Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Perché noi ebrei non vogliamo essere vittime

mercoledì 27 gennaio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 27 gennaio 2021

Quando Elie Wiesel scrisse le sue prime memorie di Buchenwald, le scrisse in Yiddish nel 1954 su una nave che lo portava dall'Europa al Brasile. Più avanti, riscrivendole in francese, Wiesel scelse un tono molto più pacato ancorché disperato, abbandonando la parte più rabbiosa, che vuole ricordare ma anche vendicarsi. Una scelta più volte elaborata dai sopravvissuti alla «morte assoluta», ma poi smussata nella scelta di una memoria collettiva tendente al perdono, decisamente orientata al recupero della vita e dell'ottimismo per il popolo ebraico. Ogni memoria della Shoah porta con sé mille punti di domanda, e tutti conturbanti e anche imbarazzanti. Quanto più le memorie sono realistiche, vive, disegnate, quanto più ci folgora l'inafferrabilità del significato a meno di accettare inutili semplificazioni retoriche. Inutili, perché, come si vede per esempio nel recente blood libel sulle accuse agli ebrei per il Covid (lo hanno diffuso o non hanno permesso ai palestinesi di vaccinarsi, roba da Der Stürmer, con tanto di vignette), non servono a evitare che l'Idra dell'antisemitismo seguiti a dimenare la sua rivoltante testa. Noi, figli e nipoti di sopravvissuti (mio zio Nedo Fiano alla cui eroica determinazione alla memoria va tutto il mio amore, e mio padre Alberto Nirenstein, storico della Shoah, che ha scelto di testimoniare per gli assassinati coi suoi libri senza un attimo di tregua), restiamo soli ogni giorno di più. Loro porgevano come un fiore rosso la loro vita, noi dobbiamo inventarci come non farlo appassire. Mi dispiace proporre qui, ma lo faccio per capire bene, il discorso di Himmler pronunciato davanti ai Reichsleiter e ai Gauleiter a Poisen, il 6 ottobre 1943, citato da Annette Wieviorka ne L'era del testimone: «Vi prego di ascoltare e di non far parola... ci si pose la domanda che ne facciamo delle donne e dei bambini? Anche in questo caso mi decisi per una soluzione chiara. Non ritenni giusto sterminare gli uomini - diciamo uccidere e farli uccidere - e lasciar crescere i bambini che potranno vendicarsi dei nostri figli e nipoti. Così si dovette prendere la difficile decisione di far scomparire questo popolo dalla terra... la questione ebraica sarà regolata entro la fine di quest'anno... in un lontano futuro potremo porci il problema se dire qualcosa di tutto ciò al popolo tedesco... assumiamo la responsabilità portando questo segreto con noi nella tomba». Nella decisione quintessenziale che rappresenta tutta la Shoah, quella di ammazzare tutti i bambini ebrei, è inclusa, esplicita, la decisione di cancellare la memoria. «In un lontano futuro vedremo... porteremo questo segreto nella tomba». [...]

Ritorno alla libertà. Lo stress post traumatico dopo la guerra al Covid

sabato 23 gennaio 2021 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 23 gennaio 2021

No, non torneremo ad essere ciò che eravamo. Non tornerà «tutto come prima». Ogni grande shock culturale comporta un post trauma. Abbiamo vissuto a lungo, ormai, in maniera interamente diversa rispetto al passato. Abbiamo sofferto e avuto paura. La guerra è così, e in genere comporta una condizione post traumatica. Sono nata dopo la Seconda guerra mondiale; la nostra uscita dal Covid penso somiglierà al periodo della mia prima infanzia: entusiasmo, sospetto, paura, stringere i denti. Fu un'epoca rivoluzionaria, i costumi cambiarono, i più forti vinsero la memoria insopportabile e le difficoltà economiche, restò silente il senso di morte per ripresentarsi negli incubi. Trent'anni fa ero in Israele a «coprire» la Guerra del Golfo. La sirena che suona, la maschera sul viso, la paura che il missile contenga gas venefici... è l'unica mia altra esperienza di una maschera sul viso. La radio avvertiva quando si poteva toglierla senza pericolo. Col Covid, la indossi quasi come un'altra parte del corpo. Quando questo cambierà, si tornerà a pettinarsi, a vestirsi, a truccarsi: un'altra vita. Ci sarà chi ha molto sofferto e ne porterà i segni, chi resterà depresso e traumatizzato, chi invece avrà cucinato incessantemente e sarà ingrassato. Fenomeni collettivi di cui già parlano i giornali; i loro postumi diventeranno oggetto di interesse sociale, sostituiranno o integreranno il compito classico delle ASL, saranno al centro della svolta sociale e sanitaria che si prospetta.

