Il Giornale
Netanyahu con Pompeo da Bin Salman. Ma Gantz minaccia la crisi di governo
martedì 24 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 24 novembre 2020
Nonostante
la cortina di fumo, brilla di luce storica l'incontro del Primo
Ministro israeliano Benjamin Netanyahu domenica notte con il Principe
della corona Saudita Mohammed bin Salman sul suolo del regno, nella
città balneare di Naom. Un altro dei tanti principi Faisal bin Farhan Al
Saud con un tweet ha negato, abracadabra, che l'incontro sia mai
avvenuto. Ma tutti sanno che c'è stato, che è storico, che la spinta
saudita a essere parte del grande, rivoluzionario schieramento
israeliano, egiziano, giordano, del Bahrain, degli Emirati e anche del
Sudan che intende, prima di tutto, spingere il nuovo Presidente
americano Biden, soprattutto a non farsi incantare dalle sirene
iraniane. Secondo la versione ufficiale, i sauditi hanno incontrato
soltanto Mike Pompeo, il Segretario di Stato americano. Ma Bibi su un
Gulfstream IV privato di un miliardario amico (Udi Angel) che già nel
passato gliel'ha messo a disposizione per missioni segrete, si è levato
in volo verso le 6,00 di sera costeggiando la penisola del Sinai e poi
dirigendosi sulla costa nord ovest del Mar Rosso.
Il viaggio di Pompeo e la dottrina Trump. Caccia alla pace con i Paesi musulmani
domenica 22 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 22 novembre 2020
Dieci giorni di corsa, il titolo del viaggio "antiterrorismo e libertà religiosa": e lui lo intende davvero così. È così facile, logico, ragionevole, ha ripetuto tranquillo Mike Pompeo, fino a giovedì in Israele bombardato di domande dai giornalisti, sospettato di essere un colonialista, un imperialista, insomma, l'emissario di Trump. In realtà è un uomo con una missione, il suo largo viso energico è paesano, da abruzzese di Pacentro come i suoi nonni. Indossa un tocco di orgoglio militare, costruito da capitano a West Point, e di astuzia, da laureato ad Harvard in giurisprudenza. A pochi giorni dalla scadenza del suo mandato, Pompeo ne ha speso dieci in un giro che ha compreso la Francia, la Turchia, la Georgia, Israele, gli Emirati Arabi Uniti, e il Qatar.
Il giro di Pompeo ha voluto disegnare un tracciato, una dottrina: ai nemici di Trump la sua politica estera è apparsa destrutturante e provocatoria, e invece con questo viaggio, di radicarsi nel futuro degli Stati Uniti, e, da subito, nella politica di Biden. Così i continui richiami alla pericolosità dell'Iran e alla necessità di bloccarne l'imperialismo, la corsa alla bomba atomica, la violazione dei diritti umani. Così l'oramai condivisa sospettosità verso la Cina.
L'islam terrorista con le spalle al muro. Il blitz costruito con la pace di Trump
domenica 15 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 15 novembre 2020
I colpi esplosi in una calda notte d'estate, il 7 d'agosto, contro un Renault Bianca uccidendo quello che apparve all'inizio come un professore libanese di nome Habib Daoud e la sua figlia 27enne in un sobborgo di Teheran, quasi non si sentirono nella gran salva di botti che stava scuotendo tutto il Medio Oriente: le esplosioni frequenti nelle centrali nucleari in Iran, l'immensa, tragica esplosione nel porto di Beirut legata agli Hezbollah, gli amici più intimi del regime degli Ayatollah, e intanto la rumorosa discussione sull'estensione delle sanzioni all'Iran. I due motociclisti con la mitraglietta in realtà avevano fatto un colpo storico: l'uomo ucciso non era come sembrò nei primi giorni un militante degli Hezbollah ma il numero due di Al Qaeda, Abu Muhammad al Masri, cioè "l'Egiziano", il cervello degli attacchi alle ambasciate americane in Africa. Con lui era la figlia, moglie di Hamza, figlio di Bin Laden.
