Guerra civile per il potere
Lo scontro tra Hamas e Fatah rischia di metter fine al sogno e all’ambizione di uno Stato palestinese
Solo qualche giorno fa, dopo l’attentato di un terrorista suicida, Mohammed Saqsaq di 21 anni, che ad Eilat ha ucciso tre giovani, due panettieri e un ragazzo che lavorava da loro, a una radio che mi intervistava ho raccontato che la madre del terrorista, senza una lacrima, di fronte alla casa parata a festa, con la tenda dell’accoglienza pronta per amici e parenti, ha raccontato ai giornalisti che il figlio si era venuto a congedare da lei, le aveva rivelato le sue intenzioni, e aveva ricevuto da lei una benedizione e l’augurio di riuscire nel suo progetto. La madre ha aggiunto che si augurava che tutti i suoi figli seguissero l’esempio di Mohammed, facendosi shahid. In realtà, più che raccontare dello stupefacente atteggiamento della madre, ho solo cercato di farlo: l’intervistatore infatti ha tagliato corto dicendo in sostanza: “si, questo lo sappiamo già, questo è già accaduto tante volte”. Non credo che questo atteggiamento denunci un particolare cinismo, quanto piuttosto la inconsapevole volontà di far calare il sipario su un mondo palestinese come si presenta oggi: fanatico, ultraislamista, aggressivo fino alla cancellazione dei più basilari sentimenti umani, come l’amore materno. Il tramonto dell’idea del mondo palestinese come del migliore dei mondi arabi possibili, nel senso della sua emancipazione culturale, della sua comprensione e vicinanza con l’Occidente, della sua sostanziale tendenza alla democrazia, l’idea insomma del palestinese come di un interlocutore agibile e flessibile, disposto a una trattativa che possa infine portare a un accordo di pace, è stata molto comune e molto caro agli intellettuali europei e americani. Eppure l’osservatore farà bene a lasciare che gli eventi dettino qualche ragionevole dubbio, perchè non è mai accaduto che le soluzioni si trovino su falsi presupposti. E ormai sono tanti i palestinesi stessi, fra cui per esempio il giornalista Mustafà Barguti, tanti gli intellettuali democratici, come Khaled Abu Toameh, tante le fonti di informazioni, come la televisione Al Arabija data alle fiamme pochi giorni fa dopo che aveva osato diffondere immagini che il primo ministro Ismail Hamje non avrebbe voluto vedere sul teleschermo, tanti, dicevamo, che denunciano le barbarie compiute all’interno del loro stesso mondo durante questa ultima guerra fraticida, guerra senza precedenti in cui almeno una quarantina di persone sono state uccise. Donne e bambini non solo non sono stati risparmiati, ma talora presi di mira volontariamente perchè colpevoli soltanto di viaggiare sulla macchina del padre. Gli uomini di Hamas hanno trascinato fuori delle loro case gli uomini di Fatah sotto gli occhi delle famiglie, e gli uomini di Fatah non sono certo stati da meno con quelli di Hamas. Armi di ogni tipo sono state usate sia a Gaza che nel West Bank per sparare colpi di bazooka verso uffici, case di abitazioni, luoghi pubblici, purchè ci fossero nemici di questa o di quella fazione da uccidere. Persino le ambulanze sono state prese di mira quando si sapeva che vi si trasrpotava un nemico. I rapimenti si sono moltiplicati, le strade si sono bagnate del sangue di appartenenti alle fazioni giustiziati sommariamente. Sia Abu Mazen, il presidente dei palestinesi, di Fatah, che Ismail Haniye il primo ministro, di Hamas, sono stati oggetto di attentati alle loro vite. La casa del ministro degli esteri, Mahmoud al Zahar è stata mitragliata. Tutto viene filmato minutamente, anche i cameramen talvolta fanno parte delle squadre della morte. Pare che un cittadino su tre possieda un’arma. I bambini scorrazzano liberamente fra i morti e i feriti, e vengono a loro volta coinvolti. Sia Hamas che Fatah moltiplicano le entrate per costruire eserciti privati: uno nuovo di zecca lo sta organizzando in grande Mohammed Dahlan a sua volta oggetto di ogni possibile cospirazione da parte