Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Per i media Israele ha torto anche quando ha ragione

lunedì 12 ottobre 2015 Il Giornale 8 commenti
Il Giornale, 12 ottobre 2015

Anche quando la ragione grida e gli eventi parlano da soli la stampa internazionale, serrata in un automatismo coattivo, con noiosa, stanca ripetitività cerca e trova la strada di dare ragione ai palestinesi. Qui gli eventi sono palmari: sulla scorta di una menzogna ripetuta fino all'ossessione dai media palestinesi, ovvero che la Moschea di Al Aqsa sta per essere dissacrata, anzi distrutta, anzi occupata dagli israeliani, un risveglio di odio palestinese ha fatto di Israele, e specie di Gerusalemme, un inferno punteggiato da attacchi terroristici. Per la strada chiunque incontri può nascondere un coltello e colpire te e i tuoi bambini. Oppure puoi viaggiare in macchina ed essere fronteggiato da un'auto che corre verso di te a tutta velocità per fungere da lancia pietre.[...]

L’intifada dei palestinesi diventa guerra di religione

sabato 10 ottobre 2015 Il Giornale 3 commenti
Il Giornale, 10 ottobre 2015

Sull'onda di una bugia, ovvero che la Moschea di Al Aqsa sia in pericolo e che Israele voglia distruggere lo status quo, cresce la violenza in Israele. E' una bugia che rende alla leadership di Fatah: il mondo islamico tutto deve volgersi, nonostante la grande confusione imperversante in Siria, verso lo stanco conflitto israelo-palestinese; ma è anche una bugia pericolosa, che accende la miccia del fanatismo religioso e porta lo scontro sempre più lontano da ogni soluzione politica.[...]

Israele verso la Terza Intifada nell’indifferenza dell’Europa

lunedì 5 ottobre 2015 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 05 ottobre 2015

L'ultimo passante israeliano attaccato da un palestinese nel nome della Moschea di Al Aqsa è stato un ragazzino di 15 anni a una stazione di benzina. Ma ogni minuto è buono per aggiornare la lista coi nomi di qualche altro sfortunato: giovane vecchio, mamma, bambino. Dodici ore prima, sabato sera, è stata la volta di due uomini uccisi in città vecchia, una donna e un bambino di due anni feriti da un certo Muhannad Halabi di 19 anni, che ha scritto su Facebook: "È iniziata la Terza Intifada. Ciò che accade alla Moschea di Al Aqsa, accade ai luoghi sacri e al profeta Mohammed, alle nostre madri e sorelle. Il popolo non soccomberà all'umiliazione". Sulla stessa nota giovedì sera sono stati assassinati Eitam Henkin, uno studioso dell'Università di Tel Aviv, e sua moglie Na'ama, graphic designer, tornavano (siamo in piene feste ebraiche) alla loro comunità in Samaria. E' avvenuto davanti agli occhi dei loro bambini, dai 4 mesi ai 9 anni.[...]

Assad o l'Isis? L'Occidente in crisi di identità

giovedì 1 ottobre 2015 Il Giornale 2 commenti
Il Giornale, 01 ottobre 2015

Delicato, complesso, pericoloso: questo è lo stato di cose oggi in Medio Oriente. Assad o l'Isis? Se lo si chiede ai siriani che si avventurano sui disperati barconi, si trema pensando che adesso Assad quasi di sicuro resterà al potere e proseguirà nella guerra che conta già 240mila vittime. I sunniti e i cristiani fuggono con nuova frenesia, e gli sciiti abbandonano la loro terra conquistata dall'Isis. Putin e Obama hanno idee diverse su come risolverla, ma Putin ha con grande decisione deciso di riempire il vuoto della politica cauta e intessuta di aspirazioni morali come quella enunciata da Obama all'Onu.[...]

Israel, il matematico che smascherò l’antisemitismo di oggi

sabato 26 settembre 2015 Il Giornale 3 commenti
Il Giornale, 26 settembre 2015

Paolo, il maggiore dei figli di Giorgio Israel, ieri, in piedi vicino alla bara di suo padre con i due fratelli più piccoli Alberto e Giacomo, ha voluto ricordare il padre ringraziandolo per il dono della frequentazione della montagna, per la costanza del cammino verso la meta, per l'incanto delle vette; per avergli insegnato ad amare la musica; per aver cucinato così bene per tutta la famiglia leggendo libri di cucina. Così era Giorgio, un falò di amore per la vita, e la vicina del terrazzino della casa di Ostia mi sussurra mentre risuonano le parole ebraiche del saluto ai defunti, fra i Salmi e il Gan Eden: "Come farà senza sentire quel gran chiacchierare così intelligente e fitto fitto che proveniva sempre dalla terrazza accanto fra lui e la moglie Ana". E la cultura italiana? Come farà, adesso che Giorgio se n'è andato a 70 anni con quel gigantesco, variegato, straordinario patrimonio non solo di sapienza, ma di valori che facevano un tutt'uno dell'ebraismo e della matematica, della scienza e del sionismo, della battaglia contro l'eugenetica con quella contro il totalitarismo, il razzismo, il lager, il gulag, ma anche contro la scuola corrotta dall'ideologismo, contro il rifiuto della religione ma anche contro il bigottismo e la rigidità, contro il politically correct di ogni genere, insomma.[...]

