Fiamma Nirenstein Blog

La guerra asimmetrica dell’esercito di Israele contro un nemico terrorista

venerdì 1 settembre 2006 Diario di Shalom 1 commento

La guerra del Libano ha dimostrato che Hezbollah ha un armamento sofisticato e ad alta tecnologia e che la sua strategia è stata portare la guerra nelle strade delle città israeliane, colpendo il maggior numero di civili è stata un guerra molto misteriosa, oscura, priva di bussola. Un missile lanciato sulla gente può venire da ogni parte, può cadere ovunque, tu guidi la tua macchina per arrivare a Kiriat Shmone o a Rosh Pinna, forse ti coglierà sulla tua strada. Tu guidi nel centro di Haifa, e quello può essere il tuo ultimo istante. Tu guidi la tua auto in direzione opposta, te ne vai dal nord, e fino a Hedera, o più giù, e puoi andare incontro a uno dei regali di Nasrallah. E’ strano: quando la popolazione civile è presa di mira, il fronte diventa ovunque, è identico alla sensazione che i terroristi suicidi sono riusciti a costruire a Gerusalemme negli anni fra il 2001 e il 2004. Uno dei 34 giorni in cui col taccuino cercavo di raccontare dei frammenti di questa guerra, sono andata a vedere la distruzione delle foreste. Era in questo caso un gran bosco proprio sopra Kiriat Shmone, in cui aceri, querce, pini, lentischio e corbezzolo andavano a fuoco sotto i missili degli Hezbollah. Alcuni erano monconi neri, altri ancora bruciavano, altri si disfacevano in cenere grigia mentre dentro la terra la radice ancora ardeva. Una specie di allegro, forte dottore degli alberi del Keren Kaiemet, Michael Weinberger, mi ha portato a vedere come i primi alberi piantati sessant’anni fa dal KKL per diretto desiderio di David Ben Gurion, erano stati sterminati. Un piccolo camaleonte color cenere come le rovine del suo mondo ci ha attraversato la strada sterrata, la jeep si è bloccata di colpo, il guardiaboschi l’ha sollevato e accarezzato, l’ha rimesso in libertà dove l’aria era un po’ più fresca e qualche frasca verde si muoveva al vento. Per guardare nel buco in terra provocato dalla katiusha suo figlio, che ci accompagnava, ha perduto gli occhiali che sono caduti così in profondità nella voragine creata dal proiettile che è stato necessario un quarto d’ora per recuperarli scavando. Penso che nessuno di noi, come mi è accaduto parecchie volte, abbia potuto evitare di pensare in quel momento che quella katiusha cercava proprio noi, un qualunque passante; non l’esercito israeliano, non i centri di comando dell’odiata entità sionista, ma semplicemente la gente di passaggio, un padre, un figlio, una giornalista per caso nella zona, un vecchio, un bambino, un’ebrea, un cristiano, un arabo, purché fosse carne da macello, carne per il terrorismo. Mentre giravamo per la foresta la radio dell’auto ha riprodotto un’inutile (per noi) sirena, i missili hanno cominciato a fioccare con dei bum sordi e profondi tutto intorno, ci siamo messi in movimento dove comunque non c’era rifugio, infine ci siamo addossati al muretto di una toilette costruita sulla piazzola del bosco, e abbiamo aspettato. E mi dicevo certamente impaurita, ma anche un po’ ironicamente stupita di trovarmi al rischio della vita perché degli alberi sionisti venivano presi di mira (1500 ettari di foresta piantata e 500 di foresta originaria non esistono più) che stavo vedendo in azione, come tutti gli altri giorni, ma adesso in maniera così evidentemente idiota e crudele a una mente occidentale, un esercito dotato di tredicimila missili iraniani e siriani, armato e allenato con i soldi del petrolio di Teheran, con la follia integralista sciita degli Ajatollah, al suo primo round nella battaglia per dominare il mondo. E oltre le montagne mi immaginavo chi lanciava quel missile caduto così vicino, e vedevo nella mia fantasia gli uomini di Nasrallah, soddisfatti di mettere in moto tutta la potenza logistica accumulata in sei anni di scavi, assemblamenti di armi, allenamenti, preghiere, vedevo, incomprensibile e aggressivo, l’avamposto di un larghissimo fronte terrorista che non tiene in nessun conto la vita umana, che uccide i civili come scelta strategica. Per loro, al contrario di tutto quello che ci suggerisce la storia degli accordi e delle regole di combattimento, fino a quella di Ginevra costruitasi dopo le stragi della seconda guerra mondiale, non esiste l’idea che i civili vadano tenuti il più lontano possibile dal campo di battaglia e che la guerra si giochi fra due eserciti. Al contrario, per loro il fronte civile viene preso di mira come obiettivo principale da una parte, mentre dall’altra i loro stessi civili vengono usati per proteggere le loro stesse armi e i loro armati. Villaggi interi, le case, gli ospedali, le scuole, il suolo stesso, vengono usati come fossero quinte di cartone da sovrapporre a tunnel e magazzini pieni d’armi. La gente, i libanesi che ci abitano, non hanno, per gli Hezbollah, una loro vita: sono comparse in uno scenario di guerra, e il loro significato esistenziale consiste nella protezione con i propri corpi delle armi degli Hezbollah, un puro fattore deterrente per Israele quando decide di difendere la vita dei suoi civili. Oggetti da distruggere al bisogno, per gli Hezbollah.

