Fiamma Nirenstein Blog

Il mito di Davide e Golia

martedì 1 agosto 2006 Diario di Shalom 0 commenti

Dopo il rapimento di Gilad Shalit, l’assassinio a sangue freddo (orribile evento di cui l’opinione pubblica mondiale si è lavata le mani chiamando sulla stampa il ragazzino rapito mentre faceva l’autostop, “colono”) del diciottenne Eliahu Asheri e l’ennesimo missile sul territorio israeliano lanciato da Gaza, Israele ha intrapreso l’operazione Pioggia d’Estate e l’informazione è ritornata al punto zero. La comunità internazionale ha grosso modo compreso che forse è tempo di cambiare i vecchi ritornelli, la consueta condanna senza appello per lo Stato d’Israele a causa dell’occupazione; sa, più o meno, che Israele è uscita da Gaza fino all’ultimo centimetro, dando ai palestinesi i mezzi per costruire un nucleo territoriale con una sua indipendenza sociale ed economica mentre già progetta (e seguita nonostante Gaza non sia stata un successo) lo sgombero dall’West Bank; sa che Hamas ha costruito uno strampalato, crudele governo terrorista con lo scopo ossessivo di distruggere lo Stato Ebraico checché ne sia della sua stessa popolazione, e che quindi è difficile immaginare una partnership che discuta una soluzione di pace. Quindi, salvo alcune prese di posizione del solito ONU, salvo il compatto schierarsi dei Paesi Mussulmani dentro l’inutilmente rinnovata Commissione per i Diritti Umani, salvo i soliti pigolii di Kofi Annan e qualche lamentazione della Comunità Europea, non si ode la consueta sequela di condanne per le “atrocità” israeliane. Si comincia a comprendere che non è l’occupazione che a Gaza non c’è più a causare i problemi in corso; che le vittime civili vengono contenute al numero minimo e l’esercito israeliano fa del suo meglio per evitare di coinvolgere la popolazione nelle operazioni di distruzione dei nidi di kassam, indispensabili per proteggere il proprio popolo da attacchi dentro i confini dello Stato. Insomma, entro certi limiti viene capito in ambito politico quello che ha detto Olmert a un cronista della BBC che lo sfidava sul terreno umanitario: “Mi dica lei cosa farebbe l’Inghilterra se qualsiasi dei suoi vicini avesse lanciato mille missili sulla sua popolazione civile nelle città; mi dica inoltre quale dei popoli che si dichiarano tanto amici dei palestinesi si sono impegnati con tanta costanza e tanta determinazione come Israele a seguitare a fornire, in ogni circostanza, acqua, elettricità, carburante, medicine, cure mediche negli ospedali, cibo; mi spieghi perché non ho mai sentito la Comunità Europea condannare i palestinesi per il lancio dei missili su Sderot, non l’ho vista preoccuparsi per la vita, la paura, lo stress dei bambini di quella zona...”.

Forse il mondo comincia a percepire, che la minaccia di Hamas è complessiva, ha a che fare con la storia delle civilizzazioni e con l’uso del terrorismo per uno scopo universale e non nazionale, quello di stabilire il potere dell’Ummah dei credenti islamici sul mondo intero, e che lo scontro territoriale israelo-palestinese c’entra poco, altrimenti i palestinesi avrebbero fatto tesoro del possesso del territorio di Gaza.

Ma l’informazione non se n’è accorta, salvo che in pochi casi. Ci fu un tempo, nel settembre del 2000, in cui l’esercito israeliano ebbe a colpire con colpi d’arma da fuoco palestinesi che manifestavano ai check points.

Questo avvenne fra l’eccitazione generale, dopo che al summit di Camp David Arafat aveva rifiutato le offerte di Ehud Barak e aveva inaugurato l’Intifada del terrorismo suicida. Un poliziotto palestinese uccise a sangue freddo un israeliano in divisa che con lui partecipava alle ronde congiunte che si compievano in base all’accordo di Oslo: fu questo l’episodio che inaugurò l’Intifada, e non la passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee. Gli episodi per cui nella folla qualcuno veniva ucciso o ferito, vennero raccontati come esempi di irragionevole ferocia dei soldati: perché mai sparavano sulle folle dei manifestanti che correvano verso i check point?

L’immagine che si vide sulle pagine dei giornali fu quella dei soliti giovani Davide con le pietre (i palestinesi) e dei soldati armati che sparavano sulla folla. Subito, anche dopo il rifiuto di Arafat, i palestinesi tornarono a essere le vittime. Ma bastava andare ai check points e informarsi dai palestinesi stessi per capire che il cambiamento dell’esercito era solo legato al fatto che i palestinesi, che avevano nel frattempo ricevuto armi in quantità in base all’accordo di Oslo, si precipitavano sui check point non con le pietre ma con le pallottole, e che i soldati, secondo gli ordini di sempre, sparano quando il nemico è armato e ti minaccia direttamente di morte.

Il pregiudizio nei confronti dell’esercito e della polizia israeliane fece sì che quando negli scontri nella Città Vecchia fu ferito un giovane americano, che venne fotografato sanguinante e sofferente, la foto apparve sulle prime pagine dei giornali con la didascalia che lo definiva “un giovane palestinese picchiato dagli israeliani”. Questo pregiudizio ha creato una situazione terribile per la conoscenza della realtà, tanto che mentre sarebbe stato del tutto logico aspettarsi, dopo il rifiuto di Arafat e poi l’uso sistematico del terrorismo suicida oltre all’evidenza della preparazione di una vera guerra, mentre invece si parlava di pace sull’arena internazionale, l’opinione pubblica inaspettatamente durante l’Intifada divenne sempre più antisraeliana, e alla fine approdò all’antisemitismo di Durban che è il nuovo terribile fenomeno del nostro tempo. Gli israeliani avevano subito un “no”; adesso venivano attaccati dai terroristi suicidi, e tutto il mondo li biasimava.

