Con Hamas al potere non c’è più né legge né ordine
La vicenda del carcere di Gerico dimostra che l’Autorità palestinese non riesce più a garantire gli accordi firmati con Israele
E' cominciata una nuova era con l’operazione con cui Israele il 14 di marzo ha catturato Ahmed Saadat, che capeggiò l’operazione in cui venne assassinato il ministro israelaino Rehavam Ze’evi. E non sarà facile per noi europei capirla: si tratta dell’era in cui un potere islamista estremo e senza nessun’altra regola se non quelle del proprio predominio, ritenuto sacrosanto a causa della sua supposta origine divina, sgomita per imporsi senza compromessi in primis a uno stato determinato dalle regole della legge e della democrazia, Israele; e in secondo luogo cerca, tramite questa politica, di avanzare potere e predominio presso l’intera comunità democratica mondiale, ritenuta un impuro nemico occidentale che prima o poi dovrà soccombere.
I fatti sono noti e cominciano un lontano 17 ottobre 2001, alle 6,30 di mattina, quando il ministro del Turismo Rehavam Ze’evi rientra in camera all’ottavo piano dell’Hayat Hotel di Gerusalemme dopo aver preso il caffè nella lobby. E’ qui che tre assassini del Fronte di Liberazione della Palestina lo uccidono a pistolettate. Il loro capo era Saadat. Hamas si congratulò con l’organizzazione amica, ma Arafat dalla Mukhata di Ramallah, preoccupato dalla dura reazione israeliana, si decise a imprigionare gli assassini nelle celle di Gerico. Israele, che avrebbe potuto catturare e processare in proprio gli assassini del suo ministro, si accontentò tuttavia di firmare un “accordo di Ramallah” che affidava ai poliziotti palestinesi e soprattutto a una commissione di monitoraggio internazionale la custodia degli assassini del suo ministro. Gli osservatori dislocati nella bianca prigione nell’area gialla e ventosa di Gerico, la più antica città del mondo, hanno subito non poche minacce e prepotenze, e come ha detto il ministro inglese Jack Straw, hanno assistito alla rottura di tutte le regole carcerarie senza poter reagire, mentre si ripetevano le minacce agli inglesi e agli americani di sorveglianza.
I britannici pregavano Abu Mazen di rispettare e far rispettare le regole dell’accordo di Ramallah, ma Saadat e i suoi vivevano con una specie di salvacondotto che consentiva vari privilegi (per esempio il telefonino e parecchia libertà di visite e movimento) e, per così dire, sempre con la valigia fatta, pronti ad andarsene. E in generale, come ha detto il ministro della difesa israeliano Shaul Mofaz, la prigione di Gerico “non era una prigione vera”. Saadat seguitava a incarnare, anche là dentro, la figura di un leader rispettato e ammirato. Comunque Abu Mazen non voleva alienarsi del tutto la comunità internazionale, e restava formalmente fedele ai patti firmati da Arafat, da Israele, dal Quartetto. Finché è arrivato Hamas e la sua sfida totalizzante, che include il rifiuto di riconoscere Israele, la promessa di distruggerlo, l’ideologia del terrorismo come arma legittima, la ripetizione ossessiva di affermazioni razziste e antisemite che rendono gli ebrei oggetto di disprezzo e ombre inesistenti con cui non si stringono e non si mantengono i patti: fra i primi atti di governo ha dichiarato che gli assassini di Zeevi sarebbero stati liberati. A questo punto Abu Mazen ha fatto sapere che era d’accordo, purché non lo si ritenesse responsabile della loro incolumità. Di fatto, non si trattava di una scelta ad personam ma della conseguenza dell’ascesa al potere della fine di un’interlocuzione sensata con Israele.
Il sgnale di quello che è diventata l’Autonomia palestinese dopo che Hamas è diventata la forza maggioritaria e determinante l’hanno data due ordini di eventi legati alla vicenda di Gerico. Il primo, è il ritiro, anzi, la fuga da Gerico il 14 di marzo degli osservatori britannici e americani. Gli osservatori hanno visto che con Hamas non c’era niente da dire né da fare. I prigionieri stavano per essere liberati, in barba agli accordi internazionali. La mattina presto, dopo svariate richieste a Abu Mazen di attenersi agli accordi presi e di far cessare le minacce alla vita dei propri uomini, e soprattutto nella certezza che Hamas stava per liberare gli uomini del Fronte di Liberazione rendendo così gli osservatori complici di una violazione di accordi internazionali e anche oggetto d’odio per chi ritiene che sia perfettamente logico vedere libero Saadat, gli uomini di pace se ne sono andati. E’ qui che Israele, volendo assicurare alla giustizia gli assassini del suo ministro, è entrata in giuoco e l’esercito è riuscito a assicurare alla giustizia gli assassini in maniera relativamente poco cruenta, ma certo molto decisa. Ecco che dunque in questo caso si assiste a un primo fenomeno legato alla nuova gestione di Hamas: se si vuole far funzionare gli accordi pregressi e la giustizia, non si può altro che farlo secondo regole non scritte, da soli, con un’orgogliosa affermazione di scelte razionali e legali che rifiutano l’imposizione della regola della violenza. Per attuare questa linea, ci vuole molto coraggio e molta determinazione anche nella solitudine, e ciò non è nuovo per Israele. Con Hamas al potere, la legge e gli accordi diventeranno una violazione continua delle scelte terroriste e illegali di Hamas, e una dimostrazione ulteriore della debolezza di Abu Mazen.
Il secondo ordine di eventi che segnala una svolta legata anch’essa al nuovo ordine di idee in cui Hamas ha portato i palestinesi, è la serie di rapimenti a tutto tondo seguiti all’evento di Gerico (ci sono andati di mezzo svizzeri, americani, australiani, francesi, sud coreani... a Gaza, a Jenin, fra gli insegnanti e gli impiegati della Croce Rossa) che andando oltre l’odio ispirato dai britannici con la loro ritirata, segnalano quel genere di violenza che al tempo delle vignette su Maometto ha condotto le folle islamiste a prendersela violentemente con tutto il mondo, in un accesso di vittimismo e di trionfalismo. Lo stesso è avvenuto come reazione all’attacco al carcere di Gerico: la fuga degli inglesi legata alle minacce agli osservatori e alla decisione di violare un accordo internazionale liberando i terroristi, è stata, invece, vista come una violazione e una prepotenza, e la scelta di Israele di non accettarlo, come una forma di aggressività. In una parola, il Medio Oriente vede partire da Gerico la fase militante di contrapposizione conclamata e verticale della nuova gestione palestinese a un sistema di legalità internazionale, e la rivelazione, per altro già scritta sui muri, dell’antagonismo dell’Autorità Palestinese non a Israele soltanto, ma a chi crede nei suoi principi.