Il Giornale
Cina pronta per le sanzioni all’Iran. Ma perché Obama non si muove?
Il Giornale, 2 aprile 2010
Sì, la Cina andrà a Washington al summit del 12 e 13 aprile: il presidente Hu Jintao sulla via del Sud America, dopo molti corteggiamenti, parteciperà all’incontro sulla sicurezza nucleare e Iran. Il tema chiave, il Tema. Nei giorni scorsi annunciando che i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza e la Germania avevano stabilito di preparare nuove sanzioni avendo la Cina abbandonato l’opposizione, il segretario di Stato americano Hillary Clinton aveva aggiunto, soddisfatta che ci sarebbe stata un’ulteriore tornata di consultazioni non solo fra i 5 più uno, ma anche con gli altri membri del Consiglio. Insomma, la Clinton segnala con clamore che la promessa fatta da Barack Obama martedì, forte anche del patto con Nicolas Sarkozy («siamo inseparabili sulle sanzioni iraniane», ha detto in visita al presidente americano) di procedere con nuove misure economiche nel giro di qualche settimana ha buone possibilità di riuscire ora che la Cina ha detto a mezza bocca: è inaccettabile un Iran nucleare. Ma quanto è disposta a marciare? Nessuno lo sa veramente, ed è anche difficile mettere in fila le variabili dipendenti delle decisioni cinesi, in genere ispirate da uno spietato realismo. [...]
Crisi Usa-Israele 2: tutti contro Israele, ormai è moda
Il Giornale, 26 marzo 2010
Forza, diamoci giù. Quale migliore occasione per un attacco mondiale contro gli ebrei, pardon, contro Israele, di questo momento di frizione fra gli Usa di Obama, il presidente che con tutti i dubbi risultati ottenuti in politica mediorientale (Iran con i suoi mortali sberleffi, Siria e di conseguenza Libano che cadono in ambito iraniano, Turchia che passa all’islamismo, palestinesi sempre più radicalizzati...) non può tuttavia mai sbagliare.
L’ultima ad essersi unita alle azioni diplomatiche antisraeliane è l’Australia, che con mossa inusitata si associa all’Inghilterra che ha cacciato il capo del Mossad (e pare che i Servizi agli ordini di Sua Maestà non siano per niente contenti) per dire che è allo studio un’azione fotocopia se risulterà che sono stati falsificati dagli israeliani anche passaporti australiani.
Intanto ci pensano i quotidiani britannici a sollevare l’opinione pubblica in favore di Miliband e del suo partito laburista fortemente antisraeliano e della notevole porzione elettorale dei musulmani immigrati. Il Daily Mail sottolinea per esempio come «Nessuno ha più bisogno di alleati di Israele circondata da nemici», e poi lo stigmatizza proibendogli di fatto di reagire agli attacchi: «Tuttavia invadendo il Libano (sgomberato nel 2000, ndr) e costruendo insediamenti nelle aree disputate di Gerusalemme... Tel Aviv (Tel Aviv?, ndr) sembra determinata a alienarsi ogni governo che le sia amica». [...]
Netanyahu da Obama, gelo tra alleati
Il Giornale, 24 marzo 2010
Resteranno delusi sia quelli che avrebbero voluto vedere un incontro di pugilato fra il presidente Obama e Benjamin Netanyahu, sia quelli che avrebbero desiderato assistere a un abbraccio durante l’incontro di ieri notte. Alla fine delle giornate del congresso dell’Aipac, la maggiore fra le associazioni americane filoisraeliane, l’incontro fra i due leader rimarca amore e odio: un disaccordo che pure non può permettersi di distruggere un rapporto strategico fuori discussione. Israele e gli Stati Uniti, come ha esordito Netanyahu nel suo discorso, hanno davvero molto in comune e questo nemmeno l’infastidito Obama può ignorarlo. Sono davvero due Paesi di frontiera in senso morale e fisico, anche se le loro dimensioni sono tanto diverse, in cui la realtà storica e l’immaginario collettivo disegnano sempre un John Wayne o un Moshè Dayan campioni di libertà e di democrazia in un mondo turbato da ideologie violente, autocratiche, terroristiche. Essi sono davvero due Paesi fratelli perché credono in Dio senza essere clericali. E ancor più forse, Obama ha certo visto le statistiche per cui dieci americani contro uno ritengono che gli Usa debbano sostenere Israele. [...]
