Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Covid, Israele va in piazza. Il vero obiettivo è Netanyahu

lunedì 20 luglio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 20 luglio 2020


Gerusalemme Il virus è tornato, e la piazza ribolle contro Netanyahu: a Tel Aviv, e a Gerusalemme davanti alla casa del primo ministro, una piazza disperata per la disoccupazione e la parziale chiusura delle imprese che minaccia di diventare totale. È una folla di disoccupati, negozianti, assistenti sociali, genitori in crisi, giovani furiosi. Per il desiderio di tornare al lavoro, a scuola, a viaggiare, a fare sport, a vivere insomma; in altri casi, addobbati in magliette e bandiere nere, sono decisi a ottenere con la rabbia della piazza quello che le elezioni non gli hanno dato, ovvero che Bibi sparisca dalla scena. E lo chiedono con slogan e cartelli. Non importa loro, l'uno contro l'altro spesso senza maschere, di rischiare con l'affollamento incosciente di aumentare la possibilità di contagio. E lui è di nuovo il protagonista, Netanyahu, mentre il suo gradimento scende, accusato di rinchiudere la popolazione di Israele nella gabbia del coronavirus (il prossimo week-end il lockdown sarà totale), e dall'altra di essere lo sprecone, di distribuire soldi a pioggia a chiunque, non importa quale sia il reddito. [...]

Cortocircuito buonista. Gli ebrei vittime del razzismo diventano «oppressori bianchi»

sabato 18 luglio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 18 luglio 2020

La nuova feroce strada per essere ritenuti degni o indegni di simpatia, di pubblico apprezzamento, di fiducia è impervia: chi sgarra viene espulso da posti di lavoro, cenacoli culturali, ruoli istituzionali. Oggi è in America, ma arriva anche da noi in gran fretta. E la lista si allarga di giorno in giorno. L'ultimo Grande Fratello, con tutte le sue storiche e morali ragioni di rabbia, è il movimento "Black Lives Matter". Ma lasciatemi subito dire che non voglio trascurare proprio nessuno, nemmeno la santificata Unione Europea. Come dice a Julia Winston Smith il protagonista di "1984" nella seconda parte, è in corso un giuoco per cui il passato è stato abolito, ogni libro è stato riscritto, ogni pittura ridipinta e ogni statua e strada sono state ribattezzate.

E' interessante: Hitler, o Mussolini, o Stalin mentre stabilivano che la storia del loro Paese andava rifondata stabilivano che intanto era bene eliminare gli ebrei; così nel mondo pandemico e rabbioso dei nostri tempi c'è una rinnovata grandiosa spinta all'antisemitismo alla Corbyn, perbene, part-time come lo chiama Manfred Gerstenfeld, o alla Borrell che dice che "l'Iran si sa che vuole distruggere Israele, ok, dobbiamo conviverci": mentre da una parte sei l'indubbio difensore liberal dei diritti umani, della libertà di pensiero e di parola, dall'altra sei uno che lo Stato d'Israele non lo ama più, lo restringerebbe, lo condividerebbe coi palestinesi, non ne vede le ragioni, come il capo di J-Street Peter Beinart  che annuncia sul New York Times: "Non credo più nello Stato ebraico". Oh, è in buona compagnia. [...]


Medioriente, il piano Trump prevede due Stati. Ma dai palestinesi a Ue e Onu è un coro di «no»

venerdì 26 giugno 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 26 giugno 2020