Un gruppetto tutto sunnita, la cui presenza a Teheran mostra il nesso fra l'organizzazione sunnita terrorista intrisa di sangue occidentale e specialmente americano, e il Paese sciita, in testa alla lista del terrorismo mondiale. Bin Laden, si sostiene, era a suo tempo stato nascosto a Teheran. L'ascia di guerra fra i due gruppi la cui violenta guerra religiosa è nota, è stata sotterrata in nome del comune odio senza quartiere per il mondo occidentale, in testa l'America e Israele.
Non a caso a lungo il regime di Teheran ha negato che si trattasse di al Masri, prova lampante della sua collaborazione con un terrorista sunnita sulla cui testa gli USA avevano messo 10 milioni di dollari. Israele ha compiuto l'operazione d'accordo con gli USA, e chissà quante altre del genere hanno evitato stragi, punito terroristi internazionali, distrutto nuclei organizzativi sul piede di guerra anche da noi, in Europa. Oltre alla maestria consueta e al coraggio incredibile di uomini del Mossad di cui non si saprà il nome, si può solo lodare la fantastica capacità quando l'operazione riesce; probabilmente non conosceremo mai, invece, le perdite e le tragedie. [...]
Biden è presidente, ma comanda già Kamala
domenica 8 novembre 2020 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 08 novembre 2020Niente si sta
veramente concludendo, nel bene e nel male, dell'era Trump, dopo che
Biden ha preso 74 milioni e 900mila voti contro i 70 milioni e 700mila
dei Repubblicani, sempre che i dati risultino esatti. L'America è
spaccata in due, e l'impresa nazionale e internazionale di Trump è una
pietra di paragone. Trump resiste perchè nessuno ama essere un "looser",
un perdente, tantomeno nella società americana, ancor meno quando si è
Trump. L'ex presidente, che ancora non è tecnicamente definibile tale,
non accetta di uscire dalla Casa Bianca non solo perchè afferma che sono
i brogli ad aver portato il suo rivale alla vittoria (e qui appaiono
avventati i toni di disprezzo, anche in Italia, contro questa
affermazione, con una pretesa di storica innocenza dei democratici) ma
anche perchè Trump sa che gli USA siedono su un vulcano che erutta
scontro culturale, sociale, etnico, senza fondo. Lo scontro non è
politico, è molto di più.
ELEZIONI USA Nessuna "marea Dem" nell'America profonda
giovedì 5 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 novembre 2020
"Sì, almeno metà degli elettori di Donald Trump si annovera in quello che chiamo il gruppo dei deplorevoli: i razzisti, omofobi, xenofobi, islamofobi… Sfortunatamente è gente di questo tipo… E lui li ha esaltati". Lui, poi fu eletto presidente degli Stati Uniti d’America. Lei, ovvero la persona che nel settembre del 2016 si lasciò andare a questa definizione poi rimasta nella storia era Hillary Clinton, la sua antagonista. Ma i "deplorevoli", abbiamo verificato ieri, seguitano a essere circa il cinquanta per cento dei cittadini americani.
Contro le previsioni della collettività entusiasta dei sondaggisti, ripresi con ancora maggiore entusiasmo dai media, fino a quest'ora si può dire che Donald Trump, lungi dall' essere lo storico sconfitto raso al suolo da queste elezioni, il "deplorevole" per eccellenza finalmente riconosciuto come tale dalla storia oltre che dal New York Times e da tanti tanti ironici giornalisti, ha ricevuto il consenso almeno della metà della più alta percentuale di votanti mai vista negli States, il 65 per cento, 154 milioni di persone. Chi seguiva i rally degli ultimi giorni, ha sentito che in quelli superaffollati di Trump vibrava una nota guascone, poco consona ai tempi di lutto da Covid,una vitalità difficileda individuare nelle folle peraltro esemplari di Biden, tutte con mascherina, poca gente virtuosa. Ma, ed è probabilmente fuori luogo temere l'incitamento di Trump a custodire a tutti i costi quella che lui ha dichiarato già, troppo presto, una vittoria elettorale, le folle del Presidente fin'ora non hanno dato segno di violenza.[...]
