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Un governo impreparato per andare in guerra

martedì 1 maggio 2007 Diario di Shalom 0 commenti
La Commissione Winograd che accusa di incompetenza il vertice politico. E' la dimostrazione che Israele è una grande democrazia. Più dei pur pesanti giudizi della commissione Winograd sul comportamento del Governo Israeliano durante la guerra, a costruire una nebbia di sfiducia e di sconcerto intorno a Israele contribuiscono le conclusioni improprie che se ne possono trarre, a destra come a sinistra.
 
Prima di tutto, lo spettacolo stesso dei cinque giudici pensionati che mettono nell’angolo, con linguaggio semplice e inequivocabile tutto il gruppo leader del governo, è uno spettacolo di democrazia senza confronti. L’autocritica della società israeliana, sempre portata alle estreme conseguenze, la durezza del dissenso interno giunta nel passato remoto fino alle cannonate, di fatto nel tempo ha dimostrato la sua potenza: Israele ha compiuto dal 1948 ad oggi uno slalom fra le guerre di difesa da nemici diversi e sempre determinati alla sua distruzione, traendone alla fine forza, anche quando la sconfitta sembrava ineluttabile come nel 1973, e questo proprio per la sua capacità di esaminare le proprie ferite anche quando si trattava di sanguinare ancora, di correggere i propri errori e di affrontarli con il cambiamento. Adesso, certo ha fatto impressione alle società europee ossequiose del potere e conformiste vedere un vecchietto di nome Eliahu Winograd, incaricato dallo stesso Primo ministro di indagare sulle cause dell’insuccesso in guerra, che punta il dito proprio contro Olmert di fronte all’opinione pubblica di tutto il mondo accusandolo di “aver fallito seriamente nell’esercizio del giudizio, della responsabilità e della prudenza”. Oltre a Olmert, Winograd ha accusato il ministro della Difesa Peretz di aver ignorato la propria stessa incompetenza già nel momento in cui ha preteso di ricoprire un ruolo politico per cui non era adatto, e ha travolto di condanne il capo di Stato Maggiore Dan Halutz, che per sua fortuna si è già dimesso, accusandolo di aver agito impulsivamente e di non aver avvisato i leader politici della complessità della situazione. Occorre guardare alla sostanza dell’operazione per capirne l’indispensabilità. Se non si leggono le ultime pagine del documento e ci si ferma alle prime pur sacrosante accuse, magari compiaciuti e trionfanti come tutti i commentatori arabi e molti fra i commentatori antisraeliani del nostro Occidente, non si capisce niente. Perché Winograd spiega, in buona sostanza, dopo avere indicato le responsabilità specifiche di ciascun membro del gruppo dirigente, che c’è stato un fraintendimento basilare rispetto a un problema centrale della vita di Israele: la continuità del pericolo della guerra anche ai giorni nostri. E’ una lezione che è molto importante studiare bene, perché riguarda tutti noi. Winograd suggerisce qualcosa che ai pacifisti che immaginano che la disapprovazione della Commissione sia legata alla scelta stessa di entrare in guerra, fornisce un’immediata smentita: Israele, dicono i giudici, si era abituata dai tempi di Oslo a immaginarsi in una situazione sostanzialmente pacifica, in cui l’esercito potesse essere trascurato, i leader potessero essere tutti quanti scelti fra personaggi senza esperienza militare, come è accaduto per il governo attuale, le incursioni di terra potessero essere evitate, i miluim (le riserve) potessero essere trascurati, le esercitazioni rarefatte, le forze di terra messe da parte. Come se oltre all’esperienza degli Accordi di Oslo non fosse subito seguita una secca smentita da parte della storia: Israele, nonostante i suoi sogni e le sue offerte territoriali, è stata investita dal terrorismo suicida unito al rifiuto religioso di tutto l’Islam, che nel frattempo ha rilanciato, guidato da Ahmadinejad, la sua battaglia millenarista. Winograd, che per ora non si addentra in questi temi strategici generali (apparirà una nuova parte della relazione ad agosto) quando suggerisce che la precipitosità di entrare in guerra, la mancanza di obiettivi intermedi e finali adeguati alla realtà, hanno oscurato la forza dell’esercito israeliano, non intende tuttavia affatto indicare con questo che fosse in vista un possibile accordo con gli Hezbollah. Vuole dire che la guerra andava condotta bene, e non male. Vuole dire che magari ci si doveva pensare prima, e lo dice. Prova ne sia che vi si adombra perfino la responsabilità di essere usciti dal Libano nel 2000 e di non