Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Onu, che vergogna se l’Iran deciderà sui diritti dell’uomo

mercoledì 17 febbraio 2010 Il Giornale 17 commenti

Il Giornale, 17 febbraio 2010

Per capire cos’è diventato l’Onu basta pensare che forse a maggio l’Iran, con il suo carico di condanne a morte di dissidenti e omosessuali, con la sua persecuzione dei dissidenti, diventerà membro del Consiglio dell’Onu per i Diritti umani con il voto della maggioranza dei 192 membri dell’assemblea generale. Non c’è niente da ridere. Teheran ci sta lavorando parecchio, e le possibilità sono alte: i nuovi membri del Consiglio, composto di 47 Paesi, saranno eletti a scrutinio segreto. La durata del mandato è di tre anni. Il gruppo asiatico adesso ha a disposizione quattro posti e gioca su cinque candidati: la Malaysia, le Maldive, il Qatar, la Thailandia... e l’Iran. Un calibro da 90 rispetto agli altri, in grado di dire semplicemente «fatti più in là» a parecchi soggetti. E il gioco sarebbe fatto.
Dunque l’Iran potrebbe, magari mentre gli vengono comminate le famose sanzioni che tanto tardano nonostante la violenza fisica e la protervia atomica del regime, ricevere una legittimazione internazionale attraverso la maggioranza automatica dei Paesi non allineati e dei Paesi islamici, e acquisire così potere decisionale sulla moralità del mondo, su chi giudicare buono e chi cattivo, su chi spedire alla Corte penale internazionale, chi accusare di crimini di guerra. [...]

E nell’ombra si nasconde la terza Intifada

domenica 14 febbraio 2010 Il Giornale 4 commenti

Il Giornale, 14 febbraio 2010

La teoria dei corsi e ricorsi è un po’ vecchiotta, ma quando mercoledì scorso un poliziotto palestinese al posto di blocco di Tapuah nell’West Bank ha pugnalato, uccidendolo, un soldato israeliano, tutta Israele non ha potuto fare a meno di ricordare quell’ottobre del 2000, quando la pace sembrava fatta, gli accordi di Oslo ancora non erano stati distrutti a Camp David, e tutt’a un tratto un poliziotto palestinese, in una di quelle speranzose ronde congiunte di forze armate palestinesi e israeliane insieme, sparò in testa a un soldato di Tzahal. Poco dopo, ci fu l’assalto alla tomba di Giuseppe, dove un soldato israeliano druso fu ferito a morte e morì dissanguato perché una torma jihadista non lasciò arrivare i soccorsi. Era l’anticamera dell’Intifada. Oggi, i segnali somigliano a quelli antichi: due mesi fa, è stato ucciso un padre di sette figli, Meir Chai, e fra i tre assassini, tutti di Fatah, uno era un membro dei servizi di controspionaggio; nel novembre del 2007 tre poliziotti palestinesi uccisero un abitante di Shaveui Shomron, negli insediamenti. Un mese dopo due membri del Servizio Generale di Intelligence uccisero due autostoppisti israeliani. E non è finita qui. [...]

L’Iran ci attacca? È un buon segno

mercoledì 10 febbraio 2010 Il Giornale 7 commenti

Il Giornale, 10 febbraio 2010

Non è una novità vedere l'Italia al centro dell'attenzione dell'integralismo islamico. Ci sono parecchi imam e mufti che a svariate latitudini inveiscono appena possono contro Roma, i crociati, il cristianesimo, la civiltà occidentale, e promettono la vittoria. L'attacco di ieri all'ambasciata italiana è parte dell'anima della rivoluzione iraniana e della guerra islamista contro l'Occidente: quel qualche centinaio di basiji che lanciavano pietre e gridavano morte all'Italia devono avere sentito echeggiare nei loro imi precordi sentimenti profondi, così come chi ha preparato la protesta contro il discorso di Berlusconi a Gerusalemme e ha chiamato a severo colloquio il nostro ambasciatore, è senz'altro convinto che si tratti di una tappa come tante altre di un conflitto alla lunga inevitabile, proprio per l'essenza laica e democratica del nostro Paese. Perché l'Iran, che festeggia domani, il 22 di Bahman, 11 di febbraio, la rivoluzione del 1979, è aggressiva ontologicamente. Lo sciismo di Ahmadinejad e di Khamenei crede che, per facilitare l'arrivo del suo Messia, non il migliorare l'accordo e l'accomodamento siano necessari, ma che lo siano invece il conflitto, il confronto e anche la conflagrazione finale. Allora sarà garantita la redenzione e la supremazia islamica sulla storia. [...]

