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Israele, la «serra» dei terroristi suicidi che l'Occidente non ha voluto vedere E la lezione più vera: la jihad non tratta

sabato 11 settembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 11 settembre 2021

Nel settembre del 2001, mentre gli jihadisti di al Qaeda sequestravano gli aerei dell'American Airlines e dell'United Airlines che alle 7,59 dell'11 di settembre avrebbero dato fuoco al mondo sfracellando le Twin Towers, Israele era già in un bagno di sangue terrorista. Nessuno voleva elaborare la questione, pallide spiegazioni territoriali fornivano facili parametri al pensiero strategico occidentale.  A Gilo, dove io vivevo e lavoravo, le giornate erano ritmate dagli scoppi dei missili che l'Intifada sparava da Betlemme su Gerusalemme. Intorno alla mezzanotte dell'11, due poliziotti furono uccisi a colpi di pistola in faccia; nei due giorni precedenti una decina di civili di ogni genere e età, da uno studente di 19 anni, a una maestra d'asilo di 24 anni a un medico di 47, più un centinaio di feriti, si unirono al parterre di vittime che avrebbero raggiunto il numero di circa 1500, più o meno la metà delle vittime delle Twin Towers.

Israele fu una sorta di serra sperimentale del terrorismo suicida: questo rimase incompreso, mal interpretato e quindi ignorato dall'Occidente, e oggi, dopo il penoso e stravolto ritiro americano dall'Afghanistan, è ancora più evidente che questo rifiuto a capire sopravvive come un pericoloso fantasma. L'equivoco sul terrorismo anti-israeliano potrebbe risultare mortale per il mondo intero.

L'undici di settembre si compì a seguito dell'incomprensione e nella disattenzione del mondo per tutta una serie di evidenti episodi che ne segnavano la preparazione, sia in Medio Oriente che in Europa che negli USA; i suoi frutti e il suo seguito fino alla presa del potere dell'Afghanistan da parte dei talebani seguitano ad essere coperti dalla patina dell'equivoco.  Appare davvero strano, ma è vero: dopo l'11 di settembre, si discusse dicendo anche che era colpa degli americani; che era possibile parlare coi terroristi; che le loro aspirazioni religiose e sociali sono trattabili, la loro visione della donna, dei dissidenti, degli infedeli... parte di una cultura diversa ma legittima. Lo si ripete oggi sui talebani, e su Hamas lo si è detto un milione di volte. Israele  che prima negli anni della fondazione, poi via via attraverso gli anni, aveva subito attentati a migliaia come quello delle Olimpiadi di Monaco del 1972, assalti ai bambini nelle scuole, eccidi di vecchi sugli autobus, era già da tempo e resta una lampada accesa sulla necessità di capire, studiare per combattere il terrorismo, pena il conseguente pericolo per il mondo intero. Bibi Netanyahu nel 1995 in un suo libro sul terrorismo diceva agli USA: se non vi accorgete di quello che vi sta accadendo, presto vi ritroverete il World Trade Center spianato dal terrorismo. Una profezia? No, solo, una visione chiara della natura ideologica e politica, e non territoriale o sociale, del terrore.

La storia di Israele prima e dopo l'11 di settembre, fa piazza pulita dell'idea che si possa placare l'appetito della Jihad proponendo scambi territoriali, finanziamenti e miglioramenti sociali appetibili, accesso alla tecnologia, e, (obiettivo cui Bush guardò come alla soluzione di tutti i mali) che la democrazia, la libertà, siano il nascosto obiettivo di ogni uomo. E che una volta realizzati lo redimeranno. Ma l'Uomo è differenziato e specifico, spesso tribale. Non è che le culture fondamentaliste islamiche abbiano delle difficoltà ad apprezzare la libertà. La disprezzano. Esiste un bene superiore che viene realizzato tramite la sharia, e le leadership hanno il compito supremo, quindi, di farla osservare. Gli uomini non devono essere felici, devono applicare la legge divina e la democrazia non è la strada. Il costante ritorno all'Intifada, al terrorismo capillare, al rifiuto di riconoscere Israele o di rispondere finalmente positivamente alle profferte di pace, ripetute fino alla nausea, dalla leadership israeliana di destra o di sinistra è una risposta ideologico-religiosa all'imperativo di cacciare gli infedeli da terre islamiche. La Sharia, come deve affermare la sua preponderanza rispetto all'Occidente distruggendo le Twin Towers, così ha necessità per affermarsi di combattere il nemico che proditoriamente occupa la Ummah, la comunità islamica.

Ogni centimetro di terra un tempo occupata da quest'ultima, è sua perr sempre. Quella terra che gli è stata data dal Cielo, si deve ascoltare la promessa, non c'è trattativa che tenga. L'assassinio di Anwar Sadat nell'81 è parte di quella vicenda: Sadat aveva osato accettare l'esistenza di Israele e stringerci una pace. Abdel Rahman, compagno di Ayman al Zawahiri, è lo sceicco dell'attacco al World Trade Center, lo stesso che dal  carcere stilò la fatwa di assassinio, e lo stesso che l'ha stilata per l'attacco delle Twin Tower. Aveva combattuto in Afghanistan, e morì in carcere nel 2017. Bin Laden, succedendogli, porta con sé tutta la rabbia dei palestinesi anti-accordo di pace, tutta la vittoria Afghana contro i sovietici, tutta la grandiosa speranza dell'attacco agli USA. E il nesso indelebile, tipico del suo dottorato in teologia, della parola jihad, che vuol dire lotta, e che nonostante tutti gli sforzi nostrani di trattativa, è pur sempre stabilita secondo la legge santa. I jihadisti attaccano per riprendersi territori o per allargare la forza della Sharia, e niente può costringerli a cambiare la santità della loro scelta. Bernard Lewis ha avvertito di questo molte volte.

