Fiamma Nirenstein Blog

Diario di Shalom

Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei

domenica 2 dicembre 2007 Diario di Shalom 0 commenti

Ahmadinejad, ovvero la follia di un criminale nazista

lunedì 1 ottobre 2007 Diario di Shalom 0 commenti

L’ultima opportunità di dialogo

domenica 2 settembre 2007 Diario di Shalom 0 commenti

Gaza e West Bank mai così divise

domenica 1 luglio 2007 Diario di Shalom 1 commento

L'ebraismo non si può etichettare politicamente

venerdì 1 giugno 2007 Diario di Shalom 1 commento
È fuorviante e sbagliato pensare che gli ebrei italiani siano di sinistra o di destra.I nostri valori sociali e morali hanno formato il pensiero occidentale, come nel caso della famiglia.
 
L'idea che gli ebrei compiano una sorta di gesto contrario alla loro natura nel caso non siano di sinistra, è semplicemente pazzesco. E' una idea così minimalista e modesta circa la natura della gigantesca scoperta ebraica del Dio unico e personale da cui deriva la coscienza sociale, così povera di fronte alla resistenza plurimillenaria di una cultura e di un popolo che è riuscito a vivere della sua forza intellettuale fin dai tempi degli antichi egizi fino ai nazisti e ai comunisti, che lascia senza fiato. Chi dice che l'ebraismo è ontologicamente di sinistra, sta scherzando. Come scherzerebbe qualcuno che dicesse che l'ebraismo è ontologicamente di destra. L'ebraismo non è né di destra né di sinistra, kattan alav, si direbbe in ebraico; l'ebraismo è una cultura madre della storia dell'intera civiltà occidentale, e tuttavia con un guscio originario orientale che lo rende capace di comunicazione universale; dall'ebraismo scaturisce la democrazia e la storia dei diritti umani; tutto quello che è dittatura o negazione della libertà personale stride con l'ebraismo, che infatti è stato odiato parimenti da destra e da sinistra; l'antica, quasi originaria feroce battaglia interpretativa sui Testi, le dispute talmudiche, dall'origine ad oggi, sono il segnale palese di quello spirito critico che è invece stato vietato in varie fasi nelle altre religioni monoteiste. Chi, attualizzando i messaggi dell'ebraismo, lo vuol vedere come origine della società liberale e chi lo vuol vedere invece come origine della società socialista, questo è questione di gusti. L'altro grande messaggio dell'ebraismo ripreso poi dal solo Cristianesimo, perché per i mussulmani le cose stanno diversamente (la somiglianza non è con Dio ma con ciò che noi, infinitamente minuscoli di fronte a Lui, immaginiamo che Dio sia, mi ha detto l'imam e studioso Abu Swai), è il fatto che l'uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio: il teologo padre Geffrè a Gerusalemme mi disse che vede la somiglianza nella sovranità che lo rende metro del giudizio universale; per il rabbino David Rosen, è la razionalità che fa somigliare l'uomo a Dio. Il Papa mi pare abbia ripetuto di recente questo concetto. Ora, se la sinistra è così presuntuosa da attribuirsi sovranità e razionalità suprema, io non lo so. Spero di no. Quello che è certo è che l'ebraismo è ottimista e positivo, crede nel miglioramento come oggetto di collaborazione fra l'uomo e Dio, mira a un punto all'orizzonte dove si trova il Bene, anche se non si sa che cosa sia. Nel secolo scorso questo bene è stato immaginato, anche da Ben Gurion, come un ideale socialista; ma oggi l'esperienza storica ha complicato le cose, gli “ismi” hanno fatto il loro tempo, gli ebrei cercano il loro orizzonte di solidarietà sociale e di progresso civile senza troppe ideologie, più come un compito morale e personale che politico, specie da quando Israele ha messo alla prova il progressismo ebraico con la complessità dell'esperienza di uno Stato. In Israele si è messo in atto un difficile equilibrio fra tradizione e laicità, simile a quello americano, dove non importa credere in Dio ma molto credere nell'impegno e nei compiti che ti impone la tua identità, ognuno è ebreo a modo suo, ma Netanyahu non lo è più di Barak, né Peres più di Sharon; ambedue lo sono tuttavia basilarmente, con la convinzione che si tratti di un'identità forte da difendere, che merita una nazione, un'identità fatta di leggi, di bagaz, di partiti, di Knesset, di impegno sociale, di minoranze (ma minoranze!) con i loro diritti, di scontro democratico senza confini, ma tutto ebraico. Secondo me, l'idea che il distacco creatosi in questi anni fra gli ebrei e la sinistra sia dovuto alla ricerca di protezione a destra, come scrive Gad Lerner, è palesemente sbagliato. Il fatto è che la sinistra è restata ancorata ad uno schema di