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Con i tanks per fermare Hamas

sabato 1 luglio 2006 Diario di Shalom 0 commenti

A meno di un anno dal ritiro l’esercito israeliano costretto a tornare a Gaza

Mentre scrivo questa colonna, un’operazione di Tzahal è in corso dentro Gaza da poche ore. Nessuno si sarebbe mai immaginato che questo sarebbe potuto accadere. Il 22 di agosto dell’anno scorso, meno di un anno fa, Israele completò l’uscita da ogni centimetro quadrato di Gaza. La gente che vi abitava venne trascinata via fra lacrime e grida, nella promessa e nella convinzione che questo passo avrebbe dato spazio non solo ai palestinesi, ma alla pace in sé e per sé. L’idea era che essi avrebbero potuto disporre di un territorio, oltretutto attrezzato con strutture agricole ideali per la coltivazione nella zona, in cui costruire un embrione di governo, un rapporto nuovo con l’ordine, la produttività, il concetto di cittadino e di lavoro. In vista, era la promessa di uno Stato che sarebbe stato nel prossimo futuro, costruito anche sul territorio della maggior parte del West Bank. L’idea della separazione dai palestinesi per conservare la democraticità dello Stato era già di Sharon: Ehud Olmert l’ha ripresa e facendone il centro del suo programa ha vinto le elezioni, sia pure con un voto su cui non mancano punti interrogativi. Nel tempo, nonostante la vittoria di Hamas nel dicembre scorso, ha sottolineato la speranza di non dovere agire unilateralmente, ma di trovare un partner, in buona sostanza nella persona di Abu Mazen, per attuare lo sgombero.

Israele ha dimostrato con i fatti, andandosene, che non ha nessun interesse a occupare Gaza. Mille volte ha cercato di trovare un accordo che conferisse ai palestinesi terra in cambio di pace, fino dalla Spartizione del novembre 1947. Ma dopo lo sgombero la situazione è andata di nuovo esattamente nella direzione opposta a quella desiderata, e lo scrivo col dispiacere di un osservatore che ha difeso le decisioni di Sharon in molti scritti. Sinagoghe bruciate; serre distrutte e razziate; rivendicazioni della bontà del terrore da parte di Hamas, che ha sempre proclamato con orgoglio di aver cacciato Israele con i suoi attacchi e su questo ha vinto le elezioni; trasformazione di Gaza in un campo di addestramentoper il terrorismo: questi sono stati i risultati dello sgombero, che lo si voglia vedere oppure no. Grandi quantità di armi sono state importate attraverso il confine con l’Egitto, tutti i gruppi terroristi, inclusi gli Hezbollah e Al Qaeda, hanno saputo approfittare dell’aprirsi di una nuova grande area di incontro, di esercitazione, di attacco agli ebrei per tutto il fronte jihadista. I missili kassam e le katiushe sono stati piazzati vicino alla Linea Verde tanto da potere colpire con sempre più frequenza e accuratezza civili israeliani a casa e al lavoro; Sderot e i kibbutz della zona sono divenuti obiettivi fissi di una pioggia di missili dal cielo. Cinque sono stati i morti israeliani, decine i feriti, centinaia le proprietà rovinate. Hamas per un periodo si è messa in una posizione che il mondo ha voluto leggere come ambigua, anche se mai ha di fatto dato il più minimo segno di voler riconoscere Israele, o di rinunciare alla sua piattaforma antisemita che prevede di distruggere Israele e anche di uccidere più ebrei possibile. Ha nascosto il suo appoggio o il suo coinvolgimento diretto negli attacchi con altre sigle. Poi, la vera e propria azione militare con l’uccisione di due soldati, il rapimento di Gilad Shalit, e il ferimento di altri sette. Una dimostrazione di capacità bellica di stampo tradizionale, con lo show di una galleria di un chilometro certo scavata con molto dispendio di energie strategiche. Il consesso internazionale ha finto di considerare il governo di Hamas come un epifenomeno, un evento casuale e in dinamica trasformazione, ignorando la sua definita scelta ideologica e soprattutto religiosa, e l’appartenenza a un largo e solido fronte islamista che prende ordini dall’Iran e che ha rapporti di collaborazione con gli Hezbollah e con Al Qaeda. Sul sito di Hamas si può aprire in questi giorni un video in cui uno dei leader, Yasser Ghalban, ucciso negli scontri interni nei giorni scorsi dice frasi come: “Noi domineremo le nazioni, con l’aiuto di Allah gli USA verranno conquistati, Israele sarà conquistata, Roma e l’Inghilterra verranno conquistate... Proprio come gli ebrei sono scappati da Gaza, gli Americani scapperanno dall’Iraq e dall’Afghanistan e i Russi dalla Cecenia, gli Indiani dal Kashmir e i nostri figli potranno uscire da Guantanamo...”.

A fronte di una realtà ideologica così drastica, che ripropone in peggio il sempiterno rifiuto arabo di cui Israele ha sofferto le conseguenze ad ogni offerta di spartizione e di pace, fino a Camp David e fino allo sgombero, Israele di nuovo ha cercato di perseguire il sogno di avere un interlocutore: Abu Mazen. Gli ha fornito armi, ne ha dichiarato al mondo la credibilità così da indurre i fondi in denaro a convergere su di lui, Olmert lo ha letteralmente baciato e abbracciato a Petra dimostrando di considerarlo un interlocutore anche nella sua debole posizione istituzionale, gli ha dato tutto il sostegno ideologico perché il mondo lo seguitasse a considerare l’indirizzo credibile per una pace negoziata. In realtà, Abu Mazen sembra una fata morgana sia perché ha seguitato a utilizzare le sue milizie e la sua polizia, quelle del Fatah, certo non piccole e ben armate, in uno scontro di puro potere fra fazioni, con morti e feriti per le strade. Fermare i terroristi, non solo non gli è mai sembrata una priorità, ma le sue critiche al terrorismo lungi dallo scegliere un punto di vista morale, hanno invece scelto quello di: “è un danno per noi”. Dunque, proprio il fronte dell’esaltazione della jihad, quello forte di Hamas, e quello che rende la società palestinese impermeabile a una visione positiva realistica della realtà, non è stato intaccato. Abu Mazen ha concordato con Hamas una versione peggiorativa del documento dei prigionieri che di fatto consente gli attacchi terroristi non solo nei Territori, ma anche dentro i confini del 67; che esige il diritto al ritorno; che non riconosce affatto l’esistenza dello Stato d’Israele, come si è vantato il portavoce di Hamas Abu Zuhri, che non parla di una soluzione del conflitto che preveda due Stati. L’idea quindi di conferire a Abu Mazen più potere in modo da farne un partner, per ora è tutta da verificare.

Nel frattempo, l’avvento al potere di Hamas, con la crescita dell’accerchiamento internazionale e la debolezza di Abu Mazen, ha creato la situazione per una Terza Intifada: di nuovo i palestinesi sono quelli che hanno rifiutato la mano tesa per la pace, le concessioni territoriali, il reciproco rispetto e riconoscimento. Di nuovo, i politici e l’informazione sembrano preparare sulla scorta di un’inedita giustificazione del rifiuto arabo, la colpevolizzazione di Israele che è invece innocente.

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