Fiamma Nirenstein Blog

"Israele siamo noi", dall'introduzione

domenica 1 aprile 2007 Diario di Shalom 2 commenti
La democrazia israeliana è un esempio di come affrontare la guerra al terrorismo islamico. Su gentile concessione dell’Autore pubblichiamo parte dell’introduzione del nuovo libro di Fiamma Nirenstein “Israele siamo noi”, edito da Rizzoli.
 
Queste pagine si propongono di rovesciare una concezione corrente, radicata, talora ossessiva. Il mio assunto è molto semplice: Israele, al contrario di quello che suggerisce una propaganda pervasiva e ormai diventata senso comune, è un modello positivo e un caso di studio per chiunque si trovi a vivere in una società democratica che debba eventualmente affrontare una guerra di difesa cui tutto l’universo della democrazia occidentale è costretto. Parlo dunque di noi, della nostra società, quella occidentale: essa è attaccata come non mai in precedenza dall’estremismo islamico ormai organizzato in un asse che gestisce le migliori armi moderne e un’infinita riserva di terroristi sotto l’egida indiscutibile e non negoziabile del credo religioso. La sua costruzione propagandista e storicamente infondata si incentra su Israele come perverso «occupante» di territorio che non gli spetta, e quindi sul sionismo come ideologia imperialista e colonialista. L’invenzione del tema dello Stato di apartheid, che è la prosecuzione della risoluzione Onu n. 3379 del 1975 che equiparava il sionismo al razzismo, è tanto diffusa quanto del tutto priva di fondamento. Anche l’idea che il Secondo Tempio non sia mai stato sul Monte dove oggi sorge la spianata delle Moschee è stata definita da un archeologo di prima grandezza come Gabi Barkai «una menzogna peggiore della negazione dell’Olocausto, eppure collegata ad essa». Ambedue queste idee, infatti, sono tasselli di un mosaico che ha eroso il concetto della legittimità dello Stato d’Israele, ha rifiutato il pure evidente diritto del popolo ebraico, l’unico che abbia mai esercitato una sua sovranità su quel pezzo di terra vaga che sotto i romani, i greci, i turchi, gli inglesi venne chiamata Palestina e che comprendeva aree diverse dallo Stato ebraico. Israele è uno Stato del tutto legittimo, che, per circostanze storiche e geografiche molto complesse, si viene a trovare al centro di un attacco concentrico dell’integralismo islamico che non ha niente a che fare col conflitto israelo-palestinese. Se magicamente si giungesse a una soluzione territoriale fra palestinesi e israeliani – e nessuno può augurarsi niente di diverso – e due Stati fossero finalmente disegnati nei loro confini per vivere l’uno accanto all’altro, sfido chiunque a dimostrare che allora si placherebbe l’attacco prima di tutto dei palestinesi stessi, e poi di Hamas, degli Hezbollah, della Siria, dell’Iran ormai prossimo al nucleare. Israele e gli ebrei sono al centro di un attacco ideologico pari soltanto a quello subìto alla vigilia della Seconda guerra mondiale: accusati, come li accusava Hitler, di essere loro stessi la causa delle guerre, tengono accesa la fiaccola della conquista islamista del mondo, servono allo scopo di galvanizzare un fronte sempre più largo e più organizzato. Israele è solo il fronte avanzato, di questa guerra. È il decenne Hendrich, il bambino olandese col dito nella falla della diga. Ma la guerra è contro di noi, Israele siamo noi, perché siamo attaccati dagli stessi fanatici che hanno intrapreso la riconquista islamica dopo secoli di intensa frustrazione di fronte al predominio occidentale. Gli europei, se ne parla più avanti, sono cresciuti da ormai molti anni in un’atmosfera di bambagia che li porta a vedere l’aggressione jihadista come confronto culturale fra diversi, che li porta a immaginare che con la parola si possano sostituire i fatti, che la diplomazia non sia un mezzo per risolvere i problemi, ma un fine cui piegare la dura realtà, e che il fronte del jihad possa essere gestito frammentando il problema in questioni economiche e territoriali. Ma è solo un modo di evitare il pensiero della guerra, il grande tabù della cultura democratica. Alexis de Tocqueville nel 1838 esprimeva, osservando l’America, un punto di vista e un’esortazione incoraggianti, che fotografano peraltro la realtà di Israele: «Penso [...] che un popolo democratico, che intraprende una guerra dopo una lunga pace, rischi più di qualsiasi altro di essere battuto; ma esso non deve lasciarsi scoraggiare dalle prime disfatte. [...] Quando la guerra prolungandosi ha, infine, strappato tutti i cittadini ai loro lavori pacifici e fatto fallire le loro imprese private, accade che le stesse passioni, che li attaccavano alla pace, le rivolgano verso la guerra. [...] Per questa ragione le nazioni democratiche, che con tanta malavoglia si fanno condurre sul campo di battaglia, vi compiono prodigi quando si è riusciti a fare loro impugnare le armi». La democrazia, sostiene de Tocqueville, aliena alla guerra per natura, se vi è costretta la fa, seguitando a sprigionare le sue energie migliori e più vitali, e riesce a esprimere, sia nel combattimento sia nella vita civile che si trasforma per perseguire la vittoria, l’eccellenza della sua scelta politica di fronte alle dittature e al terrorismo. Ovvero, la democrazia, proprio combattendo il terrorismo liberticida e fascista, capisce meglio se stessa, sa per cosa vive, riconosce i propri valori, trova una strada per non tradire la propria natura. Beninteso, parlo di una società che affronta una guerra per la vita e non per la conquista, una guerra senza scelta se non quella di combattere o di soccombere. Senza cedere a fantasie e miti, pure si può dire che questo è il grande esperimento di Israele: sviluppare il carattere e le leggi della democrazia in una situazione di conflitto. È una sfida che riguarda i massimi sistemi, il rapporto fra libertà e ordine, quello fra interessi collettivi e personali, la fierezza nel confrontare il proprio modo di vita e la propria tradizione con quello che l’ideologia nemica vuole imporre, il conservare la durezza necessaria quando si combatte e la sensibilità indispensabile a promuovere i diritti umani. Israele si è trovato ad affrontare questa sfida per primo e sulla linea del fronte con il Medio Oriente intero: e non è la prima volta che gli ebrei devono per forza, dal doloroso profondo della condizione di eccezionalità che la storia li ha spesso costretti a vivere, elaborare risposte che diventano oggetto di riflessione per tutti. Da parecchi anni osservo Israele da giornalista: guardo la gente per strada, in guerra, a casa e altrove, e semplicemente vedo delle risposte alla più drammatica fra le domande odierne. Resistere di fronte alla delegittimazione, alla violenza, al terrorismo; queste risposte splendono nella foresta dei problemi, delle debolezze, delle imperfezioni del sistema capitalista, e persino nelle brutture che la natura umana tuttavia non manca di irradiare anche nelle migliori costruzioni sociali. Dalle parti di Gerusalemme e di Tel Aviv, dove siedono il governo e gli apparati di sicurezza, non mancano la corruzione, o la violenza sessuale, o l’incapacità, la faciloneria, la prepotenza. Certi retaggi del passato, come l’improvvisazione, sono ormai fuori tempo. Certi pavoneggiamenti maschilisti possono essere, se si vuole, ritenuti lo sfondo a recenti obbrobri, come i crimini sessuali per cui è stato incriminato il Presidente della Repubblica Moshe Katzav. Nell’esercito, di sicuro stati di esasperazione e anche di perversione hanno condotto a episodi in cui il grilletto è stato facile. L’eccesso di fiducia in se stessi e nei propri miti ha portato a errori che durante la Guerra del Libano dell’estate 2006 sono costate la vita a troppi soldati, e hanno dimostrato uno stato di insufficiente preparazione e uno scarso senso di responsabilità fra i capi militari e anche nell’angolo acuto della piramide politica. Fra la gente, specie fra gli intellettuali e i giornalisti, ci sono anche molti casi di viltà, di voglia di fuggire. Il defezionismo, la critica fanatica, sono, a volte, semplicemente miseri scimmiottamenti della sinistra europea buonista, esternazioni prive dello sfondo tragico su cui maturano le decisioni più dure. Israele compie errori e soffre falle come qualsiasi altro prodotto della fatica umana… … Il popolo d’Israele non è affetto dalla fragilità della sua classe dirigente, con i suoi difetti e le sue debolezze è pur sempre un popolo combattente e democratico. Le riserve, i milu’ ìm sono il ritratto simbolico del