L’ultima opportunità di dialogo
Tutti si fanno la stessa domanda: esiste qualche possibilità che l’incontro che viene preparato per novembre a Washington per delineare qualche accordo fra Israele e i palestinesi possa avere successo?
Può nascere uno Stato palestinese nelle mani di Abu Mazen? I leader delle due parti, Ehud Olmert e Abu Mazen stesso, possono portare le loro due navi, con tutte le loro differenze ma accumunate dalla sensazione di crisi nelle rispettive leadership, in un porto tranquillo? Gli Stati Uniti che, lo ricordiamo, hanno invitato i Paesi arabi moderati a sponsorizzare pubblicamente quello che viene chiamato soprattutto da Condoleeza Rice, il segretario di Stato americano, “un orizzonte di pace” avranno successo in questa loro iniziativa? Di certo, ci tengono molto: se il risultato fosse anche parzialmente positivo, George Bush, da tempo in difficoltà con il Medio Oriente, avrebbe conseguito parecchi obiettivi in una volta sola. Il primo sarebbe quello di aver messo mano, evitando di bruciarsi come Clinton a Camp David, nel grande conflitto che si trascina dal 1948. Solo questa sarebbe una ragione sufficiente perché il suo nome entrasse con enfasi positiva (e non con lo stigma di una guerra problematica e vituperata, anche se spesso con inammissibile malignità politica e con cinismo antiamericano, come quella in Iraq) nei libri di storia.
In secondo luogo, poi, se l’Arabia Saudita e tutti i Paesi del Golfo verranno al summit insieme agli altri Paesi arabi moderati, o meglio sunniti, e conseguiranno un programma di pace con Israele, vedremo materializzarsi un gruppo compatto di Paesi islamici che sceglie di difendersi dalla politica iraniana, che si distacca visibilmente dallo jihadismo che oggi caratterizza buona parte del mondo mussulmano. L’Occidente avrebbe così trovato un alleato contro la follia reconquistadora dell’Islam estremista sia sunnita che sciita, un’alternativa, almeno virtuale, alla politica di morte sia di Ahmadinejad che di Osama Bin Laden. Soprattutto oggi, uno schieramento che contrapponesse politica moderata alla politica iraniana dimostrerebbe l’esistenza concreta di un mondo islamico contrapposto all’integralismo, e specialmente al disegno egemonico di Ahmadinejad: gli stati mussulmani moderati diventerebbero essi stessi il baluardo contro la costruzione del potere atomico che fa paura a tutti, e contro l’onnipresenza dell’Iran in Siria, in Libano, a Gaza, nell’West Bank, in ogni campo di addestramento e in ogni riunione di pianificazione del terrore; sarebbe un pubblico riconoscimento che la fonte inesauribile di sedizione e terrorismo è nemico di quasi tutti i Paesi arabi, e questo influenzerebbe anche l’immigrazione mussulmana in Occidente. Insomma, sarebbe un inizio di svolta.
In Medio Oriente, l’alleanza dell’Iran con la Siria, il suo utilizzo continuo degli Hezbollah e di Hamas per evitare ogni assetto pacifico sia dei rapporti israelo-palestinesi sia del Libano, che l’Iran vorrebbe vedere trasformato in una provincia sciita per mano degli Hezbollah che lavorano per due padroni, la casa madre iraniana e il mallevadore siriano che ritiene il Libano sua esclusiva proprietà, tutto questo verrebbe esplicitamente messo in discussione dall’interno.
Gli USA, che oggi sono in un impasse internazionale dato il problema iracheno, stanno lavorando perché sulla parola d’ordine della pace fra israeliani e palestinesi si crei una realtà nuova alla conferenza di Washington che possa sostituirli nell’ingrato compito di badare all’Iran. Hanno scelto il tema più sensibile, quello che è oggetto di tutta la propaganda più bestialmente antisemita e dell’incitamento più gratuito, proprio perché è il tema più sensibile. Ma questo naturalmente contiene anche un rischio: l’odio antisraeliano è grande, difficile che una conferenza possa placarlo e abbassare il tono eccitato che è stata la bandiera di tanti dittatori mediorentali.
Gli USA vogliono anche demandare la responsabilità di bloccare l’Iran, ora che si è definito senza remissione il deciso rifiuto del regime degli ayatollah di bloccare la costruzione della bomba atomica e l’imbelle atteggiamento del consesso internazionale; lo si vede anche dalla grande distribuzione di denaro per acquisto d’armi che Washington ha elargito ultimamente al Medio Oriente.