Una situazione simile, che parte dagli equivoci che nascono da un’informazione parziale e non accurata, si sta presentando anche in questa occasione. L’idea che Israele entrando a Gaza ripeta un pattern imperialista, dominatore, espansionista si fa strada insieme all’idea che Israele sia uno Stato di apartheid, violatore dei diritti umani. E’ un mantra congeniale a conquistare facili consensi fra i disinformati e gli antisemiti, una grande famiglia. Quello della famigerata “occupazione” è un terreno comune, un angolo interpretativo per cui la lettura del conflitto mediorentale diventa facile, vi si allude con un’alzata di spalle, gli si applica la tranquillizzante teoria del “ciclo della violenza”, come se le due parti alla fine avessero uguali responsabilità e lo spargimento di sangue non si possa disinnescare perché le due parti non sanno uscire dalla ripetizione di comportamenti aggressivi l’uno verso l’altro. Ma è un modello non vero, è una menzogna, è Hamas che è devota alla distruzione di Israele, e non viceversa. Hamas che attacca, e non viceversa; Hamas che usa il terrorismo, e non viceversa; e se il conflitto non sarà letto nei suoi termini reali non ci sarà modo di uscirne mai.

Il primo problema è quello di fermare il terrorismo: se si compiono attentati contro la popolazione civile di Israele, dai missili alle cinture di dinamite, niente può fornire un tessuto connettivo di pace. Ben diverso è il danno collaterale che può comportare, specie quando vengono usati i civili come scudo umano, l’errore umano o meccanico quando vengano presi di mira uomini armati che però si trovano all’improvviso vicini a civili. In secondo ruolo, è molto rilevante il tema della responsabilità: i palestinesi non se ne prendono alcuna, i loro attentati terroristici, il lancio dei kassam, i rapimenti, seguono un principio da cui è esclusa la responsabilità verso il popolo e i suoi bisogni fondamentali. La gente soffre perchè Hamas non si occupa del suo popolo, ma della sua guerra.

Non c’è nessun ciclo della violenza: il macroelemento di tutta la vicenda è che Israele ha lasciato Gaza, ma i palestinesi non hanno lasciato Israele, e Hamas l’ha seguito, per così dire, dentro i suoi confini, perseguitandone i cittadini. Israele non ha interesse a restare dentro Gaza, e ogni esplicita o sottintesa convinzione che Israele voglia, desideri, rioccupare Gaza, è propaganda: non si tiene conto, sostenendolo, della semplice realtà che per sgomberarla, Israele ha affrontato un trauma nazionale, con enorme spesa umana ed economica. Ciò esclude la possibilità che abbia un qualche interesse a restarci. Israele non crea la crisi umanitaria dei palestinesi, ma è Hamas a crearla rispondendo “no” a tutte e tre le condizioni postele dal Quartetto, e preferendo conservare uno stato di belligeranza; se Hamas avesse risposto invece con dei sì, o anche se avesse compiuto un gesto di buona volontà liberando il caporale Gilad Shalit, avrebbe dato segno di prendere responsabilità per il suo popolo.

Mi ha colpito che l’opinione pubblica abbia considerato interessante la proposta dei palestinesi di liberare donne e ragazzi rinchiusi nelle carceri israeliane in cambio di Shalit. Donne e ragazzi.... liberarli, sono parole che stanno bene insieme, sembra un gesto umanitario. Ma non è così: personalmente ho visitato la casa di Ophir Rahum un ragazzo di 16 anni ucciso dopo essere stato rapito il 17 gennaio 2001. Ophir era una creatura che non aveva mai neppure visto Gerusalemme, vivendo ad Ashkelon. Quello che lo portò fino a Ramallah fu una ragazza di nome Amana Muna che lo adescò sulla posta elettronica, che si spacciò per israeliana col nome di Sally e invitò il ragazzino a andare a Gerusalemme. Pianificò di andarlo a prendere con la macchina alla stazione centrale, poi lo portò a Ramallah: i genitori di Ophier pensano che egli non abbia affatto capito che veniva trasportato a Ramallah, che credeva di essere a Gerusalemme; per lui tutto era nuovo, tutto meraviglioso, e la mamma mi ha ripetuto che mentre Amana Muna lo portava a macellare dai suoi amici che avevano pianificato con lei l’azione, lei spera che Ophir fosse preoccupato soltanto del fatto che poiché le ore passavano, i suoi cominciassero a sospettare che egli aveva marinato la scuola. Amana Muna si è dichiarata molto fiera della sua azione, ed è una delle prigioniere che i palestinesi hanno proposto all’opinione pubblica come facili da liberare. Con lei in carcere per esempio Ahlan Tanimi, che portò la bomba che uccise 16 persone alla pizzeria Sbarro, o Kahira Sa’adi, madre di quattro figli, che portò un terrorista suicida nella via King George di Gerusalemme, dove si fece saltare in aria uccidendo tre persone. Fra le donne terroriste che potrebbero essere in prigione se non si fossero fatte saltare in aria, ci sarebbe certo Wafa Idris che si esplose in Jaffa Road, e Hanady Jaradats un’altra “eroina” che ha ucciso 21 persone al ristorante Maxim di Haifa. In una parola, se letta alla maniera giusta la richiesta di liberare donne e ragazzi fino a 18 anni, suona diversamente a seconda che le parole assumano tutto il loro significato, o invece mantengano quello di un’obsoleto campionario pseudoumanitario, che invece umanitario non è. Al contrario. Seguitare a usarlo per interpretare questo conflitto, può portare soltanto a ulteriori sofferenze per tutti.

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.