Il Giornale
Su D'Alema Mr Pesc non siamo tutti d'accordo
Cari amici,
alcuni di voi hanno espresso il proprio disappunto per una frase dell'articolo di Maurizio Caprara sul Corriere di ieri, che ho fatto circolare per sollecitare un dibattito sulla candidatura di Massimo D'Alema ad Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell'Unione Europea: ovvero, nell'articolo vengo qualificata come "deputata del «Popolo della libertà» di religione ebraica".
Ora, io sono ebrea. Trovo che il menzionarlo sia non solo una descrizione della realtà, ma anche un motivo di orgoglio.
Certo, dipende da chi scrive, non siamo ingenui. Ma nelle parole di Maurizio Caprara, che è un amico, non c'è nessun elemento discriminatorio.
Penso semmai che ci si debba concentrare di più sul contenuto dell'articolo di Caprara. Stanno giungendo parecchi commenti, seguitate a dirmi cosa ne pensate.
Segnalo l'articolo uscito sul Foglio di oggi.
Massimo impegno
La lobby dalemiana in Europa alle prese con la contro spinta
Il Foglio, 13 novembre, p. 1
Roma. I giochi sono sempre meno fatti, a Bruxelles, nel grande gioco che porterà al nome del ministro degli Esteri europeo (“più nomi che posti”, dice il presidente svedese dell’Ue Fredrick Reinfeldt). I giochi non sono fatti per il candidato Massimo D’Alema – che pochi giorni fa appariva favorito anche per l’Economist, specie dopo l’ufficializzazione dell’endorsement berlusconiano. Certo D’Alema può ancora contare sul sostegno europeo ufficiale di Martin Schulz e di Paul Nyrup Rasmussen (con cui l’ex premier ha contatti diretti), sull’opera di indefessa sponsorship di Piero Fassino e sul sostegno ufficioso di chi, negli ambienti politico-economici internazionali, perora la sua causa tra Roma e l’Europa (un nome per tutti: Andrea Peruzy, segretario generale della dalemiana Fondazione Italianieuropei e membro del cda Acea). [...]
Berlino 20 dopo - Al KeDeWe, amai la caduta del muro
Il Giornale, 10 novembre 2009Quando “Epoca” diretto da Roberto Briglia mi spedì a coprire la caduta del muro di Berlino non bastò subito il passaggio delle Trabant, piccoli dinosauri a due pistoni ansimanti verso la libertà, per creare in me una sensazione di tenerezza, di giubilo politico e umano. Erano tedeschi. Cadeva il comunismo, e io avevo nei geni la passione per la libertà, quindi ero felice fino negli imi precordi; nel corso degli anni avevo incontrato tanti refusenik, ero stata una fan attiva di Natan Sharansky, avevo fatto un film su Ida Nudel nei ghiacci del Gulag insieme a Giovanni Minoli; ma avevo coltivato verso l’est della Germania una antipatia personale: da ragazza comunista avevo fatto un viaggio in delegazione nella Germania comunista e avevo capito, avevo respirato l’orrido clima di repressione e di ovattato spionaggio che faceva suonare il telefono in camera per assicurarsi che tu non fossi andata a fare una passeggiata da sola, che non parlassi con qualcuno che non era stato programmato, che ti accontentassi delle balle sulla felicità del cittadino comunista universale e dei regalini che si trovavano sul comodino. Mi accorsi, facendo qualche domanda, che la Shoah per loro non era mai esistita, era rimossa, cancellata, era tutta colpa della Germania Ovest, capitalista, imperialista, insomma nazista. [...]
Lezioni di suicidio politico: il caso Abu Mazen
Il presidente dell’Anp, rinunciando a candidarsi alle prossime elezioni, si è messo da solo in una via senza uscita
Fine settimana piuttosto luttuosa per le politiche di conciliazione internazionale, di cui il patrono è Barack Obama. Da una parte, il rifiuto ormai chiaro dell’Iran a seguire il piano occidentale che doveva portare a un rallentamento della costruzione del suo nucleare, con immediata e ossequiosa sostituzione del piano da parte di El Baradei e entrata in scena della Turchia; dall’altra parte lo sconcerto occidentale di fronte al ritiro di Abu Mazen dalla competizione elettorale da lui stesso fissata per il 24 gennaio. Bernard Kouchner, ministro degli Esteri francesi è il più disperato e chiede a Abbas di ripensarci: il suo abbandono è una minaccia non solo per la pace, dice, ma «per tutti noi». Anche Hillary Clinton spera di continuare con Mahmoud Abbas «qualsiasi sarà la sua posizione».
