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Il Giornale

Tra esecuzioni di massa e elezioni farsa ora sarà corsa senza freni all'atomica

domenica 20 giugno 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 20 giugno 2021

Dunque l'Iran ha da ieri il suo nuovo presidente dopo aver vissuto ancora la farsa che ogni quattro anni mette in scena di fronte al mondo: una cosa che il regime chiama «elezioni» e che la gente schiva per la grande maggioranza. Ebrahim Raisi era sin dall'inizio «il presidente eletto», dato che così aveva deciso Ali Khamenei, il leader supremo. Dei 500 candidati che si erano presentati per la selezione, incluse 40 donne, ne erano rimasti nel setaccio del comitato che scelgono i personaggi possibili solo 7, di cui solo 4 realmente eleggibili. Si dice di lui che è un «ultraconservatore»: ma è una definizione che lascia spazio all'idea che altrove dei riformatori aspettino il loro turno. Non è così. Solo la gente sarebbe la grande riformatrice del Paese, ed è messa a tacere con la forza a regolari puntate. Cerca di dimostrare il suo scontento non venendo a votare per quel che può, e così ha fatto anche stavolta. Il pane in Iran costa 40 dollari al chilo, il salario minimo è di 215 dollari al mese. Spesso i lavoratori non vengono pagati per mesi, l'obbedienza al regime è un obbligo che si paga con la vita, la libertà di opinione e di manifestazione è una barzelletta che finisce sempre in lacrime. Ebrahim Raisi, 60 anni, nei suoi vari ruoli determinanti nel sistema giudiziario iraniano è il diretto responsabile di migliaia di condanne a morte per i più svariati crimini di violazione delle sacre leggi del regime degli Ayatollah, quindi di violatore seriale di diritti umani. Questo dovrebbe creare un serio imbarazzo internazionale, anche adesso durante le trattative di Vienna cui gli Stati Uniti sembrano tenere tanto per il rinnovo del Jcpoa, l'accordo nucleare del 2015 per cercare, del tutto inutilmente di bloccare il progetto della bomba iraniana. Illusione. L'Iran infatti, dopo aver firmato l'accordo che poi il presidente Trump ha cancellato, ha seguitato a perseguire il suo piano di diventare una potenza atomica devota prima di tutto alla distruzione fisica di Israele e poi di tutto l'Occidente, secondo le prove asportate in faldoni originali di migliaia di pagine dal Mossad e anche secondo le difficoltose verifiche dell'Aiea, l'agenzia atomica internazionale sempre impedita nei movimenti dal regime. Intanto, al comando del generale Qasem Soleimani guerreggiava ovunque, Libano, Siria, Iraq, Yemen, Gaza nel grande disegno imperialista di occupazione del Medio Oriente. Ora che è stato eliminato, il regime prosegue nel suo disegno. Così farà Raisi. [...]

Netanyahu dice addio. Così ha reso grande Israele - Congiurati pronti a giurare alla Knesset. Ma Bibi ha reso Israele indispensabile

domenica 13 giugno 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 13 giugno 2021

"Il nobile Bruto dice che Cesare era ambizioso", e che si dica, dice Ottaviano secondo Shakespeare. E poi si avventura nelle lodi di Cesare il cui corpo giace sul selciato di Roma, e suscita l'amore della folla. La storia ha parlato di Cesare come si meritava, protagonista della storia romana. E così sia per Netanyahu, che per fortuna, sia chiaro, sta benissimo di salute e magari tornerà ad essere Primo Ministro. Ma oggi i nobili nuovi membri del governo non solo dicono che la loro è una santa impresa di salvataggio della nazione, ma di compimento di un'opera storica indispensabile. Portano di questo una quantità di ragioni che sovrasta di gran lunga la loro non chiara prospettiva di governo: dicono che per quanto un leader possa essere prezioso in democrazia dodici anni al potere sono un'anomalia che (oltre a suscitare invidia) risulta in una diminuzione della democrazia stessa. E aggiungono proditoriamente che questo era nelle intenzioni di Netanyahu. La seconda ripetuta motivazione  è che Cesare, ovvero Netanyahu, ha un carattere difficile, superbo, che non conosce remissione né scusa e non fa crescere virgulti: ed è per questo che i personaggi che oggi sono al Governo, a partire da Naftali Bennet a Yair Lapid a Yvette Lieberman a Gideon Sa ar possono tutti dire di essere stati trattati con poca giustizia e con spocchia. Ma anche Churchill non aveva un buon carattere. Questo non lo ha limitato nel salvare l'Europa da Hitler. Così sia per Cesare. Sono divenuti parte dell'insofferenza verso il leader la  famiglia di Netanyahu, il carattere di sua moglie Sara e gli interventi di suo figlio Yair, ma non risulta che abbiano mai influito sulle chiara, elaborata strategia sionista del Primo Ministro.

