Fiamma Nirenstein Blog

Con Kadima vince l’idea del divorzio dai palestinesi

lunedì 1 maggio 2006 Diario di Shalom 0 commenti

Anche senza Sharon le elezioni israelianesegnano la scelta dell’elettorato per una politica del ritiro

Sui risultati delle elezioni in Israele, sull’alta percentuale di astenuti, sulla vittoria di Kadima letta come una resa di fronte alla storia e a un opaco desiderio di normalità, c’è stata molta delusione. Io non l’ho letta così.
L’astensione del 47 per cento degli aventi diritto al voto: non si tratta, come è stato detto, di indifferenza, ma di un legittimo stato di shock, un senso di depressione dovuto all’eccesso di eventi traumatici che ultimamente si sono rovesciati su un Paese sempre al limite dello sforzo per l’incessante stato di guerra.


Prima, ad agosto, lo sgombero da Gaza, che ha lasciato la destra stremata, sconfitta e priva di un piano e il centro e la sinistra a loro volta rattristate, ancorché politicamente soddisfatti, per il trauma nazionale e la reazione aggressiva e imprevista dei palestinesi di Gaza; poi il completo rimescolamento del panorama politico nazionale, con i partiti e i personaggi che cambiano posto, la destra e la sinistra che diventano centro, le facce dei leader per cui si è abituati a votare da decenni (pensiamo a Shimon Peres, per esempio) che si spostano: guardi a sinistra o a destra, cerchi il tuo leader, e non lo trovi più, spariscono i vecchi punti di riferimento, passa la voglia di andare a votare. In seguito dopo la fondazione di Kadima e il delinearsi di un nuovo piano di sgombero, la subitanea quanto tragica sparizione dalla scena di Ariel Sharon, molto più di un leader, molto più di un generale valoroso di tante guerre, molto più di una figura emersa da mille controversi casi con il carisma del costruttore di pace nei fatti e non nelle parole: Israele perdendo lui ha perso d’un tratto l’uomo che aveva scelto per la moderazione dimostrata con lo sgombero e insieme per la sicurezza che dava nella difesa dall’attacco terroristico continuo cui Israele è stata sottoposta in questi ultimi anni.

Infine, il trauma mostruoso della salita al governo di Hamas, l’organizzazione che porta la responsabilità del maggior numero dei morti innocenti sugli autobus e nei caffè dell’Intifada, quella che nella sua carta costitutiva promette di distruggere Israele e di consegnarne il territorio all’Islam integralista.

Il risultato elettorale: si è detto che il voto con 29 seggi a Olmert, 19 a Peretz e 12 a Netanyahu, più la crescita della nuova forza dei pensionati e la distribuzione di un generico voto sociale, religioso o meno, ha dato segno di una sostanziale politica dello struzzo, dell’incapacità di prendere in mano il proprio destino, di scegliere per quel Paese normale che comunque non può essere e quindi, dicono i commentatori, sfugge dalla responsabilità della lotta che gli si prospetta con l’integralismo islamico fingendo che sia possibile ottenere la calma, se non la pace, con uno sgombero che a giudicare da Gaza porterà solo la nascita di un Hamastan pieno di armi e terroristi. Oppure, si dice dalla parte opposta, si esenta dal peso di parlare con i terroristi di Hamas, che comunque sono stati eletti democraticamente e rappresentano i palestinesi.

La realtà è diversa: gli israeliani hanno votato in misura molto sostanziale per Kadima, soltanto che dopo tre mesi dalla sua malattia si sono accorti che il loro voto non andava a Sharon, che purtroppo giace senza speranza all’ospedale, ma a una leadership nuova che deve ancora conquistare la sua fiducia. Il carisma è sparito, resta la speranza, e mi sembra bene che la dimensione mitologica non abbia divorato il realismo ma abbia mantenuto una solida maggioranza a una linea, e non più a un leader, che ancora non c’è.