Il prossimo strappo sarà la Cina. O si ritornerà al multiculturalismo
martedì 3 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 04 novembre 2020
Il voto americano è un voto sulla politica estera. La politica economica è travolta dal Covid, un argomento molto confuso: in politica estera, invece, il confronto è chiarissimo. Biden e Trump hanno due visioni completamente diverse del significato stesso di ciò che l'America, il Paese più importante del mondo, deve rappresentare. Quando Trump nel gennaio del 2017 nel discorso inaugurale pronunciò con voce tonante la famosa formula "America first" le raffinate orecchie europee e dei liberal americani ne furono rintronate. Uno dei tanti custodi dell'ordine costituito Peter Wittig, ex ambasciatore tedesco a Washington, sentì questo suono come una "abdicazione alla leadership americana dell'Alleanza transatlantica". Un abbandono del concetto stesso di multilateralismo, delle decisioni collegiali, magari inutili, talora insensate, a volte dannose... ma collegiali, e quindi utili dopo tanto autoritarismo nel passato. Trump in politica estera ha divorziato da quello che nel corso di un' intervista Wittig, come tanti altri, definisce valori di"decenza, decoro, buon senso, diritti umani...".
In realtà il disdoro esprime, per quanto Biden lo presenti come ripresa di una visione di sinistra, un punta di vista conservatore rispetto all'imprevedibilità di Trump. In una parola: Trump ha intrapreso strade inesplorate, e Biden vuole invece riprendere sentieri conosciuti al buon senso internazionale, alla cui base c'è l'idea che il multilateralismo abbia sempre ragione anche quando la storia gli da torto. Il clima, la Cina, il trattato con l'Iran, Israele, la Nato... Biden vuole semplicemente fare alla rovescia la strada, facendo tornare a sorridere Angela Merkel e Hollywood, che è tutta liberal.
Trump ha bruciato una quantità di trattati multilaterali badando più all'interesse americano che al buon senso conformista: nel 2017 si ritrae dall'accordo di Parigi sul Clima ormai universalmente ritenuto una religione molto carente e spuria, ma cui Obama aveva lavorato e che era stato firmato da 195 Stati. Biden ha giurato che lo riabbraccerà. Nel 2018 ha abbandonato il trattato nucleare con l'Iran, il bambino più disgraziato di Obama, un evidente fallimento dimostrato dalle prove della perseverante politica nucleare e molto aggressiva degli ayatollah, ma Biden ha detto che lo recupererà anche se cercherà di garantirlo; poco dopo, Trump fa una scenata screanzata alla Nato, accusando gli Stati membri tuttavia di una realtà che tutti conoscono, cioè di non investire denaro nelle difesa collettiva e approfittando dell'impegno americano; anche qui Biden vuole restaurare i rapporti, o almeno le buone maniere. Ma anche Biden ha riconosciuto che Trump ha messo il dito su una piaga. Trump ha messo alla sbarra l'ONU; ha lasciato l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha rifiutato di osservare da vicino il comportamento della Cina; ha lasciato a sobbollire nel loro brodo diverse organizzazioni delle Nazioni Unite, come l'UNESCO; o l'UNRWA. Insomma, ha tolto i soldi a chi non se li meritava, magari Biden se dovesse essere eletto approfitterà di questa favorevole situazione, anche se ora tutti sperano che restituisca i finanziamenti. Con la Russia, è stato piuttosto duro, ma possibilista, con alterne vicende legate alle opportunità e alle convenienze. Putin è per lui un abile antagonista, pronto a tutto, e così anche Trump da segnali di esserlo. Biden non farà paura come lui, che è un pò matto, e Putin non ci scherza. La Cina e il Medio Oriente, sono la vera prova del fuoco. [...]
