Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Erdogan senza freni: urticanti sulla folla

lunedì 17 giugno 2013 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 17 giugno 2013

Mentre raduna in piazza i suoi sostenitori, il premier non ferma la repressione: agenti chimici negli idranti

Capulcus in turco vuol dire vandalo. Tayyp Erdogan, il premier turco, nei giorni scorsi ha usato questa parola molte volte per definire la tipologia dei dimostranti di ogni colore politico, di ogni religione e etnia, di tutte le età che anche ieri, dopo essere stati ferocemente picchiati e cacciati nella notte da piazza Taksim, hanno osato riprendere le strade sfidando una polizia che palesemente aveva ricevuto indicazioni draconiane per schiacciarli. Vale la pena di ricordare subito che l’esercito non è mai comparso in piazza nella sua classica funzione di guardiano dell’ordine costituito. I cortei sono stati due ieri nelle strade di Istanbul, quello dei sostenitori di Erdogan e quello del “movimento di protesta”. Ma il secondo, che appunto aveva ricevuto poche ore prima dell’assalto notturno l’intimazione a sgomberare per lasciare la piazza alla gente dell’AKP di Erdogan che tiene il Paese dal 2002, ci è tornato sfidando la paura, le ferite, persino la morte.[...]

La vittoria di Damasco è la vittoria di Teheran

sabato 15 giugno 2013 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 15 giugno 2013

La Siria è il centro dello scontro tra gli ayatollah e l'Occidente


Un win-win game è molto comune in occidente, se ne parla quando tratti un affare, un accordo, un compromesso, di cui alla fine tutti sono contenti. L’ottimo commentatore di cose islamiche Harold Rhode parlando della Turchia spiega che Erdogan non cerca il compromesso con i dimostranti come avverrebbe da noi in circostanze analoghe, la sua cultura gli impone di cercare sempre la vittoria schiacciante, e così farà anche sulle folle che gli mandano il chiarissimo messaggio di non sopportare più la sua prepotenza, i giornalisti e i militari in galera, i bar chiusi, la reintroduzione del costume islamico più antiquato. In realtà, tutte le grandi questioni in gioco in questi giorni in Medio Oriente hanno questo segno: nessun compromesso in vista, anche se noi occidentali ne cerchiamo la traccia con la lente di ingrandimento perché la nostra cultura ce lo suggerisce.[...]

Assad sta vincendo e noi lo corteggiamo pure

mercoledì 12 giugno 2013 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 12 giugno 2013

Il rais guadagna terreno. E rivela: la Banca mondiale vuole fare affari con me

Al tempo della Guerra Fredda due grandi schieramenti attraversavano i confini geografici: l’una e l’altra parte combattevano accanitamente quella che sentivano come la battaglia più importante per le sorti del mondo. Oggi intorno alla questione siriana e in genere islamico-mediorentale una sola parte combatte con decisione, ed è quella dei cattivi: infatti sta vincendo. Siamo sempre stati convinti che alla fine vincano i buoni, ci hanno abituato così i film americani. Non è più vero.

I bad guys stanno vincendo e non con le armi che piacciono a noi, le parole, non con la prossima conferenza di Ginevra, non con i discorsi di Obama o i balbettamenti dell’UE: vincono intimidendo, bruciando, scannando, esplodendo. Una prova ne è la tracotante dichiarazione di Assad al quotidiano libanese Al Akhbar secondo la quale “i Paesi occidentali”, dice lui, gli propongono sotto il tavolo grandi business nel campo delle costruzioni e dell’estrazione del petrolio e del gas, dato che ce ne dovrebbe essere parecchio lungo le coste. “Persino la Banca Mondiale” -ha detto Assad- “che si muove eseguendo ordini americani, mi ha proposto un generoso affare: 21 miliardi in prestito a tassi agevolati, e ha espresso il desiderio di finanziare i progetti di ricostruzione”. [...]