fenomeno israeliano. Esso è molto ben disegnato da H., ufficiale pilota delle riserve, che ho incontrato in una base aerea mentre si sistemava il casco e stava per salire sul suo F-16 diretto sul cielo di Gaza: due ore prima era nel suo ufficio di avvocato, con un cliente, a Tel Aviv. Il telefono ha squillato. Ha salutato in fretta, senza dire perché doveva scappare via. La borsa con il cambio di biancheria la tiene sempre pronta in macchina. La moglie la avverte col telefonino dalla strada appena è al volante verso la base in cui servirà fino a oltre i cinquant’anni di età per un mese all’anno, e per tutto il tempo straordinario in cui sia richiesta la sua presenza. Per andare ai milu’ ìm, nelle riserve, ognuno spende molto denaro e molto tempo prezioso; alcuni ci rimettono i loro business, specie se si tratta di lavoro autonomo. Un agente turistico, o immobiliare, rischia spesso la chiusura. Naturalmente spesso rischia anche la vita. Ma ieri, accompagnando un amico professionista a comprarsi un berretto per dormire nel deserto alcune notti di milu’ ìm, l’ho visto fraternizzare molto allegramente con il commesso, un uomo cicciottello che per ragioni segrete serve per periodi più lunghi del normale. Il rapporto fra di loro era di doppia solidarietà, come cittadini un po’ anziani che ormai hanno freddo la notte, ma che come soldati condividevano il senso della indispensabilità della loro missione. Il fenomeno israeliano cui è interessante per tutte le democrazie guardare è, se finalmente ci riuscisse di toglierci gli occhiali neri dell’ideologia, la mirabilità della costruzione dell’homo israelianus, speciale ed eguale, democratico e combattente. La guerra e la democrazia hanno costruito nel loro inusitato matrimonio un personaggio adatto a sopravvivere nel continuo sacrificio e nel dono di sé benché sia un uomo moderno e quindi viziato dalla pluralità delle merci e distratto dai tanti stimoli; devoto alla pace e alla libertà, mentre è costretto ad affrontare il problema del jihad, l’aggressività del terrorismo, la violenza sconosciuta fino a oggi della guerra asimmetrica. Una guerra inaffrontabile e disperante che, invece di cercare la salvezza per la propria popolazione civile, ne fa uno scudo di difesa non sporadico, ma sistematico, di fronte a un esercito che ritiene vincolanti le norme della Convenzione di Ginevra. Una guerra in cui il nemico mira ai civili per colpirne il maggior numero possibile. Come si deve modellare la democrazia per conservare intero il proprio cittadino, cui è vietato per legge uccidere, mentre al nemico ciò è imposto dalle sue regole religiose e quindi di guerra? Come, perché possa tuttavia sopravvivere e non diventare un inerte capro espiatorio della riconquista islamista? Noi europei dal 1945 abbiamo conosciuto soltanto la pace. Il sionismo ha il merito ideologico della sopravvivenza di Israele, perché ha elaborato l’ebraismo in senso laico, senza mai allontanarsene. Infatti è nato sulle fondamenta di una cultura che per tremila anni ha trovato strade di sopravvivenza nonostante in tanti abbiano cercato di eliminarla, e perché ha teorizzato che la salvezza si trova soltanto con le proprie forze. Tenacia, coraggio e determinazione quasi sovrannaturali e senza paragoni che a me vengano in mente lo hanno messo in piedi; è nato con le forze fisiche dei suoi stessi ideatori sulla sabbia, sulle rovine e fra le paludi… … In coda sull’autostrada, sai che il guidatore della macchina accanto può commettere infrazioni, e ne fa, può fare errori, e ne fa ancora di più, ma che è un personaggio con una storia vera da raccontare, che affronta ogni giorno problemi essenziali. Non ha abbandonato il suo retaggio: le Tavole della Legge gli ripetono ogni giorno «Non uccidere», ma con altrettanta urgenza egli sa che ha un significato universale la sua lotta per non essere ucciso. Si dibatte fra due imperativi categorici. Gli ebrei d’Israele, dopo essere stati il primo popolo a benedire il mondo col monoteismo, sono oggi l’unico popolo che abbia benedetto il Medio Oriente con la democrazia. Forse meritano uno sguardo, una considerazione completamente diversa da quella che hanno ricevuto fino a oggi, anche perché i loro nemici sono anche i nostri ed essi sono i primi sul fronte.

