Fiamma Nirenstein Blog

Panorama

Ancora la lunga mano siriana colpisce in Libano

venerdì 25 maggio 2007 Panorama 0 commenti
E’ arrivata fino a Beirut, fin sulla soglia del governo di Fuad Seniora, la violenza di Fatah al Islam dopo che i suoi uomini, scontrandosi con l’esercito libanese hanno creato presso il campo profughi palestinese di Nahr el Bared un carnaio di più di cento morti e centinaia di feriti: due bombe hanno segnalato che gli uomini di Shahkir al Abssi sono nella capitale. Il parlamento non è più assediato solo dagli Hezbollah di Nasrallah, ma anche da quelli dell’ex pilota di Arafat (brevetto libico) poi trasformatosi in simpatizzante di Al Qaeda. Più importante forse però, nel 2003 al Abssi fu arrestato fra i Fratelli Mussulmani per complotto. Con una condanna insolitamente mite (in genere i Fratelli Mussulmani beccano 12 anni) rimase in carcere tre anni. Nel 2006 si è associato ai filo siriani nel campo di Nahr al Bared e presto è emerso come leader del nuovo gruppo Fatah al Islam. Si scrive molto che è oggi Al Qaeda ad attaccare le truppe governative: chi si ispira come Fatah al Islam a al Zawahiri (Bin Laden è più propenso a portare l’attacco in Occidente), vuole appicare il fuoco islamico in Medio Oriente. Ma bisogna ascoltare il generale Ashraf Rifi, capo delle Forze di Sicurezza Interna Libanesi (FSI) per capire come stanno le cose. “Questa è una creazione siriana per promuovere il caos” dice Rifi. E del caos la Siria ora ha urgenza perché circola all’ONU una “draft resolution” degli USA, la Francia e la Gran Bretagna per stabilire unilateralmente un tribunale internazionale per l’assassinio del fu primo ministro libanese Rafik al Hariri. Assad vuole a ogni costo prevenire un giudizio che può investire altissimi ufficiali del suo regime. L’escalation in Libano serve a ricordare al mondo di che cosa è capace la Siria quando è messa in un angolo.

Usa e Siria si incontrano a Sharm el Sheich

venerdì 11 maggio 2007 Panorama 0 commenti
Al summit arabo di Sharm el Sheich dei primi di maggio, gli USA hanno incontrato a sorpresa lo Stato più inviso a Bush, la Siria. Uno scandalo o una speranza? Che importanza ha la conversazione di Condy Rice col ministro degli esteri siriano Walid Muallem? Certo, è una tragedia, se vista con gli occhi dei dissidenti siriani che soffrono nelle mani del regime torture e incarceramento. Già quando Nancy Pelosi, Presidente della Camera, un mese fa partì per Damasco, Muhammad Mamon Homsi, un dissidente che, dopo cinque anni di carcere fu rilasciato con la condizione del silenzio totale, aveva pregato la Pelosi di non andare. In risposta, il governo siriano ha bloccato i suoi beni. Cinque detenuti sono riusciti a far difondere una tragica lettera in cui pregano il mondo di non abbandonarli. Ma il leader del movimento dissidente Farid Ghadri fa notare che gli indizi indicano che si sia trattato di un incontro di scarso significato e che si sia parlato solo del confine Iraq-Siria, da cui passano i terroristi; può darsi che Moallem abbia chiesto di reinstaurare un’ambasciata USA in Siria in cambio del controllo del confine. Ma, fa notare Ghadri, il portavoce della Casa Bianca Tony Snow ha assicurato che “non si è trattato di discussioni bilaterali. L’unico scopo è aiutare l’Iraq”. Quanto al rischio che gli USA abbandonino la strada del tribunale per Bashar Assad sospettato dell’assassinio di Rafik Hariri, il nuovo ambasciatore americano all’ONU Zalman Khalizad ha anzi ribadito che gli USA marciano decisi e vogliono anche disarmare gli Hezbollah, che sono il braccio armato della Siria in Libano. Intanto l’intelligence israeliana dice che, al confine con Israele, la Siria ha scavato una enorme base missilistica ultramoderna, 30 bunker di cemento uniti fra di loro per gestire i lanciamissili di migliaia di Scud capaci di colpire tutta Israele e di rientrare rapiamente nei nascondigli. Sul modello della guerra degli Hezbollah dal Libano.