politica internazionale legata alla Guerra Fredda che l'ha portata ad errori imperdonabili, come la fede in Arafat, nelle soluzioni inventate per comodità di fronte alla crescita islamista e comunque jihadista che ha come piano palese, da decenni, anzi, dal 1948, la distruzione dello Stato d'Israele. Che sia comodo non essere di sinistra, e che serva a farsi difendere meglio, è semplicemente sbagliato pensarlo. La sinistra è in Italia, se non in ambienti molto particolari, uno scudo sociale e culturale ben più robusto della destra. Un ebreo di sinistra, è sempre molto meglio accetto nella buona società di un ebreo che non lo sia, o che sia sospettato di non esserlo semplicemente perché vede nell'atteggiamento della sinistra verso Israele un fatto culturalmente e politicamente scandaloso. Non c'entra niente col distacco dalla sinistra l'opportunismo, la ricerca di protezione, e altre amenità. Quale protezione? Un ebreo che non ripeteva a suo tempo di odiare Sharon e che oggi non dica spesso che la sua soluzione è quella di land for peace, ovvero della magica “fine dell'occupazione”, o che non dia segno di preoccuparsi più della “sproporzionalità” delle risposte di Israele agli attacchi terroristi e dei kassam piuttosto che della sua difesa, è a tutt'oggi una minoranza disprezzata nell'ambito della cultura italiana ed europea, non appartiene alla main stream, non piace nei giornali. Il punto che ha causato lo spostamento ebraico dalla sinistra, è semplicemente Israele: la narrativa dell'occupazione, dei “carri armati” o degli “F16 con la stella di Davide”, del “muro”, dei “militanti”, dei “crimini di guerra” ha riempito la misura delle persone ebree di buon senso dopo che non c'è stato più modo, a seguito del rifiuto di Arafat e della perversione di Hamas, di voltare la testa dall'altra parte. Dalla Guerra Fredda, in cui Israele fu espulso dallo schieramento dei buoni dalla sinistra mondiale che preferiva il Terzo Mondo zeppo di dittatori e di sfruttati, ma angelicato dai sovietici, è diventata sempre più palese l'ostilità della sinistra verso Israele, e quindi agli ebrei. Questa ostilità è andata molto lontana, ha scambiato difesa per aggressione, lotta al terrore per terrore, e soprattutto ha dato una potente mano, nonostante la buona volontà di alcuni personaggi della sinistra come Fassino, Ranieri, Rutelli, alla delegittimazione di Israele. Gli ebrei sanno che la delegittimazione, le panzane sull'apartheid e sui crimini di guerra sono le colonne ideologiche della distruzione promessa da Ahmadinejad; giustamente, gli ebrei non sono e non possono essere d'accordo quando vedono atteggiamenti incerti verso l'Iran, verso Hamas, e verso gli Hezbollah. E' diventato molto più importante la possibile distruzione di Israele rispetto alla lotta di Shalom Achshav, perché essa aveva già vinto negli accordi di Oslo, nello sgombero di tutte le città palestinese nel 1995, nello sgombero del Libano nel 2000, nello sgombero di Gaza nel 2005. Le soluzioni di Shalom Achshav si sono dimostrate miserabilmente fallaci, e la sinistra non l'ha capito e non ne ha voluto dar conto. Dove si può cercare l'antipatia ebraica verso D'Alema se non nella sua marcia a braccetto con gli Hezbollah, nel suo sentenzioso giudizio sul terrorismo per cui è troppo facile definire tale quello di Hamas, per esempio, o sull'incauta supposizione che Israele non per errore, e quindi intenzionalmente, colpisca i poveri civili palestinesi? E non è sana la rabbia degli ebrei verso simili posizioni? Dovrebbero tenere per gli Hezbollah? O per Hamas? O desiderare un incontro con Ahmadinejad? Una parola sulla famiglia: se c'è un solo, unico dato etnico che io abbia mai notato in tutti gli ebrei, polacchi e marocchini, italiani e americani, è la famiglia. Se la famiglia intesa nella sua forma tradizionale, padre, madre, figli, non avesse acceso per millenni le candele di Shabbat, probabilmente l'ebraismo sarebbe defunto da tempo. I figli non li lasciamo mai andare, i genitori li onoriamo con cura e con forte intenzione. La famiglia, senza che io mi addentri, è stata la fortezza della storia ebraica, ed è logico che un rabbino la difenda. Chiunque, religioso e laico, si rende conto della sua indispensabilità nel corso di una storia erratica, sparpagliata geograficamente, tenuta insieme solo dall'amore e dalla cultura. Con tutto il rispetto e il senso di libertà che sono dovuti a unioni di qualsiasi tipo, non vedo nel difendere la famiglia ebraica nessuna posizione di destra, tanto meno una posizione che possa portare a qualche vantaggio di questi tempi.