È un errore tornare indietro dalle guerre

lunedì 10 giugno 2013 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 10 giugno 2013

Quando cade un soldato si chiede il rientro delle missioni. La verità è che manca la vicinanza a quegli uomini

La guerra è un argomento facile: si sa bene che è insopportabile, che colpisce a caso e con cattiveria, è irrazionale. Il nostro ragzzo ucciso due giorni fa avrebbe dovuto tornare a casa nell'ambito del progressivo sgombero previsto per gran parte delle truppe Isaf Nato entro il gennaio del 2014. La guerra è brutta, l'istinto più naturale è quella di voltarle le spalle specie quando uno dei nostri muore non difendendo la sua casa, la sua famiglia, ma una casa e una famiglia lontanissime, mentre su di lui e i suoi compagni si affollano insensate accuse di desiderio di dominio. Tanto più l'istinto di andarsene è prepotente quando la guerra non va tanto bene, quando si deforma rispetto ai tuoi progetti. E in Afghanistan ce n'è stato di che: i talebani seguitano a rappresentare un nemico per Karzai anche quando ci parlerebbe, egli a sua volta non avrebbe certo retto senza il deciso sostegno occidentale. Le frazioni etniche e religiose del Paese, ben più variegate di quelle dei Pashtun che rapprentano la forza centrale e l'alleanza del nord dei Tagiki, gli Uzbeki, i Hazari, beneficiari dell'intervento Nato hanno molti nemici.[...]

Mandare un bimbo a uccidere. La nuova strategia dell'orrore

domenica 9 giugno 2013 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 09 giugno 2013

I talebani si vantano pubblicamente che a scagliare l’ordigno sia stato un ragazzino. Ma non è vero che non amino i loro figli: pensano che sia giusto farne degli assassini

Ci tocca anche di venire a sapere dai comunicati, nel dolore, che i talebani sono molto fieri che sia stato un bambino di undici anni a scagliare l’ordigno che ha ucciso il nostro Giuseppe De Rosa. L’orrore per l’uso dei bambini si unisce alla consapevolezza che De Rosa era là proprio per aiutare quel ragazzino. E noi che facciamo dei bambini una religione rabbrividiamo di fronte a tanto orrore. E’ una degna aspirazione, per gli islamisti estremi, siano sunniti o sciiti, spingere un bambino a uccidere e a morire in nome di Allah. Attenzione: non c’è solo crudeltà qui: c’è del metodo, e quanto. Il bambino, cioè, è amato, e veramente, dalla mamma e dalla società (generalizzo, si capisce) anche (non diciamo soltanto) nella misura in cui infligge danno all’avversario, perché l’avversario è il male stesso. No, il bambino che va a sparare o salta per aria con una cintura esplosiva non è disarmato, o negletto. L’amore che gli dedica la società islamista estrema ci deve insegnare quanto può essere profondo il pericolo, e la diversità. E ha anche un doppio uso.[...]

La morale degli sciacalli di Damasco

lunedì 3 giugno 2013 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 03 giugno 2013

La tragedia che si trasforma in farsa non è una novità. Ed ecco una storia di sciacalli. La Siria, tutta contenta che il suo nemico Erdogan, primo ministro turco, si trovi nei pasticci a causa delle grandi manifestazioni che ieri sera hanno di nuovo occupato le piazze di Istanbul, fa una sua mossetta distraendosi per un secondo dalla sepoltura di tutti gli assassinati. Dall’inferno di sangue in cui nello scontro con Assad sono stati uccisi più di 80mila cittadini, il suo Ministero degli Esteri consiglia, che, date le dimostrazioni in Turchia, i turisti siriani (me li vedo, tutti coi pantaloncini corti e gli occhiali da sole per una vacanzina dall’inferno) non vadano in Turchia.[...]

Armi ai siriani. L'idea suicida dell'Occidente

sabato 1 giugno 2013 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 01 giugno 2013

L'Europa toglie l'embargo ai rivoltosi islamisti e Mosca dà ad Assad missili e aerei: è un boomerang

Una regola fissa in guerra è che fuoco chiama fuoco, quando si spara si sparerebbe, quando ci sono molti morti e feriti si cerca più sangue, le armi sono un magnete per nuove invenzioni belliche, e ciascuno degli attori approfitta per crearsi spazio mentre pretende di giuocare per la pace. Finché la realizzazione plastica dell’inferno su questa terra non conduce allo shock e alla rottura. Ci stiamo forse arrivando.[...]