E naturalmente si usa per lui ad abundantiam  l'aggettivo "corrotto" rispetto alle tre accuse per cui oggi siede in tribunale indiziato di reato: ma si tratta secondo molti giuristi di accuse fasulle e pretestuose, come quella di aver parlato ai giornali cercando coperture positive che non ha mai ottenuto, o quella di aver ricevuto ridicoli regali in champagne contro aiuti secondari. Tuttavia Bruto è uomo d'onore.

Netanyahu tuttavia, la cui storia conosce un intervallo ma che nessuno sa come continuerà, ne fa un uomo di svolte grandiose nella storia di Israele, l'ultima delle quali, la vittoria del Paese sul Covid, è testimone di un modo di lavorare, secondo tutti i testimoni, che non conosce tregua, che va diritta allo scopo avendone individuato il principio fondamentale che in questo caso, fin dal primo giorno, sono stati i vaccini. Vaccinare tutti è stato per Netanyahu sinonimo di salvare Israele, per questo l'ha fatto meglio di tutto il mondo, e questo è il suo drive: la sua percezione, affinatasi nel tempo, che Israele è un Paese da salvare, piccolo, dai confini insicuri, dai nemici decisi, il solo Paese che tiene saldi i valori dell'Occidente figli della storia dell'ebraismo e che per questo ha bisogno di una particolare dedizione e di una determinazione che non scherza e che capisce che non c'è compromesso possibile sulla sicurezza. La prima volta che Netanyahu fu Primo Ministro nel 1996 , battendo Shimon Peres, questa determinazione appariva dura e solenne, troppo per resistere: nel tempo quindi l'ha mollificata nel comportamento, ma solidificata nei contenuti. Durante un viaggio in Argentina spiegò dove stava andando: Israele deve potersi difendere da solo, la sua tecnologia, la sua scienza non devono conoscere rivali, deve avere le armi più moderne, devi sguinzagliare le migliori intelligenze. Per fare questo occorre molto denaro, devi liberare l'economia, ridurre la burocrazia, mercati aperti e grandi rapporti internazionali.


Qui Netanyahu individua la sua strada per quella che è sempre stata la maggiore ambizione di ogni Primo Ministro, da Begin a Rabin, di destra e di sinistra: la pace. Capisce che la pace coi palestinesi si merita dei tentativi seri, come quello del congelamento delle costruzioni nella West Bank, si merita il suo discorso che impegna il Paese a "due Stati per due popoli" ma capisce anche, al contrario di Obama che cerca di imporgli quello scivoloso, inconcludente terreno delle rinunce territoriali dopo Oslo, che i palestinesi non vanno da nessuna parte perché rifiutano, nei fatti l'esistenza dello Stato ebraico.


E allora cerca un allargamento effettivo, anche per i palestinesi nel futuro, nei Patti di Abramo: la sua conquista della simpatia oggettiva di una parte dei Paesi arabi al suo progetto è basato innanzitutto sulla sua coraggiosa determinazione di opporsi persino agli Stati Uniti, ovvero a Obama, quando l'Iran diventa per loro un  ingannevole interlocutore: Bibi sa che la sua scelta di parlare al congresso americano con sincerità sul pericolo iraniano è costoso e critico, ma di fatto quello gli aprirà la via verso un incredibile, fantastico allargamento di orizzonti ai Paesi islamici. Bibi facendo questo ha spinto Israele sulla strada della sua dottrina più larga, della sua prospettiva migliore: Israele è una piccola grande potenza benefica, che può aiutare il mondo dall'acqua alla lotta contro il terrorismo ai satelliti al vaccino all'high-tech alla medicina... Israele con Netanyahu è diventata indispensabile al mondo intero.


Un secolo negli occhi di cinque donne speciali

sabato 5 giugno 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 05 giugno2021

Il labirinto in cui Elisabetta Rasy ha deciso di avventurarsi con "Le indiscrete" (pubblicato da Mondadori), ovvero le prime avventurose fotografe, è ancora più complicato di quello della sua precedente fatica sulle pittrici donne: là c'era anima, avventura, epoche, ma ciascuna storicamente conchiusa nel proprio periodo figurativo, dai caraveggeschi a Charlotte Salomon travolta nella Shoah, con l'aggiunta della complessità e della specificità femminile. Qui con le fotografe di Elisabetta, Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus e Francesca Woodman, fra l'inizio e la metà del secolo scorso, ci si avventura in un groviglio temporalmente ristretto, in cui il gioco figurativo generale , compreso quello della pittura, si modifica proprio perché nuove possibilità si affacciano con le macchine fotografiche: è il mondo intero che cambia, la sua dimensione conoscitiva.

