Quella inarrestabile ondata di odio contro Israele
Cresce nel mondo arabo la voglia di guerra per distruggere “l’entità sionista”: minaccia che passerà dalle parole ai fatti
Vi state abituando? Io, purtroppo, si. Mi viene da alzare le spalle, persino da sbadigliare, il disgusto per la volgarità e la miseria culturale di quelle espressioni si mescola nella mia mente solo da lontano alla speranza che un giorno possano cessare, o almeno, se non cessare, essere da tutti intese per quello che sono: spazzatura della storia. E’ come quando si vede qualcuno per la strada sputare per terra: vorresti dirgli qualcosa, speri che un poliziotto o un vigile che passa di là lo rimproveri, ma poi l’istinto ti porta a volgere altrove lo sguardo, perché sai che tanto non c’è niente che libererà il mondo da comportamenti incivili e disgustosi, e tiri avanti. Così succede con le furiose, demenziali uscite antisemite e di odio genocida antisraeliano che giorno dopo giorno, senza che nessuno ormai alzi un sopracciglio, si susseguono sempre più ripugnanti. Ma qui però la conseguenza di questi atteggiamenti può essere ben peggiore del disgusto. Solo pochi giorni or sono, venerdì 20 ottobre, il ministro degli Esteri palestinese Mahmud Zahar ha detto che Israele “è un cancro, una escrescenza nella nostra terra senza nessuna ragione culturale, storica, religiosa, e non c’è ragione di stabilire un rapporto con questo cancro” e quindi, ha aggiunto Zahar “noi non riconosceremo mai Israele, e questa è una decisione finale e non revocabile”. Queste dichiarazioni di Zahar seguivano identiche prese di posizione del leader di Hamas con sede a Damasco, Khaled Mashal, il quale aveva appena convinto Ismail Haniye, suo compagno di partito (Hamas) e Primo ministro eletto nell’Autronomia Palestinese, a non trattare la restituzione del povero Gilad Shalit, il soldato israeliano rapito. Haniye aveva seguito gli ordini di Mashaal, così si riporta, dopo che aveva ottenuto il trasferimento da parte di Mashaal di una somma di 50 milioni di dollari (la notizia, natuaralmente, è stata smentita).
Mentre Zahar esternava il suo pensiero, anche Ahmadinejad ribadiva chiaramente il suo: adesso per il Presidente iraniano, non solo Israele deve essere distrutta (e lui promette di nuovo il suo impegno per raggiungere questo risultato) ma anzi, “sta scomparendo”. Gli israeliani per Ahmadinejad sono “un gruppo di terroristi” imposti sull’area dagli USA e dai suoi alleati. Ahmadinejad si è rivolto agli Stati che sostengono Israele: “Questo è un ultimatum”, ha detto, “distanziatevi da Israele. Non vi lamentate dopo, perché, se non lo fate, noi ci vendicheremo”. Queste minacce Ahmadinejad le ha proferite durante una delle tante manifestazioni che si sono svolte a metà ottobre in tutto il mondo arabo durante la “Giornata per Al Quds”(nome in arabo per Gerusalemme), una giornata di dimostrazioni che in Iran fu istituita additrittura dall’Ayatollah Khomeini. Ma le manifestazioni, di cui appunto la più grande si è svolta a Teheran, si sono svolte al Cairo, a Beirut, a Baghdad, e un po’ ovunque nel mondo islamico, persino a Istanbul dove sono state bruciate bandiere israeliane. Le folle sia sunnite che sciite gridavano slogan molto simili: al Cairo, davanti all’università di Al Azhar gli studenti urlavano “a morte Israele, generazione dopo generazione non riconosceremo mai Israele”. In ognuna delle città citate la folla si pasceva dei consueti slogan antisraeliani, idioti e feroci, pieni di promesse di morte e di distruzione.
Allarmarsi? Voltarsi dall’altra parte? Pensare che si tratta delle solite manifestazioni di odio che sin dalla sua nascita hanno accompagnato la strada dello Stato d’Israele senza tuttavia riuscire a metterne realmente in pericolo l’esistenza, semmai rendendogliela sempre difficile e dolorosa? Putroppo stavolta i segnali di guerra lampeggiano tutti insieme, e a chi non sia cieco, forniscono la certezza che le parole di Ahmadinejad e dei leader di Hamas non sono vuote espressioni di odio, ma una sorta di continuo rifornimento teorico, di aggiornamento della minaccia allo stadio iraniano e atomico, di escalation politica e concettuale dalla guerra contro l’occupazione alla guerra di annichilimento, dalla guerra territoriale a quella ideologica e religiosa.