Il Covid lascerà il suo segna post traumatico ovunque, in ogni angolo di mondo: dove io mi trovo ci siamo quasi. Mentre scrivo sento un piccolo dolore al braccio sinistro perché solo sabato sera ho ricevuto la seconda iniezione del vaccino Pfizer. Desidero questo dolore, lo percepisco con soddisfazione, è il segno della libertà, anelo alla mia «patente verde» per potere viaggiare, venire in Italia, tornare a essere libera... Ma sarò un'altra persona in un'altra società: il post trauma porta con sé conseguenze politico-culturali e mutazioni sociali. La perdita della libertà di andare e fare quel che si vuole, e quindi l'ubbidienza alle regole, l'obbligo a una vita in spazi chiusi, il senso di vertigine davanti a metropoli con le piazze e le strade vuote, saranno a lungo con noi. Sarà con noi il dolore, sconosciuto nella nostra epoca se non nelle società in guerra come Israele, della morte collettiva, a centinaia, a migliaia: d'un tratto, per la prima volta dalla guerra, amici o persone conosciute se ne sono andate tutte insieme, soffrendo. La sofferenza e la scomparsa di vecchi genitori fino a ieri protettivi, la novità assoluta della solitudine nel momento della morte, non sono più un film, né lo è la perdita del lavoro, del tuo negozio, del tuo ufficio, della scuola dei ragazzi. Sarà con noi ciò che rende la guerra così temibile: non sai che cosa ti può accadere fra un minuto, o domani, o mai. Un attimo dopo il tampone negativo, puoi già essere di nuovo infettato.[...]

Patti di Abramo a rischio. E ora torna in gioco l'Iran

venerdì 22 gennaio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 22 gennaio 2021

Alla fine in Medio Oriente il nome del gioco per John Biden si scrive con la maiuscola: Iran. In movimento, c'è un grande, bellissimo nuovo gioco che si chiama «Patti di Abramo», ma ce riè uno vecchio e difficile che Biden ha promesso di affrontare di nuovo. Non è in ballo Israele, ma una collana di Paesi che rifiutano l'arma nucleare, i missili balistici, le molteplici attività belliche e terroristiche iraniani nella zona: Biden sa bene che alcuni Stati musulmani e in genere sunniti alleati degli Usa hanno costruito un inusitato, nuovissimo rapporto di pace con Israele, ma non soltanto. Sono grandi gruppi etnici come i curdi, masse di diseredati in Siria, in Libia, in Yemen. Dalla parte opposta, i palestinesi si aspettano una spinta fondamentale da Biden perchè la loro palla torni a correre sul campo, e l'Iran è loro amico. E un intero sistema di potere e di forza scardinato da Trump che chiede di essere reinstaurato, e sarebbe un disastro. Ma Biden non è Obama, anche se il suo primo scopo è negare vigorosamente le politiche di Trump. Chi è il nuovo presidente? Biden si definisce «un sionista», ha incontrato tutti i primi ministri Israeliani, a Bibi ha detto: «Non siamo d'accordo, ma ti voglio bene». [...]


La purga contro i conservatori

mercoledì 13 gennaio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 13 gennaio 2021

Ancora otto giorni, e Trump scenderà dal palco. Si parla anche di impeachment, e questo farebbe gongolare molti: Trump ha detto che ne risulterebbe una enorme frustrazione che creerebbe altre terribili tensioni. È vero. L'accanimento ha preso il posto della discussione, la colpevolizzazione si è ormai riversata sui 70 milioni che l'hanno votato in modo da rendere impossibile un futuro equilibrato per gli Stati Uniti. Questo, anche se si riconosce, come fa chi scrive, il gravissimo errore della chiamata di Trump alla folla. Ma Trump è stato posseduto dalla sua hybris che non gli consente di perdere. È evidente però nella furia dei commenti, nel disprezzo a 360 gradi, che il rischio nel ribadire l'indegnità di Trump condannando lui e i suoi uomini all'isolamento a vita sull'Isola del Diavolo, alla fine pretende la genuflessione pentita di una vasta parte di mondo, dell'universo conservatore. E mostra la prosopopea morale per cui chi non appartiene al credo progressista è abominevole. Questa messa al bando morale giunta a livelli incredibili nei posti di lavoro, nelle università, nella famiglie ha creato una barriera che ha causato la demenziale marcia su Capitol Hill. Una marcia anche criminale nel senso della violazione e della vandalizzazione di beni pubblici e dell'intenzione di questionare il verdetto morale delle urne. Ma non nel senso insurrezionale che gli si vuole attribuire, come ha spiegato l'avvocato Dershowitz, non una pianificata intenzione di fare a pezzi la democrazia, né un'espressione della natura diabolica e forse di un piano a lungo termine del presidente. L'intenzione che hanno attribuito a Trump e a quella folla è «insurrezione»: ma è difficile stabilire che cosa significhi, specie quando da maggio a settembre grandi folle di Black Lives Matter hanno stravolto il Paese con marce e proteste anche molto violente. Molti gli assalti alla polizia e la richiesta di eliminare la polizia del tutto. Era insurrezione? Probabilmente no. [...]