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Alessandro Nember , Italia
 martedì 3 luglio 2007  18:24:02

Gentilissima Dott.ssa Nirenstein,ho avuto modo di leggere la Sua ultima fatica editoriale «Israele siamo noi». Nel congratularmi per quest’opera, devo dire che sono riuscito a cogliere l’importante motivo per cui, per l’appunto, in quanto europei non possiamo ipocritamente lasciare a sé stessi gli israeliani, i quali, come Lei ha saputo spiegare, sembrano una sorta di strano animale politico, un paradossale “Giano bifronte”, dal momento che verso Occidente rappresentano una democrazia compiuta, nata sionista, e dunque socialista, e sempre più liberale, e dall’altro lato –verso Oriente- rappresentano una potenza territoriale e regionale costretta continuamente all’arte della guerra da nemici irriducibili. Tale mediazione d’identità che la cultura europea, postmoderna e postsessantottina, ritiene come opposti inconciliabili, rappresentano –al momento- l’unica strada praticabile a fronte della marea montante del fanatismo panarabico e islamista, nella doppia accezione sciita a sannita; se riteniamo, dunque, per vere le argomentazioni, come chiaramente esposte e dimostrate da Oriana Fallaci, del progetto ideologico di quella che è stata chiamata la c.d. “Eurabia”, anche gli europei non possono ignorare il destino che viene preparato per gli stessi, e che assume, sempre più, i medesimi toni oscuri della minaccia che ormai da troppo tempo incombe su Israele.Queste considerazioni politiche, purtuttavia, non rendono giustizia del Suo libro, nel quale –mi pare di capire- Lei sostiene che a fronte dell’ideologia islamista (sia essa iraniana, o proveniente da Hezbollah, Hamas, o chi altri), la stessa ideologia sionista, nelle sue molteplici forme ed evoluzioni ha garantito la creazione di quell’ «homo israelianus», che ha potuto reggere antropologicamente, sociologicamente, psicologicamente e politicamente al terrore fanatico che lo vuole distrutto. Non volendo entrare nel merito del pensiero sionista –cui non appartengo non solo in quanto cristiano, ma anche per scelta-, umilmente mi permetto di sollevare una modesta censura a tale modus procedendi. Pur non potendo negare l’alta redditività politica di una scelta ideologica che ha la forza di compattare e rendere forte un popolo in un breve lasso di tempo di fronte ad una grave minaccia urgente ed attuale per la sicurezza nazionale, come appunto la scelta sionista, mi sembra che si ripercorra la stessa strada ideologica para-sessantottina, se non nel merito, almeno nel metodo, di utilizzare un’ideologia contro un’altra ideologia. In altri termini, a fronte della minaccia ideologica, ad esempio, di Hamas che pone a fondamento della sua stessa esistenza la “distruzione di Israele”, oppure di quella iraniana che parla di “piccolo Satana”, intendendo appunto lo Stato di Gerusalemme, si cerca la via d’uscita nella scelta di un’ideologia in opposizione, che Lei ritiene essere il sionismo (e che è ingiusto nei confronti del sionismo stesso, che subisce una sorta di reductio ad unum rispetto alla molteplicità del proprio sviluppo storico). Tale determinazione ideale, infatti, non sembrerebbe portare ad un esito condiviso dagli abitanti tutti di un’area così contrastata; la contrapposizione frontale ed ideologica avrebbe unicamente l’effetto di astrarre la dialettica politica, non solo regionale, ma anche mondiale, permettendo, allora sì, all’ignavia europea di considerare le due ideologie equivalenti, e dunque di disinteressarsene nel merito, scegliendo di garantire sé stessa, a breve termine; favorirebbe, cioè, la domanda che già nel 1939 le cancellerie dei paesi democratici si fecero: «Vale la pena morire per Danzica?».Questa mia osservazione non vuole essere corrosiva, ed anzi si muove nel senso opposto. Infatti, il pregio della Sua opera consiste nell’intelligente riscontro che il fascino del c.d. «homo israelianus» (che sempre di più attira la simpatia e