Conosciamo veramente Israele
giovedì 1 marzo 2007 Diario di Shalom 1 commento
I mass media scelgono solo le notizie negative e gli scandali, nessuno parla mai dei successi. E' un fenomeno interessante. Israele è un Paese di cui nessuno conosce veramente la storia o la realtà. Al contrario di qualsiasi altro Paese, la cui copertura si basa su reali caratteristiche locali, eventi fuori del normale che fanno notizia, storie umane e politiche, dibattiti culturali, Israele viene coperta secondo uno stretto criterio di negatività. Guerra, corruzione, sconcerto, errori, rottura di miti, lapsus e falli della classe dirigente, episodi di crudeltà.
Nell’immaginario collettivo, Israele e il sionismo sono esattamente il contario della loro realtà. Di Israele si ha un’immagine che è esattamente il contrario della sua realtà. Non si sanno cose fondamentali. Non si conosce la pure interessantissima sessantennale costruzione di un uomo solidale, attentissimo ai suoi diritti, ipercritico della classe dirigente, eroico quando bisogna… eppure sembra davvero il tempo giusto per farlo. L’informazione su Israele toglie al cittadino il diritto di sapere una cosa fondamentale per il nostro stesso futuro: una democrazia sul fronte di una guerra di difesa come la fronteggia, come si trasforma, quali sono i pregi e i difetti che sviluppa? Qualche giorno fa sedevo con la mia amica Petra Heldt, pastore luterano ordinato, una signora tedesca che giunse in Israele a ventisette anni con lo scopo di vivere nello stesso Paese in cui è vissuto Gesù; Gesù era un buon ebreo, e lei, che è una teologa rinomata autrice di parecchi testi accademici, membro di svariate commissioni di studio, e che ha grandi occhi curiosi e un sorriso molto comunicativo, ha voluto concedersi l’emozione di vivere la sua vita fra i fratelli carnali di Cristo, che come lui recitano lo Sh’ma Israel tutti i giorni e amano Gerusalemme dello stesso amore, dice Petra. Per Petra amare gli ebrei è sempre stato un fatto naturale. Strano? A lume di logica non dovrebbe esserlo, ma se si pensa quanto poco i nostri cattolici siano invece consapevoli del fatto che Gesù fosse un buon ebreo che amava, conosceva, viaggiava per la sua terra e la viveva per il suo significato ebraico in ogni luogo, da Nazareth a Gersualemme, a Betlemme, al lago di Tiberiade, ai monti della Galilea, certo che è strano. Strano che i cristiani lascino passare le tesi islamiste che il tempio in cui Gesù cacciò i mercanti non sia mai esistito. Così strano anche che la maggior parte dei pellegrini che vengono in Israele accompagnati dai loro parroci o da organizzazioni cattoliche varie, non facciano quasi nessuna mossa per capire e conoscere gli ebrei proprio quando vengono nella loro Terra, tanto che i viaggiatori tornano a casa avendo fatto esperienza quasi esclusivamente degli abitanti arabi di Gerusalemme e del Paese degli Ebrei in genere. In genere, essi non vengono in Israele, ma “in Palestina”. Torniamo a Petra: la reverenda Heldt, che vive a Gerusalemme, capita nel mercato di Mahane Yehuda per fare la spesa quando due terroristi suicidi uccidono sedici persone e ne feriscono 177. Le ustioni rendono il volto di Petra una maschera di carbone e sangue, le sue mani vengono divorate fino alle ossa, Petra si alza a stento e una signora mai vista prima la abbraccia e la sostiene. “Un tassista fermò la sua macchina immacolata davanti a me, corse fuori, e mentre io con la parte che ancora resisteva prima di svenire balbettavo in stato di semincoscienza che gli avrei riempito la macchina di sangue e sporco, lui mi fece sdraiare sui sedili e prese a correre verso l’ospedale, la donna mai vista prima mi ripeteva “stai tranquilla, io non ti lascio sola”. Questa è Israele, ma lo sanno i lettori dei giornali? Mentre tutti si mobilitavano intorno a quel disastro, anche per me, dice Petra, come per tutti gli altri, era pronta, presente, una enorme carica di solidarietà che seguitò a esprimersi per i due mesi che rimasi all’ospedale ed oltre. Quanti hanno letto una storia di questo genere sui giornali europei? Quanti conoscono le continue storie di eroismo che caratterizzano la costruzione dell’uomo israeliano? Del cameriere ventenne che al cafè Cafit di Gerusalemme ha tolto la borsa dalle spalle del terrorista che cercava di entrare e l’ha portata lontano dai clienti del caffè e poi mi ha risposto: “Che c’è di strano, scusi? E’ ovvio che era molto meglio che morissi io, da solo, piuttosto, che tutte quelle persone ai tavoli..”