Hamas è stata la prima a congratularsi con i Talebani per il riconquistato potere in Afghanistan. I palestinesi, hanno festeggiato. Ismail Haniyeh il 17 agosto ha detto che questo segna "un nuovo standard per la resistenza contro Israele", ovvero dimostra chiaramente che la pazienza paga e che la "resistenza" di lunga durata può smantellare lo Stato d'Israele. Osama bin Laden a suo tempo disegnava la vittoriosa operazione delle Twin Towers come guerra contro "i Sionisti e i Crociati". Dopo quell'attacco, nelle città palestinesi dell'Autonomia, non solo a Gaza i palestinesi scesi in strada, festeggiavano con mortaretti e dolci. Yasser Arafat, comprendendo che questo avrebbe gettato nel caos i suoi rapporti con gli Stati Uniti, frenò i moti di piazza e dichiarò con grande disinvoltura, dato che l'Intifada era in pieno svolgimento, di condannare il terrorismo. Restò tuttavia solido e ripetuto il rifiuto di modificare l'aspirazione jihadista fondamentale dei palestinesi. Quando Israele ha lasciato il Libano nel 2000, mentre gli Hezbollah dichiaravano vittoria perchè "Israele è debole come una tela di ragno", Abu Ala, famoso leader palestinese, spiegava che "Tutti, qui, hanno visto il ritiro come una sconfitta strategica di Israele". Ovvero, come disse lui stesso, come un' esortazione a "uccidere gli israeliani, e a conquistare territorio".  Si tratta di jihad, e questo è il punto:questa guerra, inclusa quella palestinese, non ha niente a che fare con circostanze politiche. E figlia di un'aspirazione ideologica fondamentale, e quindi irrinunciabile, ampiamente maggioritaria, certificata dalla ininterrotta vittoria di Hamas dal 2006 nell'opinione pubblica palestinese. Per questo Abu Mazen rimane lontano dalle elezioni che non si svolgono da allora. I palestinesi hanno sempre potuto contare sul senso di colpa che ha impedito all'Europa e anche agli USA di identificare la componente jihadista nel conflitto israelo-palestinese, di vedere che Hamas, nonostante il suo comportamento totalitario e razzista con le donne, i cristiani, i dissidenti, e anche l'Autonomia Palestinese, col suo sostegno per il terrore e il suo rifiuto di ogni accordo possibile,fanno parte dell'esercito jihadista.

Per la jihad, i cui protagonisti sono sia sunniti che sciiti, solo la mukawama, o resistenza, può smantellare l'alleanza occidentale che domina il mondo e occupa le terre islamiche, incluso lo Stato d'Israele. "I talibani" -ha detto Musa Abu Marzuk membro importante della direzione di Hamas- "hanno rifiutato le mezze soluzioni proposte dall'America. Essi non sono stati ingannati dagli slogan di democrazia o elezioni o false promesse. E' una lezione per tutti i popoli oppressi". E anche l'Autorità Palestinese, come cita il giornalista palestinese Khaled Abu Toameh dice sul ritorno talebano che "Israele deve assorbire la lezione, la protezione esterna non porta pace e sicurezza. L'occupazione israeliana di terra palestinese non durerà e finirà".

Quando Netanyahu descriveva  come letale la spirale terroristica, aveva ben presente la carta geografica del medio oriente e del terrorismo islamico che scaturiva sia dall'Iran sciita con gli hezbollah e da svariati gruppi sunniti,fra cui quello salafita dell'Arabia Saudita, da cui si originò Bin laden. La scia di sangue  è lunga, fra i più agghiaccianti attentati quelli dei terroristi suicidi in Libano alle baracche dei soldati americani, 241 morti e a quella ai soldati francesi, 58 morti. Era il 23 ottobre dell'83. Si disse che avevano come sfondo la guerra con Israele, ma la scelta strategica è quella della Sharia che proibisce all'infedele di permanere sulle terre islamiche. Prima e dopo, fino a quelli di New York, di Gerusalemme, di Londra, di Parigi, fino alle stragi antisemite in Francia e in America gli attentati sono tutti illuminati dal lampo gelido del 9-11. Il mondo cambiò, come tutti dicono e scrivono, la "lunga guerra" al terrore formò una grande coalizione intorno agli americani, i talebani vennero cacciati, al Qaeda fu semidistrutta, e Bin Laden fu ucciso, Obama dichiarò vittoria, la gente cantava per le strade. Ma il bandolo della matassa non era stato afferrato. Il terrore dell'Isis, gli attentati nel mondo, i talebani, l'odio per l'Occidente e Israele non si sono modificati. Non potevano modificarsi perché la trama jihadista è paziente. Per smontarla  va vista per quello che è, un progetto ideologico-religioso mondiale. Israele combatte bene la sua battaglia, e cerca la sua via di pace con gli Accordi di Abramo: un riconoscimento rispettoso delle altrui culture, per altro sostenute da prospettive vantaggiose. La via d'uscita è, almeno in parte, qui. Per il resto, la jihad iraniana sciita e quella sunnita lavorano sott'acqua e non impallidisce il loro sogno.

L'assenza al summit antisemita? Grande vittoria

giovedì 9 settembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 09 settembre 2021

La decisione dell'Italia di non partecipare a quella che era stata inappropriatamente chiamata "Conferenza mondiale contro il razzismo" è molto importante. Il nostro giornale è felice e fiero che la sua richiesta sia stata accolta. Si tratta, come abbiamo scritto,  della quarta edizione di una delle maggiori conferenze delle Nazioni Unite che si svolgerà il 22 settembre; gli USA, il Canada, l'Inghilterra, la Germania, la Francia, la Repubblica Ceca, l'Olanda e altri che già avevano boicottato l'iniziativa nelle versioni precedenti sono partner dell'Italia nella decisione.

Si tratta di una scelta molto importante non solo per il popolo ebraico e per Israele che hanno sofferto direttamente l'ondata di antisemitismo inaugurata nel 2001 in Sud Africa, proprio approfittando del valore simbolico della patria dell'apartheid e cercando di infettarne Israele, gli ebrei e, di conseguenza, l'Occidente ritenuto corresponsabile delle sue scelte. Durban è stato un disastro morale per il mondo intero, la patente internazionale per consentire che la cultura, la mentalità vittimista e aggressiva che sta alla base della follia del 2001 rovesciasse i canoni stessi dei diritti umani, usasse come una scura rovesciata l'idea di perseguitati e persecutori, di oppressi e di oppressori. Durban alimenta fino al giorno d'oggi la cultura del vittimismo che rende nemico l'uomo all'uomo sulla base del concetto fantasticato, estremizzato, falsificato di cultura, di religione, di genere, di razza. I terroristi diventano combattenti della libertà, le folle infuriate parametri di giustizia, le accuse pregiudiziali prove provate,  le regole pastoie.