di Hamas, e il minsitro degli interni di Hamas fa lo stesso. La disputa ideologica fra i due gruppi non è affatto lineare, come ci piace invece pensare quando ci figuriamo che Hamas voglia portare la guerra, rifiutando l’esistenza dello Stato d’Israele, e che invece Fatah sia incline a un accordo. Lo scontro oltre che ideologico, dato che Hamas è integralista islamica e Fatah non lo è, è tuttavia soprattutto uno scontro per il potere. Hamas ha gettato con il suo estremismo islamista e col suo rifuto delle condizioni internazionali del quartetto per ricevere gli aiuti, il seme del disordine e della fame. Non si può ignorare, tuttavia, anche con la migliore buona volontà, che solo alla fine di dicembre Mahmoud Abbas, ovvero Abu Mazen, che riceve in questi giorni cento milioni di dollari da Israele per potersi rafforzare e essere messo in grado di riaprire i rapporti con Israele eventualmente anche con nuove elezioni, in un grande comizio popolare ha ripetuto che le due fazioni dovevano fare la pace per volgere tutte le loro armi, insieme, contro Israele. E che il diritto al ritorno dei profughi palestinesi deve essere assicurato: che è come indicare una via di sicura sparizione dello Stato ebraico. Solo il 28 di gennaio il portavoce di Fatah biasimava Hamas per aver di fatto introdotto a Gaza la politica e il denaro della Siria e dell’Iran (250milioni di dollari sono stati promessi e in parte, si dice, già trasferiti da Ahmadinejad a Hamas), pure secondo informazioni israeliane alcune zone del West Bank, come per esempio a Nablus, sono ormai parte attiva della strategia degli hezbollah. E’ difficile ormai quindi immaginare Fatah come una parte pronta alla pace. Almeno, prima di dargli tutto il denaro e la fiducia, è indispensabile verificare bene le intenzioni di Abu Mazen.
Ma il mantra dei “due stati per due popoli” è così radicato nella comune speranza di vedere la pace vincere, che non si riesce a riflettere con la mente fredda. Per esempio, non si può ignorare che oltre alla violenza e al caos interno, gli attacchi terroristi contro Israele da quando, secondo gli accordi di Oslo, si creò una certa indipendenza territoriale legata all’Autonomia palestinese, sono aumentati in grande misura; e da quando poi dall’agosto 2005 Gaza è stata sgomberata dai settler e dall’esercito, una continua pioggia di missili kassam tormenta Sderot e i kibbutz del sud d’Israele, mentre Gaza è stata armata fino ai denti con nuove armi attraverso i passaggi con l’Egitto, sia quelli legali che quelli illegali.
Da lì, tutta l’orchestra terrorista internazionale inquina il territorio di Gaza. In definitiva, quello che si richiede oggi ai palestinesi perché possano giocare un ruolo credibile nel futuro del Medio Oriente, è l’abbandono della parte assegnata loro da Hamas che li ha trascinati nell’asse di cui fanno parte Iran, Siria e Hezbollah, oltre ad altre organizzazioni minori come la Jihad Islamica, e su cui di quando in quando si affaccia Al Qaeda con le sue promesse di morte. Nel passato Arafat non volle o non seppe acquisire il controllo dell’uso delle forze terroriste, e la loro crescita a partire dal 2000, si è sempre più confusa con un disegno internazionale che non è più nazionalista, ma puramente distruttivo. E’ sempre più difficile scorgere che cosa i palestinesi vogliano; Hamas non intende riconoscere Israele e quindi non vuole spartire la terra, e Fatah alla ricerca di un’impossibile unità, non dice una sola parola di chiara condanna del terrorismo e si guarda bene dal combatterlo. Eppure Abu Mazen detiene sempre la grande maggiornaza degli uomini armati. La gente nel West Bank è intanto spaventata e affamata, le strade sono vuote, ciò che si sente è solo il rumore degli spari. Se non si riesce a identificare le reali intenzioni dei palestinesi, se non si affaccia una vera leadership, se l’ambizione a uno Stato non si chiarisce e non si qualifica, sarà ben difficile che gli israeliani possano fare il lavoro per loro.