Ora l'Italia porta una bandiera davvero atlantica ed europea
Il Giornale, 20 marzo 2010
Sarebbe un incubo tornare ad essere l’Italia della politica estera che ha caratterizzato il nostro paese fino a qualche anno fa, quella andreottian-comunista, quella in cui la faceva da padrone, e non parlo solo del Medio Oriente, l’“equivicinanza”: essa era il necessario derivato di una visione della diplomazia italiana barocca e circonvoluta, tutta interna alle logiche della Guerra Fredda, in cui l’Italia era atlantista, perbacco, che altro, ma sempre caratterizzata da una particolare tenerezza per il mondo arabo, per tutti i movimenti di liberazione antiamericani, per il Sudamerica guevarista, per tutti i Paesi che si autodenominavano repubblica democratica, laddove democratico era un aggettivo fatto apposta per schiacciare un occhiolino d’intesa; la tenerezza era estesa sovente anche ai movimenti armati, naturalmente ritenuti di resistenza, compreso da ultimo quello degli Hezbollah. [...]
Obama detesta Netanyahu e sta creando problemi agli israeliani
Il Giornale, 17 marzo 2010
L’ha spiegato molto bene il consigliere diplomatico che gestì la crisi fra Rabin e gli Usa nel 1975: «Gli Stati Uniti non devono mai creare una situazione in cui Israele si senta abbandonata: questo infatti incoraggia lo spirito bellicista della parte avversa e l’inflessibilità israeliana. Se gli Usa vogliono far avanzare il processo di pace, non devono mettere Israele in un angolo chiamando Ramat Shlomo “insediamento”. Ciò che occorre da ogni parte è una costruttiva ambiguità». Ed era quanto si era avuto fino ad oggi, con lo stop alle costruzioni nel West Bank per dieci mesi e la ripresa dei rapporti fra le parti tramite interposta persona. Poi, Obama ha protestato duramente su un accordo mai fatto, per il quale secondo lui Israele non dovrebbe più costruire a Gerusalemme est prima che sia stato fatto nessun accordo. Ma è noto che a Gerusalemme est abitano da sempre decine di migliaia di ebrei insieme agli arabi, e nessuno ha mai immaginato che in vista di un accordo su Gerusalemme tale presenza potrebbe essere obliterata. [...]
In Europa c'è chi difende il burqa. E fa la festa alle donne
Il Giornale, 9 marzo 2010
È l’otto marzo, ed è molto triste ma significativo che l’Europa lo debba festeggiare con l’oltraggiosa riflessione sul burqa che, nella ricorrenza, Thomas Hammarberg ha presentato sul giornale più liberal d’Inghilterra, il Guardian, il solito che sostiene soprattutto i diritti degli estremisti e dei terroristi. Di Hammarberg ho un recente ricordo personale: una visita nella sua stanza della delegazione italiana al Consiglio d’Europa in cui gli furono porte forti rimostranze per una sua visita in incognito sul nostro terreno nazionale ai campi rom e per le sue aggressive conclusioni consegnate direttamente a Repubblica in un’intervista invece di elaborarle e discuterle, come si usa, in sede politica prima di pubblicizzarle. Fu gelido e formale, ceruleo, corretto e scostante quanto si può immaginare possa un tipo come lui con l’Italia d’oggi, anche se la delegazione era bipartisan; ricordo di essere rimasta ipnotizzata per alcuni secondi dai suoi piedi, infilati, forse per dimostrare un fiero rifiuto del cuoio, invece che nelle scarpe, in pantofole di stoffa. Il suo commento adesso potrebbe essere che ho violato, parlando dei suoi piedi, la sua privacy, perché è quella che sembra stargli molto a cuore quando ne parla come uno dei principali diritti umani violati se si proibisse alle donne musulmane di indossare il burqa. [...]
Bush aveva ragione, da Bagdad speranza di libertà
Il Giornale, 8 marzo 2010
Lasciatemi essere per un momento molto personale, anzi, lasciatemi vantare. Avevamo ragione, e lo dico durante queste quinte elezioni irachene che tutto il mondo, nonostante le difficoltà, definisce come un altro decisivo passo verso una democrazia sì minimalista, in pericolo, ma in decisa ascesa verso la misteriosa composizione del puzzle sciita-sunnita eccetera verso quella magnifica, misteriosa aspirazione umana che è la libertà.
L’ex presidente George Bush l’aveva capito, come Natan Sharansky, suo ispiratore che per esperienza in Russia aveva visto come i dittatori hanno i piedi d’argilla, e l’aveva capito anche un gruppo di strapazzati giornalisti e intellettuali. Ci fu pena e disgusto verso tutti questi oscuri neoconservatori, non si capì o non si volle capire niente dell’aspirazione libertaria di base che ne determinava il pensiero: essa fu addirittura scambiata per una specie di neofascismo imperialista. Hybris, petrolio, stupidità, imperialismo. Ce ne dissero di tutte. Non posso dimenticare il senso di sollievo il 15 dicembre del 2005 quando vidi la foresta di dita blu sollevate dopo il voto dalle donne velate e dagli uomini che avevano sfidato, in coda davanti ai seggi, la reazione sanguinaria del saddamismo, del qaedismo, dell’estremismo sciita.