A Durban nel 2001, nel clima entusiasta post apartheid, per le ONG che avrebbero dovuto affiancare la conferenza contro il razzismo, cui io ero presente come corrispondente, gli ebrei diventarono oggetto di caccia addirittura fisica; si distribuivano "I protocolli dei savi di Sion"; folle "antirazziste"marciavano sotto i ritratti di Bin Laden pochi giorni prima del disastro delle Twin Towers; la sala risuonava dei discorsi in cui Arafat, che da poco aveva firmato gli accordi di Oslo, dichiarava Israele e gli ebrei "genocidi" e "colonialisti", dittatori come Fidel Castro, Ahmadinejad, Mugabe, incitavano all'odio antisemita e li correlavano alla storia imperialista dell'Occidente, alla sua smania di dominio e di potere. Si fondava sotto l'egida dell'ONU una teoria rovesciata dei diritti umani, che purtroppo seguita a conquistare maggioranze automatiche in molte istituzioni internazionali; si macchiava per sempre la capacità di combattere la sacrosanta battaglia contro il razzismo nei suoi termini reali, per cui diventi un razzista inconscio se non ti metti in ginocchio ad esclamare la tua colpevolezza nei secoli. La conferenza fu programmata per trasferire su Israele i crimini dello Stato di Apartheid, con cui non aveva niente a che fare; il termine Olocausto fu usato a destra e a manca  includendovi i palestinesi; la stessa impropria vittimizzazione viene usatadai novax che si travestono da prigionieri di Auschwitz. È la vittimizzazione che libera dalla responsabilità, ignora il contesto storico, vede le istituzioni come mezzi per realizzare i propri fini. Per esempio, il Consiglio per i Diritti Umani che si occupa quasi solo di Israele,fidando sull'ignoranza e l'indifferenza di fronte a terrorismo, dittatura, corruzione.

Dopo l'ultima guerra di Hamas, in cui era chiarissimo chi fosse l'aggressore e chi l'aggredito, e i missili dell'organizzazione terroristica grandinavano su Israele, si è invece avuto una ondata di odio antiebraico e anti-israeliano:a Londra convogli di auto falciavano le strade urlando "fuck the jews, fuck their daughters"; a New York, bastava avere una kippà in testa per essere aggrediti e così a Parigi, a Bruxelles... Degli ebrei si dice che sono parte del "suprematismo bianco", un altro modo di dichiararne il ruolo di oppressore. Ma anche gli italiani,e  gli inglesi, e i francesi sono suprematisti bianchi, e colonialisti, e razzisti. È la logica della cultura di Durban, ottimo che non ci andiamo.

L' atlantismo da recuperare nel disordine post ritiro

giovedì 2 settembre 2021 Il Giornale 1 commento

Il Giornale, 02 settembre 2021

La ritirata vergognosa da Kabul, non è l'America. É una mossa mal concepita, noncurante, anche crudele, dell'amministrazione Biden. Ogni parola sprezzante o ironica nei confronti della storia, della natura, del significato stesso  del gigante di là dall'Oceano si chiama antiamericanismo. Per noi europei è una malattia cronica e ricorrente, una febbre autolesionista di cui soffriamo seriamente, che mette in sottordine le essenziali caratteristiche degli Stati Uniti e di quanto esse ci siano state e ci siano preziose, il loro indubitabile peso nel mondo che vogliamo difendere; Alexis de Tocqueville, che aveva previsto che l'America e la Russia avrebbero dominato il mondo, spiegò che la prima l'avrebbe fatto con la bandiera della libertà, e la seconda con quella della repressione. Esatto. Il disprezzo o l'odio per gli USA criminalizzano il sistema liberaldemocratico in genere (in senso europeo, di destra e di sinistra) in nome di confuse istanze internazionali e sociali.

Purtroppo spesso lo si fa in nome dell'Europa, della nostra cultura che immaginiamo elegante e raffinata quanto la loro superficiale e brutale, anzi, un po’ stupida! Della nostra politica umanitaria e pacifista quanto la loro è imperialista e muscolare. Si tratta di un contrasto antico, che indossa panni sempre nuovi, e che molto spesso si è associato, nella storia, all'antisemitismo. Gli USA sono stati sempre l'antagonista culturale dell'Europa, il contendente morale e spirituale supremo. E quando si autobiasimano all'impazzata, come al tempo della guerra del Vietnam, o adesso coi movimenti wap nelle strade a dire che tutti sono razzisti e a buttare giù il movimento di George Washington, noi ci inzuppiamo il pane. Nel dolore, nella preoccupazione per gli afghani in massa vittime dei talebani, nel biasimo per la maniera inconsulta con cui l'amministrazione Biden ha realizzato lo sgombero, comincia a infastidire la cacofonia per cui gli americani "armarono loro i talebani ai tempi della Russia", "hanno sbagliato a condurre la guerra al terrorismo in quelle plaghe","non dovevano inseguire e poi uccidere Bin Laden","hanno ucciso volontariamente civili, sono assassini (come Hollywood ci ha insegnato) di donne e bambini".

Insomma, hanno in definitiva agito non per combattere il terrorismo ma per affermare la loro politica di potere imperialista. Oltretutto, seguita la poesiola che sentiamo alla tv e leggiamo sui giornali europei,  nei vent'anni che sono stati sul terreno, non hanno combinato niente. Non è vero. La realtà smentisce questi pregiudizi, anche se resta, giustamente, la rabbia per la politica di Biden, come per la fuga da Saigon, o per il disastro iraniano. Tuttavia l'antiamericanismo, come dice Paul Hollander, è sempre "un'incontenibile predisposizione all'ostilità". Adesso si discute molto della necessità di un esercito europeo, ed è giusto: l'Europa ha bisogno di difendersi dal pericolo terrorista-islamista, e gli USA non hanno saputo fermarlo. Ma gli scontri interni all'Europa sono tali e tanti, i protagonismi francese e tedesco inconciliabili, la comodità di buttare le spese militari sugli USA (mentre la si biasima) parte della storia.

Così, la giusta istanza diventa parte dell'"incontenibile predisposizione": prima era filocomunista; poi è costata poco, da quando con la caduta sovietica gli USA divennero l'obiettivo gigante di tutti gli strali. La guerra post 11 settembre, anche se sostenuta da alcuni, esaltò l'antiamericanismo dell'"appeasement" europeo, scritto nella stessa definizione di UE. Strano a chi non ha trascorso molto del suo tempo in Medio Oriente, ma l'odio terrorista per gli USA è stato una serra di antiamericanismo. Atlantismo è una bella parola: giustamente, la ama Mario Draghi. Può benissimo ispirare il nuovo impegno militare dell'Europa, se davvero lo cerca, tanto senza gli USA non farà nulla.

