Gaza e West Bank mai così divise
domenica 1 luglio 2007 Diario di Shalom 1 commento
La guerra civile palestinese con atrocita` commesse sia da Fatah che da Hamas, preoccupa il mondo arabo.
Ci sono due idee che sono giunte alla resa dei conti durante lo scontro fra Hamas e Fatah: una è quella legata all'idea del popolo palestinese come unità culturale e nazionale; l'altra riguarda il problema dell'occupazione come regno dell'ingiustizia, come centro della violazione dei diritti umani di un popolo inerme e sottomesso. L'accusa di "atrocità" verso i palestinesi perseguita Israele dal 1967, quando a seguito della Guerra dei Sei Giorni, occupò porzioni di territorio in una guerra imposta dall'Egitto, dalla Siria, e anche dalla Giordania che pagò il suo rifiuto alla preghiere di Israele di tenersi da parte con la perdita di Gerusalemme e della West Bank. Per la prima volta in maniera molto evidente (non a caso i leader arabi come Mubarak che aveva duramente messo Hamas fuori legge cominciano di nuovo a parlare di unità del popolo palestinese, e lo fa anche Abu Mazen dopo gli orrori di Gaza) si presenta una separazione verticale fra le due aree palestinesi, e questo fa paura perché pone domande sia sull'identità palestinese, sia sul futuro Stato cui i palestinesi ambiscono. E' evidente che se si dovesse fondare oggi uno Stato basato su principi di sovranità e convivenza, sarebbe composto, in realtà, da unità politicamente inconciliabili e unite solo nella guerra contro Israele. Gaza fuori del potere consensuale palestinese, contro ogni accordo internazionale che prevede che le due entità agiscano come un'unità nell'Autonomia Palestinese in rotta verso lo Stato, è un dato di fatto oggi, e nello stesso è una minaccia, una mina vagante per tutto il mondo arabo e soprattutto per l'Egitto. Esso teme più di ogni altro che Israele, concentratosi tutto sull'aiuto alla West Bank per indicare una strada vantaggiosa alla moderazione contro l'estremismo islamico, abbandoni ogni interesse per Gaza, se non per seguitare a fornire l'aiuto umanitario promesso. Olmert vuole vedere Abu Mazen fiorire e gli estremisti capire che non conviene fare come a Gaza. Ma Mubarak ha la consapevolezza che la malattia islamista è la stessa di quella dei "suoi" Fratelli Mussulmani; che da Gaza, ormai una regione iraniano-sunnita, si dipartono, in arabo con accento egiziano, alla tv e alla radio messaggi di guerra allo Stato laico, che la porosità del confine e la presenza dell'Iran come fomentatore ormai istituzionale di ogni estremismo religioso, può condurre a una rivoluzione dentro i suoi confini nazionali. Se Israele molla la presa, certo tutto questo è ben più possibile. E se il mondo smette di prendersela con Israele come occupante, questo potrebbe gravemente turbare i rapporti fra occide nte e mondo arabo. Eppure la divisione creatasi fra Gaza e West Bank ha un suo profondo, ineludibile significato: queste due regioni sono l'una religiosa e l'altra laica, parlano con accento diverso, hanno una storia e un presente molto diverso. Gaza, anche se parte dell'impero Ottomano, fin dall'800 è stata sotto l'influenza e la dominazione egiziana, sempre arrogante, sempre sprezzante, sempre aliena dall'integrare gli abitanti della Striscia come cittadini depositari di diritti umani. Invece la West Bank fin dal 1921, quando fu disegnata per la prima volta la Giordania, ne è stata parte quanto a usi, a costumi, e nel 1950 fu annessa. I diritti e la cittadinanza oltre che all'uso legale delle infrastrutture sono stati estesi da re Hussein alla gente della West Bank. Qui i profugi e i loro discendenti sono il 26 per cento, a Gaza l'84. Nel 2006 la disoccupazione a Gaza era del 35 per cento, nella West Bank del 18. I matrimoni fra le due parti sono scarsi, le barzellette sulla mollezza di Ramallah e sulla brutalità di Gaza, parecchie. Fuorché l'odio per Israele e il sogno comune di stabilire uno Stato arabo al posto di Israele, è difficile tracciare una storia comune alle due aree. Né gli egiziani né i giordani hanno mai fatto nulla per creare ponti, e Arafat, col suo sistema di potere basato sui clan e sugli interessi, ha promosso un'identità comune basata solo sull'ostilità sia interna, secondo l'antica scelta del divide et impera, sia esterna verso Israele e poi verso gli USA e l'Occidente in generale. In secondo luogo, un elemento importante che ha tenuto insieme l'identità palestinese in questi anni, è stata la comune percezione di sé come vittime di un nemico comune, e il messaggio al mondo che si batte per i diritti umani della propria debolezza di fronte a uno strapotere militare aggressivo e violento. Naturalmente tutto ciò è altamente questionabile, e lo abbiamo messo in discussione molte volte: in una parola, Israele si è sempre soltanto difeso e ha sempre cercato di prevenire l'uso dell'arma principale dei palestinesi, il terrorismo. Ma la parola "atrocità" è entrata nel lessico riferito al conflitto come sinonimo