Sembra che la data del varo del piano di pace americano possa slittare, o modificarsi. A Washington se ne discute in queste ore, si aspetta con ansia il verbo di Trump. Difficile decisione in questi tempi di crisi: a Gerusalemme i pareri sono diversi sui tempi e le dimensioni come negli USA. Si spera ancora nel dialogo, ma i palestinesi si negano perché col rifiuto del piano sono di nuovo sulla cresta dell'onda: qualsiasi cosa Trump preveda nell'"accordo del Secolo", nessuno l'ha letto, basta condannarlo. La falange che si è mossa contro il piano immaginando che sia la pura descrizione di un furto di terra anzi di "territori palestinesi illegalmente occupati" è infiammata dal sacro fuoco della sua stessa ignoranza. Non sa che quei territori non sono mai stati nè ritenuti da nessun trattato internazionale "palestinesi" ma che, originariamente assegnati a Israele, erano stati occupati dalla Giordania nel 48, (mai riconosciuti come giordani) e poi conquistati nella guerra che la Giordania ha fatto a Israele nel '67. Non sa che le risoluzioni dell'ONU non parlano di "occupazione illegale" ma di "territori disputati" e che quella è un'invenzione palestinese. Non sanno soprattutto che il piano di Trump è la copia carbone del disegno di Rabin per i Territori (compresa Gerusalemme che Rabin giurò sarebbe sempre stata unita) e la Valle del Giordano.[...]

lml

lunedì 8 giugno 2020 Il Giornale 0 commenti
 L’antisemitismo al tempo del COVID-19

Le paure di ieri e la cultura della vendetta

mercoledì 3 giugno 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 giugno 2020

Se George Floyd, l'uomo strangolato con quel terribile ginocchio dal poliziotto ormai accusato di omicidio martedì scorso fosse stato bianco, mi avrebbe fatto lo stesso identico effetto: orrore, tragedia, pena per una morte violenta e causata dalla polizia, che in ogni Paese è là per i cittadini, anche quando sono parte del disordine sociale. Non solo: penso, con presunzione, che Martin Luther King avrebbe avuto i miei medesimi sentimenti e adesso vorrebbe fermare quella folla infuriata che afferma che "black life matter".

Penserebbe che coi saccheggi e la violenza viene devalutato, che decade il suo ruolo nella democrazia, esattamente come accadrebbe a un uomo bianco. Il sogno di Martin Luther King, chiarito come ricorda anche Douglas Murray, il  28 agosto del 1963 nel discorso al Lincoln Memorial è chiaro: dopo aver descritto come gli americani neri sono stati prima schiavi e poi cittadini di seconda classe e aver denunciato come ancora le leggi di segregazione razziale fossero ancora parte della vita americana spiegò che il suo sogno era che i suoi figli "potessero vivere in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della loro pelle ma per il loro carattere", e tornò ancora sul concetto. Questo è in parte accaduto, in quanto le leggi oggi sono paritarie e realizzano l'idea della dichiarazione di Indipendenza che "Tutti gli uomini sono creati uguali".[...]

La lettera della vergogna dei 70 giallorossi contro lo Stato di Israele

lunedì 1 giugno 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 01 giugno 2020

E' sconfortante che settanta parlamentari PD e 5 Stelle abbiano firmato una letterina così misera per il presidente Conte (che sembra dopo abbia telefonato a Netanyahu per perorarne l'ascolto) dopo aver discusso una mozione identica in Commissione esteri. Stesse note, stesso tono, stessi errori, stesso cinismo, stesso pregiudizio che stavolta dallo Stato d'Israele, la vittima preferita, si estendono al presidente Trump, anche lui un pasto prelibato per i benpensanti.
Cosa dice la letterina? Condanna la prossima eventuale "annessione" di "alcuni territori" della Cisgiordania ispirata dal piano Trump, la chiama "aperta violazione del Diritto internazionale e delle Risoluzioni delle Nazioni Unite", e assicura che "essa metterebbe una pietra tombale su ogni rilancio del processo di pace in Medio Oriente e sulla prospettiva di due popoli e due stati". Ma il rilancio c'è, ed è qui, e propone proprio due Stati per due popoli. I palestinesi hanno detto di no a ogni proposta di pace, anche a quelle che gli conferivano tutti i territori compresa Gerusalemme.