Trump ha bruciato una quantità di trattati multilaterali badando più all'interesse americano che al buon senso conformista: nel 2017 si ritrae dall'accordo di Parigi sul Clima ormai universalmente ritenuto una religione molto carente e spuria, ma cui Obama aveva lavorato e che era stato firmato da 195 Stati. Biden ha giurato che lo riabbraccerà. Nel 2018 ha abbandonato il trattato nucleare con l'Iran, il bambino più disgraziato di Obama, un evidente fallimento dimostrato dalle prove della perseverante politica nucleare e molto aggressiva degli ayatollah, ma Biden ha detto che lo recupererà anche se cercherà di garantirlo; poco dopo, Trump fa una scenata screanzata alla Nato, accusando gli Stati membri tuttavia di una realtà che tutti conoscono, cioè di non investire denaro nelle difesa collettiva e approfittando dell'impegno americano; anche qui Biden vuole restaurare i rapporti, o almeno le buone maniere. Ma anche Biden ha riconosciuto che Trump ha messo il dito su una piaga. Trump ha messo alla sbarra l'ONU; ha lasciato l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha rifiutato di osservare da vicino il comportamento della Cina; ha lasciato a sobbollire nel loro brodo diverse organizzazioni delle Nazioni Unite, come l'UNESCO; o l'UNRWA. Insomma, ha tolto i soldi a chi non se li meritava, magari Biden se dovesse essere eletto approfitterà di questa favorevole situazione, anche se ora tutti sperano che restituisca i finanziamenti. Con la Russia, è stato piuttosto duro, ma possibilista, con alterne vicende legate alle opportunità e alle convenienze. Putin è per lui un abile antagonista, pronto a tutto, e così anche Trump da segnali di esserlo. Biden non farà paura come lui, che è un pò matto, e Putin non ci scherza. La Cina e il Medio Oriente, sono la vera prova del fuoco. [...]
Erdogan sogna il nuovo impero ottomano
venerdì 30 ottobre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 30 ottobre 2020
E'
una questione di forza: noi in Occidente siamo abituati a considerare
che i rapporti politici debbano essere determinati da motivi dimorale e
di opportunità, e anche dall'uso di prudenza quando il tema della
violenza è coinvolto, e il linguaggio dell'incitamento porta alla
strage di innocenti. Ma per il mondo islamico estremo non è così, e per
la Turchia di Erdogan è una grande opportunità storica usarne le armi
ideologiche più oscure e micidiali per diventare il principe della
rinascita dell'Impero ottomano. Il presidente Erdogan si pregia di
entrare n ei libri di testo come l'uomo che ha rovesciato la magnifica
funzione storica inventata da Kemal Ataturk per la Turchia: essere il
ponte fra il vasto mondo islamico, un miliardo e ottocentomila persone, e
quello ebraico- cristiano occidentale per un mondi migliore. L'uso come
di un'ascia bipenne dell'ideologia più estrema, incarnata dalla sua
organizzazione la Fratellanza Musulmana di cui è il capo, fa parte della
dottrina che muove Erdogan e lo porta a essere, di fatto, il migliore
punto di riferimento del mondo terrorista. La nuova strage di Nizza è
una strage ideologico - religiosa, e un polo certo ne è l'incitamento di
cui Erdogan ha bombardato la Francia e Macron,che non è casuale, ma
strategico, anche se certo non possiamo accusarlo di terrorismo in modo
diretto. Lungi da noi.
Tre spazi definiscono
l'azione di Erdogan: quello interno,per cui la Turchia, in grave
sofferenza economica e strutturale, soffre restrizioni dittatoriali
sulla stampa, le idee, le donne, la libertà di religione (i cristiani
sono scappati quasi tutti); quello internazionale, per cui Erdogan ormai
fa una nuova guerra armata al mese in zone diverse,trasportando la sua
furia egemonica sul terreno della Ummah, ovvero dei luoghi fisici che
nella sua mente e in quella dell'Islam estremo, compreso l'ISIS e anche
gli Ayatollah sciiti, devono alla fine essere di dominio islamico
assoluto, con l'istituzione universale della Sharia; e infine quello del
gioco più infido, quello del gioco che coinvolge i gruppi terroristi,
dal Al Qaeda,all'Isis a Hamas agli Hezbollah, senza distinzioni, ma con
incontri,spostamenti, finanziamenti, armi. [...]