"Questo finale rovina tutta la storia di una presidenza diffamata per anni". Intervista a David Wurmser

venerdì 8 gennaio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 08 gennaio 2021

Seduti uno di qua e uno di là dall'Oceano, da Washington e da Gerusalemme, contempliamo con la testa fra le mani, insieme a David Wurmser, il disastro di Capitol Hill, la parabola del presidente che ha trasformato la conclusione del suo mandato in un circo di leoni impazziti. David è uno dei migliori intellettuali conservatori degli Stati Uniti, è stato consigliere speciale al Dipartimento di Stato di John Bolton, e prima di Dick Cheney, vicepresidente degli Stati Uniti, membro dell'American Enterprise Institute.

Cos'è successo a Capitol Hill? «E successo un disastro. Tutta la storia della presidenza Trump sarà ricordata soprattutto per questa conclusione, e la sua memoria ne sarà interamente compromessa».

Le critiche a Trump erano già insistenti, asfissianti... «Di più, ed è stata proprio la persecuzione totalizzante del personaggio e dei suoi che ha portato al discorso scandaloso di due giorni fa. Trump è stato sempre un'antenna dello stato d'animo della sua folla, non di violenti, ma di cittadini su cui il fatto di non essere di sinistra è diventato un'accusa di essere una sorta di "nazisti". Una parola che non ammette replica, perché implica storicamente la sua totale indecenza. Trump e la sua gente in questi anni sono stati bombardati da accuse di ignominia: ci sono stati licenziamenti, fratture familiari, messe al bando di vecchi amici, odio, disgusto e shaming sui media, attacchi fisici al ristorante, per la strada ai trumpiani. La legittimazione appartiene a gruppi che per altro negli ultimi 8 mesi hanno distrutto migliaia di negozi, ferito cittadini, sparato ai poliziotti...». [...]

L'Iran minaccia vendetta per il generale Soleimani. Trump pronto alla guerra

sabato 2 gennaio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 02 gennaio 2021

La tradizionale festa di capodanno al «Mar a Lago club», in Florida, si è svolta senza Donald Trump. Col suo stile da D'Artagnan che non chiede il permesso a nessuno, un giorno prima del previsto il Presidente che lascia la Casa Bianca il 20 di questo mese per passarla a Joe Biden, ha abbandonato gli amici e se ne è tornato a Washington. Nessuno sa perché, ma quando si parla di Trump si parla sempre di svolte fatali, di gesti super grandiosi e, naturalmente, super discutibili, specie ora che Biden poi se li dovrebbe buscare. La chiacchiera del villaggio internazionale è molto drammatica e riguarda una possibile guerra con l'Iran. Domani, 3 gennaio, ricorre l'anniversario dell'eliminazione di Qassem Soleimani: il generale, rappresentato su tutti i muri di Teheran e ovunque allignino i suoi ammiratori, da Hamas a Gaza, al Libano degli hezbollah, allo Yemen dei Houty, all'Irak delle varie milizie sciite, è una delle proclamazioni continue, da un anno, della volontà di una vendetta terribile che deve investire gli Stati Uniti e Israele. Il rumore di questa intenzione è diventato un tuono col trascorrere degli ultimi giorni: Nasrallah ha tenuto un discorso furioso, Hamas ha voluto dimostrare con un drill militare senza precedenti e con un bombardamento a Sderot di essere pronto alla guerra. Infine ieri Teheran ha ribadito i propositi di vendetta per l'uccisione di Soleimani: i suoi killer «non saranno al sicuro sulla Terra», ha assicurato il capo dell'autorità giudiziaria della Repubblica islamica, Ebrahim Raisi, sottolineando che neanche il presidente Trump, che ordinò l'attacco con un drone, è «immune dalla giustizia». [...]

