Fiamma Nirenstein Blog

Ahmadinejad, ovvero la follia di un criminale nazista

lunedì 1 ottobre 2007 Diario di Shalom 0 commenti
All’Assemblea dell’Onu il Presidente iraniano ha demonizzato gli ebrei e ribadito la volontà di distruggere Israele

In questi mesi, da quando Ehud Olmert e Abu Mazen non hanno fatto altro che incontrarsi benedetti dalla richiesta americana di condurre a Washington un summit che serva ad aprire “un orizzonte di pace”, lo scenario circostante si è fatto sempre più paradossale. L’ONU è stato teatro, negli stessi giorni di fine settembre di due azioni divergenti e parallele: la visita di Ahamdinejad e gli incontri israeliani e americani per preparare il summit.

Si è parlato addirittura, con susseguenti furiose smentite di ambo le parti, di un incontro fra la ministra degli Esteri israeliana Tzipi Livni e il ministro degli Esteri siriano Walid Moallem. Condoleeza Rice ha già spedito l’invito per la Conferenza anche alla Siria, forse poco convinta che il gesto sia realistico, ma desiderosa di mostrare la maggiore buona volontà possibile e anche con l’idea che ci sia nell’invito merce interessante per i siriani tanto da fermarli dalla loro evidente intenzione di dominare il Libano. Ma non sembra realistico immaginare che i siriani rinuncino a un’alleanza con gli iraniani che ha portato tanto denaro e tante armi. E anche, nel prossimo futuro, sembra remota l’ipotesi che abbandonino il Libano: la strada verso l’elezione del presidente il 25 di ottobre è stata lastricata di assassinii che hanno fatto fuori uno dopo l’altro sei importanti esponenti antisiriani così che la maggioranza resti quella che piace agli hezbollah. Ma le manovre degli USA sono ad ampio raggio e la Livni, che ha incontrato rappresentanti di molti Paesi arabi moderati durante il summit, non si è tirata indietro. Vuole che sia chiaro che non sarà per mancanza di buona volontà israeliana se scoppierà una guerra che distrugga la conferenza così importante per la Rice e George Bush, e le speranze americane di costituire una vasta alleanza sunnita antiraniana, capace anche di fermare l’importazione di terroristi in Iraq dall’Iran e da altre zone attraverso la Siria. Ma mentre Livni incontrava palestinesi, tunisini,marocchini, egiziani, dignitari del Golfo, forse arabi sauditi e siriani, la presenza di Ahmadinejad sventolava una bandiera nera che non può essere ignorata.

E’ vero: durante l’inutile, vanamente esibito incontro alla Columbia University, Ahmadinejad è stato spinto su una posizione difensiva dalle parole accese e appropriate del presidente Lee Bollinger che l’ha chiamato “un piccolo feroce dittatore” e ci ha anche fatto ridere quando Ahmadinejad ha dichiarato che in Iran le donne godono della migliore condizione del mondo e che non esistono omosessuali. E tuttavia non dobbiamo essere così ciechi da ignorare che il discorso dell’incredibile individuo ha senz’altro aperto una nuova dimensione strategica e logica a tutti quelli che odiano gli ebrei e Israele e considerano l’intera civiltà occidentale zona di conquista. Ahamdinejad infatti ha usato il suo discorso all’Assemblea Generale per disegnare la visione di un mondo privo di israele, vuoto dallo Stato degli ebrei, e quindi, per come si è espresso, liberato dall’oppressione sionista, ovvero dall’influenza di Israele sul mondo. Si è lanciato contro quelle che ha chiamato “le ingiustizie e l’oppressione” praticate dai “grandi poteri” dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, ha detto che l’era della violenza è finita e che per merito suo e dell’Islam e del Messia Sciita, il Mahdi, che verrà ben presto, tutto mostra il segno del “tramonto del tempo degli imperi”: così il Presidente iraniano, ammantatosi di un messaggio teologico e morale, ha invitato i poteri del mondo a “metter fine alla loro obbedienza a Satana” e a “sottomettersi alla volontà di Dio”, ovvero dell’Islam, del suo Islam estremo. Capite bene che cosa questo significhi: vuol dire accettare le ragioni di chi, per altro finanziato da Ahamdinejad stesso, infesta il mondo con attentati terroristici e pratica la cultura della morte.
Del resto la minaccia della morte e la violenza sono talmente costitutive del carattere dell’Iran contemporaneo che egli le ha indicate come la strada che si spalanca davanti al mondo anche davanti all’assemblea dell’ONU: perché, ha detto, chi si sottomette “verrà salvato” altrimenti “sarà colpito da calamità”.