L’amore di Israele per Silvio? Lui sfida il politically correct

giovedì 4 febbraio 2010 Il Giornale 8 commenti
Il Giornale, 4 febbraio 2010

«Ma perché non resta da noi, cosa ha da fare in Italia?» ha esclamato il conduttore del telegiornale del Canale statale tv dopo aver parlato ieri di Berlusconi. «Dopo tre giorni con lui devo dirlo: è uno charmeur irresistibile» ha ripetuto il giornalista del secondo canale. Ma addirittura Shimon Peres lo ha definito Shimshì, solare, nel discorso alla colazione in cui ha anche suggerito in maniera semplice e diretta al leader italiano che «la stampa chiacchiera ma gli elettori scelgono». «Lei ci ha scaldato il cuore» ha sorriso Peres durante la colazione di saluto di ieri, e non si riferiva alla indubbia simpatia che il Premier italiano ha suscitato, ne alla storiella che ha raccontato, ma soprattutto alle prese di posizione sostanziali e coraggiose di Berlusconi in tutte le occasioni in cui si è espresso, e in particolare durante l’intervento alla Knesset. Berlusconi è stato diverso da tutti i leader europei, non ha cercato di insegnare niente a nessuno ma ha offerto la sua stima e la sua mediazione a un Paese che, ha detto, «bisogna ringraziare per il solo fatto di esistere».  [...]

Israel's love for Berlusconi? He challenges the political correctness

Il Giornale, February 4, 2010

"But why don’t you remain with us, what do you have to do in Italy” exclaimed the anchorman of the State TV Channel news program in talking about Berlusconi. "After three days with him, I must say: he is an irresistible charmeur" chimed the journalist of the second channel. Indeed Shimon Peres defined him shimshì, sunny, in his speech delivered during the official reception. He also simply and directly said to the Italian leader that “the press chits chats but voters choose”. “You warmed our hearts” smiled Peres during the farewell lunch on the last day of Berlusconi’s visit. And he was not referring to the undoubted popularity the Italian Prime Minister gained, nor to the joke he told. But he referred specifically to the substantial and courageous positions that Berlusconi took on all the occasions in which he expressed his opinion. And in particular, during his speech to the Knesset. Berlusconi had a different approach with respect to all other European leaders. He did not try to teach anything to anyone. But he offered his appreciation and mediation to a country that – as he said – “we must thank for its very existence”. He did not leave the title “best friend of Israel” to remain a rhetorical exercise and the moving story of his mother Rosa who saved a Jewish woman as part of Bibi Netanyahu’s welcome speech: on a day in which the enemies turned up with every possible means, with war threats from Syria and large bombs launched in the sea probably by Hamas to blast shores and Israeli ships and to cause a massacre. [...]

"Silvio, amico sincero": un bene raro per Israele

lunedì 1 febbraio 2010 Il Giornale 11 commenti

Il Giornale, 1 febbraio 2010

I media di Gerusalemme esaltano il ruolo di Berlusconi in un Paese a rischio di genocidio, tra Hamas, Hezbollah e l’incubo dell’atomica

Un amico... haver tov, un buon amico. Già dalla giornata precedente all’arrivo di Silvio Berlusconi in Israele tutti i media cartacei, radiofonici, televisivi erano pieni di questa espressione. Per Israele gli amici sinceri sono importanti quanto rari, specialmente quando arrivano dall’Europa. Israele è abituata a vedere il mondo gestire con le pinze la sua situazione, sa che avere un rapporto caldo e gentile come quello di Berlusconi con lo Stato ebraico e con Bibi Netanyahu è una scelta costosa, che il mondo islamico guarda e aggrotta le sopracciglia. Israele è spesso calunniata e rimproverata mentre la premono mille minacce esistenziali, e il fatto che qualcuno capisca quanto è duro difendere l’unica democrazia del Medio Oriente le dona un attimo di respiro, una autentica consolazione. Il panorama che Berlusconi vedrà sarà quello di una società piena di voglia di vivere, di un’economia che si basa sull’innovazione tecnologica. Netanyahu, che ci tiene molto a dare un suo segno fortemente liberale, ha creato l’ambiente perché l’indice delle cento compagnie israeliane più forti nello stock Exchange di Tel Aviv siano cresciute dell’88,8% in un anno, riprendendosi velocemente dalla crisi del 2008. Lo standard medio della vita è simile a quello italiano. Sembra incredibile che sia una società minacciata di genocidio, affaticata dalle spese militari, in cui la leva militare è di tre anni, e in cui il pericolo è pane quotidiano. L’Iran è oggi il centro dell’attenzione strategica, un pericolo chiaro e presente: Israele lo vede appollaiato sui suoi confini, sempre più aggressivo. Al nord Hezbollah, parte importante del governo libanese, milizia sciita integralista armata dagli ayatollah lungo il confine israeliano, è pronto a scattare quando l’Iran lo ordini. [...]