Israele e lo choc per i killer ebrei. Ma i criminali sono pochi e isolati

martedì 4 agosto 2015 Il Giornale 9 commenti
Il Giornale, 4 agosto 2015

Molte volte, dalla sua nascita, Israele è stato un Paese in lutto. Gioia e dolore si alternano qui in forma diretta e violenta, quali conoscono soltanto le società in cui la storia prende il suo pedaggio divorando spesso giovani vite umane. Ma lo spettacolo del lutto di questi giorni, che non nasce dall'attacco terrorista palestinese che richiede, per essere fronteggiato con senso di giustizia e calma, determinazione e forza d'animo, è un urlo di dolore perché è accompagnato da qualcosa che per il popolo ebraico è intollerabile, un chiodo, una persecuzione continua: il senso di colpa. Su tutte le prime pagine ieri campeggiava il bel volto della quindicenne Shira Banki uccisa durante la parata del Gay Pride a Gerusalemme da Yishai Shlissel, un pazzo omofobo. L'uomo era appena uscito dalla prigione, un ebreo ultra ortodosso, come si dice qui, un antisionista lo definisce chi l'ha conosciuto, un maniaco preda di una malattia mentale legata alla sessualità. Ha accoltellato sei persone, le altre cinque sono fuori pericolo. La seconda tragedia è avvenuta venerdì scorso nel villaggio arabo di Duma, vicino a Nablus, in cui l'incendio appiccato alla casa della famiglia Dawabsheh ha causato la morte di un bellissimo bambino, Ali, 18 mesi.[...]

Caro Renzi, fermi le accuse a Israele

lunedì 20 luglio 2015 Il Giornale 11 commenti
Il Giornale, 20 luglio 2015

Caro Presidente Renzi,

mi permetta di scriverle candidamene, da veterana del Medio Oriente, alla vigilia di un evento importante. Lei domani parlerà alla Knesset. Che magnifica occasione, non se la faccia sfuggire. Guardi bene, mentre cammina verso l'aula che raccoglie 120 parlamentari, le foto appese nei corridoi sulle mura bianche e verdi. Vedrà istantanee di David Ben Gurion con la sua criniera, Moshè Dayan con la benda, Rabin, Peres, Begin, Golda Meyer, Shamir... Non sono mai in posa. Vedrà dei ritratti di leoni in lotta per la sopravvivenza, volti su cui si legge spontaneità e coraggio;già di per sé esprimono allegria e concentrazione, ma si capisce che sono preoccupati per la guerra se verrà, sentono la grande responsabilità, ma anche sanno che ce la faranno. Vedrà i leader con la camicia bianca aperta sul collo, massima concessione all'ufficialità. Si ispiri, ritrovi lo spirito colto del Vecchio Continente studiando nei volti determinati il segreto della sopravvivenza del Popolo ebraico, l'orgoglio di avere per la seconda volta nella storia dopo il re David fondato lo Stato Ebraico. Quanta strada per arrivarci, quante sofferenze, quanta democrazia in un'area che non l'aveva mai conosciuta prima e non la conoscerà poi. Lo dica, Presidente, ma non si limiti a dire che apprezza "l'unica democrazia del Medio Oriente". Sfoderi il suo spirito di protesta in tempi in cui ad ogni riunione dell'ONU, del suo inutile Consiglio per i diritti umani, dell'UE gregaria, si scova un modo di condannare Israele solo perché difende la vita dei suoi cittadini. Dica che l'Italia non ci starà più, che cercherà di bloccare la perversa delegittimazione di Israele.[...]

Ecco il solito Iran anti-americano

domenica 19 luglio 2015 Il Giornale 2 commenti
 Il Giornale, 19 luglio 2015

L'accordo nucleare con le maggiori potenze non cambierà la politica iraniana contro "l'arrogante Governo americano" né modificherà la politica della Repubblica islamica "nell'aiuto ai suoi amici" nella regione. L'ha ripetuto ieri il supremo leader Ayatollah Ali Khamenei, fra canti di "Morte all'America" e "Morte a Israele" a Teheran per marcare la conclusione di Ramadan. Le reazioni occidentali sono pari allo scacciare una mosca con un gesto della mano: ma via, dicono, l'Iran è un Paese coperto di inutili maldicenze. Si sa, gli iraniani hanno il tic di giurare guerra e distruzione agli USA e Israele, di promettere di schiacciare gli infedeli, hanno la fissazione che l'Islam sciita, preparando l'avvento messianico e apocalittico del Mahdi, faccia del mondo un dominio islamico sconfinato. Ma la realtà, dicono gli speranzosi, è che si tratta di un artificio retorico fatto per conservare il consenso, per mantenere il punto. Insomma, segnali di fumo mentre quel che conta è l'accordo siglato a Vienna nei giorni scorsi, sono quei 150 miliardi che si preparano a tornare a casa, facendo dell'Iran una nazione fra le nazioni. Peccato che invece le minacce del mondo islamico, storicamente, non si siano mai rivelate peregrine, da quelle dei talebani a quelle di Bin Laden a quelle dell'Isis: lo dicono, e poi lo fanno.[...]