Un governo impreparato per andare in guerra

martedì 1 maggio 2007 Diario di Shalom 0 commenti
La Commissione Winograd che accusa di incompetenza il vertice politico. E' la dimostrazione che Israele è una grande democrazia. Più dei pur pesanti giudizi della commissione Winograd sul comportamento del Governo Israeliano durante la guerra, a costruire una nebbia di sfiducia e di sconcerto intorno a Israele contribuiscono le conclusioni improprie che se ne possono trarre, a destra come a sinistra.
 
Prima di tutto, lo spettacolo stesso dei cinque giudici pensionati che mettono nell’angolo, con linguaggio semplice e inequivocabile tutto il gruppo leader del governo, è uno spettacolo di democrazia senza confronti. L’autocritica della società israeliana, sempre portata alle estreme conseguenze, la durezza del dissenso interno giunta nel passato remoto fino alle cannonate, di fatto nel tempo ha dimostrato la sua potenza: Israele ha compiuto dal 1948 ad oggi uno slalom fra le guerre di difesa da nemici diversi e sempre determinati alla sua distruzione, traendone alla fine forza, anche quando la sconfitta sembrava ineluttabile come nel 1973, e questo proprio per la sua capacità di esaminare le proprie ferite anche quando si trattava di sanguinare ancora, di correggere i propri errori e di affrontarli con il cambiamento. Adesso, certo ha fatto impressione alle società europee ossequiose del potere e conformiste vedere un vecchietto di nome Eliahu Winograd, incaricato dallo stesso Primo ministro di indagare sulle cause dell’insuccesso in guerra, che punta il dito proprio contro Olmert di fronte all’opinione pubblica di tutto il mondo accusandolo di “aver fallito seriamente nell’esercizio del giudizio, della responsabilità e della prudenza”. Oltre a Olmert, Winograd ha accusato il ministro della Difesa Peretz di aver ignorato la propria stessa incompetenza già nel momento in cui ha preteso di ricoprire un ruolo politico per cui non era adatto, e ha travolto di condanne il capo di Stato Maggiore Dan Halutz, che per sua fortuna si è già dimesso, accusandolo di aver agito impulsivamente e di non aver avvisato i leader politici della complessità della situazione. Occorre guardare alla sostanza dell’operazione per capirne l’indispensabilità. Se non si leggono le ultime pagine del documento e ci si ferma alle prime pur sacrosante accuse, magari compiaciuti e trionfanti come tutti i commentatori arabi e molti fra i commentatori antisraeliani del nostro Occidente, non si capisce niente. Perché Winograd spiega, in buona sostanza, dopo avere indicato le responsabilità specifiche di ciascun membro del gruppo dirigente, che c’è stato un fraintendimento basilare rispetto a un problema centrale della vita di Israele: la continuità del pericolo della guerra anche ai giorni nostri. E’ una lezione che è molto importante studiare bene, perché riguarda tutti noi. Winograd suggerisce qualcosa che ai pacifisti che immaginano che la disapprovazione della Commissione sia legata alla scelta stessa di entrare in guerra, fornisce un’immediata smentita: Israele, dicono i giudici, si era abituata dai tempi di Oslo a immaginarsi in una situazione sostanzialmente pacifica, in cui l’esercito potesse essere trascurato, i leader potessero essere tutti quanti scelti fra personaggi senza esperienza militare, come è accaduto per il governo attuale, le incursioni di terra potessero essere evitate, i miluim (le riserve) potessero essere trascurati, le esercitazioni rarefatte, le forze di terra messe da parte. Come se oltre all’esperienza degli Accordi di Oslo non fosse subito seguita una secca smentita da parte della storia: Israele, nonostante i suoi sogni e le sue offerte territoriali, è stata investita dal terrorismo suicida unito al rifiuto religioso di tutto l’Islam, che nel frattempo ha rilanciato, guidato da Ahmadinejad, la sua battaglia millenarista. Winograd, che per ora non si addentra in questi temi strategici generali (apparirà una nuova parte della relazione ad agosto) quando suggerisce che la precipitosità di entrare in guerra, la mancanza di obiettivi intermedi e finali adeguati alla realtà, hanno oscurato la forza dell’esercito israeliano, non intende tuttavia affatto indicare con questo che fosse in vista un possibile accordo con gli Hezbollah. Vuole dire che la guerra andava condotta bene, e non male. Vuole dire che magari ci si doveva pensare prima, e lo dice. Prova ne sia che vi si adombra perfino la responsabilità di essere usciti dal Libano nel 2000 e di non aver poi agito conseguentemente, nonostante la tzavà fornisse continue giuste informazioni sulla costruzione della forza armata terrorista degli Hezbollah sul confine israeliano. Winograd, a nostro parere, suggerisce, indicando il ricambio di questa classe dirigente come evidente, anche se non esplicita, la via di uscita da una situazione di pericolo estremo, che lo scenario strategico in cui Israele si trova non può mai essere messo da parte nella scelta del Primo Ministro, del Ministro della Difesa, del Capo di Stato Maggiore. Il prossimo gruppo dirigente, si capisce da quanto suggerisce il documento, non potrà in alcun modo ricalcare la spensieratezza di questo governo nell’affrontare amatorialmente le questioni strategiche. E’ per questo che ogni ministero direttamente interessato alle scelte strategiche, si suggerisce, deve essere affiancato da qualcuno che sappia, capisca, proponga alternative. In una parola: Winograd, proprio perché ama la democrazia israeliana, propone di saper essere pronti per la prossima guerra. Si vede bene nel documento uno strenuo desiderio di pace, una volontà totale di difendere i ragazzi dalla morte; ma se si vuol fare la pace, se non si vuole invitare la guerra con la propria debolezza stregica, occorre tenere conto proprio del fatto che la guerra è ancora, e forse di più, un rischio vitale, e quindi occorre avere di questo consapevolezza politica anche nella scelta degli uomini al potere. Pochi giorni or sono il nuovo capo di Stato Maggiore ha descritto la situazione logistica del nemico in una riunione di Gabinetto, e dopo aver fatto contare diligentemente i missili piovuti da Gaza su Sderot e dintorni ha dimostrato che non c’è mai stata nessuna tregua: i missili kassam e le katiushe sono state 250 dal novembre 2006 all’aprile 2007. Cinquanta al mese, ultimamente rivendicati direttamente da Hamas. I nuovi missili, le tonnellate di tritolo, i terroristi introdottisi dal Sinai, la presenza di Al Qaeda nella Striscia... tutto questo, ha detto Ashkenazi, fa prevedere che sarà molto difficile astenersi dal cercare di fermare l’ondata aggressiva che si prepara a Gaza. Sull’altro versante, il Capo di Stato maggiore ha annunciato che gli Hezbollah, cui seguita a pervenire un forte afflusso di armi dalla Siria attraverso le deboli maglie dell’Unifil e dell’esercito libanese, hanno di nuovo attraversato il fiume Litani e si stanno ridisponendo in posizione bellica, nella fascia immediatamente a nord di Israele, come prima e alla faccia della risoluzione 1701. Di fatto, ricostruiscono un confine israeliano con l’Iran oggi sempre più determinato, e sembra in tempi minori del previsto, ad avere la bomba atomica. Prima si parlava del 2015 per la sua acquisizione da parte di Ahmadinejad, oggi l’idea è che in un tempo molto ma molto più breve l’arma micidiale sarà nelle mani del Presidente iraniano che ha promesso di distruggere Israele. La commissione Winograd, alla luce di queste considerazioni, risulta indispensbile: Israele deve essere pronto alla prossima guerra. Anche la Siria si è fatta baldanzosa e minacciosa. I miluim non erano pronti, la scelta di agire per aria e non per terra è fallita, negli ultimi due giorni di guerra non si è trovato, neppure ex post, nessuna logica che spieghi perché siano stati mandati a morire in battaglia dei ragazzi di leva mentre gli accordi erano già stati conclusi all’ONU. E’ sicuro che Israele non si può permettersi di questi errori, ne va della sua vita, la prossima guerra potrebbe essere fatale se condotta con una leadership non adeguata. E’ possibile compiere un rapido ricambio? Bernard Lewis e anche Fouad Adjami hanno spiegato più volte come il mondo islamico abbia perso il suo immenso potere e la sua capacità di produrre cultura proprio per un insistito rifiuto a riconoscere i propri errori, per la tendenza a vittimizzarsi e poi a esplodere in entusiastiche dichiarazioni di vittoria, in minacce mostruose quanto prive di reale incisività. L’Occidente ha sempre recuperato i suoi errori, nonostante la strada accidentata e sempre sul limite del dirupo della natura umana, e lo ha potuto fare solo grazie alla sua capacità di mettersi in discussione, litigare, criticare e criticarsi senza rischiare per questo ogni volta la tortura, la galera, la morte. Per questo sa essere costruttore di pace dopo la guerra, di ricchezza dopo la miseria. Questo non accade oggi nella maggior parte dei Paesi mussulmani, che invece di dileggiare Israele farebbero bene a prenderne esempio.

"Israele siamo noi", dall'introduzione

domenica 1 aprile 2007 Diario di Shalom 2 commenti
La democrazia israeliana è un esempio di come affrontare la guerra al terrorismo islamico. Su gentile concessione dell’Autore pubblichiamo parte dell’introduzione del nuovo libro di Fiamma Nirenstein “Israele siamo noi”, edito da Rizzoli.
 