L’odio per gli ebrei c’è ancora: ora si chiama antisionismo

giovedì 28 gennaio 2010 Il Giornale 19 commenti

Il Giornale, 28 gennaio 2010

Chi nega il diritto dello Stato d’Israele a esistere riprende gli odiosi metodi di quanti cercarono di sterminare un popolo

A leggere i tanti comunicati e prese di posizione nel Giorno della memoria si assiste a una variegata dimostrazione di buona volontà, ma molte volte, mi dispiace, gli ebrei non c’entrano niente. Spesso non è una parola sul loro sterminio, sull’antisemitismo e su come combatterlo quella che viene pronunciata, gridata, sussurrata da uomini politici e fondi di giornale, ma piuttosto una presa di posizione sulla propria personale virtù, sulle virtù della memoria in sé o su temi generici come la difesa dei gruppi che soffrono pregiudizi e persecuzioni da parte di maggioranze. Si dicono due parole di circostanza, poi si parla di Hiroshima, dei pellerossa, delle minoranze etniche ospiti in Italia, del Darfur, della memoria della Resistenza offesa dalle scritte antisemite, dell’immigrazione sfruttata al Sud; tutte cose che denotano sentimenti elevati, e anche una decisa volontà di obliterare il fatto che l’antisemitismo attuale ha come obiettivo gli ebrei, lo Stato d’Israele. C’è chi si indigna che proprio nel Giorno della memoria i muri di Roma siano stati imbrattati con svastiche, ma chi dichiara la sua indignazione si dimentica di dire che le scritte dicono “Hamas vincerà” e “Usa e Israele boia”. Quello non dà noia. Qualcuno arriva a punti comici, come il Manifesto, che denunciava Israele anche ieri sul suo sito: «Israele attacca l’Iran mentre il mondo ricorda l’Olocausto». Che maleducato. Peccato che l’Iran nel frattempo gli prometta di nuovo lo sterminio. [...]

Osama vs Obama: forse adesso la Casa Bianca cambierà toni

lunedì 25 gennaio 2010 Il Giornale 3 commenti

Il Giornale, 25 gennaio 2010

Non sono molte, negli anni, le dichiarazioni in cui la fantasmatica voce di Osama Bin Laden fa menzione di Israele; anzi, per molti anni la sua attenzione stragista è stata molto più concentrata sui crociati (i cristiani) anche se associati ritualmente agli ebrei in generale (siamo infedeli tutti quanti), sull’Occidente blasfemo e peccatore oppressore dell’Islam e soprattutto incarnato dagli Usa, e sulla parte infedele che macchia la Ummah Islamica, i moderati rinnegati da riconquistare con la forza alla Sharia, secondo Osama.
Ai tempi dell’11 di settembre, che Bin Laden cita nel suo ultimo messaggio come un precedente all’attacco non riuscito del terrorista Umar Al Farouq Abdulmutallab, Gerusalemme era un elemento marginale per Al Qaida. Oggi invece, in questo messaggio, diventa centrale, anzi, retrospettivamente, a sentir lui, anche le Twin Towers sono state distrutte per difendere la giusta causa dei palestinesi, anzi, con balzo retroattivo, per aiutare la povera gente di Gaza, assediata da Israele. [...]

Haiti: se il Paese della guerra salva le vite

giovedì 21 gennaio 2010 Il Giornale 23 commenti
Haiti: se il Paese della guerra salva le vite

Il Giornale, 21 gennaio 2010

Una parte della stampa internazionale accusa Israele di ignorare i diritti umani. Eppure ad Haiti è in prima fila soprattutto nella cura dei feriti e nella ricerca dei dispersi. Chi viene da una terra dove la morte è sempre in agguato, rispetta il valore dell’esistenza.

Chi vede che cosa sta facendo Israele ad Haiti, resta a bocca aperta: non c’è mezzo di comunicazione di massa, non c’è rappresentanza diplomatica che non abbia lodato il lavoro di quei volontari che non dormono e salvano vite a catena, e che lo fanno al massimo della competenza scientifica e umana. Ma non illudiamoci: non ci vorrà molto perché Cnn, Sky News, Cbs e tutte le tv internazionali, accusino di nuovo Israele di essere un Paese crudele, violatore di diritti umani, oppressore, assassino di bambini. Loro lo sanno, ma seguitano a lavorare fra le rovine e nell’ospedale da campo.
«Loro» sono i duecentoventi medici e paramedici israeliani, fra cui molti soldati, che sono arrivati per primi sull’isola distrutta, hanno cominciato a scavare e non hanno ancora smesso, hanno messo su un ospedale da campo che non sgarra di un millimetro dai migliori standard internazionali; a questo ospedale si rivolgono tutti i Paesi che cercano con buona volontà, ma in grande confusione (prima di tutto gli Stati Uniti), di portare aiuto ai terremotati. «Solo gli israeliani sono riusciti a portare velocemente un’assistenza avanzata», ha detto alla Cnn la dottoressa Jennifer Furin della Harvard Medical School. [...]