Recensione del libro di Giancarlo Valori “Antisemitismo, Olocausto, Negazione”

venerdì 4 maggio 2007 Panorama 0 commenti
Esce in questi giorni per Mondadori il libro di Giancarlo Elia Valori “Antisemitismo, Olocausto, Negazione”, eventi e riflessioni lungo il puzzle concettuale dell’odio più antico, quello contro gli ebrei. Che cosa è, come si esplicita, come è cambiato, c’è speranza di batterlo? La prefazione di Shimon Peres, vecchio amico di Valori, è ottimista: capendo l’odio antiebraico come fa l’autore, dice Peres, avviamo l’umanità al suo superamento e verso la pace. Sarà vero? In realtà, il lungo cammino che il professore compie mostra, con una esaustiva quantità di vicende, dati, descrizioni, citazioni in cui si tocca l’ampiezza concettuale, che l’orrore dell’antisemitismo non è stato curato neppure dall’esprienza della Shoah. I guai concettuali alle sue origini, le follie, le nevrosi, gli interessi che lo generano via via nel corso dei secoli, si assommano fino ad Ahmadinejad e ai neonazisti negazionisti, e appare impossibile vederne una nemesi, una conclusione. Lo dice chiaramente anche Valori verso la fine: "il nuovo antisemitismo è diverso (da quello descritto fin qui ndr)perché mette insieme tutti i temi del vecchio antisemitismo, di destra e di sinistra: dall’ebreo nemico della nazione, clichè caratteristico delle destre, alla tematica dell’ebreo come capitalista-usuraio che controlla l’economia mondiale, luogo comune dell’antisemitismo di estrema sinistra... Il presidente del partito pakistano Jamaat Islami ha ricordato (certo non è l’unico!ndr) il classico sillogismo antisemita antiamericano per il quale le grandi organizzazioni internazionali sono prestanomi degli USA e chi domina gli Stati Uniti? Gli ebrei naturalmente..” Valori descrive anche la delegittimazione di Israele compiuta attraverso l’idea dei “poveri palestinesi” in cui gli israeliani diventano nazisti, la cattiva coscienza dell’Occidente che respira di sollievo quando, come fa il Guardian inglese, arriva a una conclusione ormai comune: “Israele non ha diritto ad esistere”, proprio come l’ebreo classico. Ma, per arrivare all’oggi, Valori attraversa tutti i temi, le teorie e la furia dell’attacco fisico agli ebrei, dimostrando l’idiozia del negazionismo. Gli sta molto a cuore rileggere la storia dell’antisemitismo cattolico: per Valori non esiste una sua infezione concettuale ma semmai delle responsabiliutà storiche. Il razzismo e il complottismo dei Protocolli sono assenti. Invece essi infettano il mondo arabo, che dal tempo di Hitler ha avuto una storica relazione con l’odio antiebraico.Valori spezza una lancia in favore di Pio XII, racconta il tragico ruzzolare del fascismo nella rete dell’antisemitismo nazista, di cui descrive tutti i passi dimostrandone l’inequivocabile determinazione genocida. Anche il comunismo antisemita, fino alla congiura dei medici ebrei del 53, dice Valori, sarebbe stato devastante se Stalin non fosse morto in quell’anno. Valori vede nelle intenzioni genocide iraniane il nuovo antisemitismo genocida. Ahmadinejad vede il sionismo come il culmine del soggiogamento politico e culturale del mondo islamico da parte dell’Occidente giudaico cristiano. E il revival religioso-politico dell’Islam dà vigore ai suoi progetti. Basta non dimenticare il passato, suggerisce Valori, per capire il presente.

Gli Usa sull'Iran non rendono conto a nessuno

venerdì 27 aprile 2007 Panorama 0 commenti
Quando in un discorso per il 59esimo anniversario di Israele il premier Ehud Olmert ha frenato sull’Iran, dicendo che si possono prendere con calma le sue minacce atomiche, ha effettivamente segnalato agli USA che Israele è disposto alla linea del segretario di stato americano Robert Gates, dopo la discussione non facile avuta faccia a faccia il 18 aprile. Gates era rimasto indifferente di fronte ai documenti top secret presentatigli a Gerusalemme sui rapporti fra Siria e Libano e il passaggio d’armi agli Hezbollah e aveva risposto di non voler interferire col lavoro dell’ONU. Anche i documenti di intelligence sull’attività del regime iraniano hanno lasciato freddo Gates: gli USA marciano soli e non hanno intenzione di rispondere alle domande israeliane sul futuro, ha detto. Gates ha dato piuttosto l’impressione essere venuto per sentire le opinioni di Israele, proprio come quelle degli alleati Giordani, Sauditi ed Egiziani, sull’eventualità che gli USA si ritirino dall’Iraq. Certo, la delusione di Olmert non è stata poca. Però Gates ha tirato fuori un grosso coniglio dal cappello per risaldare quella che resta l’alleanza più naturale e sicura: Israele potrà comprare l’F22, un jet da combattimento di quinta generazione, il migliore del mondo, la cui commercializzazione era finora vietata. “Per mantenere la superiorità militare di un alleato prezioso” dice Gates. Ed è chiaro contro chi.

