Con gli estremisti non si tratta né si scende a condizioni
Siria, Hezbollah, iraniani e ora Hamas dimostrano che con la presa del potere i fanatici non cambiano le loro intenzioni e l’obiettivo rimane distruggere Israele
Quando, ed accadrà presto, sentirete la tentazione di lasciarvi andare all’idea che parlare con Hamas sia una cosa possibile e anzi desiderabile per amore della pace, quando immaginerete che Israele debba considerare questo gruppo un interlocutore plausibile o che si debba comunque mettere al primo posto il benessere del popolo palestinese e che quindi i contributi economici non debbano essere penalizzati, quando gli amici seguiteranno a insistere nell’idea che il potere e l’istituzionalizzazione potrebbero cambiare Hamas, pensate, a quel punto, che se una simile via dovesse essere prescelta non si tratterebbe solo di un errore strategico basilare, ma anche del fallimento morale di un intero assetto di valori che mette la vita e la libertà al primo posto. E se noi abbandoneremo questo modo di esistere saranno i nostri figli a subirne l’umiliante lezione.
Dal punto di vista morale, ricordiamoci che negli anni Trenta ci fu da parte dei giornali, degli intellettuali, dei politici un gran sostenere che il potere e l’istituzionalizzazione ottenuta da Hitler nel ’33 avrebbe portato a un atteggiamento di maggiore responsabilità e gli avrebbe conferito un atteggiamento più trattabile. Come è noto, non fu così. Senza andare tanto lontano, l’elezione a Presidente dell’Iran di Muhammed Ahmadinejad non sembra davvero aver calmato le sue intenzioni genocide nei confronti del popolo ebraico né la scelta del regime degli ayatollah di costruire la bomba atomica che aiuti, con la catastrofe, il disegno sciita della venuta del mahdi e quindi della redenzione del mondo tramite l’abbattimento degli infedeli, ovvero dell’Europa e degli Usa.
Ben istituzionalizzato e infisso nel suo potere dinastico, Bashar Assad nonostante il suo regime sia in continuo pericolo non rinuncia alla sua retorica omicida nei confronti degli ebrei. Hassan Nasrallah, da quando ha dei ministri nel governo libanese, è ancora più esplicitamente assetato del sangue sionista. Il potere non cambia le intenzioni, le rafforza. E, per restare nell’ambito palestinese, solo un decennio fa in molti pensammo, al ritorno di Arafat da Tunisi, che l’uomo che aveva inventato il terrore internazionale come arma strategica sarebbe diventato il costruttore di un rispettabile governo che avrebbe finalmente raggiunto la pace con Israele. Hamas giunto al potere è molto esplicito nelle sue intenzioni, la sua Carta stabilisce i suoi fondamenti ideologici citando un hadit che impone ai mussulmani di uccidere tutti gli ebrei, sostenendo che la storia del popolo ebraico è scritta nei “Protocolli dei Savi di Sion”, il libello base dell’antisemitismo complottista, quello che stabilisce che gli ebrei vogliono conquistare il mondo, purtroppo grandemente diffuso nel mondo arabo. La Carta mette per iscritto che qualsiasi rivoluzione che istituisce gli insani principi di quella che essi ritengono l’immoralità occidentale, dalla rivoluzione Francese a quella comunista, sono frutto di complotto ebraico.
Inoltre, quando si guardano le indicazioni politiche, quelle di Hamas sono molto semplici: spazzare via Israele.
Se si viene alla pratica politica di questi giorni, il messaggio è uscito chiaro e forte, salvo per alcune confuse prese di posizioni tese a mantenere i finanziamenti internazionali: è vero, il Primo ministro incaricato Ismail Haniyeh e Aziz Dwek, il portavoce della Camera, hanno parlato di una tregua ma hanno anche ribadito che non intendono né riconoscere Israele, né deporre le armi, né accettare i precedenti impegni, come la road map, presi dall’Autonomia Palestinese.
Ma più che alle chiacchiere, accanto a questo occorre guardare al terreno internazionale per capire quali sono le intenzioni di Hamas. Il suo capo Khaled Mashal ha compiuto due visite iniziali: quella in Iran e quella in Russia.
In Medio Oriente esistono due campi: uno considera che prima o poi bisogna trovare una strada comune con Israele, ed è rappresentato per esempio dai Paesi del Golfo e dall’Egitto. Non si tratta di Paesi che abbiano simpatia per Israele, tant’è vero che sui loro giornali e sulla loro tv è fortissima la propaganda antisemita. Ma hanno un atteggiamento realistico che tiene conto della presenza USA nell’area come di una situazione strategica che cambia molte cose, e che durerà nel tempo.
Dall’altra parte esiste invece uno schieramento che ha come obiettivo strategico la dominazione dell’area da parte dell’Islam, l’instaurazione della legge islamica, la Sharia. Questo gruppo si basa sulla leadership dell’Iran, sull’esempio del potere imposto su un grande paese nel 1979, e al momento, di fronte al nemico occidentale e al nemico sionista, non è molto importante se il fronte coagulatosi intorno al regime degli Hezbollah è sciita o sunnita. Dunque, intorno all’Iran troviamo innanzitutto la milizia sciita degli Hezbollah che è armata con le armi più moderne e stabilisce di fatto un confine iraniano con Israele, controllando il bordo sud del Libano. La Siria benché dipenda dal regime baathista semilaico degli Assad, tuttavia oggi è legato all’Iran, e il tramite sono innanzitutto gli Hezbollah, e anche le altre organizzazioni terroriste che hanno sede a Damasco, compreso Hamas e la Jihad Islamica. Nell’ombra, vi è anche Bin Laden, sunnita e legato all’Arabia Saudita, il cui ruolo come Stato è sempre segreto e ambiguo. Hamas, legandosi a questo schieramento, si colloca oggi non tanto sul fronte della lotta per ottenere uno Stato palestinese accanto allo Stato ebraico, ma su quello della distruzione di Israele; e soprattutto viene a rappresentare un fronte interno della lotta che vede tanti nemici sui confini.
Questo disegno strategico è ambizioso e di lunga durata e reso più pesante dall’invito a Hamas da parte di Vladimir Putin. Il presidente russo mentre offre vie di uscita all’Iran sulla questione atomica, cerca di nuovo un ruolo imperiale per il suo Paese, come ai tempi della Guerra Fredda, nel mettere insieme proprio tutte quelle forze nel mondo arabo e oltre, che possano costruire un contrafforte da cui condurre una battaglia egemonica contro gli Stati Uniti.
L’Europa potrebbe usare l’approccio di Putin, come di fatto ha già fatto la Francia, per dimenticare ciò che Hamas rappresenta oggi e cercare un modo possibilista, pacificante e giustificatorio (“Lo facciamo per costringere Hamas a riconoscere Israele”) per tornare al vecchio stile: spingere Israele a concessioni immaginandosi che possano condurre alla pace, o semplicemente ignorando le conseguenze, per pura abitudine alla formula land for peace.