Ma la realizzabilità del grande piano lascia molto perplessi. Innanzitutto, l’idea che l’Arabia Saudita, madre della proposta sia veramente intenzionata alla pace, ha molte falle sia ideologiche che pratiche. Basta ricordare che i sauditi sono la culla, ancorché a sua volta minacciata, di ogni intergralismo wahabita; che Bin Laden e molti degli attentatori dell’11 settembre vengono da là; che il finanziamento della maggioranza delle madrasse che insegnano nel mondo a odiare l’Occidente è saudita; e anche gran parte del terrorismo sunnita più terribile in Iraq pare, secondo gli americani stessi, sia di provenienza saudita.
Più di ogni altra cosa dà da pensare che quando i sauditi hanno sponsorizzato l’accordo fra Hamas e Fatah in febbraio, lo hanno fatto su una base così compromessa dalla preoccupazione di dispiacere all’Iran che di fatto Hamas ne è stato reso ancora più potente, ed è stato così spinto alla rivoluzione di Gaza in cui è stato sparso tanto sangue palestinese. Importante anche ricordare che i sauditi hanno accolto a casa loro Ahmadinejad dopo tale rivoluzione, e che comunque i due, anche se uno è sunnita e l’altro è sciita, condividono un basilare interesse del mondo islamico per il predominio a fronte di un mondo occidentale sostanzialmente ritenuto inferiore. Il piano dei sauditi per la pace fra israeliani e palestinesi, che sarà oggetto fra l’altro di discussione a Washington, è infarcito di quegli stessi elementi che hanno causato il fallimento di ogni piano di pace: l’idea che il conferimento dei territori del ‘67 sia la chiave per la pace (che Arafat rifiutò dando vita all’Intifada del terrorismo suicida avendo prima creato l’illusione di volere scambiare “land for peace”) e la questione del ritorno dei profughi, comunque la si rigiri se messe come cappello su qualsiasi trattativa, di nuovo mette Israele in uno stato di reponsabilità totalizzante, di colpa verso la storia, che rinfocola l’odio arabo e la deresponsabilizzazione della leadership palestinese, madre di tutti i guai.
In casa palestinese, anche se Mahmoud Abbas è fortemente pungolato verso un accordo, e cerca di capitalizzare al massimo la fiducia forzosa che la sua debolissima leadership catalizza oggi fra i membri del Quartetto promettendo un accordo in cambio di vantaggi per il suo popolo, tuttavia la situazione non è molto promettente.
Il piano più realistico di cui si sta discutendo sotto il tavolo in preparazione del summit, prevede la cessione del 92 per cento dei Territori e anche quello che si chiama uno “swap” territoriale (ovvero altri territori, nel Negev per esempio) in cambio dell’8 per cento non sgomberabile; Gerusalemme verrebbe divisa lasciando ai palestinesi la parte est; tutto questo verrebbe confezionato in un pacco dono costituito da ingenti aiuti che dovrebbero finalmente lanciare l’economia palestinese. Ma tutti sono consapevoli della fine che hanno fatto i miliardi elargiti in questi decenni, e per ora la dirigenza di Fatah non ha dato segnali di grande cambiamento, tant’è vero che la sua negligenza, la sua corruzione, la sua prepotenza rendono il consenso ad Hamas sempre molto largo, anche se il sangue versato dagli uomini di Haniyeh l’ha ridotto un poco. Gli analisti palestinesi però suggeriscono che se ci fossero nuove elezioni, non è affatto detto che Fatah vincerebbe questa tornata. Meglio che Abu Mazen non si azzardi, e certo questa debolezza elettorale non garantisce un futuro sicuro per qualsiasi accordo Fatah si accolli. In secondo luogo, secondo recentissimi sondaggi nell’West Bank, i palestinesi per la maggioranza rifiutano accomodamenti territoriali: swap e divisione di Gerusalemme non soddisfano né la tensione ideologica verso uno Stato palestinese che abbia ragione, finalmente, degli ebrei, né fornisce, dicono gli intervistati, garanzie di futuro benessere.
Guardiamo dunque alla conferenza di novembre con scetticismo, anche perché Israele a sua volta non ha più fiducia nella formula land for peace che è costata solo dolore e terrorismo; solo una chiave è di buon auspicio per la pace, quella di una lotta senza quartiere contro il terrorismo che tenga conto della unità del fronte Iran-Hamas-Siria-Hezbollah. Per esempio, la scelta degli USA di prevedere l’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione, fautori di terrore in tutto il mondo, nella lista del terrorismo, è un’indicazione realista di come si dovrebbe agire. Israele deve fare dei sacrifici a fronte di un impegno del mondo a difendersi veramente dal terrorismo di un fronte ormai molto ben armato, forte, pericoloso. Washington dovrebbe disegnare un orizzonte di speranza anche per Israele oltre che per i palestinesi. Speranza di pace, e non di accordi di pace.