Arabia Saudita: ago della bilancia

venerdì 30 marzo 2007 Panorama 0 commenti
Alla Casa Bianca è stata cancellata la Cena di Gala organizzata per metà aprile da George Bush in onore del re saudita Abdullah. Non è Bush che l’ha bloccata; è stato il re, che segnala così la crisi della strategia di un asse sunnita che blocchi l’Iran di Ahmadinejad. Condy Rice, e dietro di lei tutto l’occidente, ha esaltato il piano del 2002 riproposto oggi a Riyad: i sauditi propongono il riconoscimento di Israele in cambio del suo ritorno ai confini del '67 e il “diritto al ritorno” dei discendenti dei profughi. Hanno chiesto flessibilità sulle condizioni, che distruggono la risoluzione 242 dell’ONU (rientro negoziato in confini difendibili) e immettono in un paese di 6 milioni di abitanti (con più di un milione arabi) l’ingresso di 4 milioni e mezzo di palestinesi. Sarebbe il suicidio. Ma Ehud Olmert, che chiede ai leader arabi di discutere direttamente, ne ha ricavato una minaccia senza precedenti: “Se rifiuterete questo piano resterete in mano ai signori della guerra” ha detto il ministro degli esteri saudita Saud al-Faisal. Il punto è che, per i sauditi, l’amicizia di Hamas e degli Hezbollah, oggi pilotati da Ahmadinejad, è la cosa più importante per contrastare l’egemonia iraniana. Per questo, nell’accordo della Mecca fra Hamas e Abu Mazen, Hamas è uscito rafforzato e egemonico su Fatah. Un segnale di acquiescenza all’Iran.

Tutte le strade portano alla Mecca?

venerdì 23 febbraio 2007 Panorama 0 commenti
Sembra che ultimamente non soltanto i credenti nell’Islam si volgano speranzosi verso la Mecca, ma anche, specie dopo il fallimentare summit Condoleeza Rice-Ehud Olmert-Abu Mazen del 19 febbraio, anche il governo israeliano. Come si sa, dalla riunione tenutasi a Gerusalemme, i tre sono emersi con pallidi sorrisi, senza conferenza stampa, e con la stanca promessa di rivedersi presto. Condy, in un breve assolo dopo il meeting, ha detto che “non sa” se uno stato palestinese potrà sorgere durante il mandato di George Bush. Tuttavia, ha concesso una sibillina chiave di speranza quando ha accennato alle speranze riposte nelle potenze della zona per riaprire un processo di pace. A chi si riferiva? Agli stessi interlocutori con cui ormai Ehud Olmert ha aperto un canale segreto molto attivo: i principi sauditi. Nei giorni precedenti all’incontro questo canale ha lavorato intensamente e Olmert ha evitato, come continua a fare, di criticare l’accordo fra Fatah e Hamas del 7 febbraio sponsorizzato dal regime saudita nell’incontro alla Mecca. L’accordo stabiliva la creazione di un governo di coalizione che mettesse fine allo spaventoso spargimento fra il Fatah di Abu Mazen e Hamas di Khaled Mashaal, il leader residente a Damasco, e Ismail Hanje, il Primo Ministro; ma non menzionava affatto il riconoscimento dell’esistenza di Israele e la fine del terrorismo richiesti dal Quartetto. Abu Mazen aveva ceduto a Hamas, e non viceversa e si apprestava a fornire un volto moderato a un governo estremista, ha valutato Israele. Ma ha taciuto. Dal summit del 19 si vede che non può fare miracoli la mallevadoria saudita ritenuta dagli americani il centro di una nuova alleanza “moderata” per tenere in scacco il potere iraniano che punta su Hamas, gli Hezbollah e agli insorti in Iraq per mantenere in Medio Oriente la bollente temperatura utile ai suoi fini egemonici. E’ vero: Hamas è stato costretto dai sauditi, specie con finanziamenti ancora più consistenti di quelli iraniani, al compromesso dell’unità nazionale e della divisione dei ministeri, ma non a quello del riconoscimento di Israele. Hamas userà Abu Mazen per cercare legittimazione internazionale, non sarà Abu Mazen a usare Hamas per ottenere la pace. I sauditi non hanno pouto evitare di mostrare la debolezza di Abu Mazen a fronte del fenomeno jihadistico. Essi si trovano a loro volta in un dilemma: più cresce il jihadismo, più mostrano un atteggiamento moderato e occidentalista, meno forti le loro chance di essere il leader del mondo sunnita intero, compreso Hamas. Così, se la linea telefonica fra Riyad, Condy, Olmert e Abu Mazen è calda di desiderio di pace, pure non resta che incrociare le dita perchç non si carbonizzi del tutto.