. Chi conosce le storie degli eroi moderni come le decine di guidatori di autobus, di camerieri, di casuali guardiani studenti da pochi shekel l’ora che si gettano col proprio corpo, unica barriera di difesa per i propri concittadini, sui terroristi? Quanti episodi conoscete delle centinaia di storie di eroismo militare di ragazzi ventenni, dell’ufficiale che è morto gridando Sh’ma Israel mentre si lanciava su una bomba a mano per difendere i suoi soldati; del soldato Michael Levin, uno dei tanti ventenni venuto da solo da Philadelphia come migliaia di altri per difendere Israele caduto nella guerra contro gli hezbollah; o di Or Ben On che ha perso tutte e due le gambe a Marun al Ras il 20 di luglio (salvato dal suo comandante che l’ha sfilato dal carro armato e poi l’ha difeso dal fuoco nemico fino a che non sono arrivati i soccorsi) e che adesso è tornato a suonare la chitarra nel suo gruppo rock, e si ritiene fortunato? Che cosa si sa del coraggio, della disperazione, della solidarietà, della fede, della difesa della propria casa cercando, anche se a volte si sbaglia, di mantenere la purità delle armi? Che si sa dello sforzo enorme messo dall’esercito per insegnare ai soldati standard di salvaguardia del nemico sconosciuti in tutti gli altri paesi del mondo costretti alla guerra? Sappiamo solo quando si compiono errori, o supposti tali, e non si esita a accusare di immoralità e anche di crimini di guerra. Che ne sapete degli sforzi pazzeschi di Israele nell’accoglienza dell’immigrazione anche in tempi economicamente molto duri, elaborata con inventività e uso di mezzi che noi ci sognamo? Sappiamo solo quando gli etiopi o i russi protestano. Che ne sapete della quasi impossibile scelta di seguitare a gestire la cultura, fiere del libro, concerti tenuti da orchestre esemplari come la Filarmonica di Tel Aviv anche in situazioni economiche di estrema difficoltà? Lo sapete che in Israele la cura per l’Alzheimer è in fase di ricerca oltremodo avanzata? Che la costruzione di passerelle, strutture, canali di inserimento delle persone disabili è una priorità? Lo sapete che proprio in questi giorni, mentre in vari atenei negli USA e in Canada una inverosimile quanto consueta settimana “contro l’apartheid in Israele” mette in scena sgangherati comizi che descrivono Israele come Paese razzista, proprio qualche giorno fa lo stesso Riccardo Muti ha donato tutti i proventi della sua serata con la filarmonica di Tel Aviv il 15 di febbraio in memoria di Arturo Toscanini a un ospedale pediatrico, lo Schneider di Petah Tikva che si occupa di oncologia in cui il trenta per cento dei bambini ospitati sono arabi? “Un ospedale pieno di colori e di giuoco, in cui si vede come si possa fare scaturire anche dal dolore un senso di vita e di interna pace, e anche un significato di esperienza comune” ha commentato Muti. E non c’è ospedale israeliano in cui la presenza di pazienti arabi non sia immediatamente percepibile. Insomma, lo sappiano, lo sa il mondo, dopo tanta propaganda che Israele è un Paese che, con la corrente rivoluzione, con l’ondata di dimissioni e licenziamenti apportata dalla scoperta di falli, errori, malcomportamento, manifesta, oltre che corruzione e amoralità tipica della natura umana, anche quella cosa che dovrebbe stare a cuore a tutti, ovvero il principio basilare democratico per cui le leadership si possono e si debbono cambiare quando sbagliano? Questo capita ovunque? A leggere i giornali, direi di no. Israele resta un esempio di democrazia in guerra sul confine più difficile della Terra. Lo sapete? Lo sappiamo? Ne siamo informati?