Il rapporto fra Unione Europea e Stati Uniti è ancora l'unico che può garantire benessere e sicurezza. Adesso, alla luce della nuova situazione internazionale, la punta di diamante della difesa antiterrorista e palesemente la più importante,  mentre gli USA hanno un presidente debole. Sono tutti dati di fatto: si può pensare a dare più forza all'Europa proprio perchè l'America è debole, e quindi impegnarsi in una scelta atlantica che la rafforzi. Quanto a noi europei, mi è capitato entrando a visitare la tomba di Napoleone a Les Invalides che la poliziotta di guardia al santuario mi abbia risposto che lei, a chi chiede in inglese dov'è la tomba non avrebbe risposto. 

Israele, il ministro Gantz incontra Abu Mazen. È un regalo del premier Bennett a Biden

martedì 31 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 31 agosto 2021

L'incontro fra Benny Gantz, ministro della Difesa israeliano e Abu Mazen, è una specie di raro mazzo di fiori a Biden in un momento in cui, a causa della crisi afghana, così pochi, nel mondo, gli vogliono bene o si fidano di lui. Gli Stati Uniti hanno una predilezione per il Processo di pace, l'incontro del Primo ministro Naftali Bennett col Presidente americano alla Casa Bianca è stata, tre giorni or sono, tutta una dimostrazione del legame "indistruttibile" fra USA e Israele. Tanto che Biden ha detto che se non riuscirà a ottenere dagli iraniani con la trattativa per lo stop alla bomba atomica, allora lo otterrà in altro modo. Come? Quando? L'accordo con l'Iran ci sarà lo stesso sul margine dell'assemblamento dei pezzi della bomba islamica? Non si sa. Però Israele, mentre sa che deve salvaguardarsi da sola, da una parte tende a qualificare ancora di più il rapporto che a Biden oggi sta più a cuore di ieri dato che Israele è il suo unico vero amico in Medio Oriente anche col guaio in cui lo ha cacciato, e, anche, capisce che tutti i suoi nemici islamisti fondamentalisti, Hamas fra i sunniti, gli hezbollah sciiti, tutti alimentati dall'Iran, oggi sono eccitati e hanno voglia di menare le mani. Israele ha interesse a cercare di calmare le acque, e la valutazione di Gantz è stata quella di cercare di rafforzare Abu Mazen a fronte di Hamas.

Non importa se è in crisi di consenso già da molti anni, se è dal 2005 seduto su una sedia di Presidente che ormai non mantiene se non con forza autarchica, che ha 85 anni e una salute malferma. Gantz ha ottenuto da Bennett il permesso di incontrarlo dopo 21 anni che i palestinesi non si siedevano con gli israeliani, e ne ricava molta pubblicità personale e consenso a sinistra. Gli mancava da tempo. Ma è un evento accolto in maniere difformi, Hamas al solito dice di Abu Mazen che tradisce la causa, la destra israeliana fuori da Governo protesta; Bennett, che quando Abu Mazen venne al funerale di Shimon Peres twittò frasi definitive contro chi "stipendia i terroristi", ha detto che nell'incontro non c'è cambio di politica, né sgomberi né due Stati, solo accordi di sicurezza, dato che Gantz è ministro della Difesa. Ma dalla Difesa si è fatto sapere che si è parlato di argomenti economici, civili, di sicurezza etc... L'economia palestinese, si sa, è un disastro, il Covid picchia duro. I palestinesi però sono opposti a un ritorno a negoziati di pace sotto la leadership degli USA, ha dichiarato Azzam al Ahmed, incaricato ufficiale: i palestinesi vogliono una conferenza precotta, organizzata da Guterrez sotto l'egida iperamichevole dell'ONU. Per ora, Biden ha chiesto a Bennett di provare la disponibilità del governo post-Netanyahu, e post-Trump, misurandolo sulla disponibilità verso i palestinesi. Ed ecco un piccolo passo. Piccolo, perchè non potrà andare avanti finchè Abu Mazen subisce la pressione di Hamas e anche ne invidia l'influenza maggiore della sua.

Ora minaccia Ramallah mentre l'esempio talebano balena in lontananza. ma non tanto: due campi estivi per bambini tenuti dall'OLP e da Fatah sono stati intitolati alla terrorista Dalal Mughrabi, che guidò l'assassinio di 37 civili fra cui 12 bambini nel 1978. La difficoltà per un dialogo coi palestinesi è tutta dentro queste scelte, che costruiscono il rifiuto di Israele e disegnano nuovi terroristi. Biden dovrebbe cominciare da Abu Mazen e non da Israele a chiedere simpatia per la sua linea.

Intervista ad Asa Kasher: "Senza leader disastro globale"

lunedì 30 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 30 agosto 2021

Quando il mondo è scosso alle fondamenta da eventi che implicano la ferocia dell'uomo contro l'uomo,non si sa che fare, non si sa che cosa pensare. Un faro di saggezza e anche, come capita ai giusti, di motivato scetticismo, è Asa Kasher, professore emerito di Etica e Filosofia all'Università di Tel Aviv, membro dell'Accademia d'Europa di Arti e Scienze, e famoso autore del Codice Etico delle Forze di Difesa israeliane. Abbiamo lavorato insieme a un libro sull'emigrazione. Ma adesso siamo ben oltre quella barriera che sembrava invalicabile, abbiamo visto scene di fuga e terrore molto al di là della tragedia quotidiana: scene di orrore. 

Che significa?

"La risposta è semplice: fallimento della società e delle istituzioni contemporanee".

Di tutte? Di tutti?

"In particolare, dell'ONU. Pensiamo a quando e come è nata questa istituzione, dopo la Shoah, dopo la guerra mondiale, fatta apposta per creare un rapporto positivo e costruttivo fra tutti gli Stati, una grande assemblea che doveva scavalcare tutte le falle etiche e pratiche che avevano portato al disastro: pregiudizi, questioni di colore, di etnia, di religione, di interessi, di discriminazione, di prepotenza... Ed eccoci qua, di fronte alla scene che abbiamo dovuto vedere. È un fallimento globale, che ci impone una enorme contrazione di coscienza"

Che vorrebbe fare professore?