È una rivoluzione immensa, che ancora stiamo esplorando al giorno d'oggi, la rivoluzione dell'immagine. E ognuno di queste biografie quindi è un fuoco d'artificio di nomi, ambienti artistici e culturali, avventure sociali e politiche, storie d'amore. Rasy supera se stessa nel condurci per mano in un'esplosione di temi che ognuna delle protagoniste modula diversamente, ma sempre sul leitmotiv della ricerca di una se stessa nuova e rivoluzionaria tramite l'obiettivo. Rivelatrice, ideologica, oggettiva, grandiosa, microscopica: l'immagine consente a ciascuna la moltiplicazione della capacità umana di guardare, e quella al femminile lo fa partendo da un'ottica fino ad allora relegata in secondo piano, e quindi tutta da scoprire. Essa apre lo sguardo del mondo su vicende, espressioni, caratteri, angoli delle città stesse in cui viviamo, esseri umani che incontriamo ogni giorno. Le cinque donne di Elisabetta impugnano la macchina fotografica come Sherlock Holmes la lente di ingrandimento, e scoprono di tutto mentre diventano protagoniste della vicenda dell'immagine che prende possesso della realtà e la trasforma. Le donne sono per natura portate a questa scoperta perché vivendo una condizione particolare, guardando dall'angolo della loro specifica sociale e sentimentale,della loro oppressione storica, sono portate a guardare oltre la realtà evidente, quella delle convenzioni, delle apparenze, del sorriso stereotipato, per scoprire, e in questo caso far scoprire, quello che c'è dietro. E inoltre la scatola magica, pensa Rasy, è fatta per le donne: la Korona, la Graflex, all'inizio sono quasi nascoste, compagne discrete, anche per chi, come Tina Modotti, dapprima modella bellissima, può avvicinarsi a quell'oggetto prima conoscendolo solo passivamente, e poi passare all'azione.

Anche Lee Miller è una bellissima adorata che si scansa e diventa fotografa e non fotografata. Si cambia posizione con la capriola storica che è tipica delle donne all'inizio e via via lungo il secolo scorso, passando dallo stato di oggetto osservato a quello di soggetto, primo attore, e, definitivamente: artista.  Le fotografe prescelte dalla Rasy sono ormai delle icone di fama e di valore mondiale: ma tutte quante, persino quando la loro vita si è disegnata nell'agio come quella della Garbus, devono percorre per arrivare a usare l'obiettivo come una lancia di luce un percorso di incertezza, sofferenza, confusione, dipendenza... insomma devono pagare per intero il prezzo di essere donna, e per due di loro nemmeno la moneta della sofferenza basterà. Diane Arbus e Francesca Woodman vengono consumate dalla loro confusione fino al suicidio dopo per altro aver raggiunto un grande successo tramite avventure mirabolanti, specie nel caso della Arbus, e si ha la stessa sensazione anche per Tina Modotti, che muore giovane in un taxy senza ragioni evidenti, come consumata da troppe avventure, troppa rivoluzione, il Messico, il comunismo, l'assassinio, i pittori muralisti come Diego Rivera, l'amore divorante e poliedrico. Anche per le altre l'apprendimento del mestiere è una questione di passione divorante, uomini, nudità, moda, e chi in un modo chi in un altro, chi nella New York più elegante, chi nella San Francisco stravagante, chi nella Parigi più chic vivono sia il sesso che la mondanità intellettuale sfrenatamente: ambedue sono elementi travolgenti nelle vite che la Rasy esplora con un affetto sconfinato fin dentro il salotto di Gertrude Stein o nello studio di man Ray, e persino con Fizgerlad e Hemingway. Il mondo si agita in attesa di ciò che verrà. Vediamo come l'immigrata sofferente e poi super emancipata Dorothea Lange affonda lo strazio del suo piede martoriato dalla polio nella camera oscura e si lancia all'avventura, gioca a una vita intensiva e stravagante di cow boy e indiani col marito western Maynard Dixon e due figli maschi nella wilderness americana, per poi finalmente imboccare la strada dell'affresco di "an american exodus" la depressione americana che il suo amore  e nuovo sposo Paul Taylor classifica e nota e lei fotografa, affondando nel mondo della immensa miseria degli americani poveri e spossessati, immigrati nella loro stessa terra. Gli elettori di Trump di un tempo.

Il libro di Elisabetta Rasy ci racconta anche come le nostre fotografe siano immerse nel mondo ribollente della cultura di quegli anni, narcisistica, ribelle, spiritosa, inconsapevole dei disastri che alla fine, come nelle foto di Lee Miller, dalla moda vanno a  finire nell'esperienza della tragedia ebraica, mentre la sua vita irriverente passa con stravaganza per un matrimonio in Egitto e balugina nuda nella vasca da bagno di Hitler, unica inviato donna a lato dell'esercito americano in Europa: leggere per credere. Le nostre fotografe sono una girandola di avventure, in cui alla fine si affaccia però sempre la convinzione di dover comunicare una realtà misteriosa che nessuno vede, e a cui invece è l'ora che il mondo si svegli. È per questo che Diane Arbussi avventura, nelle sue famosissime foto quadrate, ad esporre la estrema stravaganza dei diversi, tema nuovo che diventerà dominante, dai travestiti ai nani alla donna barbuta ma anche agli aspetti inaspettati dei suoi amici newyorkesi  divi d'attualità come Germaine Greer o Andy Warhol, nessuno particolarmente contento di come lei li vede.