Le mille crisi di Erdogan, il sultano che vuole diventare imperatore
martedì 13 ottobre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 13 ottobre 2020
La Oruc Reis si staglia di nuovo da ieri sulle onde del Mediterraneo Orientale vicino all'isoletta di Megisti nel Dodecaneso, Kastellorizo, Castelorosso..: per il luogotenente Montini nel film di Gabriele Salvatores "Mediterraneo", un luogo di "importanza strategica zero". Per Erdogan, un altro modo di affermare la risorgenza dell'Impero Ottomano, la irrilevanza della suddivisione ONU delle acqua territoriali del 1982 e la sua visione della "patria blu", 46.520 chilometri quadrati di Mare Nostrum che gli consentano di dominare le ricerche energetiche, annullare i patti e le conquiste di Grecia, Cipro, Israele, Egitto, e anche Italia. Di nuovo, dopo che ad agosto aveva arruffato i rapporti con la Grecia, la sagoma minacciosa della grande Oruc Reis è ricomparsa "per condurre ricerche sismiche". Ma il messaggio è di nuovo quello del dominio delle risorse energetiche, e in generale, della scelta turca di un dominio antico che intende rinnovarsi, e non lo nasconde affatto.
Diretto e «antipatico», ma Donald piace così
giovedì 8 ottobre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 08 ottobre 2020
Dice poche parole e antipatiche, fa una faccia da John Wayne, anzi no, da Clint Eastwood: "Se vuoi sparare spara, non parlare". E' la sua strategia, e ci cascano tutti. Qualche giorno fa, dopo tre notti al Walter Reed National Military Center l'ha detto addirittura al Covid, qualche giorno prima l'aveva ringhiato a Biden durante uno scontro maleducato e non moderabile, gestito con imbarazzo e fatica da Chris Wallace. E prima in modo diretto e plateale di fronte al mondo intero l'ha detto sul viso alla Cina e al suo regime invasivo e autoritario; e all'Iran di cui ha svelato la strategia imperialista; al terrorismo in tutto il mondo, specie quello dei Fratelli Musulmani; ha detto "Altolà" rivelandone le bugie anche agli intoccabili palestinesi. Con gli amici è magnanimo e largo di lodi e di doni, coi nemici accigliato e determinato alla loro totale sconfitta, salvo che accettino le sue condizioni.
Israele, Emirati e Bahrein rivoluzione in Medioriente «Una nuova alba di pace»
mercoledì 16 settembre 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 16 settembre 2020 "Altri cinque Paesi presto si uniranno a questo grande slancio di pace". Saranno l'Oman? il Sudan? I loro rappresentanti erano alla cerimonia. Non si sa. Ma Trump ieri alla firma di pace è stato grandioso, ha promesso che più avanti l'Iran e finalmente anche i palestinesi capiranno che è tempo di pace e di prosperità. Vittorioso nonostante le consuete critiche, questa volta non è stato né sbruffone, né bugiardo come lo vuole la lettura classica, ha invece portato a casa, poco prima delle elezioni, un risultato impensabile, la pace fra Israele e due Paesi arabi importanti.
La firma della pace fra Israele gli Emirati e il Bahrain alla Casa Bianca sotto l'ala del presidente americano è costata uno sforzo ulteriore nella giornata di ieri dopo mesi di lavorio incessante, concessioni, rinunce, voli notturni, segreti… Quella di non darsi la mano in tempi di Corona Virus. Lo slancio entusiasta dei partecipanti, senza maschera, li ha quasi gettato li uni nella braccia degli altri diverse volte durante l'incontro sulla porta dove li attendeva il presidente americano, poi nel corso dei colloqui preventivi e infine al momento della firma. Gli accordi sono brevi, specie quello col Bahrain, ancora da definire in molte parti, ma carichi di un futuro rivoluzionario che aleggiava ieri a Washington.
La cronista, che ha visto con lacrime di gioia agli occhi anche la stretta di mano fra Rabin e Arafat sotto l'ala di Clinton (con Shimon Peres, che Rabin non voleva assolutamente portare con sé, e poi dovette arrendersi, al contrario di Bibi che ha insistito per andare da solo fino in fondo, ed è stato criticato per questo), sul prato della Casa Bianca il 13 settembre del '93, ricorda come le mani si strinsero ma tutto il linguaggio corporeo di Rabin, una persona intera e un patriota senza ombre, espresse la perplessità, il dubbio, persino la contrarietà verso il corpo fisico del nemico giurato del popolo ebraico, del terrorista armato. In effetti, dopo l'accordo di Oslo, il maggiore sforzo dei palestinesi è stato quello di negarlo tramite gli attacchi successivi. [...]