Il punto non è mai stata la terra, ma il rifiuto della legittimazione di Israele. E poi, il diritto ai "territori" è inventato: la risoluzione dell'ONU che si occupa della sistemazione post '67 parla di "territori" e non "dei territori", considerando la sicurezza di Israele. Non sono mai esistiti "territori palestinesi", né sono mai stati "illegalmente occupati". Quello che i 70 chiamano Transgiordania è la Giudea e la Samaria storica: gli Alleati riuniti a San Remo 1920, il Mandato Britannico che doveva realizzare la dichiarazione Balfour del 1917, tutti si impegnarono per lo Stato Ebraico nei suoi confini storici. [...]


Netanyahu alla sbarra tra proteste e sospetti. E lui: «Un colpo di Stato»

lunedì 25 maggio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 25 maggio 2020

Infuriato e a testa alta, mentre Gerusalemme prendeva fuoco con manifestazioni, urla, cartelli pro e contro, quando Benjamin Netanyahu si è presentato alle tre del pomeriggio al tribunale come imputato, si è tolto la mascherina, si è posto di fronte al microfono circondato dai suoi Ministri (tutti con le mascherine) e ha sparato: "Lo scopo di questo processo è fare quello che con le elezioni, che da 11 anni mi danno democraticamente ragione, non sono mai riusciti a fare: eliminare un primo ministro forte e il suo governo di destra. Pensavano che mi sarei piegato, che mi sarei accucciato come un cucciolo impaurito, ma io non sono un cucciolo. E questo processo, pieno di impicci e falsificazioni, dovrete trasmetterlo tutto in diretta, da capo a fondo, perché la verità sia ristabilita". No, non è un cucciolo, anzi un "poodle", un barboncino, come ha detto. E' il Primo Ministro che ha battuto con 11 anni di florido potere persino Ben Gurion; che arriva al processo dopo avere guidato il Paese fuori dalla pandemia con misure dure e precoci; che è riuscito ad arrivare al processo da Premier di una impossibile coalizione a rotazione.

L'accusa formale del procuratore generale venne il 21 novembre, il 28 gennaio l'accusa è stata formalizzata, e le tre elezioni (col Likud sempre in crescita nonostante le accuse), il Coronavirus e le trattative di governo hanno allungato i tempi. Netanyahu ieri ha sostenuto che un gruppo elitario e compatto di politici, giornalisti, giudici ne ha decretato la persecuzione, e che per questo il Paese ha sofferto inganni, false testimonianze, prove fasulle e forzate, invenzioni giuridiche inesistenti. Le tre imputazioni, tutte incerte e pericolanti, richiedono per il dibattimento una massa di carte e di testimoni per cui, dopo questa prima seduta di pure formalità, i tre giudici, il procuratore Mandelblit, il Pubblico Ministero Liat Ben Ari si preparano a un processo lunghissimo. Non si porrà probabilmente, quindi, il problema di gestione del Governo fino alla rotazione con Benny Gantz fra 18 mesi.[...]

Abu Mazen minaccia (e bluffa) «Stop a tutti gli accordi di pace»

giovedì 21 maggio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 21 maggio 2020

Mahmoud Abbas, al secolo Abu Mazen, ha un'ambizione chiara: essere ricordato come Arafat, l'uomo che ha vissuto per trascinare parte del mondo in uno scontro frontale con Israele, con lo scopo di destrutturane le alleanze internazionali, prima fra tutte quella con gli Stati Uniti, e la sua stessa legittimità. Così, con un ennesimo "armiamoci e partite" che ancora, finché scriviamo, non ha effettività pratica, ha giurato con un discorso urlato di voler cancellare ogni tipo di accordo con Israele.

La minaccia investirebbe la vita civile, dall'elettricità all'acqua ai patti di sicurezza (che difendono lui e la West Bank almeno quando difendono Israele), agli accordi Oslo del '93, di Hebron del ‘97, di Wye River del ‘98. Difficile che lo faccia: salterebbe la cornice dell' amministrazione civile e di commercio, la cooperazione, gli accordi per la sanità... La ragione conclamata nella rabbia è la paura che Netanyahu, adesso che è Primo Ministro, si affretti a realizzare il piano Trump che prevede l'annessione del 30 per cento della West Bank e della Valle del Giordano. Non sarà certo questione di pochi giorni, ma certo la proposta di Trump è sul tavolo sia di Netanyahu che per Gantz, che sarà fra 18 mesi Primo Ministro a rotazione. Le elezioni americane di novembre incombono sulla rielezione di Trump: Israele ne tiene certo conto, come i palestinesi che vogliono fare rumore almeno fino ad allora.[...]