"Ricominciare da capo, restart, rileggere, ridefinire tutto, smontare, ricostruire. Prima di tutto mettere tutta la nostra attenzione e il nostro lavoro su quello che abbiamo visto, svegliarsi…"

Ok, nel frattempo abbiamo 350mila persone che fuggono verso di noi

"E tuttavia c'è molta indifferenza…"

Non vedo indifferenza, ma sconcerto

"Lei parla delle èlite, giornali, discussioni in tv, o della gente sconvolta dalle immagini degli aerei cui la gente si appende, o delle madri che porgono i bambini... No! Io parlo degli Stati. Sono gli Stati che sono indifferenti, che mantengono, nelle loro istituzioni e nella loro diplomazia, atteggiamenti non adeguati, non sufficienti a ciò che richiede il momento. Poichè è chiaro che non si può intraprendere una nuova guerra, allora i mezzi messi in campo devono essere eccezionali, com'è eccezionale la situazione, quelli diplomatici, quelli economici, quelli di sicurezza… Ma soprattutto quelli di umanità"

Ma non è possibile farsi inondare dall'emergenza, molti dicono che contenga anche molti pericoli, e che sia troppo grande per noi

"Facciamo ordine: intanto bisogna parlare coi Talebani"

Parlarci? Per sentire le loro bugie mentre compiono esecuzioni sommarie di massa, recludono le donne, impiccano i gay?

"Non importa parlarci ufficialmente, ma garantire soluzioni sotto il tavolo e tramite intermediari, come facciamo noi quando incarichiamo l'Egitto di trattare in segreto con Hamas: occorre negoziarci senza parere, promettere di aiutarli in cambio del trattamento della gente. Gli intermediari non mancano. Certo non potremo discutere la sharia, ma potremo cercare di imporre la salvaguardia della vita umana in cambio di qualcosa"

Fino ad ora, sembrano convinti che la vita umana sia solo appannaggio della battaglia per l'Islam. Comunque, in questo istante abbiamo il problema di centinaia di migliaia di persone in fuga

"Qui dobbiamo essere chiari: il mondo avrebbe già dovuto da tempo essersi dotato di un sistema di intervento collettivo per salvare molte vite, siamo falliti anche in questo. Ed ecco, ora siamo in emergenza, non c'è Stato che non si possa far carico di qualche centinaia di persone in pericolo di vita. Anche Israele, e specialmente, dato ciò che abbiamo attraversato. Queste persone scappano via per salvare la vita, come facemmo noi"

Mi dispiace dirle che la Germania, l'Austria, la Francia, in genere l'UE,  l'Inghilterra, esprimono molta cautela…

"Non sono attrezzate concettualmente. Da tempo si sarebbero dovuti costruire sistemi di immigrazione temporanea in cui la gente viene ospitata rispettando la sua dignità fino a indurla, attrezzata, a ritornarsene a casa. È proprio il contrario di quello che per esempio è accaduto coi turchi in Germania. Restano per sempre, perchè non si sono creati tramiti decenti per rientrare. Questo deve cambiare: l'emigrazione deve essere un'emergenza temporanea, in cui si studia, si lavora, si impara qualcosa che sarà utile a casa propria".

Anche in Afghanistan? Dove allora sarai un doppio traditore da perseguitare o uccidere? Non sarebbe meglio allora cercare di promuovere un "regime change"se il regime attuale è fatto di assassini?

"Il guaio è che non abbiamo una leadership morale che si senta o che sia investita di un compito così alto, come salvare l'umanità, gli USA se ne sono andati"

L'Europa non dovrebbe avere un esercito?

"Non è nemmeno riuscita a contrapporsi a Putin…  Gli USA hanno deposto il primato. L'Europa non l'ha mai avuto. L'ONU è un mucchio di opportunismo. Non c'è nessuno che possa dire ai Talebani ‘se non smetti di terrorizzare il tuo popolo incontrerai i miei paracadutisti’. Non ci sono leader morali che lo possano fare. Quindi, meglio parlare".

Il grande equivoco "buoni e cattivi"

sabato 28 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 28 agosto 2021

L'attacco terroristico di giovedì è la prova che l'Afghanistan è di nuovo pericoloso come al tempo di Bin Laden. Una fonte variegata di terrorismo, un'orchestra di bombe, mitra, missili, terroristi suicidi che adesso suona con la direzione dei talebani. Isis oggi non si può muovere se i talebani non glielo permettono. Come quando Hamas dice che è stata la Jihad Islamica a lanciare i missili: ridicolo. Chi controlla il territorio? Chi lascia che Isis si armi anche se è spezzettata ormai in mille segmenti? Ed è infantile immaginare che i talebani non siano così cattivi se c'è qualcuno più cattivo di loro, l'Isis appunto, per esempio, o al Qaeda che è carne e parte della famiglia più stretta dei talebani stessi. Se a centinaia di migliaia gli afghani e gli stranieri nel Paese, a rischio della vita, si riversano nell'unico aeroporto (assediato dal terrorismo) in condizioni spaventose pur di fuggire, ecco che da noi qualcuno immagina che invece ci sia qualcosa in loro di mutato, di diplomatico, di pronto al compromesso.

É un punto di vista che serpeggia fra i politici e sulla stampa: nasce complementare all'idea "antimperialista", molto popolare, secondo la quale gli americani in realtà hanno ambito a Kabul ad affermare brutalmente il loro potere, molto più che a combattere gli alleati di Bin Laden, i persecutori delle donne incatenate al burka e di chiunque anelasse a uno spiraglio di libertà fra le spaventevole sbarre della sharia. Adesso, questa idea suggerisce che da Doha in avanti i talebani siano cambiati, grazie all'esperienza che li avrebbe dirozzati, urbanizzati, dotati di telefonini, allenati a parlare inglese. Ma la verità è sotto gli occhi di tutti, e ride con la risata triste del pagliaccio ucciso perché non si inchinava a quegli odiosi padroni: i talebani hanno di nuovo  la condotta degli anni 90, i loro leader attuali sono ancora quelli o i loro rampolli, la loro brigata più accurata e moderna, la Badr 313, dotata di divise da paracadutisti invece che di jalabye è fatta di "martiri" pronti, come dichiarano, al terrorismo suicida, "cacciatori di martirio", dicono, che si proclamano "custodi di valori".