Il Corriere della Sera, il 7 febbraio, per la penna di Pierluigi Battista, scrisse in prima pagina che si doveva un risarcimento simbolico a quegli osservatori «da Bernard Lewis a Oriana Fallaci a Paul Berman a Andrew Sullivan a Fiamma Nirenstein» che «si erano affannati a definire, in solitudine e spesso accompagnati da dileggio, “antifascista” la guerra contro Saddam e per l’Irak libero». Molti invece, dall’altra parte, avevano evocato come “resistenza”, spesso marciando in piazza nel rogo delle bandiere degli Stati Uniti, la lotta armata anti-americana in Irak, con la sicumera di chi distribuisce, diceva Battista, «il ruolo dei buoni e dei cattivi». [...]
Apartheid week: la malafede dei professori anti-Israele
Il Giornale, 7 marzo 2010
La apartheid week contro Israele che si sta concludendo in troppi campus in giro per il mondo, comprese, che peccato, le università di Firenze, Pisa, Milano (mentre la Sapienza di Roma con un bel colpo di reni ha siglato un accordo con l’Università di Tel Aviv), è uno degli eventi più intellettualmente ripugnanti mai concepiti. È il sesto anno che professori e allievi estremisti mobilitano gli atenei sul tema «Israele stato di apartheid»: non sono tanti, ma l’impatto delle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele sono come il suono del campanello per il cane di Pavlov, e la risposta allo stimolo è la criminalizzazione e la delegittimazione dello Stato ebraico.
Così come il mondo distrusse l’indegno regime sudafricano di apartheid, suggerisce la settimana, altrettanto deve fare con Israele. Uno Stato accusato di discriminare per motivo etnico, razziale, religioso i suoi cittadini deve sparire, pensa il mondo attuale. E la «settimana» non ha nel mirino il razzismo nei suoi tanti aspetti e latitudini: è uno Stato nella sua specificità che è preso di mira, e il velenoso paragone con il Sudafrica dell’apartheid, sparito per la pressione internazionale, suggerisce l’indegnità di Israele a esistere. [...]
Il vertice dell’asse del male che mette paura al mondo
Summit a Damasco tra Ahmadinejad, il siriano Assad e i capi di Hamas e Hezbollah. Tutti uniti per spingere l’assalto di Teheran contro l’Occidente. Minacce: il ministro siriano Moallem parla di «guerra definitiva». Obama sbeffeggiato.
Se si parla di guerra, si riuniscono i generali, si contano le armi, si sbatacchiano gli scudi e si sventolano gli stendardi, può darsi che ci sia una guerra in vista. L’esame delle ultime mosse strategiche iraniane ci fornisce un messaggio che riassumiamo prima di analizzare gli eventi: di fronte all’ipotesi di sanzioni serie che finalmente si prefigurano dopo i rifiuti del regime degli ayatollah di cessare l’arricchimento dell’uranio, l’Iran sta valutando l’opportunità di aprire un focolaio bellico che attiri tutta l’attenzione internazionale, e assegna i ruoli. L’obiettivo è Israele, e il grilletto che dovrebbe aprire il fuoco sarebbero gli Hezbollah, ormai in possesso di 40mila missili in grado di colpire la zona industriale di Israele nel nord, Tel Aviv e il Negev. [...]
Omicidio di Dubai: guerra senza divise
Il Giornale, 24 febbraio 2010
La logica deve essere un’opinione al Quai d’Orsay, se il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner ha trovato consequenziale legare la morte di un terrorista come Mahmoud Al Mabhouh alla necessità assoluta della nascita di uno Stato palestinese, e in tempi brevi. In generale, è davvero debilitante, politicamente e intellettualmente, che dall’assassinio mirato di Dubai l’Europa abbia ricavato una nuova spinta pacifista, per cui il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos e Kouchner, con un articolo comune, ma senza l’approvazione di Nicolas Sarkozy, che ha parlato di soluzioni negoziate, spingono a forza una soluzione tutta europea per uno Stato palestinese entro 18 mesi.
Non è certo un caso che in parallelo con questo giuramento di Pontida, l’Unione abbia formulato lunedì la sua condanna per «gli assassini del comandante a Dubai che... hanno usato falsi passaporti degli Stati europei». Senza specificare chi è stato. Ma una condanna a Israele dà forza a una nuova pressione a cedere ai palestinesi senza trattative e quindi senza che prendano le loro responsabilità. Il nuovo assassinio mirato non spinge affatto a chiedersi come mai Mabhouh facesse di mestiere il collettore di missili per Hamas, ma solo se lo Stato palestinese sia un’urgenza inderogabile. Se poi le sgridate provengono dall’Inghilterra (Gordon Brown avrà le elezioni alla fine dell’anno, con tre milioni di votanti musulmani), dalla Francia e dall’Irlanda dove gli episodi di antisemitismo hanno avuto un’impennata legata alla guerra di Gaza, allora è anche facile leggervi una ricerca di popolarità a casa propria. [...]