Per favore ascoltiamoli bene

mercoledì 6 dicembre 2006 Panorama 0 commenti

Ascoltiamo quello che ci dicono. Per esempio, il presidente iraniano Ahmadinejad che dichiara gli USA e l’Inghilterra “complici”, li riempie di minacce e parallelamente si candida al ruolo di potenza offrendo la sua “mediazione” in Medio Oriente.Per esempio, solo una settimana fa Faros Rajai,capo del Battaglione dei Martiri suicidi, ha annunciato che le Guardie della Rivoluzione stanno preparando un’unità speciale per colpire i Paesi Arabi del Golfo, alleati degli americani proprio mentre il generale americano John Abizaid visitava quella zona. Oppure, guardiamo ai “Combattenti per l’Unità e la Libertà della Grande Siria” che hanno rivendicato l’assassinio di Gemayel spiegando che l’omicidio è avvenuto perchè egli “era uno di quelli che incessantemente sputano veleno contro Siria e Hezbollah, senza vergogna nè rispetto”; e hanno aggiunto “Sarà il primo di molte vittime.. prima o poi daremo a quegli agenti ciò che gli è dovuto”. Ascoltiamo KhaledMeshal, capo di Hamas che mentre si avvia il cessate il fuoco annuncia tuttavia che se Israele non si piegherà alle sue richieste nel giro di sei mesi sarà guerra totale.E intanto rimpinza Gaza di armi e esplosivo.E chiari sono anche i discorsi di Hassan Nasrallah che, dopo un summit a Damasco, ha istruito i suoi ministri a dimettersi per distruggere la procedura che poteva portare all’incriminazione di Bashar Assad per l’assassinio di Rafik Hariri. Come ignorare le sue promesse di distruggere il governo libanese,definito filoamericano, mentre puntaa una coalizione che faccia del Libano la testa di ponte della strategia di egemonia dell'Iran?. Gli Hezboillah, secondo informazioni di intelligence, hanno di nuovo fatto il pieno di armi (20mila missili ).Walid Muallem ministro degli esteri siriano è andato a Bagdad proprio mentre veniva assassinato Gemayel per stabilire piene relazioni diplomatiche fra Siria e Iraq; lunedì scorso di nuovo Ahmadinejad annunciava il summit a tre fra Iran-Iraq e Siria, mentre il presidente iracheno Jalal Talibani pianificava più volte la sua visita in Iran e Siria di questa settimana. Questa evidente tessitura strategica che fa dell’Iran il vertice di un attacco senza precedenti alla stabilità mediorentale e mondiale, è stata denunciata con forza, ascoltiamo anche lui, da re Abdullah di Giordania. L’assassinio di Gemayel è un gesto di estrema audacia: l’Iran è sicuro di sè, lo schieramento terrorista ha interpretato la sconfitta dei repubblicani del 7 novembre come una vittoria contro gli USA. Rallegra in particolare l’Iran la ricomparsa nel gioco di James Baker ,i colloqui segreti (di cui si sussurra) con l’Iran dell’ambasciatore USA a Baghdad Zalman Khalizad, la confusione europea per cui Chirac e Prodi non la vedono affatto allo stesso modo sulla Siria e soprattutto il nostro affannarci su sitruazioni locali mentre le grandi strategie iraniano-siriano prendono audacemente piede.
Anche quando l’Unifil è stata approvata, il suo documento costitutivo si è impegnato a difendere la legalità libanese senza, menzionare il ruolo di Iran e Siria. E adesso, magari vogliamo prendere cura di Gaza con una forza internazionale e di nuovo ci dimentichiamo di dire chi la rimpinza di armi e incita il conflitto, ovvero l’Iran e la Siria.