Valori di persecuzione e condanne a morte di donne, omosessuali, disobbedienti, semplici sospetti perchè amici degli stranieri. È così che è ricominciata una campagna di esecuzioni sommarie, aggressioni alle donne, chiusura di scuole,  anche se un portavoce accetta per scopi pubblicitari di parlare in tv con una giornalista, e lo spokesman Zabibullah Muhajid promette incolumità e tolleranza. Per carità. L'eccidio di massa, completo della preda dei morti americani di giovedì, è di fatto un nuovo simbolo della sconfitta e dell'umiliazioni del nemico in fuga. Anche se Isis rivendica l'attentato, questo può convenire all'uno, per avere il suo spazio nell'empireo degli shahid, ma anche all'altro, i talebani, che accusano gli americani di inettitudine dicendo che l'aeroporto è sotto il loro controllo. Ma chi ha dato il via libera agli uomini dell'Isis liberati dalle carceri, e chi di fatto causa la situazione di caos all'aeroporto per cui i terroristi, specie da amici dell'ormai padrone di casa, si fanno avanti?  È uno spazio che l'incompetenza di Biden ha creato. Se è vero che prima dell'affannoso ritiro di Biden, i talebani, come ripetono, non avevano sparato un colpo, è perchè l' accordo con Trump, (per altro non il primo ma il secondo, dopo Obama a decidere lo sgombero; ignorato, come Obama fosse un personaggio lunare) come ha spiegato il segretario di Stato Mike Pompeo, era condizionale, e anche minaccioso, e comunque Trump intendeva evacuare i civili prima delle forze militari.

Adesso "la minaccia del terrore proveniente dall'Afghanistan prende piede col supporto dei maggiori Paesi… Ignorando le attività delle organizzazioni terroriste più violente, e questo richiede la solidarietà per fronteggiare la minaccia talebana e di Al Qaeda" questo quanto sostiene Monir Adib, esperto egiziano su Al Ain. Oppure "Russia, Cina, Pakistan e naturalmente l'Iran ... Rimpiazzeranno gli USA che hanno aperto la porta ai nemici" scrive Jameel Al Theyabi su Okaz, Arabia Saudita. Il mondo arabo, più vicino, capisce meglio di noi cosa sta succedendo.

Efraim Inbar: 'Ecco gli errori degli Usa in Afghanistan'

venerdì 27 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 27 agosto 2021

Efraim Inbar è uno dei più famosi mediorientalisti del mondo, per 23 anni direttore del BESA, Begin Sadat Center for Strategic Studies, Professore oltre che all'Università Bar Ilan anche alla John Hopkins e alla Georgetown University, consigliere strategico dei vari Governi israeliani e oggi presidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security.

Allo scenario della tragica evacuazione dall'Afghanistan oggi si aggiunge l'assalto terrorista, forse dell'Isis. È di poche ore fa la strage all'aeroporto. Di che si tratta professore? L'Isis cerca un suo spazio? Blocca la già impervia, quasi impossibile uscita da qui al 31 agosto?

"Una cosa è chiara: questa strage, al lato dalla difficilissima evacuazione americana, è un'altro passo nella strada della umiliazione globale americana, promette ulteriore difficoltà, altri attacchi terroristi. Mette l'America sempre più in ginocchio. Questo è nell'interesse di qualsiasi gruppo terrorista islamista. Non sappiamo se qui si tratta veramente dell'Isis. Questa organizzazione al momento non è particolarmente forte , difficile immaginarsi che voglia entrare in un giuoco di concorrenza coi Talebani, forse cerca un po’ di spazio "

Quindi anche se adesso è stata l'ISIS a compiere questo attentato, non sarà questa organizzazione a tornare al centro della scena in Afghanistan nel prossimo futuro

“È uno dei gruppi che, fra spinte ideologiche, tribali, etniche, cerca spazio: c'è una bella guerra contro l'Occidente, naturalmente l'ISIS, al Qaeda vogliono esserci. Ma teniamo invece a mente che il terrore fa il gioco dei talebani, sia perchè questo gesto violento aggiunge alla umiliazione americana e quindi certifica la sua strategia internazionale, sia perchè l'oscuro messaggio di terrore consolida la sua presa sulla società Afgana, la riempie di paura, la paralizza come i Talebani avevano da tempo pianificato"

Ma per molti anni sono stati tenuti con successo all'angolo dalla presenza americana…

“Sì, finchè è stata massiccia e armata. Ma l'illusione di democratizzare, occidentalizzare una società islamica è destinata al fallimento: quando gli americani hanno messo le mani in Egitto, è subito uscita fuori la Fratellanza Musulmana; con i palestinesi hanno dato forza a Hamas, in Tunisia si è creato il caos islamista con le elezioni.. Non è vero che ogni uomo desidera la libertà. Desidera la pace e il benessere. Nel caos, sopraggiungono i Talebani, si armano, prendono il potere, come a Gaza arriva Hamas, e in Libano Hezbollah"

Allora restare per sempre?

"Gli USA avevano deciso di andarsene dai tempi di Obama, non di Trump come ora scrivono in parecchi.  Avevano ragioni importanti per farlo, legati all'invecchiamento degli armamenti, alla spesa enorme, alla necessità di impegnarsi nel contrastare la Cina, ai problemi americani interni. Biden ha fatto quello che l'America chiede da molto tempo"

Ma hanno fatto le cose in modo disgraziato, disumano, scoordinato… Dopo il generale biasimo umano e politico ancora confermerebbero questa politica?

"Bisogna scontare il piacere che prova la stampa a biasimare l'America. L'ha sempre desiderato. Certo, qui ce ne sono ragioni serie, Biden ha agito in maniera disordinata, debole, priva di rete di sicurezza. Adesso deve sgomberare in fretta e concludere con la dead line fissata, e poi via, chi c'è c'è...  Si immagini se oltre alle bombe, gli afgani adesso offrissero questo spettacolo: un talebano spara un missile Estrella, quelli che la Cia aveva loro fornito contro i russi, e abbatte un aereo di profughi. Biden non vuole affrontare questo possibile guaio, e quindi corre per rispettare il 31 di agosto"

E fa male?

"Biden doveva fare quello che sempre si deve fare quando si abbandona il terreno in Medio Oriente: una sventola sonora, un attacco che mettesse i talebani in ginocchio e gli facesse passare la voglia di scontrarsi con gli USA. Anche noi abbiamo fatto lo stesso errore a Gaza e in Libano: se te ne vai senza creare deterrenza, l'invito a colpire senza pagare pegno sarà sonoro".