Norman Mailer ha detto che una macchina fotografica nelle mani di Diane era una bomba nelle mani di un bambino. Un complimento straordinario su quanto l'immagine possa diventare dirompente se usata da questa fotografa. Così accadde per la fotografia nelle mani delle grandi fotografe donne: una bomba di verità. A volte, difficile da sopportare.


Lapid, Bennett e Abbas: nuovo governo d'Israele Senza Bibi, con gli arabi

giovedì 3 giugno 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 giugno 2021

Gerusalemme Ce l’ha fatta proprio in zona Cesarini, meno di un'ora prima che scadesse l'incarico: Yair Lapid, "C'è un futuro" 13 seggi, dopo frenetiche trattative e mille giravolte ha potuto dichiarare (così recita la formula) che la possibilità di formare un Governo è nelle sue mani.  Alla fine la formula "chiunque fuorchè Netanyahu" ha partorito il Governo più composito del mondo, otto Partiti che hanno combattuto già in queste ore fino all'ultimo sgabello; partiti tutti caratterizzati da piccole dimensioni e distanze politiche lunari. La sudata per arrivare a un accordo è stata ammirevole, l'angoscia palpabile, il nuovo Primo Ministro è un bravo soldato della Sayeret Matkal, l'Unità di elite, religioso, capo del Partito chiamato "la Destra" e capeggia un Governo in cui più della metà dei Partiti sono molto lontani dalle sue idee, anti-West Bank, anti-religiosi, filo-palestinesi, oltre che arabi che durante l'ultima guerra si sono sbilanciati verso Hamas.

Ma tutti alla fine hanno firmato l'accordo. La febbre altissima si è un po’ placata con l'aspirina dell'elezione nel pomeriggio alla Knesset del nuovo presidente della Repubblica. E' Isaac Herzog, 61 anni, detto Boogy, capo dell'Agenzia Ebraica, colto, di natura gentile e molto politica, di aspetto mite ma dai pensieri netti, socialista in origine ma certo oggi molto meno propenso alle ideologie. Ha preso 87 voti contro i 26 che la Knesset ha dato come un mazzo di fiori di campo alla candidata donna, Miriam Peretz, una straordinaria eroina d'Israele immigrata dal Marocco, simbolo della storia che nasce nelle maabarot, le misere capanne in cui i pionieri sionisti si ammassavano nel deserto per lavorare la terra o imbracciare i fucili contro gli assalti arabi, Madre Coraggio di due figli uccisi in guerra. Un personaggio del cui sorriso e della cui forza Israele è sempre andata orgogliosa:ma non è bastato di fronte all'esperienza, al savoir faire politico, alla dinastia di Herzog, figlio di Chaim sesto presidente di Israele, nipote di Yitzchak rabbino capo irlandese del Mandato Britannico di Palestina...

Chi lo conosce ha sempre sentito in lui la determinazione d'acciaio rivestita di velluto di diventare un tronco nell'albero genealogico, che comprende anche Abba Eban, ministro degli esteri di Golda Meir.  Herzog è stato tre volte ministro e capo del partito laburista, a volte amico a volte meno anche di Netanyahu. Ieri mentre posavano per la foto tradizionale ha detto "Sarò presidente con qualsiasi primo ministro…" e Bibi ridendo: "Magari rimandiamo questo argomento a un'altra volta". Giusto: persino Yair Lapid, che avrebbe dovuto ieri entro mezzogiorno presentare al Presidente Rivlin (ancora in carica fino a metà luglio) il nuovo Governo e ottenere così la possibilità di votarlo entro pochi giorni, ha dovuto rimandare l'annuncio. E' complicato il suo patto con ben altri 7 Partiti dalla sinistra estrema (Meretz)  a Naftali Bennett , capo della "Destra" dura. Bennet poichè si giuoca il tutto per tutto e il suo pubblico per il 61 per cento lo biasima, ha ottenuto il primo turno di due anni da Primo Ministro, seguito da Lapid: qualsiasi cosa pur di estromettere Netanyahu. In piccoli partiti hanno avuto praticamente un ministero a membro del parlamento.