l’interesse di quanti non si accontentano del “quieto vivere” e soprattutto dei giovani) è dovuto alla considerazione che tale tipologia di uomo è fortemente carico di valori e che, pur essendo perfettamente espressione del mondo democratico e capitalista, tuttavia non rinuncia ad un’identità forte ed ad una libera appartenenza a… qualcosa (nel caso di specie, direi allo Stato israeliano). Che il sionismo abbia contribuito a questo risultato è innegabile, ma –come sopra detto- non basta, ed anzi può essere controproducente. In realtà, alla luce di tale immedesimazione c’è qualcosa di più profondo, un dato culturale, cioè, che dev’essere ancora esplicitato, e che mi permetto, a livello di ipotesi, di individuare nella constatazione da parte di molti europei –soprattutto a seguito della Shoah- che la cultura ebraica, e poi israeliana, appartiene radicalmente ed innegabilmente alla cultura europea. Rimando, in altri termini, al dibattito che tiene banco nel Vecchio Continente, sulle c.d. “radici giudaico-cristiane”. Convincere gli europei a comprendere tale necessità culturale, senza steccati ideologici, ma ragionevolmente e laicamente, è propedeutico alla identificazione tra gli israeliani e gli europei. Ad esempio, per dirla con Benedetto XVI –che come cristiano non posso ignorare-, nella ormai celebre “lezione di Ratisbona” (città carica di forti simbolismi storici legati all’invasione turca del XVI secolo), è necessario ripercorrere e ricostruire correttamente l’espressione culturale più in crisi e consumata della storia europea, che –contrariamente alle apparenze- è l’illuminismo, che ha generato oggi il mostro c.d. “laicista”. Insomma, c’è l’urgenza di tornare nuovamente ad educare secondo la verità, dopo le tragiche ubriacature delle ideologie del XX secolo.



Francesco , Roma - Italia
 sabato 30 giugno 2007  22:55:42

L'opinione pubblica italiana e quella Europea in genere tendono sempre a cadere nelle trappole della propaganda che siamo poi noi stessi a fare.. Recentemente quando si parlava di liberare dei detenuti palestinesi, un servizio li ha mostrati in carcere ed ha mostrato persone alle quali sono garantite condizioni di detenzione dignitose e nel pieno rispetto dei loro diritti civili quantunque siano persone condannate da un regolare tribunale per crimini contemplati come tali dall'ordinamento legislativo Israeliano.. Difficilmente i soldati rapiti riceveranno un trattamento simile oltre al fatto che a loro tocca essere detenuti solo per essersi resi colpevoli di assolvere al proprio dovere, di essere comandati in servizio quando magari, in cuor loro, avrebbero preferito essere altrove.. Riguardo ad Israele una sola cosa mi ha colpito ed amareggiato dandomi da pensare che forse aveva iniziato a manifestare alcuni dei difetti delle democrazie occidentali: il recente filmato in cui si vede un motociclista, ad un incrocio di Tel Aviv, cadere e rimanere sull'asfalto per diversi minuti nell'indifferenza della gente.. Quel filmato ha creato un grande scandalo in Israele proprio perchè è un popolo in genere molto solidale e l'opinione pubblica si è posta delle domande.. A parte questo è lampante il ruolo di Israele nel rappresentare l'avamposto della convivenza civile tra popoli che non la conoscono affatto ed ai quali non interessa affatto praticarla visto che questo concetto e le sue conseguenze andrebbero a minare le basi della cultura islamica che non prevere il rispetto ma solo la prevaricazione.. Questo dovrebbero capire i nostri politici per poterlo poi trasmettere alla nostra gente.. La verità è che questa gente ci odia perchè noi sappiamo essere civili mentre loro non ci riescono, noi sappiamo costruire e loro no ed Israele viene ancora più odiato perchè con la sua modernità, la sua democrazia, la sua efficenza sta li in mezzo a loro a ricordargli tutto quello che loro non hanno e che non saranno mai capaci di avere..Francesco d'Elia



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