 

 

Il premier israeliano alla Casa Bianca e le inquietudini del mondo mediorientale

giovedì 26 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 26 agosto 2021

Un banco di prova per il futuro dell'intero Medio Oriente sarà l'incontro odierno fra Biden e il Primo ministro d'Israele Naftali Bennett in visita alla Casa Bianca. La tragedia afgana cambia un larghissimo e delicato scenario, in cui guerra e terrore sono di casa: saranno molte le tappe in cui si svilupperanno i cambiamenti psicologici e concreti che porta con sé l'abbandono americano dell'Afghanistan e la rapidissima riconquista talebana. La scelta del "Nation Building" del 2000 è fallita clamorosamente, vent'anni di miglioramenti collassati nelle grinfie islamofasciste dei talebani ne sono una prova, e anche l'Iraq non è diventato certo una democrazia.
 
Non funzionarono nè gli accordi di Oslo, nè il sostegno di Obama alle Primavere Arabe. Le forze islamiste integraliste sono andate per la loro strada armandosi sempre di più, scegliendo la strada del terrorismo e dell'incitamento. Un mondo brutale che non è mai cambiato e oggi è rafforzato. In opposizione, certo i Paesi arabi moderati del Patto di Abramo e i coraggiosi Egitto, Giordania, Marocco, e anche l'Arabia Saudita, per ora hanno scelto strade di stabilità, di rapporti amichevoli con l'Occidente e di opposizione alla conquista sciita e anche della Fratellanza Musulmana, di cui Erdogan è campione. Tutti hanno puntato sul sostegno e la presenza americana. Adesso, l'America se ne è andata, e seguiterà ad abbandonare la scena.
 
Questo provocherà l'organizzazione mondiale del pericolo terrorista guidato dall'Iran con eserciti e missili: Israele lo sa bene, e lo sanno anche i Paesi moderati. Nell'assenza americana, si disegna un ruolo nuovo per Israele, che infatti vive questo incontro con Biden in maniera drammatica. Il primo sguardo, oggi alla Casa Bianca, è quello che conta: sarà quello di due amici fedeli, quasi innamorati, che dopo l'intervallo Obama-Bibi si cercano di nuovo, o quello che non può nascondere il sospetto, o persino l'ironia? Sarà quello rassicurante che dice "siamo qui alla fine, l'uno per l'altro”, o quello che dice "ok, adesso tutto è cambiato, vediamo come si compone il nuovo puzzle". O  Naftali Bennet non potrà celare la condiscendenza con cui si tratta un importante signore in difficoltà?
 
Bennett va da Biden all'ombra delle immagini umilianti di Kabul; ha un doppio compito, rinsaldare l'amicizia con un Paese indispensabile a Israele quanto a economia, armi, sostegno diplomatico all'ONU e nelle altre istituzioni, deve dimostrare che la sua Israele post Bibi non è amica solo dei Repubblicani ma anche dei Democratici di Biden e dell'ebraismo americano di sinistra, ma nello stesso tempo deve mantenere un comportamento deciso e portare a casa un risultato attendibile. Biden vuole due cose che Israele non vuole, un accordo con l'Iran, sul piede di guerra con tutto il resto dell'Islam jihadista contro l'Occidente; e un accordo coi palestinesi, che non riconoscono lo Stato ebraico mentre Hamas ha dichiarato che l'Afganistan mostra che gli ebrei verranno spazzati via.
 
Biden deve aver certo preparato l'incontro perché risulti superamichevole: deve comunicare che l'America sarà nell'area per interposto Israele, con la sua tecnologia, le sue armi, la sanità, l'acqua, la sua cultura democratica. La vicenda afgana solleva molti dubbi sull' affidabilità americana: Biden senza cedere sull'Iran, dovrà ascoltare con comprensione la promessa di Bennett che Israele reagirà contro l'evidente minaccia atomica. Il resto del Medio Oriente sa che se gli americani se ne vanno lasciando tutti nei guai, Israele resterà un partner inamovibile salvo rivolgimenti globali quanto a nessi culturali e politici con l'Occidente e a sicurezza contro l'Iran e i suoi alleati; Israele resta nell'area come una piccola America. Ma deve badare di più a se stessa.
 
 

Non possiamo perdere tempo

martedì 24 agosto 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 24 agosto 2021
 
Il tempo, quando si tratta di salvare vite e di reagire a un ulteriore tsunami terroristico che sta per rovesciarsi sulle vite di masse di persone innocenti, è un fattore essenziale. La gente che coi bambini si precipita all'aeroporto e li perde, o muore, le donne che ieri andavano al lavoro o a scuola e adesso in casa aspettano che arrivi la morte e abbia gli occhi dei Talebani, la immensa schiera lasciata indietro a vedersela con un destino insanguinato. È una sfida per tutti noi, e l'orologio ticchetta. Basta un giorno in più di tentennamenti, di illusioni, e l'ultimatum del 31 agosto si trasforma in strage. I tempi brevi e la minaccia di vendetta generale, corrispondono alla percezione vittoriosa dei talebani, alla loro sicurezza nello scenario mondiale: nessuno oserà sfidarli, pensano, il nemico è in ginocchio, Biden è a terra, il loro Islam ha il piede sul collo dell'Occidente. Secondo la loro cultura, più fuggiamo, più chiediamo di parlare, più infieriranno. Adesso tocca a noi agire in tempi brevissimi, e salvare vite umane e con esse il futuro del mondo. Sono insopportabili le chiacchiere sulla possibilità di trattare, di aspettare.
 
Tentare il dialogo è solo una mossa alla Chamberlain, una rovina per il futuro dei nostri figli. Occorre  immediatamente, con gesti concreti, dimostrare che non abbandoneremo gli amici: questo secondo la cultura dei talebani è un gesto di viltà che segnala la sconfitta totale di Biden e invita a stravincere. Occorre, con coraggio, innanzitutto salvare chi fugge dall'Afganistan. Le regole fondamentali di questo momento devono essere: individuare bene e senza dubbi la situazione e definire il nemico. Siamo di fronte al possibile riassemblarsi dentro i confini sicuri di un grande Paese, di tutte le forze terroriste del mondo, da al Qaeda all'Isis a al Shabaab, col supporto molto lieto dell'Iran, degli hezbollah e quant'altro. L'uso cinico di questa situazione, dal Pakistan che si è congratulato con i talebani alla Cina che intende sfruttare l' immensa debolezza americana, è evidente. Dobbiamo pensare a un coordinamento democratico dei Paesi che trovano l'accordo sulla situazione d'emergenza, prima di tutto funzionale a salvare le persone in pericolo; ma  anche a come sostenerlo militarmente, senza timidezze.
 