La porta istituzionale per correre verso il nuovo Governo è stata aperta fino a mezzanotte, pena il passaggio alla Knesset oppure le temute quinte elezioni in due anni. Le ultime questioni, sulle quali naturalmente Netanyahu ha cercato di seguitare a condurre anche la sua partita, hanno riguardato due punti di fondo. Uno, è la richiesta di Mansour Abbas col suo partito arabo Raam di soddisfare i suoi elettori residenti soprattutto nel Negev di cancellare la "legge Kaminitz" che prevede che le costruzioni illegali vengano rimosse. E' una richiesta quasi impossibile, Israele ha un complesso e rispettato sistema legislativo, ma Abbas giuoca per sé. e  l'ha promesso ai suoi: non si sa se l'abbia ottenuto, ma certo ha sfondato molte barriere se ha firmato.
 
La seconda questione riguarda due prime donne diversissime fra di loro: la bellissima giurista della Destra Ayelet Shaked, silenziosa sulla scelta del suo partner politico Bennett, ma decisa a ottenere, oltre a un ministero, anche la presidenza della commissione per l'elezione dei giudici costituzionali, un pilastro che determina le scelte politiche del vertice giudiziario; e la segretaria del Partito laburista Meerav Michaeli, anche lei una superdonna, che lo vuole per sé. Le due si siano messe d'accordo per una rotazione, prima la Shaked ma un ministero in più alla Michaeli. Grandi premi anche a Gideon Saar, anche lui destra che abbandona la nave come Bennet, anche lui molti ministri che compensano lo strappo. Fortissimo anche Avigdor Lieberman, "Israele Casa nostra", che oltre che per  Netanyahu nutre una particolare avversione per il mondo religioso terrorizzato di vedersi chiudere tutti i fondi. Intanto un altro membro di Yemina, Nir Orbach, minaccia la defezione, evidentemente è troppo per lui. Si apre una terribile settimana di procedure in cui ancora sono possibili capriole e ripensamenti. Per ora,  è assente la politica, assente l'ideologia  assente il futuro di Israele, i pericoli, l'Iran, l'economia. Si sa solo che tutto è diverso nella mente di ciascuna componente. Israele sa benissimo invece che  alla fine per vivere deve restare unita.


La congiura degli (dis)eguali Uniti solo dall'odio verso Bibi

lunedì 31 maggio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 31 maggio 2021

Gerusalemme Bennett l'ha ripetuto giustificando la sua scelta, come tutti si aspettavano, e presentandola come un sacrificio politico e personale: “È per evitare le quinte elezioni in due anni che ho accettato di far parte del ‘Governo del cambiamento’ di cui sarò il Primo Ministro, dato che Netanyahu non ha i numeri. Ma non è vero: la destra sarebbe avuto i numeri, ma ha fatto i capricci, si è spaccata, si è abbandonata all'estremismo di Smotrich che ha dichiarato che con l'appoggio arabo non avrebbe mai accettato, e poi, e soprattutto, all'ambizione personale di Naftali Bennet, capo di Yemin, la Destra, e di Gideon Sa'ar (Likud); e sempre a destra, anche l'odio inveterato di Lieberman ha bloccato quella che era la scelta degli elettori. Bennett, Sa'ar, Lieberman e anche Benny Gantz, tutti avevano un conto aperto con Netanyahu. Così adesso Naftali Bennett il giovane, capace tecnocrate, ufficiale di valore, critico sì, ma fino a ieri da destra, farà il Primo Ministro a rotazione, prima di Yair Lapid. Sarà il primo anche se ha meno uomini per il maggiore sacrificio ideologico: a lui il premio più grande, e anche l'accusa di aver tradito e venduto tutto il suo patrimonio ideale.
 
La sua base ribolle, e difficilmente accetterà che la metta in gioco col Partito Meretz, ultrapacifista e amico di Abu Mazen, o con Yair Lapid, che non può soffrire i religiosi, appena un pò meno di Lieberman che li vuole tutti coscritti. Ma Bennett ha ceduto a due spinte che il suo carattere ambizioso gli ha imposto: l'occasione unica di essere il Primo Ministro del piccolo Stato a cui il mondo intero guarda dicendogli ogni giorno " non posso vivere né con te né senza di te", e soprattutto, molto di più ancora,il desiderio condiviso coi suoi partner, quale che fosse il suo colore, di far fuori il grande l'immarcescibile migliore Primo Ministro del mondo, lo statista che da 12 anni siede in Rehov Balfour, casa del PM, riconosciuto come un leader storico da chi lo ama e da chi lo odia, e che però a suo tempo l'ha praticamente licenziato e non l'ha mai tenuto in grande considerazione. Come Sa'ar, come Lieberman, come tanti altri che lo accusano di arroganza, noncuranza, prepotenza; a fronte di quelli che invece lo amano e lo considerano indispensabile.