Queste pagine si propongono di rovesciare una concezione corrente, radicata, talora ossessiva. Il mio assunto è molto semplice: Israele, al contrario di quello che suggerisce una propaganda pervasiva e ormai diventata senso comune, è un modello positivo e un caso di studio per chiunque si trovi a vivere in una società democratica che debba eventualmente affrontare una guerra di difesa cui tutto l’universo della democrazia occidentale è costretto. Parlo dunque di noi, della nostra società, quella occidentale: essa è attaccata come non mai in precedenza dall’estremismo islamico ormai organizzato in un asse che gestisce le migliori armi moderne e un’infinita riserva di terroristi sotto l’egida indiscutibile e non negoziabile del credo religioso. La sua costruzione propagandista e storicamente infondata si incentra su Israele come perverso «occupante» di territorio che non gli spetta, e quindi sul sionismo come ideologia imperialista e colonialista. L’invenzione del tema dello Stato di apartheid, che è la prosecuzione della risoluzione Onu n. 3379 del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo, è tanto diffusa quanto del tutto priva di fondamento. Anche l’idea che il Secondo Tempio non sia mai stato sul Monte dove oggi sorge la spianata delle Moschee è stata definita da un archeologo di prima grandezza come Gabi Barkai «una menzogna peggiore della negazione dell’Olocausto, eppure collegata ad essa». Ambedue queste idee, infatti, sono tasselli di un mosaico che ha eroso il concetto della legittimità dello Stato d’Israele, ha rifiutato il pure evidente diritto del popolo ebraico, l’unico che abbia mai esercitato una sua sovranità su quel pezzo di terra vaga che sotto i romani, i greci, i turchi, gli inglesi venne chiamata Palestina e che comprendeva aree diverse dallo Stato ebraico. Israele è uno Stato del tutto legittimo, che, per circostanze storiche e geografiche molto complesse, si viene a trovare al centro di un attacco concentrico dell’integralismo islamico che non ha niente a che fare col conflitto israelo-palestinese. Se magicamente si giungesse a una soluzione territoriale fra palestinesi e israeliani – e nessuno può augurarsi niente di diverso – e due Stati fossero finalmente disegnati nei loro confini per vivere l’uno accanto all’altro, sfido chiunque a dimostrare che allora si placherebbe l’attacco prima di tutto dei palestinesi stessi, e poi di Hamas, degli Hezbollah, della Siria, dell’Iran ormai prossimo al nucleare. Israele e gli ebrei sono al centro di un attacco ideologico pari soltanto a quello subìto alla vigilia della Seconda guerra mondiale: accusati, come li accusava Hitler, di essere loro stessi la causa delle guerre, tengono accesa la fiaccola della conquista islamista del mondo, servono allo scopo di galvanizzare un fronte sempre più largo e più organizzato. Israele è solo il fronte avanzato, di questa guerra. È il decenne Hendrich, il bambino olandese col dito nella falla della diga. Ma la guerra è contro di noi, Israele siamo noi, perché siamo attaccati dagli stessi fanatici che hanno intrapreso la riconquista islamica dopo secoli di intensa frustrazione di fronte al predominio occidentale. Gli europei, se ne parla più avanti, sono cresciuti da ormai molti anni in un’atmosfera di bambagia che li porta a vedere l’aggressione jihadista come confronto culturale fra diversi, che li porta a immaginare che con la parola si possano sostituire i fatti, che la diplomazia non sia un mezzo per risolvere i problemi, ma un fine cui piegare la dura realtà, e che il fronte del jihad possa essere gestito frammentando il problema in questioni economiche e territoriali. Ma è solo un modo di evitare il pensiero della guerra, il grande tabù della cultura democratica. Alexis de Tocqueville nel 1838 esprimeva, osservando l’America, un punto di vista e un’esortazione incoraggianti, che fotografano peraltro la realtà di Israele: «Penso [...] che un popolo democratico, che intraprende una guerra dopo una lunga pace, rischi più di qualsiasi altro di essere battuto; ma esso non deve lasciarsi scoraggiare dalle prime disfatte. [...] Quando la guerra prolungandosi ha, infine, strappato tutti i cittadini ai loro lavori pacifici e fatto fallire le loro imprese private, accade che le stesse passioni, che li attaccavano alla pace, le rivolgano verso la guerra. [...] Per questa ragione le nazioni democratiche, che con tanta malavoglia si fanno condurre sul campo di battaglia, vi compiono prodigi quando si è riusciti a fare loro impugnare le armi». La democrazia, sostiene de Tocqueville, aliena alla guerra per natura, se vi è costretta la fa, seguitando a sprigionare le sue energie migliori e più vitali, e riesce a esprimere, sia nel combattimento sia nella vita civile che si trasforma per perseguire la vittoria, l’eccellenza della sua scelta politica di fronte alle dittature e al terrorismo. Ovvero, la democrazia, proprio combattendo il terrorismo liberticida e fascista, capisce meglio se stessa, sa per cosa vive, riconosce i propri valori, trova una strada per non tradire la propria natura. Beninteso, parlo di una società che affronta una guerra per la vita e non per la conquista, una guerra senza scelta se non quella di combattere o di soccombere. Senza cedere a fantasie e miti, pure si può dire che questo è il grande esperimento di Israele: sviluppare il carattere e le leggi della democrazia in una situazione di conflitto. È una sfida che riguarda i massimi sistemi, il rapporto fra libertà e ordine, quello fra interessi collettivi e personali, la fierezza nel confrontare il proprio modo di vita e la propria tradizione con quello che l’ideologia nemica vuole imporre, il conservare la durezza necessaria quando si combatte e la sensibilità indispensabile a promuovere i diritti umani. Israele si è trovato ad affrontare questa sfida per primo e sulla linea del fronte con il Medio Oriente intero: e non è la prima volta che gli ebrei devono per forza, dal doloroso profondo della condizione di eccezionalità che la storia li ha spesso costretti a vivere, elaborare risposte che diventano oggetto di riflessione per tutti. Da parecchi anni osservo Israele da giornalista: guardo la gente per strada, in guerra, a casa