Tutti, anche gli israeliani, fra cui Ehud Barak, sperano di recuperare le vecchie abitudini, e quindi che Abu Mazen scenda dall’albero sui cui si è arrampicato. Ma la verità è che la decisione di Abu Mazen riguarda l’onda nera che si eleva e si arrotola all’orizzonte, e il modo in cui egli stesso e il resto del mondo stanno cercando di affrontarla, ovvero, debolmente, amatorialmente. L’unica maniera che forse avrebbe Abu Mazen di tornare sulla scena sarebbe di rimandare quelle elezioni che ha appena convocato e mettersi a nuotare contro corrente, e non è detto che alla fine non lo faccia. [...]
Quell’amicizia con Hezbollah pesa come un macigno
Il Giornale, 1 novembre 2009
Massimo D’Alema commentando ieri l’ipotesi che egli, ex ministro degli esteri italiano diventi ministro degli esteri europeo, secondo Repubblica ha detto una delle sue frasi classiche, quelle in cui da del cretino a un po’ di gente: «Una nomina italiana a ministro degli Esteri d’Europa è una questione di grande interesse nazionale, non un pastrocchio da piccolo interesse di bottega. Se qualche imbecille non lo capisce, peggio per lui». Ha ragione. E io sono, mi sembra, fra questi imbecilli. Una scelta per D’Alema implica una quantità di piani politico-ideologici: parla di scelte che riguardano la politica italiana; di Weltanschauung, la sua visione del mondo; delle attuali scelte degli italiani per l’Europa. Non c’è dunque solo la questione che è stata maggiormente messa in rilievo, il segnale di buona volontà fra le parti politiche, la buona novella che quando si tratta dell’interesse nazionale si deve e si può sotterrare un’ascia di guerra ormai insanguinata. Da questo punto di vista sarebbe una buona cosa che tutti concordassero su una candidatura italiana quale che ne sia la parte politica. Ma c’è di mezzo l’Europa e il messaggio che l’Italia le vuole lanciare in un momento che non è delicato solo per noi, ma per il Vecchio Continente alla ricerca di ruolo, di spazi, di significato. [...]
Iran, ennesimo rinvio. E l’Occidente si stanca
Il Giornale, 28 ottobre 2009
Chi ancora aveva voglia di credere che la politica della mano tesa verso l’Iran avrebbe dato qualche risultato e che la proposta di El Baradei, così vantaggiosa per l’Iran, sarebbe stata accettata, ieri, in Europa, ha sofferto particolarmente sulle ore del pranzo. Invece Obama si è svegliato con la notizia che al Alam, il satellite in lingua araba dell’Iran, ha annunciato che gli Ayatollah daranno la risposta sulla proposta occidentale fra 48 ore; nel frattempo fa sapere che, mentre intende accettare il principio del trasferimento all’estero dell’uranio da arricchire, intende richiedere “cambiamenti”, senza specificare quali. Lo schema di accordo chiede all’Iran di trasferire entro l’anno alla Russia l’80 per cento della quantità di uranio che si pensa l’Iran possieda, una tonnellata e mezzo, e dopo l’arricchimento di passarlo alla Francia per l’ulteriore lavorazione che poi dovrebbe portare alla restituzione a Teheran dell’uranio trasformato in carburante per un reattore che produce radio isotopi. Una favola bella che sembra ormai praticabile solo a El Baradei. Comunque, adesso Alaeddin Borujerdi, capo della commissione parlamentare per la sicurezza e la politica estera, dice che l’accordo non prevede di trasferire all’estero tutta insieme la quantità proposta, ma di spedirla in piccole quantità e di sostituirla una volta arricchita al 20 per cento. La spiegazione è logica. L’80 per cento tutto insieme, proprio per la sua consistenza, può causare un rallentamento delle operazioni che portano alla bomba atomica. E, poi, sembra dire l’Iran, meglio non fidarsi e tenersi a casa il tesoro. [...]
Abu Mazen si gioca tutto con le elezioni
Se sullo sfondo non si udisse risuonare a Ramallah lo squillo del telefono proveniente direttamente da Obama, il gesto di Abu Mazen, al secolo Mahmud Abbas, il presidente palestinese, di indire le elezioni presidenziali e parlamentari per il 24 di gennaio potrebbe avere un che di seriamente masochista. Ma due giorni fa il presidente americano ha telefonato per rassicurare Abbas sul suo sostegno per un futuro Stato palestinese, e, in sostanza, per dargli il suo appoggio. Gli americani sono stati messi a parte per tempo, e forse lo hanno anche ispirato, del giuoco durissimo in cui Abbas aveva intenzione di mettersi con la mossa annunciata venerdì: il presidente palestinese deve aver detto al suo amico «se non tento di riportare Hamas a un atteggiamento meno strafottente la spaccatura crescerà a dismisura insieme alla sua forza. Tanto vale tentare di piegarlo prima che gonfi fino a sommergermi, richiamandolo al fatto che esistono le elezioni e che io sono il presidente».