 Ma Bennett aveva promesso ai suoi elettori di non fare alleanze con Lapid, di restare fedele al guscio della destra, che se fosse rimasto unito era maggioritario. E' un impegno che adesso sarà difficile mantenere: significa liberalismo economico accentuato, apparato della difesa forte e deciso di fronte ai pericoli, fedeltà al sionismo delle origini, compresa la questione dei territori disputati e dei cosiddetti "coloni" di cui Bennett è stato sempre un sostenitore, tanto quanto altri membri del nuovo governo li detestano. Ma la proposta della rotazione con Lapid come numero uno lo aveva affascinato da tempo, e adesso vi è tornato dopo il breve ripensamento durante le operazioni a Gaza e gli scontri con gli  arabi israeliani. Quando avranno realizzato il sogno "chiunque fuorchè Bibi" cosa resterà a questo gruppo senza Bibi? La verità è che Netanyahu, il cui processo sta complicandosi a suo favore dato che sta uscendo allo scoperto la malizia con cui alcune prove a favore sono state celate dal PM, sarà un macigno sulle spalle dei partitini al governo lontani fra di loro e senza un leader in comune.

Netanyahu è il Primo Ministro che parla, ascoltato, d'accordo o no, a tutto il mondo e a tutta Israele; che tutti considerano anche per la severità nel considerare la sicurezza di Israele e insieme per la disponibilità nel condividerne i risultati col mondo minacciato dal terrorismo; anche l'ascesa economica e scientifica grandiosa è frutto della sua impostazione; è, oggi soprattutto, il leader che ha salvato con un'azione unica, il suo Paese dalla pandemia. Perseguitato da un giustizialismo, minimale nelle accuse e grandioso nelle aspettative di distruggerlo, ha fronteggiato il sistema giudiziario accusandolo di partigianeria ma senza contestarlo neppure quando si è seduto al banco degli imputati.

Adesso come potranno Yair Lapid, "C'è un futuro", "Blu e bianco" di Benny Gantz, "Israele casa nostra" di Avigdor Lieberman, Gideon Sa ar con"Nuova speranza", fin qui di destra o di centro sinistra, Meerav Michaeli, laburista, Tamar Zandberg del partito radicale estremista,  e il futuro primo ministro con 5 o 6 seggi ( ne aveva seggi, ma un paio se ne sono andati) di Yemina, "la Destra", parlare con una voce forte a fronte della nuova ipotesi di accordo con l'Iran cui Joe Biden tiene moltissimo e che Netanyahu aveva reso una battaglia principale dello Stato d'Israele? Il recupero dell'economia dopo il Covid, l'eventuale guerra a Gaza se Hamas dovesse attaccare di nuovo, o in Libano con gli Hezbollah, o il rapporto con Abu Mazen, la politica verso gli insediamenti, gli Accordi di Abramo... Sono tutti temi su cui dei partecipanti a un convegno possono discutere a lungo, ma in Israele spesso la decisioni si prendono al volo, pena la vita.


L'ultimo sfregio dell'Onu «Crimini di guerra i raid di Israele su Gaza»

venerdì 28 maggio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 28 maggio 2021

Gerusalemme Non è un giocattolo, qualcuno dovrebbe dire al Consiglio dell'ONU, non sono roba vostra i Diritti Umani tanto che possiate usarli a vostro piacimento per delegittimare Israele con una risoluzione, una commissione, un'accusa insensata. L'accusa è facile da gestire, "crimini di guerra": poiché ci sono dei civili morti anche se su 283, 254 sono, secondo l'IDF (Esercito israeliano), in realtà guerriglieri o leader di Hamas. Il fatto che fossero in edifici civili, ha dato legittimazione tecnica per sostenere che Israele ha agito contro degli innocenti. Anche se è ovvio che nella guerra di Hamas i civili sono gli scudi umani che il gruppo terrorista usa per difendere le sue postazioni da cui partono missili progettati e programmati per lo scopo di colpire i civili israeliani. È impossibile, quando il nido di missili che ti spara è dentro una casa o un ufficio, far finta di niente per compiacere l'ONU, ignorare i tuoi cittadini. Se non fermi il missile, verranno feriti o uccisi.

Il nominalismo è il genitore legittimo della menzogna, e la menzogna serve, in questo caso, alla legittimazione dell'odio contro Israele: dei civili sono stati uccisi. Perché? Di chi è la responsabilità? Erano davvero civili? Stavolta il movimento di odio è più vasto del solito, dalle organizzazioni terroriste che si auto-legittimano come movimenti di liberazione si estende alle Istituzioni, dalle Istituzioni alle piazza di sinistra specie negli USA. L'ultimo episodio, dopo le accuse del Tribunale Internazionale, dopo quelle dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo la richiesta dei Deputati americani democratici a Biden di tagliare i fondi a Israele, alla presa di posizione del Consiglio per i Diritti Umani. [...]