Ora manca solo che gli Usa cerchino di allearsi con l’Isis

mercoledì 15 luglio 2015 Il Giornale 4 commenti
Il Giornale, 15 luglio 2015

L'Iran l'ha promessa la bomba atomica, e l'avrà.L'accordo firmato ieri è un'elegante beffa gestita con pazienza e capacità ("abbiamo trattato a lungo, ha detto il capo delegazione iraniano Zarif, e siamo risuciti ad affascinare l'Occidente"): le ispezioni programmate con un mese d'anticipo e rifiutabili da una commissione sono uno scherzo; dieci o quindici anni di tempo ridicoli rispetto alla possibilità successiva di armare la bomba atomica sotto gli occhi di tutti; l'apertura al mercato delle armi in cinque anni esteso a otto per i missili balistici; la diluizione dell'uranio già arricchito e il basso arricchimento sono assurdi quando si resta in possesso di 6000 centrifughe e degli impianti "sperimentali" e "medici" che possono trasformarsi. L'Iran era in grado di mettere in funzione una bomba atomica in due mesi; adesso gli ci vorrebbe un anno. In sostanza, è evidente che quello che deve giocare qui è la fiducia fra le parti, l'idea che l'Iran vuole davvero fermare la corsa al nucleare. Ma l'Iran vuole solo che entrino nelle sue casse i 1500 miliardi di dollari delle sanzioni che nel giro di un anno andranno a rimpinguare le case che finanziano gli Hezbollah per occupare il Libano e difendere Assad, gli Houti che si sono impossessati dello Yemen, le Guardie della Rivoluzione di stanza in Iraq. Serviranno anche a finanziare le imprese terroristiche in cui l'Iran è campione in tutto il mondo e a rafforzare i Basiji, la milizia che tiene il suo tallone su un Paese sofferente non solo per la miseria. La legge shariatica prevede l'impiccagione degli omosessuali, e nelle campagne ancora si incontra la lapidazione, nei tribunali la donna vale metà; si chiudono i giornali e i giornalisti vanno in galera. Ma come si fa a fidarsi, come fa Obama, di un accordo con un Paese che per vent'anni ha trattato tirando in lungo per seguitare ad arricchire l'uranio mentre illudeva l'interlocutore che l'accordo fosse dietro l'angolo?[...]

Nucleare, ride soltanto l'Iran

lunedì 13 luglio 2015 Il Giornale 3 commenti

Il Giornale, 13 luglio 2015

Dunque l'accordo con l'Iran è dietro l'angolo. Kerry ieri si è mostrato soddisfatto, Laurent Fabius ha parlato di "ultimi metri". Ma se il leader del Paese con qui state per stringere un difficile patto che potrebbe cambiare la faccia del mondo riempie le sue piazze (a Teheran, il leader è la guida suprema Khamenei) di una folla che lo applaude entusiasta quando promette che, patto o no, resterete per sempre il solito nemico arrogante e prepotente, e la folla urla "morte all'America"; e se continuamente ripete che comunque la distruzione di Israele non è negoziabile... non è che vi assalirebbe qualche dubbio su tutti quei sorrisi, quelle virgole e quei punti, che in queste ore, proprio mentre scriviamo, stanno portando alla firma dell'accordo fra i P5 più uno e l'Iran degli ayatollah? No, inghiottireste e sorridereste se foste il segretario di Stato John Kerry, perché Obama lo ha caricato della sua definitiva, incontrovertibile volontà di arrivare a quella firma a tutti i costi. Gli ha spiegato tante di quelle volte che ne ha fatto il suo maggiore, forse unico, retaggio in politica estera, e al diavolo se gli egiziani e i sauditi sono furiosi e si nuclearizzeranno a loro volta: in questi ultimi sedici giorni, ma si può dire in questi ultimi anni, Kerry non ha risparmiato le concessioni per arrivare a firmare quelle venti pagine di accordo più un'altra ottantina di annessi tecnici che fra ieri notte e stamani devono, salvo imprevisti, essere siglati dai ministri degli Esteri che ieri sono arrivati all'Hotel Coburg a Vienna per la parata, da Laurent Fabius a Sergey Lavrov.[...]

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