e altrove, e semplicemente vedo delle risposte alla più drammatica fra le domande odierne. Resistere di fronte alla delegittimazione, alla violenza, al terrorismo; queste risposte splendono nella foresta dei problemi, delle debolezze, delle imperfezioni del sistema capitalista, e persino nelle brutture che la natura umana tuttavia non manca di irradiare anche nelle migliori costruzioni sociali. Dalle parti di Gerusalemme e di Tel Aviv, dove siedono il governo e gli apparati di sicurezza, non mancano la corruzione, o la violenza sessuale, o l’incapacità, la faciloneria, la prepotenza. Certi retaggi del passato, come l’improvvisazione, sono ormai fuori tempo. Certi pavoneggiamenti maschilisti possono essere, se si vuole, ritenuti lo sfondo a recenti obbrobri, come i crimini sessuali per cui è stato incriminato il Presidente della Repubblica Moshe Katzav. Nell’esercito, di sicuro stati di esasperazione e anche di perversione hanno condotto a episodi in cui il grilletto è stato facile. L’eccesso di fiducia in se stessi e nei propri miti ha portato a errori che durante la Guerra del Libano dell’estate 2006 sono costate la vita a troppi soldati, e hanno dimostrato uno stato di insufficiente preparazione e uno scarso senso di responsabilità fra i capi militari e anche nell’angolo acuto della piramide politica. Fra la gente, specie fra gli intellettuali e i giornalisti, ci sono anche molti casi di viltà, di voglia di fuggire. Il defezionismo, la critica fanatica, sono, a volte, semplicemente miseri scimmiottamenti della sinistra europea buonista, esternazioni prive dello sfondo tragico su cui maturano le decisioni più dure. Israele compie errori e soffre falle come qualsiasi altro prodotto della fatica umana… … Il popolo d’Israele non è affetto dalla fragilità della sua classe dirigente, con i suoi difetti e le sue debolezze è pur sempre un popolo combattente e democratico. Le riserve, i milu’ ìm sono il ritratto simbolico del fenomeno israeliano. Esso è molto ben disegnato da H., ufficiale pilota delle riserve, che ho incontrato in una base aerea mentre si sistemava il casco e stava per salire sul suo F-16 diretto sul cielo di Gaza: due ore prima era nel suo ufficio di avvocato, con un cliente, a Tel Aviv. Il telefono ha squillato. Ha salutato in fretta, senza dire perché doveva scappare via. La borsa con il cambio di biancheria la tiene sempre pronta in macchina. La moglie la avverte col telefonino dalla strada appena è al volante verso la base in cui servirà fino a oltre i cinquant’anni di età per un mese all’anno, e per tutto il tempo straordinario in cui sia richiesta la sua presenza. Per andare ai milu’ ìm, nelle riserve, ognuno spende molto denaro e molto tempo prezioso; alcuni ci rimettono i loro business, specie se si tratta di lavoro autonomo. Un agente turistico, o immobiliare, rischia spesso la chiusura. Naturalmente spesso rischia anche la vita. Ma ieri, accompagnando un amico professionista a comprarsi un berretto per dormire nel deserto alcune notti di milu’ ìm, l’ho visto fraternizzare molto allegramente con il commesso, un uomo cicciottello che per ragioni segrete serve per periodi più lunghi del normale. Il rapporto fra di loro era di doppia solidarietà, come cittadini un po’ anziani che ormai hanno freddo la notte, ma che come soldati condividevano il senso della indispensabilità della loro missione. Il fenomeno israeliano cui è interessante per tutte le democrazie guardare è, se finalmente ci riuscisse di toglierci gli occhiali neri dell’ideologia, la mirabilità della costruzione dell’homo israelianus, speciale ed eguale, democratico e combattente. La guerra e la democrazia hanno costruito nel loro inusitato matrimonio un personaggio adatto a sopravvivere nel continuo sacrificio e nel dono di sé benché sia un uomo moderno e quindi viziato dalla pluralità delle merci e distratto dai tanti stimoli; devoto alla pace e alla libertà, mentre è costretto ad affrontare il problema del jihad, l’aggressività del terrorismo, la violenza sconosciuta fino a oggi della guerra asimmetrica. Una guerra inaffrontabile e disperante che, invece di cercare la salvezza per la propria popolazione civile, ne fa uno scudo di difesa non sporadico, ma sistematico, di fronte a un esercito che ritiene vincolanti le norme della Convenzione di Ginevra. Una guerra in cui il nemico mira ai civili per colpirne il maggior numero possibile. Come si deve modellare la democrazia per conservare intero il proprio cittadino, cui è vietato per legge uccidere, mentre al nemico ciò è imposto dalle sue regole religiose e quindi di guerra? Come, perché possa tuttavia sopravvivere e non diventare un inerte capro espiatorio della riconquista islamista? Noi europei dal 1945 abbiamo conosciuto soltanto la pace. Il sionismo ha il merito ideologico della sopravvivenza di Israele, perché ha elaborato l’ebraismo in senso laico, senza mai allontanarsene. Infatti è nato sulle fondamenta di una cultura che per tremila anni ha trovato strade di sopravvivenza nonostante in tanti abbiano cercato di eliminarla, e perché ha teorizzato che la salvezza si trova soltanto con le proprie forze. Tenacia, coraggio e determinazione quasi sovrannaturali e senza paragoni che a me vengano in mente lo hanno messo in piedi; è nato con le forze fisiche dei suoi stessi ideatori sulla sabbia, sulle rovine e fra le paludi… … In coda sull’autostrada, sai che il guidatore della macchina accanto può commettere infrazioni, e ne fa, può fare errori, e ne fa ancora di più, ma che è un personaggio con una storia vera da raccontare, che affronta ogni giorno problemi essenziali. Non ha abbandonato il suo retaggio: le Tavole della Legge gli ripetono ogni giorno «Non uccidere», ma con altrettanta urgenza egli sa che ha un significato universale la sua lotta per non essere ucciso. Si dibatte fra due imperativi categorici. Gli ebrei d’Israele, dopo essere stati il primo popolo a benedire il mondo col monoteismo, sono oggi l’unico popolo che abbia benedetto il Medio Oriente con la democrazia. Forse meritano uno sguardo, una considerazione completamente diversa da quella che hanno ricevuto fino a oggi, anche perché i loro nemici sono anche i nostri ed essi sono i primi sul fronte.

