Diario di Shalom
USA e Israele: amici più di prima
Shalom, marzo 2017
Nel suo primo discorso l’ambasciatore americano all’ONU ha detto basta alla criminalizzazione dello Stato ebraico. Nikky Haley: il suo volto è un segno di speranza, è una bella donna di origine indiana, oggi ambasciatore americano all’ONU, e che il Cielo la benedica, ha porto a quella organizzazione al mondo il primo grande segno concreto di cambiamento della politica americana verso Israele. Niente, da quando Trump è stato eletto, era stato per ora così tangibile, come ciò che la signora ha fatto nelle sue primissime apparizioni all’ONU, compreso il debutto al Consiglio di Sicurezza mensile dedicato al Medio Oriente il 16 febbraio. I segnali che l’amministrazione Trump ha mandato sono stati certamente positivi a partire dall’allestimento della visita di Benjamin Netanyahu, la guardia d’onore alle due coppie presidenziali sulla porta della Casa Bianca che mai era stata usata per i colloqui con il presidente precedente, Barak Obama; la Sala Orientale che è quella di gala per i leader importanti, anch’essa per otto anni off limits per le apparizioni pubbliche del premier americano insieme a quello israeliano.[...]
Ciao, ciao Obama: non ti rimpiangeremo
È difficile ormai pensare, come molti avrebbero voluto, che a Obama è stata a cuore, durante i suoi due mandati, la pace in Medio Oriente. Innanzitutto si è tirato vergognosamente indietro lasciando il campo libero a russi, iraniani e Hezbollah quando avrebbe dovuto fare il passo decisivo, ovvero quello di fermare Assad, al tempo della “linea rossa” delle armi di distruzione di massa, che hanno prodotto l’uccisione di centinaia di migliaia di persone e milioni di feriti e fuggitivi.[...]
La nuova semplice ma efficace arma del terrorismo: il fiammifero
L’intifada del fuoco, con decine di incendi appiccati contemporaneamente, ha messo in ginocchio Israele. Una forma di aggressione subdola che non fa differenza, tra persone, piante, animali e abitazioni e che potrebbe essere esportata anche in Occidente C’è da ringraziare il Cielo e l’incredibile coraggio e resistenza dei vigili del fuoco se l’immenso incendio che ha bruciato per quasi una settimana e in parte sta ancora bruciando Israele con fiamme altissime ad ogni latitudine, non ha fatto morti ma soltanto 180 feriti, al contrario di quello che accadde nel 2010. [...]
Destra e sinistra: categorie obsolete di vedere il nostro futuro
Il nemico in casa
Per il tribunale internazionale dell’ONU, Hezbollah è responsabile dell’omicidio del presidente libanese Rafik Hariri. Ma Hassan Nasrallah non si farà processare e annuncia una nuova stagione di sangue e di violenza che spaccherà il Paese dei cedri.
Fu una strage immensa, lo scoppio si udì per chilometri, Beirut ne fu investita come da una lingua di fuoco che giunse per ogni dove. Era il 14 febbraio del 2005: il presidente Rafik Hariri, uno dei più popolari politici sunniti libanesi fu ridotto in frammenti insieme ad altre ventidue persone, guardie del corpo e passanti [...]
Rafah: una porta per l'inferno o per il paradiso?
L’apertura egiziana del valico di Rafah che collega la Striscia di Gaza alla terra dei Faraoni è un altro di quei richiami della cosiddetta Primavera Araba che manda insieme un segnale positivo e uno negativo. Da una parte, l’apertura di Gaza in direzione del mondo arabo è un fatto naturale, uno sviluppo del destino culturale, etnico, di costume di quella parte del mondo palestinese: uno sciamare di gente, di merci verso un mondo che parla la stessa lingua, mangia lo stesso cibo. Con gesto logico questo promette normalizzazione. [...]
Accordo Fatah-Hamas: dalla speranza alla preoccupazione
Shalom, maggio 2011
Con l’annuncio dell’accordo tra Fatah e Hamas, si aprono nuovi scenari per nulla rassicuranti. Come verranno risolte le contraddizioni tra le due fazioni? Il governo palestinese unitario sceglierà la via della trattativa o il ricorso ad una nuova stagione di violenza?
Sorpresa, Hamas e Fatah hanno firmato al Cairo la bozza di un accordo. Intanto, questa novità ci impone di nuovo una riflessione su come le parole possano mutare di significato nella storia dei nostri anni. Le rivoluzioni del mondo arabo ci hanno subito suggerito i termini giovani, libertà e democrazia, rallegrandoci di speranza e simpatia: ma ecco che a un giro di sguardo vediamo che la speranza si sta trasformando ragionevolmente in preoccupazione. Accade in Egitto dove solo il 35 per cento della popolazione vuole oggi mantenere in vita la pace con Israele e i Fratelli Mussulmani potrebbero, col loro trenta per cento, impossessarsi del futuro del paese; o in Yemen dove a un regime estremista potrebbe sostituirsene uno ancora peggiore, o in Bahrain dove l’opposizione è sciita e filo-iraniana e il re sunnita adesso indurisce un regime che era autoritario ma non feroce; o in Siria, dove il pessimo Bashar Assad potrebbe essere sostituto da una leadership sunnita partorita dalle Moschee, memore della strage di Hama in cui Assad padre, Hafez, uccise 20mila membri della Fratellanza musulmana; o anche in Libia, dove l’opposizione è ancora piuttosto misteriosa e certo mostra un puzzle di forze non del tutto rassicurante… [...]