Sgozzatori islamici anche a Parigi

domenica 26 maggio 2013 Il Giornale 3 commenti
Il Giornale, 26 maggio 2013

Un soldato aggredito per starda da un magrebino. È il virus dell'assalto isolato



Si chiama copy cat, effetto emulazione, ma qui sembra un’epidemia e ha il colore dell’aggressione islamista contro quel simulacro di società occidentale che i terroristi si figurano. Ieri, di nuovo, un militare francese di guardia all’Arco della Defense a Parigi è stato pugnalato alla gola da un uomo barbuto, di tipo nordafricano, di circa trent’anni, con indosso una jalabiah, ovvero la tradizionale tunica magrebina. Dope aver tentato di tagliare la gola al soldato, l’uomo è riuscito a fuggire. Per fortuna stavolta il militare non è in pericolo di vita, è riuscito a difendersi.
Non si sa ancora molto della dinamica e del protagonista dell’attentato. La società europea, la pubblica opinione europea e italiana, sono garantiste, devono essere garantiste, ma è molto difficile sottrarsi all’idea che il modello dell’azione di questo ragazzo in jalabiah non sia il massacro del giovane cadetto inglese compiuto da due convertiti all’Islam nel quartiere londinese di Woolwich, e prima ancora non sia l’attentato di Boston da parte di due giovani ceceni arruolati dal fondamentalismo islamico, e prima l’eccidio di bambini della sinagoga di Tolosa da parte di un altro islamista nordafricano,e prima... e prima... quanti attentati a Madrid, a Londra, un po’ dappertutto da quando la squilla è stata suonata l’11 settembre del 2001 con l’attentato alle Twin Towers.[...]

Tocca all'islam isolare i killer nel nome di Allah

venerdì 24 maggio 2013 Il Giornale 6 commenti
Il Giornale, 24 maggio 2013

I musulmani nel Regno Unito sono quasi tre milioni. Non basta più che condannino le violenze: devono dissociarsi dagli argomenti i degli estremisti

Its’ cool it’s cool, è fico, dice l’assassino con le mani piene di sangue, stringendo il machete con cui ha appena tagliato la testa a un giovane soldato in borghese, è fico, ripete, non vada via, e ferma un tizio terrorizzato con un telefonino e per mezzora prima che arrivi la polizia da una bella intervista-video sul cadavere smembrato. Finisce l’intervista, si aggira, temporeggia, la polizia non arriva, vari giornalisti beneficiano di questo perverso metafisico intervallo in cui il male galleggia nell’aria mefitica di questa ex-Londra, come una bolla pestilenziale. C’è tutta la sventata, perversa capitale inglese odierna in questa storia, la fine che si può fare a Londonistan. Certo, non vogliamo dir niente di male di una delle tre grandi religioni monoteiste, ma qui c’è un soldato fatto a pezzi da un ragazzo islamico, uno del milione di musulmani che vivono a Londra sui 2milioni e 750mila che secondo gli elenchi ufficiali risiedono legalmente in Inghilterra[...]

Pace "a tutto gas" tra Turchia e Israele

martedì 21 maggio 2013 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 21 maggio 2013

Dietro forti pressioni di Obama il leader di Ankara cambia strategia verso lo Stato ebraico

Tayyip Erdogan, il primo ministro turco, è un acrobata capace di camminare in contemporanea su un filo, fare il doppio salto mortale e cadere in piedi per ricevere l’applauso. Lo scopo è  fare della Turchia il Paese che riesce a usare a scopi egemonici la sua fama di Paese a cavallo fra Islam e Occidente, e rafforzare il suo regime molto vicino ai Fratelli Musulmani, mentre si presenta come forza moderata. Non ha remore morali: oggi è il peggior nemico di Assad, ai tempi della rivolta libanese per cacciarlo dalla Siria era il suo migliore alleato. Era un amico strettissimo di Gheddafi, di cui accettò il “Premio Internazionale Gheddafi per i diritti umani”. Tuttavia l’Europa conserva la memoria speranzosa di Kemal Ataturk e il senso di colpa per aver tenuto la Turchia fuori dall’UE. Ma intanto le cose sono cambiate, l’islamizzazione è prepotente, la libertà è crollata, la politica estera è aggressiva. La Turchia agisce anche spinta dalla necessità di resistere al terremoto siriano che la pervade di profughi e di terrorismo e la mette a rischio di una guerra chimica. Ma al di là di questa evenienza c’è l’ambizione ottomana di Erdogan, che si vede come il grande rifondatore di un impero che ha quasi fagocitato l’Europa e il Medio Oriente per secoli, fino al 1918.[...]
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