiche. La Sharia, come deve affermare la sua preponderanza rispetto all'Occidente distruggendo le Twin Towers, così ha necessità per affermarsi di combattere il nemico che proditoriamente occupa la Ummah, la comunità islamica.

Ogni centimetro di terra un tempo occupata da quest'ultima, è sua perr sempre. Quella terra che gli è stata data dal Cielo, si deve ascoltare la promessa, non c'è trattativa che tenga. L'assassinio di Anwar Sadat nell'81 è parte di quella vicenda: Sadat aveva osato accettare l'esistenza di Israele e stringerci una pace. Abdel Rahman, compagno di Ayman al Zawahiri, è lo sceicco dell'attacco al World Trade Center, lo stesso che dal  carcere stilò la fatwa di assassinio, e lo stesso che l'ha stilata per l'attacco delle Twin Tower. Aveva combattuto in Afghanistan, e morì in carcere nel 2017. Bin Laden, succedendogli, porta con sé tutta la rabbia dei palestinesi anti-accordo di pace, tutta la vittoria Afghana contro i sovietici, tutta la grandiosa speranza dell'attacco agli USA. E il nesso indelebile, tipico del suo dottorato in teologia, della parola jihad, che vuol dire lotta, e che nonostante tutti gli sforzi nostrani di trattativa, è pur sempre stabilita secondo la legge santa. I jihadisti attaccano per riprendersi territori o per allargare la forza della Sharia, e niente può costringerli a cambiare la santità della loro scelta. Bernard Lewis ha avvertito di questo molte volte.

Hamas è stata la prima a congratularsi con i Talebani per il riconquistato potere in Afghanistan. I palestinesi, hanno festeggiato. Ismail Haniyeh il 17 agosto ha detto che questo segna "un nuovo standard per la resistenza contro Israele", ovvero dimostra chiaramente che la pazienza paga e che la "resistenza" di lunga durata può smantellare lo Stato d'Israele. Osama bin Laden a suo tempo disegnava la vittoriosa operazione delle Twin Towers come guerra contro "i Sionisti e i Crociati". Dopo quell'attacco, nelle città palestinesi dell'Autonomia, non solo a Gaza i palestinesi scesi in strada, festeggiavano con mortaretti e dolci. Yasser Arafat, comprendendo che questo avrebbe gettato nel caos i suoi rapporti con gli Stati Uniti, frenò i moti di piazza e dichiarò con grande disinvoltura, dato che l'Intifada era in pieno svolgimento, di condannare il terrorismo. Restò tuttavia solido e ripetuto il rifiuto di modificare l'aspirazione jihadista fondamentale dei palestinesi. Quando Israele ha lasciato il Libano nel 2000, mentre gli Hezbollah dichiaravano vittoria perchè "Israele è debole come una tela di ragno", Abu Ala, famoso leader palestinese, spiegava che "Tutti, qui, hanno visto il ritiro come una sconfitta strategica di Israele". Ovvero, come disse lui stesso, come un' esortazione a "uccidere gli israeliani, e a conquistare territorio".  Si tratta di jihad, e questo è il punto:questa guerra, inclusa quella palestinese, non ha niente a che fare con circostanze politiche. E figlia di un'aspirazione ideologica fondamentale, e quindi irrinunciabile, ampiamente maggioritaria, certificata dalla ininterrotta vittoria di Hamas dal 2006 nell'opinione pubblica palestinese. Per questo Abu Mazen rimane lontano dalle elezioni che non si svolgono da allora. I palestinesi hanno sempre potuto contare sul senso di colpa che ha impedito all'Europa e anche agli USA di identificare la componente jihadista nel conflitto israelo-palestinese, di vedere che Hamas, nonostante il suo comportamento totalitario e razzista con le donne, i cristiani, i dissidenti, e anche l'Autonomia Palestinese, col suo sostegno per il terrore e il suo rifiuto di ogni accordo possibile,fanno parte dell'esercito jihadista.

Per la jihad, i cui protagonisti sono sia sunniti che sciiti, solo la mukawama, o resistenza, può smantellare l'alleanza occidentale che domina il mondo e occupa le terre islamiche, incluso lo Stato d'Israele. "I talibani" -ha detto Musa Abu Marzuk membro importante della direzione di Hamas- "hanno rifiutato le mezze soluzioni proposte dall'America. Essi non sono stati ingannati dagli slogan di democrazia o elezioni o false promesse. E' una lezione per tutti i popoli oppressi". E anche l'Autorità Palestinese, come cita il giornalista palestinese Khaled Abu Toameh dice sul ritorno talebano che "Israele deve assorbire la lezione, la protezione esterna non porta pace e sicurezza. L'occupazione israeliana di terra palestinese non durerà e finirà".