aver poi agito conseguentemente, nonostante la tzavà fornisse continue giuste informazioni sulla costruzione della forza armata terrorista degli Hezbollah sul confine israeliano. Winograd, a nostro parere, suggerisce, indicando il ricambio di questa classe dirigente come evidente, anche se non esplicita, la via di uscita da una situazione di pericolo estremo, che lo scenario strategico in cui Israele si trova non può mai essere messo da parte nella scelta del Primo Ministro, del Ministro della Difesa, del Capo di Stato Maggiore. Il prossimo gruppo dirigente, si capisce da quanto suggerisce il documento, non potrà in alcun modo ricalcare la spensieratezza di questo governo nell’affrontare amatorialmente le questioni strategiche. E’ per questo che ogni ministero direttamente interessato alle scelte strategiche, si suggerisce, deve essere affiancato da qualcuno che sappia, capisca, proponga alternative. In una parola: Winograd, proprio perché ama la democrazia israeliana, propone di saper essere pronti per la prossima guerra. Si vede bene nel documento uno strenuo desiderio di pace, una volontà totale di difendere i ragazzi dalla morte; ma se si vuol fare la pace, se non si vuole invitare la guerra con la propria debolezza stregica, occorre tenere conto proprio del fatto che la guerra è ancora, e forse di più, un rischio vitale, e quindi occorre avere di questo consapevolezza politica anche nella scelta degli uomini al potere. Pochi giorni or sono il nuovo capo di Stato Maggiore ha descritto la situazione logistica del nemico in una riunione di Gabinetto, e dopo aver fatto contare diligentemente i missili piovuti da Gaza su Sderot e dintorni ha dimostrato che non c’è mai stata nessuna tregua: i missili kassam e le katiushe sono state 250 dal novembre 2006 all’aprile 2007. Cinquanta al mese, ultimamente rivendicati direttamente da Hamas. I nuovi missili, le tonnellate di tritolo, i terroristi introdottisi dal Sinai, la presenza di Al Qaeda nella Striscia... tutto questo, ha detto Ashkenazi, fa prevedere che sarà molto difficile astenersi dal cercare di fermare l’ondata aggressiva che si prepara a Gaza. Sull’altro versante, il Capo di Stato maggiore ha annunciato che gli Hezbollah, cui seguita a pervenire un forte afflusso di armi dalla Siria attraverso le deboli maglie dell’Unifil e dell’esercito libanese, hanno di nuovo attraversato il fiume Litani e si stanno ridisponendo in posizione bellica, nella fascia immediatamente a nord di Israele, come prima e alla faccia della risoluzione 1701. Di fatto, ricostruiscono un confine israeliano con l’Iran oggi sempre più determinato, e sembra in tempi minori del previsto, ad avere la bomba atomica. Prima si parlava del 2015 per la sua acquisizione da parte di Ahmadinejad, oggi l’idea è che in un tempo molto ma molto più breve l’arma micidiale sarà nelle mani del Presidente iraniano che ha promesso di distruggere Israele. La commissione Winograd, alla luce di queste considerazioni, risulta indispensbile: Israele deve essere pronto alla prossima guerra. Anche la Siria si è fatta baldanzosa e minacciosa. I miluim non erano pronti, la scelta di agire per aria e non per terra è fallita, negli ultimi due giorni di guerra non si è trovato, neppure ex post, nessuna logica che spieghi perché siano stati mandati a morire in battaglia dei ragazzi di leva mentre gli accordi erano già stati conclusi all’ONU. E’ sicuro che Israele non si può permettersi di questi errori, ne va della sua vita, la prossima guerra potrebbe essere fatale se condotta con una leadership non adeguata. E’ possibile compiere un rapido ricambio? Bernard Lewis e anche Fouad Adjami hanno spiegato più volte come il mondo islamico abbia perso il suo immenso potere e la sua capacità di produrre cultura proprio per un insistito rifiuto a riconoscere i propri errori, per la tendenza a vittimizzarsi e poi a esplodere in entusiastiche dichiarazioni di vittoria, in minacce mostruose quanto prive di reale incisività. L’Occidente ha sempre recuperato i suoi errori, nonostante la strada accidentata e sempre sul limite del dirupo della natura umana, e lo ha potuto fare solo grazie alla sua capacità di mettersi in discussione, litigare, criticare e criticarsi senza rischiare per questo ogni volta la tortura, la galera, la morte. Per questo sa essere costruttore di pace dopo la guerra, di ricchezza dopo la miseria. Questo non accade oggi nella maggior parte dei Paesi mussulmani, che invece di dileggiare Israele farebbero bene a prenderne esempio.

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