Intanto, si vede dai preparativi sul terreno che i tempi sono brevi, o almeno che non sono lunghi e che comunque i nemici di Israele si concedono il privilegio di scegliere loro quando sarà il momento migliore per attuare i loro piani. Tre settimane fa il generale Yossi Baidaz, riferendo alla riunione di Gabinetto israeliana, ha spiegato che ormai ci sono prove incontrovertibili della ripresa dell’ingresso delle armi iraniane e siriane tramite il confine siriano nelle mani degli Hezbollah. La speranza che questo passaggio possa essere fermato che abbiamo coltivato nei primi giorni di dispiegamento della forza internazionale per impedire il riformarsi dell’Hezbollaland sul confine nord di Israele, è del tutto irrealistica. L’UNIFIL, la forza internazionale che avrebbe dovuto ristabilire la sovranità libanese nel sud del Libano, interpreta il suo mandato in modo alquanto bizzarro: ogni volta che ha notizia di passaggi di armi non interviene direttamente, ma informa l’esercito libanese, che fa sempre in modo da non scontrarsi con gli Hezbollah e lascia che si riorganizzino, per debolezza o per simpatia. Anche Nasrallah spiega periodicamente che la sua struttura si sta rimettendo in forze, che gli uomini, come si sa benissimo, tengono i villaggi del sud, che le armi fioriscono di nuovo.
E anche la Siria, anche se Bashar Assad ogni tanto si dichiara pronto a parlare di pace, dichiara esplicitamente che vuole liberare con le armi il Golan e che è sua intenzione sostenere gli Hezbollah e di continuare a rifornirli. Gli Hezbollah, per parte loro, non si mostrano apertamente in divisa e con le armi in mano per non violare in modo plateale la risoluzione 1701 dell’ONU, ma non si peritano di fare manifestazioni con le loro bandiere proprio sul confine di Israele, dove l’UNIFIL è dislocata perché sul confine di Israele non ci sia più di fatto la formazione filoiraniana a guidare la danza. Tutto questo mentre il generale Pellegrini, capo dell’UNIFIL, con una pazzesca flessione di muscoli minaccia Israele, colpevole di voli di supervisione sul Libano, e addirittura si dichiara eventualmente pronto a sparargli! Non è paradossale? La risoluzione dell’ONU violata nella sua sostanza basilare, quella di disarmare gli Hezbollah e invece sbandierdata come nobile principio, tanto intangibile che nel suo nome gli europei potrebbero sparare agli israeliani!
A Gaza intanto il fronte di nuovo brucia: Hamas ha provveduto a organizzare un autentico esercito di circa 8000 uomini dotato di reparti specializzati pronto ad attaccare Israele, ha ammassato 20 tonnellate di esplosivi, possiede missili antitank e antiaerei. E, assistita dagli Hezbollah e da Damasco, dove è sostenuto dalla Siria, la leadership capeggiata da Khaled Mashaal manda ordini e aiuti.
Dall’Iran, nel frattempo, come dicevamo, Ahmadinejad mostra sempre di più che l’idea che egli ha del suo primo scopo politico e messianico è quella di distruggere Israele, e che ciò farà di lui un Saladino nella memoria collettiva islamica. Che intenda agire solo al momento in cui (e mancano al massimo sei-sette anni) sarà pronto con l’atomica o intenda muovere con le armi tradizionali mobilitando tutti i suoi amici, armando con gli Shihab e altro gli Hezbollah e i palestinesi, è difficile dire. Certo è che l’esperimento atomico della Corea del Nord, con cui lavora in collaborazione, lo ha incorraggiato dandogli la sensazione che l’esercito non è in grado di fare niente e può essere sbeffeggiato. Si capisce che Israele non è nella solita situazione strategica di pericolo in cui può tuttavia essere certa di prevalere. La determinazione a schiacciarlo è diventata un elemento centrale nella storia contemporanea mediorentale, come non lo era dal 1948.
Anche leadership da anni lontani da questo pensiero, come quella dell’Egitto, possono essere coinvolte e giungere a interrogarsi sulla possibilità di riproporre la sparizione di Israele nell’agenda che li renderebbe popolari fra la popolazione anche nella sua parte religiosa, e leader in un mondo che non ha mai, anche per loro responsabilità, abbandonato il pensiero che il Paese degli ebrei sia una scheggia di Occidente piantata nel cuore. Israele deve stare attento, e noi con lui, a che questa atmosfera non diventi prevalente. E chiedersi se sia opportuno lasciare al nemico la possibilità del primo colpo. Naturalmente prima di pensare alle armi, si tratta di usare con maggiore forza e determinazione le armi diplomatiche, prima fra tutte quella delle sanzioni.