La risolutezza risparmierà lo spargimento di sangue. l'opposto, ne creerà a bizzeffe. Accanto a questo, la nostra politica mediorientale deve adesso sostenere di più tutti i Paesi moderati che si sentono disorientati e in pericolo per come gli USA sono spariti nel nulla lasciando nel cielo la mezzaluna talebana come il sorriso del malefico gatto di Alice: non c'è tempo, il terrorismo talebano userà morte e prepotenza per terrorizzare e deterrere, proseguendo nel suo scopo: la conquista del mondo. E noi quindi dobbiamo farci sotto, annunciare il ritorno in campo mentre lo organizziamo. Non abbiamo alternativa.
 

L'Occidente e la violenza ignorata

domenica 22 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti
 
Il Giornale, 22 agosto 2021
 
Schiacciare la donna, renderla schiava, spezzare il suo ruolo nella società, coprirla di panni e di insulti dalla testa ai piedi, è una fissazione primaria dei fondamentalisti: viene insieme col potere stesso, non puoi essere padrone se non usi ogni mezzo legislativo, religioso e civico per farla a pezzi. Non a caso il maggiore fra gli storici del Medio Oriente, Bernard Lewis, ha sempre notato come il fallimento storico della società islamica sia legato alla segregazione femminile, più o meno accentuata: "L'emancipazione politica delle donne ha fatto passi significativi dove i regimi parlamentari funzionano. Non ha peso nelle dittature controllate dall'esercito o dal partito, per la grande maggioranza maschili. E alla fine... l'opinione pubblica e conservatrice maschile resiste al cambiamento. Dove esso domina, la condizione femminile ha sofferto i peggiori rovesciamenti, come in Iran". 
 
Possibile che nessuno abbia negli anni dedicato un pensiero alla infinita guerra di sopravvivenza delle donne nella società islamica? Ce ne accorgiamo adesso? In Afghanistan eccoli di nuovo, chiudono le scuole miste, presto imporranno il burqa, le donne non potranno camminare da sole per la strada e saranno rinchiuse, non potranno andare neppure dal dottore perchè è maschio,  verranno di nuovo picchiate e schiavizzate a piacimento, il loro comportamento, fino allo smalto sulle unghie verrà controllato, niente lavoro, niente istruzione. Dalla liberazione del 2001 la situazione, a dimostrazione di quanto può il rifiuto di un'ideologia pestifera, era molto migliorata. Prima erano 900mila i bambini che frequentavano le scuole primarie, sono oggi 8 milioni di cui il 40 per cento bambine. Una legge del 2009 ha reso reato la violenza sulle donne, lo stupro, gli abusi maritali; nel lavoro la presenza femminile è cresciuta al 22 per cento. Ora è finita, tutti e casa secondo l'interpreazione più radicale della Shariah, la legge islamica. Attenzione: essa non è uguale per tutti, ha cinque derivazioni fondamentali,  le letture di Al Qaradawi, di Jamal Badawi etc… Non sono fortunatamente buone per tutto l'Islam, anche se purtroppo accettate in Europa fra molti giovani  di seconda generazione. Spesso l'interpretazione che è estrema: per esempio, la mutilazione genitale non è detto, come sostengono alcuni Clerici, che sia un hadith del Corano. Eppure 200 milioni, aveva letto bene, 200 milioni donne, oggi soffrono di queste mutilazione spesso inflitte dalle madri stesse in casa, in 30 Paesi in tre Continenti, in Somalia, in Egitto (l'87 per cento!) in Mauritania, in Sudan... E ancora: la poligamia, il concubinato, la lapidazione... C'è chi le applica o chi no, chi semplicemente non le proibisce e non le incoraggia, ma per esempio nelle città occidentali ad alta presenza islamica, come Parigi, nessuno riesce o vuole veramente controllare il moltiplicarsi del matrimonio poligamico nella casa dei vicini. Una terribile realtà molto diffusa è la violenza domestica: è verissimo, c'è anche da noi, come anche il delitto d'onore: ma è una questione di proporzioni. Purtroppo lo sgarro sessuale si legge spesso nelle cronache, è punito con la pena di morte domestica, se sei in Europa. 
 
Comunque, da noi è fortunatamente proibito, come invece è permesso in Iran, sposare una bambina di 13 anni e anche prima se c'è permesso dei genitori. Il matrimonio, ovvero la schiavitù sessuale,  delle bambine è una piaga spaventosa. Leggiamo che nei primi sei mesi di quest'anno si siano dovute sposare 16mila bimbe fra i 10 e i 14 anni; e non possiamo dimenticarci qualche anno fa una sfilata per un matrimonio collettivo a Gaza. Come per una prima comunione le bambine erano in bianco, ma erano spose. La legge in Iran, e pensiamo che benchè quel Paese sia sciita e i talebani sunniti l'ispirazione sarà simile, conferisce alla testimonianza di una donna in tribunale la metà del valore di quella maschile, la donna riceve la metà dell'eredità a cui ha diritto un maschio, i bambini oltre i sette anni in caso di separazione vengono affidati al padre, la donna non ha diritto a viaggiare senza il permesso del marito.. e la lista potrebbe continuare, o spostarsi altrove, dove come in Arabia saudita, dove è prevista la fustigazione e da qualche tempo, dando alle donne nuovi diritti come guidare l'auto, si cerca di rimuovere qualche gigantesca pietra. L'Afghanistan verrà affogato nella sessuofobia, nella ginofobia, con contorno di esecuzioni degli omosessuali. Sì, è vero, la questione delle donne tortura ed insegue il mondo intero, l'invidia della maternità, l'egoismo maschile, la fame di potere... e l'Islam non è certo tutto talebano. Ma Malala, la bambina afgana  che voleva studiare, subì un attentato che la ridusse in fin di vita a colpi di pistola. O le eroine iraniane come Nasrin Sotoudeh, Narges Mophammadi, Bahara Hedayat subiscono carcere e torture perchè vogliono che le donne vivano libere. Vorrà mai l'ONU, l'Unione Europea, il mondo occidentale capire che metà delle risorse morali, intellettuali, del genere umano sono prigioniere della condizione della donna, e farsi avanti esplicitamente, con allarme almeno stavolta? O l'ONU seguiterà a piazzare l'Iran nella Commissione per i diritti della donna e l'Unicef ad affermare che ha speranza che i talebani si comportino bene con le bambine?
 
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