Conosciamo veramente Israele

giovedì 1 marzo 2007 Diario di Shalom 1 commento
I mass media scelgono solo le notizie negative e gli scandali, nessuno parla mai dei successi. E' un fenomeno interessante. Israele è un Paese di cui nessuno conosce veramente la storia o la realtà. Al contrario di qualsiasi altro Paese, la cui copertura si basa su reali caratteristiche locali, eventi fuori del normale che fanno notizia, storie umane e politiche, dibattiti culturali, Israele viene coperta secondo uno stretto criterio di negatività. Guerra, corruzione, sconcerto, errori, rottura di miti, lapsus e falli della classe dirigente, episodi di crudeltà.
 
Nell’immaginario collettivo, Israele e il sionismo sono esattamente il contario della loro realtà. Di Israele si ha un’immagine che è esattamente il contrario della sua realtà. Non si sanno cose fondamentali. Non si conosce la pure interessantissima sessantennale costruzione di un uomo solidale, attentissimo ai suoi diritti, ipercritico della classe dirigente, eroico quando bisogna… eppure sembra davvero il tempo giusto per farlo. L’informazione su Israele toglie al cittadino il diritto di sapere una cosa fondamentale per il nostro stesso futuro: una democrazia sul fronte di una guerra di difesa come la fronteggia, come si trasforma, quali sono i pregi e i difetti che sviluppa? Qualche giorno fa sedevo con la mia amica Petra Heldt, pastore luterano ordinato, una signora tedesca che giunse in Israele a ventisette anni con lo scopo di vivere nello stesso Paese in cui è vissuto Gesù; Gesù era un buon ebreo, e lei, che è una teologa rinomata autrice di parecchi testi accademici, membro di svariate commissioni di studio, e che ha grandi occhi curiosi e un sorriso molto comunicativo, ha voluto concedersi l’emozione di vivere la sua vita fra i fratelli carnali di Cristo, che come lui recitano lo Sh’ma Israel tutti i giorni e amano Gerusalemme dello stesso amore, dice Petra. Per Petra amare gli ebrei è sempre stato un fatto naturale. Strano? A lume di logica non dovrebbe esserlo, ma se si pensa quanto poco i nostri cattolici siano invece consapevoli del fatto che Gesù fosse un buon ebreo che amava, conosceva, viaggiava per la sua terra e la viveva per il suo significato ebraico in ogni luogo, da Nazareth a Gersualemme, a Betlemme, al lago di Tiberiade, ai monti della Galilea, certo che è strano. Strano che i cristiani lascino passare le tesi islamiste che il tempio in cui Gesù cacciò i mercanti non sia mai esistito. Così strano anche che la maggior parte dei pellegrini che vengono in Israele accompagnati dai loro parroci o da organizzazioni cattoliche varie, non facciano quasi nessuna mossa per capire e conoscere gli ebrei proprio quando vengono nella loro Terra, tanto che i viaggiatori tornano a casa avendo fatto esperienza quasi esclusivamente degli abitanti arabi di Gerusalemme e del Paese degli Ebrei in genere. In genere, essi non vengono in Israele, ma “in Palestina”. Torniamo a Petra: la reverenda Heldt, che vive a Gerusalemme, capita nel mercato di Mahane Yehuda per fare la spesa quando due terroristi suicidi uccidono sedici persone e ne feriscono 177. Le ustioni rendono il volto di Petra una maschera di carbone e sangue, le sue mani vengono divorate fino alle ossa, Petra si alza a stento e una signora mai vista prima la abbraccia e la sostiene. “Un tassista fermò la sua macchina immacolata davanti a me, corse fuori, e mentre io con la parte che ancora resisteva prima di svenire balbettavo in stato di semincoscienza che gli avrei riempito la macchina di sangue e sporco, lui mi fece sdraiare sui sedili e prese a correre verso l’ospedale, la donna mai vista prima mi ripeteva “stai tranquilla, io non ti lascio sola”. Questa è Israele, ma lo sanno i lettori dei giornali? Mentre tutti si mobilitavano intorno a quel disastro, anche per me, dice Petra, come per tutti gli altri, era pronta, presente, una enorme carica di solidarietà che seguitò a esprimersi per i due mesi che rimasi all’ospedale ed oltre. Quanti hanno letto una storia di questo genere sui giornali europei? Quanti conoscono le continue storie di eroismo che caratterizzano la costruzione dell’uomo israeliano? Del cameriere ventenne che al cafè Cafit di Gerusalemme ha tolto la borsa dalle spalle del terrorista che cercava di entrare e l’ha portata lontano dai clienti del caffè e poi mi ha risposto: “Che c’è di strano, scusi? E’ ovvio che era molto meglio che morissi io, da solo, piuttosto, che tutte quelle persone ai tavoli..”. Chi conosce le storie degli eroi moderni come le decine di guidatori di autobus, di camerieri, di casuali guardiani studenti da pochi shekel l’ora che si gettano col proprio corpo, unica barriera di difesa per i propri concittadini, sui terroristi? Quanti episodi conoscete delle centinaia di storie di eroismo militare di ragazzi ventenni, dell’ufficiale che è morto gridando Sh’ma Israel mentre si lanciava su una bomba a mano per difendere i suoi soldati; del soldato Michael Levin, uno dei tanti ventenni venuto da solo da Philadelphia come migliaia di altri per difendere Israele caduto nella guerra contro gli hezbollah; o di Or Ben On che ha perso tutte e due le gambe a Marun al Ras il 20 di luglio (salvato dal suo comandante che l’ha sfilato dal carro armato e poi l’ha difeso dal fuoco nemico fino a che non sono arrivati i soccorsi) e che adesso è tornato a suonare la chitarra nel suo gruppo rock, e si ritiene fortunato? Che cosa si sa del coraggio, della disperazione, della solidarietà, della fede, della difesa della propria casa cercando, anche se a volte si sbaglia, di mantenere la purità delle armi? Che si sa dello sforzo enorme messo dall’esercito per insegnare ai soldati standard di salvaguardia del nemico sconosciuti in tutti gli altri paesi del mondo costretti alla guerra? Sappiamo solo quando si compiono errori, o supposti tali, e non si esita a accusare di immoralità e anche di crimini di guerra. Che ne sapete degli sforzi pazzeschi di Israele nell’accoglienza dell’immigrazione anche in tempi economicamente molto duri, elaborata con inventività e uso di mezzi che noi ci sognamo? Sappiamo solo quando gli etiopi o i russi protestano. Che ne sapete della quasi impossibile scelta di seguitare a gestire la cultura, fiere del libro, concerti tenuti da orchestre esemplari come la Filarmonica di Tel Aviv anche in situazioni economiche di estrema difficoltà? Lo sapete che in Israele la cura per l’Alzheimer è in fase di ricerca oltremodo avanzata? Che la costruzione di passerelle, strutture, canali di inserimento delle persone disabili è una priorità? Lo sapete che proprio in questi giorni, mentre in vari atenei negli USA e in Canada una inverosimile quanto consueta settimana “contro l’apartheid in Israele” mette in scena sgangherati comizi che descrivono Israele come Paese razzista, proprio qualche giorno fa lo stesso Riccardo Muti ha donato tutti i proventi della sua serata con la filarmonica di Tel Aviv il 15 di febbraio in memoria di Arturo Toscanini a un ospedale pediatrico, lo Schneider di Petah Tikva che si occupa di oncologia in cui il trenta per cento dei bambini ospitati sono arabi? “Un ospedale pieno di colori e di giuoco, in cui si vede come si possa fare scaturire anche dal dolore un senso di vita e di interna pace, e anche un significato di esperienza comune” ha commentato Muti. E non c’è ospedale israeliano in cui la presenza di pazienti arabi non sia immediatamente percepibile. Insomma, lo sappiano, lo sa il mondo, dopo tanta propaganda che Israele è un Paese che, con la corrente rivoluzione, con l’ondata di dimissioni e licenziamenti apportata dalla scoperta di falli, errori, malcomportamento, manifesta, oltre che corruzione e amoralità tipica della natura umana, anche quella cosa che dovrebbe stare a cuore a tutti, ovvero il principio basilare democratico per cui le leadership si possono e si debbono cambiare quando sbagliano? Questo capita ovunque? A leggere i giornali, direi di no. Israele resta un esempio di democrazia in guerra sul confine più difficile della Terra. Lo sapete? Lo sappiamo? Ne siamo informati?

Guerra civile per il potere

giovedì 1 febbraio 2007 Diario di Shalom 0 commenti

Lo scontro tra Hamas e Fatah rischia di metter fine al sogno e all’ambizione di uno Stato palestinese