Abbas ha dunque detto al pubblico che le elezioni sono un obbligo costituzionale, che la legge lo mette in condizioni di non potersi esimere dal rimettere di nuovo il futuro della sua gente alle urne. Un punto molto dignitoso per ribadire la sua legittimazione democratica. Ha anche aggiunto che il fatto che Hamas sia contraria ad andare alle elezioni adesso dopo il fallimento dei colloqui di riconciliazione sponsorizzati da Mubarak (conclusisi pochi giorni fa con un sì di Abu Mazen, addirittura inviato al Cairo per fax, ma con un altro successivo no di Hamas) non esclude che l’Egitto da qui a poco riesca a stilare una carta di accordo buona per tutti. Abu Mazen lascia capire che in quel caso sarà malleabile. [...]
L’Iran non ferma la bomba: l’accordo di Vienna è già diventato una farsa
Il Giornale, 23 ottobre 2009
Chissà se Mohammed El Baradei ha ancora stampato sul viso quel sorriso di soddisfazione che mercoledì esibiva descrivendo la bozza di accordo fra l’Iran e il mondo che dovrebbe rappresentare la luce in fondo al tunnel dell’arricchimento dell’uranio per la produzione della bomba atomica degli ayatollah. Ma a poche ore dal preteso accordo (ancora non ratificato) della riunione di Vienna dell’Aiea, l’Agenzia per l’Energia Atomica, che per altro a uno sguardo meno entusiasta appare buono solo per l’Iran, arrivano già le prime smentite. Mohammed Reza Bahonar, vicepresidente del Parlamento iraniano, ha dichiarato beffardamente: «Quelli (le potenze riunite a Vienna, ndr) ci dicono: voi ci date il vostro uranio arricchito al 3,5% e noi vi diamo il carburante per il reattore. Per noi è inaccettabile». Né più né meno. È certamente una premessa poco incoraggiante rispetto al parere ufficiale atteso dall’Iran entro oggi: esso può dunque preludere a un tipico ritorno alla casella zero del gioco secondo uno schema ormai sperimentato, più tempo guadagnato, più uranio arricchito; oppure, Bahonar prepara il tavolo ai negoziatori per ottenere di più. L’Iran non sceglierà comunque questo momento di intensa pressione americana per chiudere la porta; seguiterà a fare ciò che vuole, cioè la bomba, traccheggiando variamente per non causare l’ira funesta di Obama. [...]
Dall’Onu un bel regalo al terrorismo
Il Giornale, 18 ottobre 2009
Una volta qualcuno ha detto che prima o poi l’Onu voterà a maggioranza che il mondo è quadrato, e che questa diventerà una inviolabile risoluzione. Il rovesciamento della realtà all’Onu succede continuamente, in realtà, dato che questa organizzazione e tutte le strutture che ne derivano come il Consiglio dei Diritti umani hanno una maggioranza automatica formata da Paesi islamici e Paesi cosiddetti non allineati antiamericani e antisraeliani che votano qualsiasi cosa venga deciso a priori dai loro interessi, ovvero dagli interessi di fatiscenti e nuove dittature, senza nessun riguardo per la verità e con una perversa interpretazione del tema dei diritti umani. Ed essi sono tanto più diritti e tanto più umani quanto più fanno comodo ai loro interessi.
Ma adesso siamo tutti a rischio. Il voto che due giorni fa ha promosso il rapporto del giudice Goldstone che descrive a modo suo la guerra di Gaza per 575 pagine è, anche se siamo abituati al peggio quando si tratta di Israele, un amaro pasto che ci rimangeremo per i prossimi anni a tutte le latitudini in cui si presenti un conflitto non convenzionale; una guerra, cioè, in cui non siano due eserciti a fronteggiarsi, ma un esercito da una parte e dall’altra milizie fanatizzate e terroriste che ritengono loro diritto e, anzi, loro dovere fare uso della popolazione civile per condurre la loro guerra. Immaginiamo per esempio che in queste ore l’esercito pakistano nella sua offensiva anti-Al Qaida e anti-talebana, indispensabile per evitare che le bombe atomiche (90) di quel Paese finiscano all’estremismo islamico, sia regolato da norme che proibiscono categoricamente di affrontare il nemico se per caso si nasconde dentro strutture a uso civile, case, moschee, scuole. [...]