Il bimbo col mitra di Hamas è il terrorismo in culla

giovedì 27 maggio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 27 maggio 2021

Gerusalemme Le immagini valgono spesso più di molte parole, e la foto di Yahya Sinwar, capo di Hamas che brandisce, davanti alla folla festante un bambino cui ha messo in mano un mitra, è multiplo: noi gestiremo le vostre vite e i vostri figli, sto tenendo questa creatura in braccio davanti a me come scudo, proprio come abbiamo usato i vostri bambini per farne scudi umani in difesa dei nostri missili. Qui a Gaza, sappiate che proseguiremo nella nostra educazione omicida fin dalla prima infanzia, la riteniamo vincente, getteremo Israele in mano, anzi sarà questo bambino che lo farà… Dei bambini non faremo scienziati, o tecnocrati, o musicisti: ne faremo terroristi a caccia di ebrei, shahid della causa della conquista islamista prima di Israele e poi dell'intero mondo occidentale.

Voi che avete marciato nelle strade europee per difendere la cosiddetta causa palestinese e contro gli ebrei, dice qui Sinwar, tenetelo a mente: “Questo bambino è nelle mie mani, quindi adesso mi impossesso della sua innocenza, domani della sua vita. Avrà un mitra in mano come me perché ho il potere di insegnarglielo come detta la nostra Carta che disegna come scopo la cancellazione dello Stato di Israele, l'uccisione degli ebrei, la Guerra Santa contro l'Occidente infedele”. Leggete. Questo, sappiatelo, dice Sinwar alla folla sua, e a quella che ha marciato con slogan come: "Non devi essere musulmano per difendere la Palestina, devi solo essere umano" (questo si è visto a Roma!) oltre a "Palestina dal fiume al mare" cioè senza ebrei, nelle strada in questi giorni a Parigi, a Londra, a New York. [...]

Medioriente, l'ambigua strategia di Biden: dichiara amore a Israele ma flirta con l'Iran

domenica 23 maggio 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 23 maggio 2021

Gerusalemme Ha anche alzato il dito indice e scandito ben chiaro: "Diciamolo  chiaro: finché la regione non riconosce senza equivoci il diritto all'esistenza dello Stato d'Israele come Stato Ebraico indipendente, non ci sarà pace. Non c'è cambiamento nel mio impegno verso lo Stato d'Israele. Nessuno. Punto".  Poi, Joe Biden ha aggiunto dell'altro, certo: che ha parlato con Abu Mazen, che si è impegnato sugli aiuti e sulla situazione di Gerusalemme, che è per due Stati per due popoli... Ma il discorso di fatto ha messo al centro la "strategia dell'abbraccio", come l'ha chiamata Martin Indyk: un lavoro diplomatico complesso, con cui Biden ha portato Netanyahu ad accettare dopo 11 giorni di guerra il cessate il fuoco, anche se ci sarebbero state ancora alcune cose per ottenere un'indispensabile senso di quiete per la popolazione d'Israele bersagliata da Hamas e quindi perplessa dalla tregua.

Biden, come ha confermato Bibi ringraziandolo, ha parlato sei volte con il PM israeliano nei giorni dello scontro, e non si è lasciato andare alle condanne che gli venivano richieste con insistenza da una parte del Partito democratico: e accadeva ogni giorno di più mentre aumentava il numero dei morti e i cortei invadevano le strade. Biden è rimasto saldo anche di fronte a Rashida Tlaib, la parlamentare democratica americano-palestinese che accusava Israele di apartheid e pulizia etnica e lo copriva di proteste e richieste. Il presidente le ha solo fatto tanti auguri per i suoi genitori a Ramallah. E intanto, giorno dopo giorno, ha seguitato a ribadire il diritto di Israele alla difesa. È stato il suo mantra mentre auspicava il ritorno alla pace. Attenzione tuttavia: a fianco di questo atteggiamento ci sono due questioni divergenti. La prima: il sentimento personale di Biden, cui il padre insegnò il dettato morale fondamentale "never again" appena immigrato in America, ha incontrato nel ‘73 Golda Meir e nell' ‘82 Menahem Begin, sa in che pericolo Israele vive sempre, ha impedito a George H. W. Bush di condizionare i fondi per l'immigrazione dalla Russia a Israele ed è sempre stato contrario a qualsiasi altro condizionamento, conosce Bibi e gli ha detto "Ti voglio bene anche se la pensiamo diversamente". [...]

Ma la vera vittoria sarà disarmare Hamas

sabato 22 maggio 2021 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 22 maggio 2021

Gerusalemme Chi ha vinto? La parola vittoria non è stata pronunciata nel sobrio discorso di conclusione dell'operazione "Difesa delle mura" che ieri Benjamin Netanyahu ha pronunciato. Quel che ha annunciato è che "ciò che è stato, non è quello che sarà". Ovvero: "Non osate di nuovo". Ma la spiegazione che è seguita spiega che Hamas, che ancora forse non ne è consapevole, è ferita fatalmente nelle sue strutture belliche.