Solo qualche giorno fa, dopo l’attentato di un terrorista suicida, Mohammed Saqsaq di 21 anni, che ad Eilat ha ucciso tre giovani, due panettieri e un ragazzo che lavorava da loro, a una radio che mi intervistava ho raccontato che la madre del terrorista, senza una lacrima, di fronte alla casa parata a festa, con la tenda dell’accoglienza pronta per amici e parenti, ha raccontato ai giornalisti che il figlio si era venuto a congedare da lei, le aveva rivelato le sue intenzioni, e aveva ricevuto da lei una benedizione e l’augurio di riuscire nel suo progetto. La madre ha aggiunto che si augurava che tutti i suoi figli seguissero l’esempio di Mohammed, facendosi shahid. In realtà, più che raccontare dello stupefacente atteggiamento della madre, ho solo cercato di farlo: l’intervistatore infatti ha tagliato corto dicendo in sostanza: “si, questo lo sappiamo già, questo è già accaduto tante volte”. Non credo che questo atteggiamento denunci un particolare cinismo, quanto piuttosto la inconsapevole volontà di far calare il sipario su un mondo palestinese come si presenta oggi: fanatico, ultraislamista, aggressivo fino alla cancellazione dei più basilari sentimenti umani, come l’amore materno. Il tramonto dell’idea del mondo palestinese come del migliore dei mondi arabi possibili, nel senso della sua emancipazione culturale, della sua comprensione e vicinanza con l’Occidente, della sua sostanziale tendenza alla democrazia, l’idea insomma del palestinese come di un interlocutore agibile e flessibile, disposto a una trattativa che possa infine portare a un accordo di pace, è stata molto comune e molto caro agli intellettuali europei e americani. Eppure l’osservatore farà bene a lasciare che gli eventi dettino qualche ragionevole dubbio, perchè non è mai accaduto che le soluzioni si trovino su falsi presupposti. E ormai sono tanti i palestinesi stessi, fra cui per esempio il giornalista Mustafà Barguti, tanti gli intellettuali democratici, come Khaled Abu Toameh, tante le fonti di informazioni, come la televisione Al Arabija data alle fiamme pochi giorni fa dopo che aveva osato diffondere immagini che il primo ministro Ismail Hamje non avrebbe voluto vedere sul teleschermo, tanti, dicevamo, che denunciano le barbarie compiute all’interno del loro stesso mondo durante questa ultima guerra fraticida, guerra senza precedenti in cui almeno una quarantina di persone sono state uccise. Donne e bambini non solo non sono stati risparmiati, ma talora presi di mira volontariamente perchè colpevoli soltanto di viaggiare sulla macchina del padre. Gli uomini di Hamas hanno trascinato fuori delle loro case gli uomini di Fatah sotto gli occhi delle famiglie, e gli uomini di Fatah non sono certo stati da meno con quelli di Hamas. Armi di ogni tipo sono state usate sia a Gaza che nel West Bank per sparare colpi di bazooka verso uffici, case di abitazioni, luoghi pubblici, purchè ci fossero nemici di questa o di quella fazione da uccidere. Persino le ambulanze sono state prese di mira quando si sapeva che vi si trasrpotava un nemico. I rapimenti si sono moltiplicati, le strade si sono bagnate del sangue di appartenenti alle fazioni giustiziati sommariamente. Sia Abu Mazen, il presidente dei palestinesi, di Fatah, che Ismail Haniye il primo ministro, di Hamas, sono stati oggetto di attentati alle loro vite. La casa del ministro degli esteri, Mahmoud al Zahar è stata mitragliata. Tutto viene filmato minutamente, anche i cameramen talvolta fanno parte delle squadre della morte. Pare che un cittadino su tre possieda un’arma. I bambini scorrazzano liberamente fra i morti e i feriti, e vengono a loro volta coinvolti. Sia Hamas che Fatah moltiplicano le entrate per costruire eserciti privati: uno nuovo di zecca lo sta organizzando in grande Mohammed Dahlan a sua volta oggetto di ogni possibile cospirazione da parte di Hamas, e il minsitro degli interni di Hamas fa lo stesso. La disputa ideologica fra i due gruppi non è affatto lineare, come ci piace invece pensare quando ci figuriamo che Hamas voglia portare la guerra, rifiutando l’esistenza dello Stato d’Israele, e che invece Fatah sia incline a un accordo. Lo scontro oltre che ideologico, dato che Hamas è integralista islamica e Fatah non lo è, è tuttavia soprattutto uno scontro per il potere. Hamas ha gettato con il suo estremismo islamista e col suo rifuto delle condizioni internazionali del quartetto per ricevere gli aiuti, il seme del disordine e della fame. Non si può ignorare, tuttavia, anche con la migliore buona volontà, che solo alla fine di dicembre Mahmoud Abbas, ovvero Abu Mazen, che riceve in questi giorni cento milioni di dollari da Israele per potersi rafforzare e essere messo in grado di riaprire i rapporti con Israele eventualmente anche con nuove elezioni, in un grande comizio popolare ha ripetuto che le due fazioni dovevano fare la pace per volgere tutte le loro armi, insieme, contro Israele. E che il diritto al ritorno dei profughi palestinesi deve essere assicurato: che è come indicare una via di sicura sparizione dello Stato ebraico. Solo il 28 di gennaio il portavoce di Fatah biasimava Hamas per aver di fatto introdotto a Gaza la politica e il denaro della Siria e dell’Iran (250milioni di dollari sono stati promessi e in parte, si dice, già trasferiti da Ahmadinejad a Hamas), pure secondo informazioni israeliane alcune zone del West Bank, come per esempio a Nablus, sono ormai parte attiva della strategia degli hezbollah. E’ difficile ormai quindi immaginare Fatah come una parte pronta alla pace. Almeno, prima di dargli tutto il denaro e la fiducia, è indispensabile verificare bene le intenzioni di Abu Mazen.

Ma il mantra dei “due stati per due popoli” è così radicato nella comune speranza di vedere la pace vincere, che non si riesce a riflettere con la mente fredda. Per esempio, non si può ignorare che oltre alla violenza e al caos interno, gli attacchi terroristi contro Israele da quando, secondo gli accordi di Oslo, si creò una certa indipendenza territoriale legata all’Autonomia palestinese, sono aumentati in grande misura; e da quando poi dall’agosto 2005 Gaza è stata sgomberata dai settler e dall’esercito, una continua pioggia di missili kassam tormenta Sderot e i kibbutz del sud d’Israele, mentre Gaza è stata armata fino ai denti con nuove armi attraverso i passaggi con l’Egitto, sia quelli legali che quelli illegali.

Da lì, tutta l’orchestra terrorista internazionale inquina il territorio di Gaza. In definitiva, quello che si richiede oggi ai palestinesi perché possano giocare un ruolo credibile nel futuro del Medio Oriente, è l’abbandono della parte assegnata loro da Hamas che li ha trascinati nell’asse di cui fanno parte Iran, Siria e Hezbollah, oltre ad altre organizzazioni minori come la Jihad Islamica, e su cui di quando in quando si affaccia Al Qaeda con le sue promesse di morte. Nel passato Arafat non volle o non seppe acquisire il controllo dell’uso delle forze terroriste, e la loro crescita a partire dal 2000, si è sempre più confusa con un disegno internazionale che non è più nazionalista, ma puramente distruttivo. E’ sempre più difficile scorgere che cosa i palestinesi vogliano; Hamas non intende riconoscere Israele e quindi non vuole spartire la terra, e Fatah alla ricerca di un’impossibile unità, non dice una sola parola di chiara condanna del terrorismo e si guarda bene dal combatterlo. Eppure Abu Mazen detiene sempre la grande maggiornaza degli uomini armati. La gente nel West Bank è intanto spaventata e affamata, le strade sono vuote, ciò che si sente è solo il rumore degli spari. Se non si riesce a identificare le reali intenzioni dei palestinesi, se non si affaccia una vera leadership, se l’ambizione a uno Stato non si chiarisce e non si qualifica, sarà ben difficile che gli israeliani possano fare il lavoro per loro.