venerdì 29 giugno 2007 17:52:25
Quando discutendo tra amici sostengo a spada tratta esattamente queste argomentazioni, la gente mi sta ad ascoltare con vivo stupore ed, in genere, non riesce a controbattere nulla.. Quando cito gli esempi di aziende agricole leader mondiali nate su terreni dove non c'era un filo d'erba, la gente stenta a crederlo.. Quando faccio presente che l'alta tecnologia informatica nasce in Israele, la meraviglia si dipinge sui volti degli astanti.. Tutti credono che Israele sia solo checkpoints e carri armati e non hanno mai sentito parlare di Amos Gitai, David Grosmann, Amos Oz, in compenso sanno benissimo chi è Ariel Sharon e, come dicevi nel tuo articolo "il nuovo antisemitismo della sinistra" lo identificano con l'ebreo cattivo con i carri armati mentre sono assolutamente incapaci che cosa ha prodotto un piccolo popolo caparbio e coraggioso in pochissimi anni.. Di che cosa è stata capace in pochissimi anni della gente arrivata con ogni mezzo ed in condizioni di salute e di morale spaventose, in una situazione politica e sociale difficilissima per costruire la patria alla quale avevano diritto e la cui nascita gli ha alienato il capitale di compassione e comprensione che avevano acuisito presso l'opinione pubblica mondiale dopo la Shoa.. Hai ragione, Fiamma, quando dici che che la gente non sa un bel nulla di Israele e del perchè sia costretta a suo malgrado a difendersi nella propria quotidianeità attuando anche politiche odiose che sanno tanto di apartheid.. Questo no sarebbe necessario nè in caso di dialogo nè in caso di un modello di guerra meno strisciante e più militare.. I paesi arabi hanno ormai capito che non possono affrontare militarmente Israele senza conseguenze catastrofiche e foraggiano il terrorismo facendosi scudo dei burattini palestinesi, della popolazione civile, dei bambini.. A fronte di questa situazione Israele è costretta a difendersi contro tutto e contro tutti e nonostante tutto riesce a non perdere la testa.. Israele non colpisce mai per primo ma reagisce colpo su colpo alle provocazioni e questo i palestinesi lo sanno benissimo eppure sfruttano a livello propagandistico qualunque reazione legittima da parte di Israele.. Nei paesi Europei, i giovani si trovano un lavoro, vanno all'università mentre i loro coetanei israeliani passano quegli anni in divisa e non facendo la naja ma essendo tutti i giorni esposti al rischio bellico e terroristico, forse anche loro aspirerebbero ad una vita normale.. Alcuni miei amici sono rimasti commossi nel vedere immagini di ragazze sorridenti in divisa, di giovani mamme con un fucile a tracolla, di gente normale costretta ad avere sempre il colpo in canna, non balena mai in mente a queste persone che se questa situazione perdura è anche colpa loro..? Gli Israeliani in Europa sono costretti a dissimularsi, a confondersi, a non far capire da dove vengono per paura di essere criticati o peggio, i governi non sanno andare oltre alle dichiarazioni di circostanza, il fatto che un Fini indossi una kippah è solo un ulteriore segno della ipocrisia politica che impera e chi invece dovrebbe gridare lo fa a voce troppo bassa, in troppi tolleriamo ed incentiviamo la tracotanza islamica senza capire dove questo ci porterà.. Anche il governo Israeliano ha le sue colpe essendo incapace di trasmettere una immagine positiva del proprio popolo e l'unica cosa che l'opinione pubblica si chiede riguardo ad Israele è solo quando ci sarà la prossima guerra..Francesco d'Elia
