Tutte le strade portano alla Mecca?
venerdì 23 febbraio 2007 Panorama 0 commenti
Sembra che ultimamente non soltanto i credenti nell’Islam si volgano speranzosi verso la Mecca, ma anche, specie dopo il fallimentare summit Condoleeza Rice-Ehud Olmert-Abu Mazen del 19 febbraio, anche il governo israeliano. Come si sa, dalla riunione tenutasi a Gerusalemme, i tre sono emersi con pallidi sorrisi, senza conferenza stampa, e con la stanca promessa di rivedersi presto. Condy, in un breve assolo dopo il meeting, ha detto che “non sa” se uno stato palestinese potrà sorgere durante il mandato di George Bush. Tuttavia, ha concesso una sibillina chiave di speranza quando ha accennato alle speranze riposte nelle potenze della zona per riaprire un processo di pace. A chi si riferiva? Agli stessi interlocutori con cui ormai Ehud Olmert ha aperto un canale segreto molto attivo: i principi sauditi. Nei giorni precedenti all’incontro questo canale ha lavorato intensamente e Olmert ha evitato, come continua a fare, di criticare l’accordo fra Fatah e Hamas del 7 febbraio sponsorizzato dal regime saudita nell’incontro alla Mecca. L’accordo stabiliva la creazione di un governo di coalizione che mettesse fine allo spaventoso spargimento fra il Fatah di Abu Mazen e Hamas di Khaled Mashaal, il leader residente a Damasco, e Ismail Hanje, il Primo Ministro; ma non menzionava affatto il riconoscimento dell’esistenza di Israele e la fine del terrorismo richiesti dal Quartetto. Abu Mazen aveva ceduto a Hamas, e non viceversa e si apprestava a fornire un volto moderato a un governo estremista, ha valutato Israele. Ma ha taciuto. Dal summit del 19 si vede che non può fare miracoli la mallevadoria saudita ritenuta dagli americani il centro di una nuova alleanza “moderata” per tenere in scacco il potere iraniano che punta su Hamas, gli Hezbollah e agli insorti in Iraq per mantenere in Medio Oriente la bollente temperatura utile ai suoi fini egemonici. E’ vero: Hamas è stato costretto dai sauditi, specie con finanziamenti ancora più consistenti di quelli iraniani, al compromesso dell’unità nazionale e della divisione dei ministeri, ma non a quello del riconoscimento di Israele. Hamas userà Abu Mazen per cercare legittimazione internazionale, non sarà Abu Mazen a usare Hamas per ottenere la pace. I sauditi non hanno pouto evitare di mostrare la debolezza di Abu Mazen a fronte del fenomeno jihadistico. Essi si trovano a loro volta in un dilemma: più cresce il jihadismo, più mostrano un atteggiamento moderato e occidentalista, meno forti le loro chance di essere il leader del mondo sunnita intero, compreso Hamas. Così, se la linea telefonica fra Riyad, Condy, Olmert e Abu Mazen è calda di desiderio di pace, pure non resta che incrociare le dita perchç non si carbonizzi del tutto.