Così, per che cosa ha votato Israele? Forse per un grigio futuro di normalità a fronte comunque di una realtà che richiede invece coraggio e determinazione? Non mi sembra. Mi pare che la scelta di votare per la “itcansut”, il rientro, il compattamento, l’assemblamento o comunque si voglia tradurre il nuovo termine largamente usato (quello per sgombero era invece “itnatchut”) che indica l’abbandono di zone demograficamente deboli nell’West Bank per definire confini definitivi, solide barriere di separazione dai palestinesi, funzioni o meno sia un’indicazione coerente con sionismo democratico e delle disillusioni subite in questi anni ad ogni “processo di pace”. Peraltro Tzipi Livini ha espresso bene l’idea del ritiro unilaterale quando ha detto che “l’aspirazione è raggiungere un accordo e di condurre negoziati, ma che questi negoziati possono aversi solo con un governo che riconosca Israele, rispetti gli accordi e cessi la violenza”. La road map non è stata annullata, ne è stata rinnovata la reciprocità mentre realisticamente si è deciso di darle una dimensione temporanea, non all’infinito. Riconoscere la difficoltà della situazione, non desiderare di avere a che fare con l’unico governo jihadista oltre ai talebani che sia mai sorto, ma non dominare un altro popolo, non farsi divorare dal suo terrorismo, non stare ad aspettare di nuovo per sempre come ha annunciato Olmert, il tempo di una reciproca comprensione che pare non avvicinarsi affatto, ma anzi, pare svanire nella filosofia di Hamas, nella sua alleanza con l’integralismo islamico di tutto il mondo e nella sua ideologia che proibisce l’esistenza di Israele.

Gli israeliani dunque hanno votato per tutto ciò che hanno imparato di ragionevole in questi anni e che forma un puzzle molto complicato: che mantenere le posizioni nei territori conquistati nella guerra del ‘67 è impossibile e forse indesiderabile; che tuttavia l’idea di cederli indiscriminatamente a un interlocutore che li usa come rampa di lancio dei Kassam è insensato; che bisogna tentare di parlare, ma se non funziona, bisogna proseguire per la propria strada in un divorzio, sempre migliore di un matrimonio pieno di tradimenti, intrighi e delitti. Gli israeliani hanno votato per la propria decenza morale, per l’alleanza alla guerra di democratizzazione del Medio Oriente che ha alla sua testa gli USA. Non dimentichiamoci che Bush è l’unico ad aver risposto alla domanda di un giornalista: “E se l’Iran attaccasse Israele, lei interverrebbe militarmente?” con un’espressione inequivocabile: “Ci può scommettere”.

Hanno votato anche per la linea dura di Sharon contro il terrorismo, quella dell’operazione Scudo di Difesa tradotta oggi in tanti attacchi diretti, ancorché non fatali, contro le zone di Gaza da cui fuoriescono i kassam. Una politica che non è del muro contro muro, ma che non ignora che le armi e i terroristi entrano come un fiume dal confine di Gaza con l’Egitto: una realtà che potrebbe evolvere in una guerra molto più dura. Qui semmai sta la debolezza del voto israeliano, nell’essere troppo contemporaneo, bidimensionale, di affrontare solo di striscio un futuro che, vedendo Hamas parte di un’alleanza internazionale islamista molto aggressiva, potrebbe deteriorarsi enormemente. Ma può un voto affrontare tutti i problemi, e tutti insieme? Può Israele andando alle urne rispondere a tutte le sfide, compresa quella di Ahmadinejad che promette di distruggere Israele? Il voto ha ridefinito la natura democratica e il piano deciso e anche duro dell’unilaterale uscita (se sarà necessario) da parte dell’West Bank e della lotta al terrorismo, e col voto sociale, della determinazione a battere la penosa, incessante situazione di miseria che tormenta la società israeliana. Che deve fare più di così? Che cosa di più di votare per un cauto tentativo di pacificazione in un panorama carico di guerra?