dell'atteggiamento israeliano verso i palestinesi. Adesso, dopo gli episodi di Gaza, è difficile immaginare che questo elemento identitario, quello di vittime, prosegua intatto. A Gaza sono successe cose inenarrabili, soprattutto a causa del comportamento selvaggio di Hamas, ma anche Fatah ci ha messo del suo, e non poco. Non solo: lo scontro crudele fra i due ha portato alla luce che nonostante tutto quello che è successo la gente, anche a Ramallah o a Betlemme, seguita in gran parte a pensare che Hamas sia meglio perché almeno non è corrotto e arrogante come le milizie e i politicanti che hanno dominato la scena dai tempi di Arafat. Il consesso internazionale ha messo il silenziatore alle scene terrificanti che hanno avuto luogo a Gaza, ma restano agli atti la defenestrazione dal 15esimo piano del cuoco della squadra di protezione di Abu Mazen; l'esecuzione di un predicatore di una moschea di Hamas; gli agguati dall'una all'altra parte, compresi le guardie del corpo, il personale delle case, le famiglie, con fucilazioni sommarie sotto gli occhi dei bambini che in certi casi non sono stati risparmiati dalla morte; la fucilazione sul posto di tre donne, una di 12, una di 19 e una di 75 anni, al campo profughi di Shati come monito alle altre donne raccolte nel campo; l'aggressione mentre in fuga giungeva all'ospedale ferito e travestito da donna, a un capo del Fatah la cui testa è stata letteralmente staccata dal corpo dalla quantità di pallottole; le decapitazioni con armi da taglio; lo squartamento riportato di almeno un personaggio di Fatah; gli assedi agli ospedali con uso di missili e armi da fuoco; gli incendi alle abitazioni e ai luoghi pubblici. Hamas è stato peggiore di Fatah dal punto di vista delle atrocità, della folle determinazione alla punizione e alla vittoria, ma certo gli arresti senza processo in tutta l'Autonomia, le torture, il divieto di esprimersi liberamente alla stampa e alla tv, le esecuzioni anche da parte di Fatah rendono difficile oggi basare la richiesta della fine dell'occupazione sul principio sacrosanto del rispetto dei diritti umani. La condizione di tali diritti nell'Autonomia è gravissimo, e ci sono fra i palestinesi parecchi che hanno detto ai giornalisti che sperano nel ritorno degli israeliani a Gaza. Ma Israele non farà questo piacere né a Mubarak né al resto del mondo arabo, che forse dovrà finalmente occuparsi un po' di più dei palestinesi. Può darsi che quello che è accaduto qualche giorno fa al summit di Sharm el Sheich risulti alla fine esemplare: proprio lunedì 25 giugno, quando Hosni Mubarak, re Abdullah di Giordania, Ehud Olmert e Abu Mazen siedevano nell'aria condizionata di un albergo a cinque stelle cercando di dimostrare che si può costruire un fronte moderato, il convitato di pietra, ovvero Hamas e più ancora la logica infame della jihad islamista, hanno rubato il palcoscenico con un'esposizione di crudeltà spaventosa. Alan Johnston ormai da più di cento giorni sequestrato da una fazione di Hamas veniva mostrato in un video; e si udiva la voce rotta del giovane soldato israliano Gilad Shalit sequestrato da un anno, si udiva per la prima volta su una cassetta consegnata al secondo canale tv israeliano. Il ricatto vile dell'uso della pietà per guidare ancora una volta la danza incidendo sull'opinione pubblica democratica che tiene sempre per le famiglie disperate, è stato perpetrato senza remore. Abu Mazen, così è apparso, cerca il consenso dei suoi nella promessa dell'aiuto internazionale, Olmert che cerca di trasformare in processo di pace la crescita del rischio nell'area, ma ambedue sono stati giocati da Hamas, ambedue sono stati scippati del "prime time", ambedue hanno fallito nel comunicare la speranza che speravano di costruire. La sfida è ancora, inutile illudersi, quella potente dell'integralismo islamico, e niente è più improprio che pensare che esso possa essere riassorbito in un pacifico gioco regionale. Gaza e West Bank oggi sono divisi, e così forse resteranno per un pezzo: se è giusto parlare con Fatah e cercare di farne un interlocutore per il mondo intero, un incauto riavvicinamento a Hamas può costare molto caro al fragile Abu Mazen, può bruciare, come una farfalla che svolazzi intorno a una lampadina, la sua stessa incerta opinione pubblica, che soffre da anni la corruzione e la prepotenza del Fatah e che potrebbe abbandonarlo.
domenica 2 settembre 2007 19:37:39
Gaza e West Bank,volendo potrebbero diventare un enorme laboratorio per lo studio di una aggregazione sociale che funga come modello di sviluppo e coesistenza pacifica tra uomini di varie fedi ed etnie,nessuno escluso cedendo ognuno qualcosa,partendo dal presupposto che dai diamanti non nasce niente,dal letame nascono i fior.Un solo Dio,una sola religione,il punto di partenza dovrebbe essere questo per arrivare a costruire una città modello in cui si cerchino di superare gli antichi e moderni steccati,economici sociali e religiosi,una torre di Babele alla rovescia.
