Fiamma Nirenstein Blog

Diario di Shalom

Il dilemma di Israele: come fare la pace con chi ti vuole distruggere

venerdì 1 dicembre 2006 Diario di Shalom 0 commenti
Alla ricerca di una stategia militare per combattere Hamas senza colpire la popolazione civile palestinese
 
Nei giorni scorsi, e precisamente il 19 di novembre, nel villaggio di Beith Lahia, nel nord di Gaza, si è svolto un episodio che spiega molto bene quello che sta accadendo in Medio Oriente, che incarna il succo strategico e la complessità del conflitto israelo palestinese. Muhamadweil Baroud, capo delle operazioni di lancio dei Kassam del Comitato Popolare, ovvero responsabile del bombardamento costante dei missili che fanno morti e feriti a Sderot e nei kibbutz vicino a Gaza e costringono gli israeliani a vivere in uno stato di paura continua, specie le famiglie con bambini, ha ricevuto dalle forze militari israeliane una telefonata. E’ un uso ormai consolidato: per evitare di fare vittime fra i civili, l’esercito quando individua un obiettivo di guerra, come era la casa di Baroud, in cui è probabile che fossero accumulate riserve di armi, esplosivo, missili, telefona e dà circa mezz’ora di tempo per evacuare l’edificio. Stavolta, memore di come qualche settimana prima un grande gruppo di donne fosse stato chiamato a raccolta dalla radio nella funzione di scudi umani, e avesse così salvato un gruppo di terroristi assediati in una moschea interponendosi fra la moschea e i soldati e portando gli uomini in salvo, talora travestiti da donna, Hamas ha chiamato di nuovo i vicini di Baroud a difendere la sua casa. In centinaia gli scudi umani sono saliti sul tetto. Le loro immagini nel buio della notte di Gaza, mostravano un folto gruppo di uomini in parte armati, felici di avere individuato una nuova formidabile arma strategica: anche le dichiarazioni di vari rappresentanti di Hamas hanno confermato la certezza di aver messo a punto una vera e propria scoperta militare, da ripetere nel futuro. Perché ecco quello che accade: i missili partono dalle case e dintorni, colpiscono i civili israeliani o le loro proprietà e strutture, l’esercito si mobilita per fermare i missili, i civili palestinesi si mobilitano per difendere le strutture da cui sono lanciati i missili, Israele è immobilizzato. Così è andata: perché Israele, una volta avvistati gli uomini sul tetto, naturalmente ha fermato l’operazione, e chi potrebbe dargli torto? E dopo, gli strateghi hanno cominciato a chiedersi come reagire ai lanci di kassam. Lasciare, quando si avverte con la telefonata, solo pochi minuti di tempo per evacuare la costruzione presa di mira? Ma vecchi e bambini allora non potrebbero uscire in tempo di casa. Non avvertire? Questo comporterebbe perdite sicure di civili palestinesi, dato che i palestinesi non si peritano di usare le strutture civili per coprire le armi. Usare allora le truppe di terra e combattere fieramente porta a porta? Se la scelta dovesse essere questa, e sembra l’unica possibile, porterà certo a grandi perdite umane da tutte e due le parti. tutti, turchi, inglesi, etc. sono passati di qui e poi sono dovuti fuggire, e così faranno gli ebrei, e che quindi riconoscere l’esistenza di Israele è un vero spreco di tempo. Anche il ritorno dei profughi è di nuovo sull’agenda, anche su quella di Abu Mazen, come non lo era da tempo; su Gerusalemme, poi, è in atto una campagna che contro ogni evidenza ripete che la presenza ebraica sul Monte del Tempio è un puro mito (bisognerebbe che una visita turistica organizzata conducesse i dirigenti palestinesi a vedere l’arco di Tito, in cui è istoriata la deportazione degli ebrei dopo la distruzione romana del tempio nel 70 dopo Cristo, con tutti gli oggetti descritti da Flavio Giuseppe), che gli ebrei non hanno nessun diritto sulla Terra Santa, che la Bibbia è un affascinante leggenda priva di fondamento storico, e il re David non è mai esistito. Un governo di coalizione, ha specificato Hamas, prima di tutto deve essere rassicurato che subito e in misura cospicua i soldi della Comunità Europea e del mondo riprenderanno a fluire senza guardare tanto per il sottile se questo governo riconosce Israele oppure no, lasciateci in pace con questo particolare; e poi potrà venire magari uno scambio di prigionieri che preveda centinaia di palestinesi contro Gilad Shalit, il soldato israeliano nelle mani di Hamas; e questo governo, e questo è quello per cui spinge Abu Mazen, potrebbe stabilire una tregua per qualche tempo, fino alla prossima puntata della guerra per la sparizione di Israele, condotta allora con l’aiuto di tutti gli incaricati da Dio di cancellarlo dalla mappa, forse insieme ad un Nasrallah e a un Ahmadinejad ormai atomici. Dunque, anche noi occidentali, specialmente prima di imbarcarci in richieste “bilaterali” o “alle parti in conflitto”, in manifestazioni ”per la pace” chiedendo “due Stati per due popoli” dovremmo essere un po’ più seri: perché i palestinesi hanno dimostrato e tuttora ripetono a piena voce nella loro parte più rappresentativa, Hamas, che non è tanto la pace che interessa quanto la sparizione di Israele. Come a quasi tutto il mondo estremista islamico più la Siria. E quindi, se si vuole davvero la pace e non si cerca soltanto un’occasione di vanità pacifista o il consenso degli amici, quello che si deve fare è una marcia della pace che chieda al mondo arabo di rinunciare definitivamente al progetto di distruggere Israele. Bisogna chiedere finalmente molto forte e chiaro che Israele sia riconosciuta non per un vezzo, per una forma di narcisismo, ma per attaccare alle radici ciò che ha impedito fino ad oggi di realizzare la pace e che anzi prepara una guerra di cui non vedremo mai la conclusione: il sogno di distruggere Israele, e non di ottenere più terra. L’idea del diritto al ritorno che significa di fatto la distruzione di Israele deve essere smantellata con un chiaro impegno di risistemazione geografica dei discendenti dei profughi.

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