Guardiamo allo sfondo reale su cui si muove Israele: solo stamane, alzandomi, ho di nuovo annotato che i missili kassam anche stanotte erano caduti nel centro di Sderot e nei kibbutz dove durante lo sgombero di Gaza ogni sera sentivo, al ritorno dal teatro delle operazioni, parole di lode per il disimpegno e di fiducia nei palestinesi. Ho sentito alla radio che Mahmoud Zahar, ministro degli Esteri del governo di Hamas, dopo aver quattro giorni or sono detto di “sognare di avere appeso al muro una grande carta geografica da cui Israele è stato cancellato”; dopo aver tre giorni fa scritto una lettera a Kofi Annan in cui diceva di voler “vivere in pace con i suoi vicini”; dopo aver spiegato due giorni fa che per suo vicini non intendeva certo Israele che Hamas non riconosce; ieri invece in un’intervista al Times di Londra diceva che vuole fare un referendum in cui il popolo decida se vuole discutere della soluzione due Stati per due popoli. Poi ha aggiunto che si potrebbe decidere per questo referendum solo quando gli israeliani avranno precisato bene che cosa sono pronti a concedere ai palestinesi. Subito dopo l’idea dei due Stati è stata smentita con autentico stupore dal Primo ministro Ismail Hanje. Questo nel mentre la lotta armata, ovvero il terrorismo viene promosso presso tutte le organizzazioni come le Brigate di Al Aqsa o la Jihad islamica. Hamas invece, sempre secondo al Zahar per ora non intende attaccare Israele; però, ritiene giusto che venga attaccato da qualsiasi organizzazione “resistente”; Hamas dall’inizio si è impegnata a non fare niente, mentre almeno Fatah, fittiziamente, si era impegnata a imprigionare i terroristi. E infatti, ci sono di nuovo decine di avvertimenti di intelligence al giorno, parecchi kassam, molte cinture con esplosivo e molti terroristi per strada. Si comincia a definire Hamas, sull’Herald Triubune, un’organizzazione religiosa integralista “che Israele e gli americani ritengono terrorista”. Questo anche se Europa dopo molte discussioni tuttavia ha messo Hamas nella lista delle organizzazioni terroriste più di un anno fa. Israele combatte una martellante campagna per convincere il consesso internazionale a non conferire fondi al governo di Hamas, e ha ottenuto buoni risultati sia dall’Europa che dagli USA. Ma i soldi arriveranno in gran parte lo stesso per motivi umanitari, conferiti alle ONG o a aziende e organizzazioni private, e nulla potrà garantire che non confluiscano nella linea distruttiva di Hamas, per armi e terroristi. Non verranno accettate le condizioni poste dal Quartetto per seguitare a finanziare i palestinesi, condizioni peraltro molto modeste: accettare l’esistenza di Israele, cessare dalla lotta armata, riconoscere i trattati precedenti. Hamas dice no, la religione glielo proibisce, e intanto la Russia, la Cina, l’Iran, la Lega Araba, le promettono aiuto. L’Europa finge di dare qualche fiducia all’ipotesi della trasformazione democratica di Hamas, e mentre dà formalmente ragione a Israele, comincia a preparare passaggi di danaro e di diplomazia sottobanco. La previsione per Israele è che la morsa del terrorismo e del rifiuto arabo si faccia sempre più forte, e che Hamas, facendo confusione mentre prepara un autentico esercito fatto di armi infiltrate a Gaza, cerchi di guadagnare fondi e tempo per uno scontro in cui conta di essere aiutata nella guerra contro il nemico comune di tutto l’integralismo arabo.

Dobbiamo guardare alle elezioni israeliane con gli occhiali dell’eccezionalità, che impone un nemico dinamico e deciso e non secondo i nostri criteri di europei viziati e annoiati, e apprezzare che Israele cerchi ancora una strada pacifica a fronte dell’elezione di Hamas e del suo sempre più consistente fronte islamista in costruzione. Israele fronteggia dei problemi che il resto del mondo non si sogna nemmeno, cercando di affrontare il pericolo senza chiamare le folle allo stato di emergenza e alle armi. Se ce ne sarà bisogno, tuttavia, lo farà.

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