Quando Netanyahu descriveva  come letale la spirale terroristica, aveva ben presente la carta geografica del medio oriente e del terrorismo islamico che scaturiva sia dall'Iran sciita con gli hezbollah e da svariati gruppi sunniti,fra cui quello salafita dell'Arabia Saudita, da cui si originò Bin laden. La scia di sangue  è lunga, fra i più agghiaccianti attentati quelli dei terroristi suicidi in Libano alle baracche dei soldati americani, 241 morti e a quella ai soldati francesi, 58 morti. Era il 23 ottobre dell'83. Si disse che avevano come sfondo la guerra con Israele, ma la scelta strategica è quella della Sharia che proibisce all'infedele di permanere sulle terre islamiche. Prima e dopo, fino a quelli di New York, di Gerusalemme, di Londra, di Parigi, fino alle stragi antisemite in Francia e in America gli attentati sono tutti illuminati dal lampo gelido del 9-11. Il mondo cambiò, come tutti dicono e scrivono, la "lunga guerra" al terrore formò una grande coalizione intorno agli americani, i talebani vennero cacciati, al Qaeda fu semidistrutta, e Bin Laden fu ucciso, Obama dichiarò vittoria, la gente cantava per le strade. Ma il bandolo della matassa non era stato afferrato. Il terrore dell'Isis, gli attentati nel mondo, i talebani, l'odio per l'Occidente e Israele non si sono modificati. Non potevano modificarsi perché la trama jihadista è paziente. Per smontarla  va vista per quello che è, un progetto ideologico-religioso mondiale. Israele combatte bene la sua battaglia, e cerca la sua via di pace con gli Accordi di Abramo: un riconoscimento rispettoso delle altrui culture, per altro sostenute da prospettive vantaggiose. La via d'uscita è, almeno in parte, qui. Per il resto, la jihad iraniana sciita e quella sunnita lavorano sott'acqua e non impallidisce il loro sogno.

L'assenza al summit antisemita? Grande vittoria

giovedì 9 settembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 09 settembre 2021

La decisione dell'Italia di non partecipare a quella che era stata inappropriatamente chiamata "Conferenza mondiale contro il razzismo" è molto importante. Il nostro giornale è felice e fiero che la sua richiesta sia stata accolta. Si tratta, come abbiamo scritto,  della quarta edizione di una delle maggiori conferenze delle Nazioni Unite che si svolgerà il 22 settembre; gli USA, il Canada, l'Inghilterra, la Germania, la Francia, la Repubblica Ceca, l'Olanda e altri che già avevano boicottato l'iniziativa nelle versioni precedenti sono partner dell'Italia nella decisione.

Si tratta di una scelta molto importante non solo per il popolo ebraico e per Israele che hanno sofferto direttamente l'ondata di antisemitismo inaugurata nel 2001 in Sud Africa, proprio approfittando del valore simbolico della patria dell'apartheid e cercando di infettarne Israele, gli ebrei e, di conseguenza, l'Occidente ritenuto corresponsabile delle sue scelte. Durban è stato un disastro morale per il mondo intero, la patente internazionale per consentire che la cultura, la mentalità vittimista e aggressiva che sta alla base della follia del 2001 rovesciasse i canoni stessi dei diritti umani, usasse come una scura rovesciata l'idea di perseguitati e persecutori, di oppressi e di oppressori. Durban alimenta fino al giorno d'oggi la cultura del vittimismo che rende nemico l'uomo all'uomo sulla base del concetto fantasticato, estremizzato, falsificato di cultura, di religione, di genere, di razza. I terroristi diventano combattenti della libertà, le folle infuriate parametri di giustizia, le accuse pregiudiziali prove provate,  le regole pastoie.

A Durban nel 2001, nel clima entusiasta post apartheid, per le ONG che avrebbero dovuto affiancare la conferenza contro il razzismo, cui io ero presente come corrispondente, gli ebrei diventarono oggetto di caccia addirittura fisica; si distribuivano "I protocolli dei savi di Sion"; folle "antirazziste"marciavano sotto i ritratti di Bin Laden pochi giorni prima del disastro delle Twin Towers; la sala risuonava dei discorsi in cui Arafat, che da poco aveva firmato gli accordi di Oslo, dichiarava Israele e gli ebrei "genocidi" e "colonialisti", dittatori come Fidel Castro, Ahmadinejad, Mugabe, incitavano all'odio antisemita e li correlavano alla storia imperialista dell'Occidente, alla sua smania di dominio e di potere. Si fondava sotto l'egida dell'ONU una teoria rovesciata dei diritti umani, che purtroppo seguita a conquistare maggioranze automatiche in molte istituzioni internazionali; si macchiava per sempre la capacità di combattere la sacrosanta battaglia contro il razzismo nei suoi termini reali, per cui diventi un razzista inconscio se non ti metti in ginocchio ad esclamare la tua colpevolezza nei secoli. La conferenza fu programmata per trasferire su Israele i crimini dello Stato di Apartheid, con cui non aveva niente a che fare; il termine Olocausto fu usato a destra e a manca  includendovi i palestinesi; la stessa impropria vittimizzazione viene usatadai novax che si travestono da prigionieri di Auschwitz. È la vittimizzazione che libera dalla responsabilità, ignora il contesto storico, vede le istituzioni come mezzi per realizzare i propri fini. Per esempio, il Consiglio per i Diritti Umani che si occupa quasi solo di Israele,fidando sull'ignoranza e l'indifferenza di fronte a terrorismo, dittatura, corruzione.

Dopo l'ultima guerra di Hamas, in cui era chiarissimo chi fosse l'aggressore e chi l'aggredito, e i missili dell'organizzazione terroristica grandinavano su Israele, si è invece avuto una ondata di odio antiebraico e anti-israeliano:a Londra convogli di auto falciavano le strade urlando "fuck the jews, fuck their daughters"; a New York, bastava avere una kippà in testa per essere aggrediti e così a Parigi, a Bruxelles... Degli ebrei si dice che sono parte del "suprematismo bianco", un altro modo di dichiararne il ruolo di oppressore. Ma anche gli italiani,e  gli inglesi, e i francesi sono suprematisti bianchi, e colonialisti, e razzisti. È la logica della cultura di Durban, ottimo che non ci andiamo.

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