A gift to terrorism from the UN
Once someone said that, sooner or later, the U.N would cast a majority vote to state that the world is square and that this resolution would be unassailable.
The U.N. is consistently turning the tables on reality. In fact, this organization and all its agencies and bodies, such as the Human Rights Council, have an automatic majority of Islamic countries and of so-called non aligned anti-American and anti-Israeli countries that vote any decision based on their interests. That is the interests of obsolete and new dictatorships without any concern for truth and with a perverse interpretation of human rights. And these rights are the more righteous and human the more they meet their agenda.
But now we are all in danger. Two days ago, the U.N. approved the report by judge Goldstone who provides his personal description of the war in Gaza in 575 pages. And even if we are used to the worst when it comes to Israel, this is a bitter pill that we will have to take wherever in the world there is a non conventional war; that is a war where there are not two armies fighting each other, but, on one side there is an army and, on the other, there are fanatic and terrorist militias who believe they have the right, indeed the duty, to use civilian populations to conduct their war. Let us imagine, for example, that, in its anti-Al Qaeda and anti-Taliban offensive – which is indispensable to prevent Islamic extremists from getting hold of (90) atomic bombs – the Pakistani army is governed by rules under which they must not face their enemies hidden in civilian facilities, houses, mosques and schools. [...]
La lunga retromarcia della Turchia: sempre meno Europa e più islam
La Turchia continua a sconcertare. Di nuovo più che un’operazionepolitica sembra una grintosa presa di posizione, come tutte quelle delgoverno di Recep Tayyp Erdogan, il governo del partito islamista Akp,anzi un riposizionamento, la ricerca di un nuovo «brand» che mette inimbarazzo chi tiene per il suo ingresso in Europa: dopo aver portatoalla cancellazione da parte americana e italiana delle esercitazioni«Aquila anatolica» perché il ministro degli Esteri Ahmet Davutogluaveva disdegnato di volare con gli F16 di Israele, ieri dieci ministriturchi (fra cui lo stesso Davutoglu) si sono spostati in massa aDamasco, con cui la Turchia era quasi in guerra negli anni 90, perpartecipare al nuovo «Consiglio di cooperazione strategica» con laSiria.
La Siria, è bene ricordarlo, è un Paese molto controverso, il suorapporto con l’Iran degli ayatollah, la sua implacabile inimiciziaverso Israele, la sua persecuzione dei dissidenti, e soprattutto la suafunzione di centrale di distribuzione di armi e di terrorismo la reseroai tempi di Bush un elemento centrale dell’«asse del male». Molti hannocercato nel tempo di recuperarla, senza mai riuscirci. Un’alleanza cosìstretta presuppone una fiducia simile a una comunanza di idee. Ma laTurchia, dai tempi di Kemal Ataturk aveva sempre rappresentato lasperanza di una presenza laica e moderata all’interno del mondomusulmano, e questo ne aveva fatto un candidato per l’Ue. Forsel’accanita opposizione che la Turchia ha incontrato in questi anni èstata frutto di un eccessivo antagonismo, ma il fatto è che l’identitàche le ha conferito Erdogan è sempre più aggressiva. [...]
Obama e il Nobel: un regalo a chi vuole gli Usa più deboli
Fossi Barack Obama, mi si scusi l’azzardo, direi al comitato che mi ha assegnato il premio Nobel per la pace: «Gentilissimi signori, è meraviglioso quello che mi capita, e ve ne sono grato: ma fatemi un piacere tenetevi in un cassetto questo premio, assegnatelo magari a un’afghana, che in questo momento laggiù le donne ne hanno parecchio bisogno: conservatemelo per il prossimo anno. Se me lo sarò meritato, lo verrò a ritirare». Ma Barack è Barack, e si vede benissimo che il suo modo di vedere se stesso è quello di chi pensa che qualsiasi lode, qualsiasi onore, sia un po’ meno di quel che si merita. Che è la sua essenza, progressista e finalmente realizzatrice della riscossa di neri americani, che merita il Nobel: e non ci convincono le sue parole di modestia. Obama fin dal primo giorno è stato gratificato di aspettative gigantesche, che egli ha alimentato con toni messianici e palingenetici, ovvero suggerendo sempre che ora che era arrivato lui cambia tutto. [...]