Quell'ago gelido che ci ridà la libertà

lunedì 28 dicembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 dicembre 2020

E’ come entrare in un mondo diverso quando l'ago finalmente inietta veloce, una saetta, quella fialetta trasparente: quanto è benedetta, quanto è gelata, e quanta sete ne ha il mondo. L'ingresso della piccola clinica di zona gestita da una delle compagnie di assicurazione medica semipubbliche in cui è suddivisa la sanità israeliana, sabato sera era pieno di gente come me, over 60, più qualche giovane speranzoso. Molti con l'appuntamento, molti con la speranza di chiudere subito, adesso questo maledetto capitolo del Covid. Quasi tutta Israele desidera sperimentare subito il miracolo della scienza, e da ieri la richiesta ha creato una folla fitta sulle porte dei centri della distribuzione, nonostante la data e gli orari vengano distribuiti per telefono: ma se si libera un posto, la parola d'ordine è vaccinare il più possibile. Fare entrare quanti lo desiderano, se si può. E già si vaccinano quasi 200mila persone al giorno, 300 mila circa sono già state vaccinate. Netanyahu, molto fiero, ha detto che se l'obiettivo di 150mila al giorno viene raggiunto in 30 giorni sarebbero 4 milioni e mezzo le persone vaccinate, tutte quelle a rischio e gli anziani, (ieri si sono intraprese le case di riposo). [...]

Naufraga l'alleanza Netanyahu-Gantz, Israele alle quarte elezioni in due anni

mercoledì 23 dicembre 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 23 dicembre 2020

(Gerusalemme) Gira a velocità supersonica il palcoscenico rotante israeliano. Tutti i cittadini sopra i 60 anni sono attaccati ai telefoni e ai computer per fissare il loro turno per ricevere il vaccino, ormai in distribuzione frenetica. Le star, dopo Netanyahu e il presidente Reuven Rivlin, fanno a gara per vaccinarsi in diretta. Però, intanto, il ministro della Sanità Yuli Edelstein annuncia un indispensabile lockdown: i contagiati di ieri sono 3.594, un numero altissimo per Israele. E mentre le maschere del sorriso di speranza e della disperazione occhieggiano surrealistiche l'una all'altra, un terzo e un quarto panorama confondono le idee: è partito dall'aereoporto Ben Gurion a Tel Aviv un volo speciale El Al per il Marocco portando dal re dignitari israeliani insieme a una delegazione americana capeggiata da Jared Kushner, il grande tessitore della pace mediorientale e genero di Trump. È un volo pieno di speranza per chiudere gli accordi di pace con Israele: entusiasti i marocchini di qui e gli ebrei di là, stavolta la pace è con un grande Paese musulmano che conta millenni di rapporti alterni col popolo ebraico, e che finalmente abbraccia lo Stato Ebraico. Ma ecco lo scenario che su tutti è il più paradossale: ieri notte a mezzanotte è scaduto il termine per cui, privo di un voto di un bilancio approvato, il Parlamento deve necessariamente dissolversi. E così, fra contrazioni e sussulti, mentre fino all'ultimo Netnayahu e Gantz hanno cercato di evitare la valanga, si disfa la precaria alleanza Likud-Bianco e Blu tra Bibi Netayahu e di Benny Gantz, svanisce l'ipotesi della rotazione su cui la coppia si era costruita e Israele va alle elezioni per la quarta volta in due anni, il 23 marzo. [...]

Guerre antiche e nuove dell'Iran 'apocalittico'

mercoledì 16 dicembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 16 dicembre 2020