Dalle rivendicazioni territoriali al fanatismo religioso e ideologico

lunedì 1 gennaio 2007 Diario di Shalom 0 commenti

La politica mondiale sembra sinceramente impegnata a capire la nuova situazione cretasi da quando un pazzo estremista come Ahmadinejad galvanizza tutti gli estremisti islamici, li finanzia e li organizza, non fa differenza se sciiti o sunniti, in una strategia comune mentre semina orrore e paura con la sua negazione della Shoah e le sue minacce di sterminio. Israele non fa differenza. Prova a capire, si sforza di agire in una situazione di pericolo e di perplesstà senza precedenti. Le sue perplessità sono immense, le sue incertezze molto maggiori di quelle che vorrebbe lasciar scorgere. Nelle settimane intorno alla fine dell’anno la questione palestinese si è ripresentata in tutta la sua drammaticità: la guerra di strada, gli omicidi, gli agguati, i rapimenti intercorsi fra Hamas e Fatah hanno messo in scena i prodromi di un’autentica guerra civile, hanno riproposto ad Olmert il problema dell’estremismo di Hamas, che ha dato il via agli scontri assassinando senza rimpianti e con intenzione tre bambini innocenti. Olmert, dopo un viaggio in Europa e ripetite consultazioni con gli USA, e dunque sulla scorta della approvazione di tutto il mondo, ha scelto la strada di una riapertuta di dialogo con Abu Mazen per neutralizzare Hamas e riprendere la ricerca del tanto sognato accordo di pace. Cosa c’è del resto di più naturale del dialogo con la parte possibilista e moderata che spera insieme a te che la pace sia fattibile in base a un accordo ragionevole, conveniente per le due parti? L’Europa spinge Olmert nel disegno di una pacificazione ottenuta parlando con Abu Mazen, anche Tony Blair in visita nella zona ha dimostrato entusiasmo per una soluzione negoziata con Abu Mazen. Ma non ci possiamo sottrarre all’impressione che il proporsi di una scenario locale, quello del conflitto israelo paletsinese, di fatto fornisca all’opinione pubblica e agli uomini politici solo un paravento rispetto ai problemi veri. Guardiamo per esempio la visita italiana di Olmert. A volte fa piacere venire accolti con un sorriso, essere abbracciati proprio da coloro che sono sempre pronti a rimporverarti e a caricarti di colpe altrui. Chi può dare torto a Olmert? Dall’altra parte, è bello abbracciare qualcuno che è stato birichino e che puoi recuperare, forse, alla retta via. Sarà anche bello domani, quando il discolo peccherà di nuovo, punirlo ricordando di essere stato, a suo tempo, magnanimi; sarà bello anche poter dire “Il mio migliore amico è un ebreo” per gestire la questione israeliana come si vuole sull’arena internazionale. O magari dopo aver stretto la mano a Ahmadinejad. L’iddilio qui appena abbozzato ha avuto luogo fra Ehud Olmert, premier dello Stato d’Israele in visita in Italia nella seconda settimana di dicembre, e Romano Prodi, con cui Olmert ha avuto oltre che un colloquio, anche dei momenti di palese entusiasmo amicale, con abbracci e sorrisi oltre il protocollo. Il carattere di Olmert è un carattere di proverbiale esuberanza: mentre nelle prime settimane di potere, un anno fa precisamente, quando Sharon da poco giaceva inconsciente nel letto dell’ospedale Hadassa, Olmert aveva fatto di tutto per mettere a riposo il suo spirito garibaldino e irridente, a inghiottire le battuttacce e a frenare le scivolate, adesso la sua vitalità sembra aver ripreso il sopravvento. Il segnale più evidente durante il suo viaggio in Europa è stata la scivolata con cui ha ammesso che Israele ha l’arma atomica: di fronte alle telecamere tedesche, la politica dell’ambiguità ha subito uno scossone molto serio quando Olmert ha sostanzialmente rotto, durante un’intervista televisiva, quella politica sul filo del rasoio che Shimon Peres inventò per evitare la polemica dei paesi arabi e eventualmente un’escalation atomica di area. Chi sostiene che Olmert ha rotto il silenzio intenzionalmente, per segnalare ad Ahmadinejad che sta giocando col fuoco, secondo me sbaglia. Olmert è semplicemente molto caricato dal desiderio di trovare alleati per quella che forse è la più difficile battaglia per la sopravvivenza dello Stato d’Israle, dato che l’atomica, secondo le previsoni del Mossad, sarà pronta già nel 2009. L’Iran di Ahmadinejad, inoltre, non solo è un nemico che esplicitamente prepara la distruzione di Israele e in generale del mondo occidentale, che non solo si sta dotando per questo scopo delle strutture di produzione della bomba atomica, ma che ha anche stretto una catena di alleanze che creano sfide nuovissime. Forze che un tempo agivano autonomamente, oggi coordinano i loro sforzi con teheran nella prospettiva di distruggere Israele:in coordinazione con Ahamdinejad cercano di stringere un cappio intorno alla gola dello Stato Ebraico. Hamas, gli Hezbollah, la Siria, persino Al Qaeda, sono affascinati e coinvolti nel piano di sterminio di Ahmadinejad. Le questioni territoriali sono ormai viste da questo schieramento come secondarie rispetto al dominio del territorio di Israele, visto dallo jihadismo come terra da liberare, appartenente all’Ummah dei credenti nell’Islam. Olmert è il primo Premier della storia Israeliana che si trovi di fronte l’integralismo islamico armato di hamas, per niente interessato a trattati di pace quali che siano, come forza di governo. I leader internazionali si rendono conto che gli avversari di Israele sono ormai anche i loro, che per quante profferte tattiche essi possano ricevere, la loro cultura si ritiene incompatibile con quella occidentale. E tuttavia, preferiscono tergiversare piuttosto che affrontare l’unico problema rilevante; e anche Olmert non è riuscito a ottenere una presa di posizione sul tema che veramente gli interessava, che non è quello di che fare con i palestinesi, ma di che fare con l’Iran. Prodi ha concesso che da Gennaio, quando siederà nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU; l’Italia non si tirerà indietro dalle sanzioni, ma solo se saranno direttamente e specificamente relative al tema del nucleare iraniano. Questo, in buona sostanza, significa che ogni altra azione è esclusa. Olmert sembra abbia suggerito a Prodi, che peraltro ha condannato la conferenza di negazione della Shoah, di lanciare un pratico, forte segnale cessando di incoraggiare il commercio con l’Iran, il cui bilancio ammonta a otto miliardi di dollari, e che il governo supporta nelle assicurazioni allo scambio con un paese a rischio.E’ vero che Prodi ha detto che l’Italia è interessata a che Israele resti uno stato ebraico nel futuro, ovvero, tradotto in politica, che non supporterà il “diritto al ritorno”. D’altra parte però, ha ribadito che l’Iran è“un Paese importante nel Medio Oriente” , cioè che bisogna interloquire con chi predica lo streminio e la negazione di ogni diritto degli ebrei. Diffile sostenere questo punto proprio mentre la disgustosa cerimonia della Conferenza negazionista negando la prima Shoah, promette operare la seconda. Di fatto, è molto difficile per Olmert gestire questo momento politico. Agire a fronte dell’allargamento della zona in cui non interessi concreti, reali, si propongono sullo scenario della politiche ainternazionale ma piuttosto iustanze religiose, non lascia molto spazio alla politica. L’Europa ancora non sa, non ha capito, che gli scenari sono radicalmente cambiati, che forse oggi come oggi il desiderio di costruire uno Stato Paletsinese, fatte salve le buone intenzioni di Abu Mazen, è più presente fra gli israeliani che fra i palestinesi stessi. Che l’intero tappeto del giuoco è stato rovesciato; e che con pressioni, con sanzioni, con autentici interventi economici, e sostenendo l’opposizione studentesca che nessuno aiuta veramente e che pure si fa viva, bisogna combattere l’aggressività iraniana che infiamma tutto il Medio Oriente. Olmert avrà ottenuto un risultato in politic ainternazionale non quando sarà calorosamente abbracciato, ma quando riuscirà a far capire che ogni processo di pace è perduto senza acquisire questa nuova consapevolezza.

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