Gli USA avvertono Israele della minaccia cinese

lunedì 18 maggio 2020 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 18 maggio 2020

Ci mancava solo la strana morte del 52 enne ambasciatore cinese Du Wei trovato esanime nella sua villa per incrementare i grattacapi sulla questione cinese a Gerusalemme: un energetico personaggio ligio a Xi Jinping, e che d'un tratto, dopo la visita di Pompeo due giorni fa e un seguito di furiose dichiarazioni contro il Segretario di Stato, lascia questa Terra. Un serial di Netflix sul Mossad e la Cina sarà certo già per strada.

La veloce visita di Mike Pompeo a Netanyahu segnala al mondo intero la determinazione americana nell'affrontare la questione cinese. E' vero, il Segretario di Stato alla vigilia dell'insediamento del Governo, è venuto anche per il Piano Trump, che aspetta sul tavolo di Bibi. Ma la Cina è stata il nodo urgente della conversazione: una amicizia essenziale, dopo il virus e fra imprevedibili sviluppi mediorientali, coll'Iran alle porte, non sopporta che il Dragone avvolga qui la coda. E Pompeo ha sparato quello che potrebbe dire a ognuno dei Paesi che intrattengono intensi rapporti commerciali con la Cina, perché con Xi Jinping ogni rapporto commerciale, attraente e grandioso quanto può apparire, contiene un significato binario, soldi e politica, assorbimento in un sistema e controllo, merci e informazioni, Via della Seta e Made in China 2025. [...]

Inchino del governo allo jihad

martedì 12 maggio 2020 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 12 maggio 2020

La libertà di religione e di opinione non c'entrano con la scelta di Silvia: si tratta di accettare, comunque la si travesta, l'opzione di distruggere l'Occidente con le sue libertà dopo un training ideologico di quasi due anni in cui si è ripetuto che si deve scegliere la morte sulla vita. Questo è il  mantra che ripete il mondo in cui la ragazza italiana rapita è stata indottrinata, non risulta che in parallelo abbia frequentato una scuola di Islam moderato.

Proveniente da quell'ambito Silvia dopo 536 giorni di prigionia nelle mani dei terroristi di al Shabaab e un prezzo forse di 4 milioni pagato dal governo italiano, è scesa dal volo da Mogadiscio incartata nel jilbab. Avrebbe potuto giungere almeno vestita come Silvia faceva, dato che l'abito in certe occasioni fa il monaco, e lo si indossa a seconda delle circostanze. Poiché la consideriamo un essere intelligente e volitivo, dobbiamo pensare che abbia usato il suo corpo per  violare l'icona in base alla quale l'Italia ha combattuto una battaglia di servizi segreti italiani e turchi per 18 mesi.

L'icona era quella di Silvia Romano, 23 anni, giovane, sbracciata, abbronzata, scherzosa come lo sono i ragazzi in giro per il mondo per una buona causa, circondata a volte nelle foto da piccoli visi scuri e ridenti. Quella ragazza non c'è più: avanza giù dalla scala dell'aereo Aisha, imbacuccata, reduce da un misterioso rapporto in cui il gruppo terrorista al Shabaab l'ha costretta o ipnotizzata. "Sono diventata islamica" ha detto subito, fiera del suo nuovo nome, aggiungendo come in una reclame che nessuno l'ha costretta a farlo. Anzi, la trattavano bene, ha detto, immemore del fatto che quelli come gli Shabaab delle donne fanno schiave sessuali, le vendono, le picchiano, le lapidano quando le sospettano di tradimenti, le usano per il riposo del guerriero, come fattrici del terrore, o suicide. [...]
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