Ahamdinejad ha promesso come punto essenziale del suo discorso, che sono vicini i giorni in cui “la Palestina e l’Iraq verranno liberati” e con loro l’Europa e l’America, “dall’oppressione sionista”. Con questo ha invitato il mondo intrero a consentire sulla necessità di cancellare Israele, ha né più né meno che sospinto le tesi di chi vede la guerra in Iraq come una grande cospirazione sionista. Prima aveva detto, senza mai chiamarlo per nome, che Israele è un regime basato sull’occupazione e che per questo non lo riconosce. Ahmadinejad in sostanza, sempre col tono di un maestro di scuola che cerca l’attenzione nell’interesse degli alunni, ha spiegato per tutta la durata del suo discorso, che l’Iran non è affatto un problema per il mondo, lo è soltanto per Israele, e che Israele è un problema per il mondo. Non era il problema palestinese il centro della sua attenzione: era piuttosto il problema dell’esistenza stessa di Israele, un’entità descritta senza che il presidente dell’Assemblea lo fermasse o lo interrompesse, estranea e malvagia, che manipola il mondo secondo i suoi interessi, e che tormenta esseri umani innocenti, i palestinesi in nome della Shoah, che per altro forse non è nemmeno mai esistita, ha detto Ahamdinejad: il suo nobile scopo non è quello di negarla, ma di promuovere la “ricerca” sulla sua verità.
Chiunque sia familiare con la questione mediorentale, e per fortuna molti lo sono, sa che Israele gode di piena legittimità internazionale sia nelle sue origini che nel suo compimento, che uno Stato palestinese è stato a più riprese proposto ai palestinesi, e sempre è stato rifiutato; che la Shoah non è affatto la causa della fondazione di Israele, ma che il movimento sionista ha lo stesso carattere nazionale di tutti gli altri movimenti ottocenteschi; che non il conflitto fra Israele e i palestinesi è all’origine dello scontro, ma il rifiuto arabo che non ha accettato la partizione e ha sempre cercato la distruzione di Israele con molteplici guerre e con il terrorismo.
Ma molti non hanno né le informazioni né il desiderio politico di averle e preferiscono demonizzare gli ebrei, applicare loro gli stessi stereotipi demonizzanti antisemiti di Ahmadinejad; e si può dire che la natura scivolosa e persino a tratti perversa delle Nazioni Unite ha purtroppo fornito a Ahmadinejad una piattaforma per una grande mossa di propaganda. In futuro forse, il giorno in cui Ahmadinejad promise la guerra all’Assemblea ed essa non disse una parola, potrebbe essere ricordato come una data infame e definitiva.

Già da anni, in particolare da quando l’Egitto dopo tante guerre ha stretto un patto di pace con Israele e poi attraverso un faticoso percorso che ha coinvolto gran parte del mondo mussulmano, è in parte tramontata l’idea di distruggere Israele, la sua gente, le sue meravigliose istituzioni, la sua scienza, il suo poderoso esercito, la sua musica che aveva dominato il mondo arabo sin dagli anni Trenta, prima della fondazione. Ora non solo Ahmadinejad l’ha riportata sulla scena, ma lo ha fatto avendo in tasca una risposta alla famosa quanto ironica domanda: “Quante divisioni ha il Papa?” In questo caso il “papa”, era, è chiaro, lui stesso, in quanto portatore di una visione ideologica molto forte; e lui, di divisioni, purtroppo, ne ha parecchie. Ahmadinejad in questi anni non solo costruisce gli impianti che preparano la bomba atomica, ma ha creato in Siria, in Libano con gli Hezbollah, e a Gaza con Hamas, due fronti e tre potenze dedite alla sparizione di Israele in nome della jihad islamica. Questa situazione, mentre Ahamdinejad costruisce giorno dopo giorno l’attacco definitivo, quello atomico, rende amara la vita dei semplici cittadini, con i missili kassam da Gaza, con l’uso della frontiera libanese e siriana come una specie di santabarbara in continuo assetto di guerra (la Siria ha speso, con l’aiuto dell’Iran, quello che aveva speso nei passati otto anni in armi) pronta a lanciare una guerra, fonte di rapimenti e di lancio di katiushe nel caso del Libano. Essi stanno là per dimostrare che la vita in Israele non è vita normale, che lo Stato non è normale, è provvisorio, instabile, malvoluto; è un invito ai suoi cittadini a cercarsi radici altrove, a cercarsi una vita “normale”. Inoltre Ahamdinejad ha rilanciato la criminalizzazione di Israele: la continua ripetuta condanna delle “atrocità” compiute da Israele contro i palestinesi, fortissima invenzione retorica di Arafat che riuscì a rendere Israele, colpevole solo di difendersi, un bersaglio fisso di ogni preteso sostenitore dei diritti umani, si ripropone in tempi in cui non difendersi nella guerra asimmetrica significa essere destinati al sacrificio continuo della propria gente, per esempio a Sderot.

La delegittimazione, la criminalizzazione e infine la proposta della distruzione di Israele ai nostri occhi sono la follia di un criminale nazista: bisogna pensare tuttavia che la proposta di questo criminale è basata su una serie di realtà: la crescita quotidiana dell’esercito jihadista, la paura dell’Europa che questa belva se privata del cibo richiesto, Israele, si rivolgerà contro di lui; la forza petrolifera dell’Iran che propone l’orizzonte di distruzione; la sua grande praticità nelle alleanze strategiche; l’imposizione con le buone e le cattive al Medio Oriente, sciita o sunnita, della forza dei propri scopi. Dunque, non possiamo che guardare con trepidazione alle due proposte che parallelamente sono state portate avanti all’ONU in settembre.

 Lascia il tuo commento

Per offrirti un servizio migliore fiammanirenstein.com utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito autorizzi l'uso dei cookies.