Palestina, Hamas come Hetzbollah

lunedì 13 novembre 2006 Panorama 0 commenti
Si tratta di una serie di cunicoli, passaggi, rifugi attrezzati, magazzini per le armi, che nascoste sotto terra possono essere conservate a lungo. La «riserva naturale» non si può distruggere con i raid aerei, perché si snoda sotto le case e coinvolge inevitabilmente i civili, aspetto questo che ha fornito agli hezbollah il maggiore vantaggio nella guerra della scorsa estate. I palestinesi sperano di mettere a segno lo stesso obiettivo. Venti tonnellate di tritolo sono state importate tramite le gallerie, armi leggere e pesanti vengono introdotte intere o da assemblare, esplosivi standard hanno rimpiazzato quelli fatti in casa da Hamas, rendendo più efficaci i missili. Da sinistra: il leader di Hamas Khaled Mashaal e il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, finanziatore dei palestinese Nei magazzini di Gaza si accumulano anche Concurse di fabbricazione russa, discretamente precisi, con una gittata di circa 5 chilometri, e soprattutto identici a quelli usati con successo dagli hezbollah. Gli istruttori sono molto richiesti e hanno un duro lavoro da svolgere per approntare armi molto difficili da usare. Il numero dei miliziani in divisa di Hamas è cresciuto notevolmente, arrivando a oltre 10 mila, mentre Abu Mazen guarda sconsolato. Per cercare di controbilanciare il potere di Hamas, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese si è fatto consegnare 2 mila fucili dall'Egitto, col permesso degli israeliani, e ha ottenuto il ritorno della divisione Badr dalla Giordania, finora proibito. «I membri delle varie organizzazioni vanno ad addestrarsi in Libano, Siria e Iran» dice il commentatore israeliano Nahum Barnea. Hamas ha fatto propria la tecnica di Hezbollah: la mente strategica, la fonte dei finanziamenti e degli addestramenti sono comuni ai due gruppi, ma a essere comune è soprattutto «la ragione sociale». Entrambi sono movimenti islamici «di resistenza» il cui scopo è la cancellazione di Israele. Le dichiarazioni dei leader mostrano la comune aspirazione. A ottobre il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha detto che gli israeliani sono «un gruppo di terroristi» imposti in Medio Oriente dagli Stati Uniti e dai loro alleati, e dopo aver annunciato la distruzione completa dello stato ebraico ha ordinato all'Europa di «prenderne le distanze». Aggiungendo: «Questo è un ultimatum». Nel frattempo il ministro degli esteri palestinese, Mahmoud Zahar, tra i fondatori di Hamas, ha affermato che «Israele è un cancro, un'escrescenza sulla nostra terra senza nessuna ragione culturale storica o religiosa», e ha annunciato che il suo movimento «non riconoscerà mai Israele, decisione finale e irrevocabile». L'Iran agisce, intanto, per il riarmo degli hezbollah in Libano. Nasrallah tiene un profilo basso, ma continua a ricostruire l'arsenale e soprattutto non abbandona il sud del paese, dove può contare sulla «riserva naturale» e sul fatto che gli abitanti sono quasi tutti membri più o meno organizzati di Hezbollah. Il generale Yossi Baidaz, incaricato di riferire al gabinetto israeliano, sostiene che ci sono prove lampanti del fatto che la Siria non ha mai smesso di spedire armi a Nasrallah. E sebbene l'alleanza tra gli ayatollah di Teheran e il regime laico baathista di Damasco sembrasse impossibile, con la sua ammirazione per Nasrallah (mai condivisa dal padre) il presidente siriano Bashar al-Assad ha iranizzato la Siria, come ha spiegato Amir Taheri, analista iraniano. «Fino al 2003 sembrò che Assad potesse restare sotto l'ala americana» ricorda Taheri «dopo l'omicidio dell'ex premier libanese Rafik Hariri, quando la Siria è stata definita paese canaglia, ad Assad non è rimasta che l'opzione iraniana. Questo rende ancora più possibile uno scontro fra gli Usa e la repubblica islamica». E visto che Damasco è il crocevia dei progetti di guerra di Ahmadinejad, l'accerchiamento dello stato ebraico si fa reale.

A nucleare, nucleare e mezzo. Le contromisure di Israele all’alleanza Teheran-Corea del Nord.

giovedì 26 ottobre 2006 Panorama 0 commenti

Quando una democrazia deve combattere. Israele studia la lezione della guerra alla sua maniera, fuori dai canoni ma efficace

giovedì 14 settembre 2006 Panorama 0 commenti
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