La sua "metro" ovvero il labirinto sotterraneo che ha portato gli attentati terroristici dentro i confini di Israele, nei kibbutz, sotto le case, la grande impresa mimata dagli Hezbollah coi soldi iraniani, è stata distrutta; mille obiettivi militari sono stati colpiti, fra cui 430 lanciamissili; gli edifici che ospitavano le strutture di Hamas, di cui 9 a molti piani, sono in rovina; fra i 230 morti almeno 160 sono terroristi, e l'IDF ha i nomi e i cognomi. Vale la pena qui di fare un cerchio a matita rossa sul fatto che su 1000 lanci 60 civili fra cui purtroppo alcuni bambini fra gli scudi umani di Hamas sono rimasti uccisi: una percentuali molto bassa di morti civili rispetto a qualsiasi altra guerra dall'aria.

Meno ancora se si pensa che dei 4340 lanci di Hamas, 640 sono caduti dentro la Striscia colpendo i palestinesi stessi. Netanyahu sapeva molto bene, ieri, accettando la richiesta del presidente americano e interrompendo le operazioni belliche che annunciando la tregua avrebbe incontrato la protesta, la paura, lo sguardo sconcertato della gente del sud che ieri si è di nuovo avventurata qualche metro lontano dai rifugi: è vera pace? Quanto può durare? Perché non distruggiamo l'incubo? Ma Bibi ha spiegato che non ha voluto rischiare la vita dei soldati entrando nella gabbia della tigre, come nel 2014; può solo promettere che adesso ogni lancio, ogni pallone infuocato, ogni fuoriuscita di terroristi da Gaza troverà una durissima risposta. Ma Israele non vuole occupare Gaza. [...]

Israele-Hamas, finita la guerra degli 11 giorni

venerdì 21 maggio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 21 maggio 2021

Gerusalemme Dopo undici giorni di scontro spietato, brutta come tutte le guerre, si è conclusa anche questa: ieri sera alle 10,30 il Gabinetto di sicurezza di Israele, dopo tre ore di riunione ha stabilito che oggi ha inizio un cessate il fuoco. Non contiene condizioni, non prevede accordi: il contenuto ideologico dell'odio di Hamas che ha lanciato la guerra di distruzione dei suoi missili lanciati a pioggia sulla popolazione di Israele, dal sud confinate con la Striscia alla piana di Tel Aviv a Gerusalemme, non ha nessun contenuto che mostri aperture, ripensamenti capaci di aprire un qualsivoglia dialogo. 

Come si dice da due giorni, l'atteggiamento di appoggio di Joe Biden si è consumato nel dissenso della sua parte politica e nelle manifestazioni anti-israeliane di questi giorni, e Benjamin Netanyahu, costretto ad apprezzare tuttavia la costanza con cui per parecchi giorni Biden ha garantito l'appoggio al diritto all'autodifesa di Israele, adesso ha ceduto alla logica dei buoni rapporti con quello che resta pur sempre il suo migliore alleato. Biden a sua volta ha spinto il presidente egiziano al Sisi, con una rara telefonata, a gettare tutto il suo peso nell'arrivare al passo conquistato ieri sera.

E adesso ci siamo, anche se non è affatto sicuro che le cose andranno bene. Hamas arriva al cessate il fuoco pompata di illusioni islamiste, convinta che la guerra, per quanto distrutta possa essere la Striscia, la rende il fiammeggiante vessillo della lotta anti-israeliana in tutto il mondo che combatte la Guerra Santa contro l'Occidente e punta alla distruzione di Israele, come è scritto nella sua Carta. Ha preso in mano lo scontro religioso su Gerusalemme e la Spianata delle Moschee con scontri, attentati, e poi col lancio dei missili sulla capitale stessa, ha scavalcato Abu Mazen battendo ovunque fra i palestinesi la popolarità di Fatah, ha sollevato gli arabi israeliani, ha fatto sanguinare gli ebrei, ne ha distrutto alcuni edifici e fatto morti e feriti ebrei, ha dimostrato all'Iran insieme alla Jihad Islamica che si può fidare dell'allocazione di tutti quei soldi in missili, armi, guerriglieri, terroristi: si è visto che sono ben investiti.
D'altra parte, è chiaro che Hamas in realtà ha ancora una volta, come nella guerra del 2014 usato la sua popolazione come una povera massa di ostaggi, usata con le sue case, le sue strutture pubbliche, la sua vita, per diventare il presidio labirintico di due milioni di persone che nascondono in realtà solo un disegno di guerra, spesso non loro, che è indispensabile distruggere per non esserne distrutti. [...]
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