Vedi anche:

"Mi chiamo Israele, Il primo bimbo nato a Haiti si chiama Israel per ringraziare lo stato ebraico degli aiuti"

di Giulio Meotti

Un discorso pieno d’affetto, ma il Papa non ha mai citato Israele

lunedì 18 gennaio 2010 Il Giornale 12 commenti

Il Giornale, 18 gennaio 2010

Ine ma tov u ma naim shevet ahim beyahad. Com’è bello e com’è dolce sedersi insieme da fratelli. Il salmo lo dice, e ieri non è stata retorica: quando lo hanno ripetuto sia Rav Di Segni che Benedetto XVI alla sinagoga di Roma, l’ha cantato il coro, si è avuto il senso di come sia possibile cambiare, svoltare, forgiare la storia con la volontà. Quante ferite nel rapporto fra cristiani e ebrei, e quale ammirevole gesto di amicizia. Il pubblico fitto degli ebrei romani ieri ha riempito la sinagoga, ha coperto di affetto e di rispetto Papa Ratzinger, e Papa Ratzinger ha a sua volta dardeggiato simpatia, per quello che si può capire dal sorriso timido e tutto preso nel suo ragionamento, con molteplici sguardi e segni personali affettuosi agli ex deportati e a Rita Levi Montalcini, oltre che alla sinagoga calda, cerimoniale, ecumenica con gli alti cappelli, gli abiti, i tallit roteanti, i canti tenorili e ben intonati, che solo a Roma sono così italiani.
L’antisemitismo e la Shoah sono stati protagonisti del discorso del Papa, il puntiglio della memoria che ha ripercorso la tragedia ebraica risponde chiaramente alle polemiche sui vescovi lefebvriani (come dire «non ho un briciolo di simpatia per le loro tesi»), la lode per chi cercò di salvare gli ebrei ha messo un punto personale sulla polemica su Pio XII: take the best, forget the rest, prendiamo ciò che c’è stato di buono e dimentichiamo le mancanze, dedichiamoci insieme alla memoria dei giusti. [...]

"Il Rapporto Goldstone: un pericoloso fraintendimento"

domenica 17 gennaio 2010 Il Giornale 4 commenti
CONVEGNO

A un anno dalla guerra tra Israele e Hamas

"Il Rapporto Goldstone: un pericoloso fraintendimento"

Modera: Pierluigi Battista, Corriere della Sera

Intervengono:

Amb. Laura Mirachian – Rappresentante Permanente d’Italia presso l’ONU e le altre Organizzazioni Internazionali a Ginevra

Prof. Dore Gold – Presidente del Jerusalem Center for Public Affairs, Gerusalemme, ex Ambasciatore d’Israele presso le Nazioni Unite di New York

Gen. Giovanni Marizza, ex Vice comandante del corpo d’armata multinazionale in Iraq

Commenti:

On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri, Camera dei Deputati

On. Enrico Pianetta, Presidente dell’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele

On. Gianni Vernetti, ex Sottosegretario agli Esteri

Giovedì  21 gennaio 2010, ore 18:00

Camera dei Deputati, Sala del Refettorio, Palazzo San Macuto, Via del Seminario 76, Roma  

E' necessario accreditarsi con una mail a nirenstein_f@camera.it, telefonando al 06-67606805 o al 393-8058906
(Per gli uomini è necessario indossare la giacca)



Il 16 ottobre 2009, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, così  come successivamente l'Assemblea Generale, ha approvato un rapporto stilato dal Giudice sudafricano Richard Goldstone, sul conflitto tra Israele e Hamas del gennaio scorso.

Per otto anni, le cittadine israeliane intorno alla Striscia di Gaza sono state prese di mira da oltre 9000 razzi da parte di Hamas, l'organizzazione terroristica che oggi governa la Striscia. La guerra di Gaza, scoppiata il 27 dicembre 2008, fu una conseguenza di questo continuo attacco alla popolazione civile israeliana, che ha continuato a perpetrarsi anche dopo il disimpegno dalla Striscia da parte israeliana nell'agosto 2005. [...]
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