Mohammed Al Saaed, l'analista politico del giornale saudita Okaz scrive il 30 novembre «come si può condannare l'uccisione di un uomo che ha dedicato la sua vita a costruire una sinistra bomba atomica per un regime malvagio, mentre non condannano l'uccisione di tanti innocenti nella regione. L'Iran uccide Siriani, Iracheni, Libanesi, ha distrutto lo Yemen, e sponsorizza gruppi terroristici...». A cui, aggiungiamo noi, l'Iran uccide americani, francesi cittadini di ogni origine, colore, credo... e programma il genocidio in un intero Paese che «verrà cancellato dalla faccia del mondo», Israele. L'uomo di cui qui si parla è Moshen Fakhrizadeh. È stato definito scienziato, fisico, professore universitario. Ma non c'è nulla che rappresenti meglio delle reazioni pietistiche di questi giorni all' eliminazione di Fakhrizadeh la confusione e l'ignoranza sul regime degli Ayatollah e sui suoi molteplici significati. In realtà le condoglianze, se si da ai dolenti il beneficio di inventario, sono suonate più che altro come una nota di amaro biasimo nei confronti di Israele. È stata un'occasione irresistibile per mostrare i propri colori, per dare di gomito al regime più feroce del mondo che perseguita, soprattutto, i propri cittadini soggiogati e perseguitati dalle Guardie della Rivoluzione degli Ayatollah. Ma le lacrime sullo «scienziato nucleare» Moshen Fakhrizadeh sono lontane dalla comprensione di quel che Fakhrizadeh rappresentava perla guerra iraniana. Il punto di vista umanitario, tipico della nostra cultura, non funziona quando si parla di un generale in guerra, e qui di questo si tratta: di un altissimo ufficiale, responsabile del programma fondamentale per uno scontro in atto nel presente. Fakhrizadeh, infatti, non era uno in primis scienziato o professore universitario, ma un generale della Guardia Rivoluzionaria che, mentre insegnava fisica all'Università delle Guardia Imam Hussein, aveva un ruolo strategico nel maggiore fra i disegni di conquista di uno Stato islamico mondiale, da compiersi per passi successivi, in cui l'atomica è fondamentale. E Fakhrizadeh era il padre della bomba da quando, nel 1998, era stato messo alla testa del programma nucleare, col ruolo di capo del PHRC, il centro di ricerche per lo sviluppo nucleare. La determinazione di Fakhrizadeh a raggiungere la bomba si articola in mille invenzioni e cambiamenti di strada. [...]

Prova di forza. Come con Suleimani

sabato 28 novembre 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 novembre 2020



Quando Benjamin Netanyahu nel gennaio del 2018 presentò al pubblico stupefatto l'intero archivio iraniano che il Mossad era riuscito a sottrarre a Teheran, dimostrando con le sue 50mila pagine l'accanimento del Paese degli ayatollah nel perseguire la bomba atomica che avrebbe "cancellato dalla mappa d'Israele", dedicò una diapositiva della sua presentazione al dottor Mohsen Fahrizadeh. “Ecco colui” –disse- “che fa tutto il disegno nucleare, è lui il capo”. E aggiunse dopo una breve pausa: "Ricordatevi questo nome: Amad Mohsen Fakhrizadeh". Chi se ne doveva ricordare, non ha mancato al compito. Così ieri nel cuore di Teheran, nella capitale, l'uomo che avrebbe dovuto essere uno dei più protetti del Paese, il cui ruolo era l'anima strategica dell'Iran khomeinista e la cui vita si svolgeva all'interno del cerchio più stretto degli ayatollah,è stato eliminato. Era lui che aveva ordinato l'arricchimento  dell'uranio più veloce in questi ultimi mesi tramite un nuovo sistema liquido, lui che aveva appena ricevuto il compito,stabilito da una nuova legge solo due giorni fa, di avviare una fase di maggiore attività tramite la costruzione di un nuovo reattore.

L' accanita resistenza legata al disegno islamista iraniano sciita di soggiogare innanzitutto il Medio Oriente e poi, con pazienza e con l'atomica, di piegare tutto il mondo alla propria verità dottrinale, aveva in lui un leader modesto e durissimo, un sacerdote, come Kassem Suleimani: ambedue provenienti dalle file delle Guardie della Rivoluzione, erano l'uno il generaleche conduceva sul campo le truppe e gli alleati Hezbollah, Hamas, Houti, alla conquista,utilizzando la forza bruta e i missili balistici; l'altro, l'uomo che aveva celato e mostrato, cacciato l'IAEA per poi invitarla di nuovo, attrezzato Fordow e Natanz per compiti differenziati, segreti e letali negli anni. Sono stati ambedue eliminati, e la perdita anche di Fakhrizadeh è un colpo durissimo dopo quella di Suleimani; e questa è anche un'impresa beffarda e dimostrativa,dato che, come l'eliminazione del 15 novembre per mano israeliana su intenzione anche americana del numero 2 di Al Qaeda Mohammed al Masri ospite a Teheran, è uno show di controllo del territorio iraniano che certo non tranquillizza Khamenei. Chi ha colpito,può arrivare dappertutto. Chi ha ucciso il professore? Dall'Iran hanno avuto la condanna pronta: Israele. Ipotesi plausibile. Ma sono in tanti a voler fermare la prepotenza terrorista del regime degli ayatollah; e i tempi dell'attentato,che certo è stato preparato a lungo, sembra tuttavia legato al momento politico. Trump lascerà presto la Casa Bianca.[...]
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