Molte volte durante il mese e quattro giorni di katiushe, mi sono sentita ripetere dagli ufficiali dell’esercito israeliano, e specialmente da quelli dell’aviazione, che la decisione di prendere di mira un edificio viene sempre soppesata una quantità di volte, che ogni obiettivo può essere riconsiderato e cancellato anche quando il pilota è già sull’obiettivo quando vi si avvicini un cittadino innocente (un pilota mi ha raccontato di essere tornato indietro perché ha visto entrare una donna in una casa), che solo quando si è sicuri o che l’edificio è vuoto di civili o che da là sono già partiti una quantità di missili, e altri ne stanno per partire, tanto che la mia casa, i miei bambini verranno colpiti se non si agisce.

Intorno a questo dilemma si è giocata la guerra del Libano, e in definitiva anche la scelta di accettare un cessate il fuoco che ha lasciato in piedi parte della struttura degli Hezbollah.

Le foto delle rovine di Beirut e di Kana hanno determinato l’opinione pubblica e in parte l’esito della guerra; non importa se a Beirut si trattava sempre dello stesso quartiere-fortezza di Nasrallah, non importa se a Kana i morti sono risultati molto meno di quelli gridati dalla stampa e da Fuad Siniora, non importa se solo grazie al lavoro dei bloggers si è venuto a sapere che sono state truccate molte immagini, se questa messa in scena ha trasformato Israele che si difendeva in un criminale di guerra.

Non ci fu mai guerra più giusta e sensata di quella condotta fino a ieri da Israele: una guerra di difesa contro quella di aggressione e desiderio di distruzione da parte di un nemico che non ha niente da rivendicare.

Israele era uscita dal Libano secondo le linee fissate dall’ONU nel 2000.

Eppure, senza che l’informazione, l’ONU, i governi europei, tentassero di capire il dramma e la novità gigantesca della guerra asimmetrica, la guerra di terrore e di uso dei civili da una parte e l’uso di un esercito convenzionale dall’altra, le immagini provenienti dal Libano hanno oscurato molto in fretta la sofferenza di un terzo (un terzo!) della popolazione israeliana colpita nelle persone e nelle cose e costretta nei bunker per più di un mese.

E adesso, ci si sente un po’ sgomenti di fronte alla bruciante discussione in corso in Israele mentre sul confine persiste una situazione incerta, dove gli Hezbollah già intraprendono la loro ricostruzione e la Forza internazionale insieme all’esercito libanese non fanno prevedere niente di buono. Ma qualcosa di molto importante deve essere tenuto in mente. Israele ha avuto tuttavia la gioia della propria unità e della propria resistenza, del coraggio della popolazione civile, e soprattutto dell’autentico eroismo di una gioventù di cui abbiamo testimoniato giorno per giorno l’eccezionalità. I soldati israeliani, diciottenni e diciannovenni su cui pesa una responsabilità che nel mondo nessun altro ragazzo della loro età deve affrontare, entravano a sera dentro il Libano oscuro e ostile per andare a combattere mostrando con parole semplici una motivazione senza pari verso la collettività, la loro terra, i loro valori. Mi sono state raccontate dai ragazzi storie di autentico eroismo nel riportare a casa, a costo del rischio della propria vita per ore e ore e senza pensarci due volte, i compagni feriti o i corpi di quelli caduti. Giovani soli sono corsi da tutto il mondo per combattere per Israele. E le riserve, che oggi giustamente sollevano problemi seri relativi alla disorganizzazione e alla confusione, hanno lasciato le famiglie e il lavoro per arruolarsi nel momento del bisogno in una misura del trenta per cento superiore a quello che ci si aspettava.

Dunque, penso che non ci debba far prendere dallo scoraggiamento se Israele, dopo la guerra, è in presa a convulsioni politiche anche molto serie: credo che il trauma e la difficoltà di aver combattuto la prima guerra asimmetrica del mondo, il pericolo di vita continuo che corre, portino a naturali difficoltà che non devono essere sottovalutate e che suggeriscono grandi riforme. Che Israele affronta per tutti, e che non devono essere scambiati per una sconfitta. Il panorama legato alla presenza dell’esercito libanese e della forza internazionale di cui anche l’Italia fa parte nel sud del Libano è tutt’altro che una garanzia di per sé: se gli Hezbollah non verranno disarmati e il confine da cui passano le armi, quello con la Siria, non verrà sorvegliato, e così non pare, il grande problema del terrorismo internazionale, dell’odio jihadista capeggiato dall’Iran che circonda Israele resterà tale. E Israele, alla fine, potrà contare solo su se stesso, sulla sua unità e sulla sua democrazia. I giovani che abbiamo visto all’opera danno fiducia; il terribile dibattito sulla guerra, lo scontro politico che crea tanti contorcimenti a Israele, in fondo, è uno dei prezzi della libertà, il più basilare fa i valori che li hanno formati.

 Lascia il tuo commento

Giuseppe , venezia-italia
 lunedì 30 luglio 2007  00:37:19

E' vero quelloche vediamo in tv?che in seno ad Israele ci sono gruppi che non vogliono la guerra e che pensano di poter vivere in pace dividendo il loro con coloro che sono spinti dai loro capi a rifare le stesse cose di 60 anni fa in Europa?Perche' la politica israeliana e' diventata cosi' pusillanime e codarda?e' forse la troppa civilta?o il non voler rinunciare agli agi acquisiti,non pensando che nel futuro i loro discendenti ancora piu' imberbi subiranno la stessa sorte?quella di essere perseguitati.Perche' lo fanno?



Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.