A nucleare, nucleare e mezzo. Le contromisure di Israele all’alleanza Teheran-Corea del Nord.
giovedì 26 ottobre 2006 Panorama 0 commenti
Se Ariel Sharon si svegliasse d’un tratto, quante ne avrebbe da dire sul passato prossimo e sul presente. Ma soprattutto corrugherebbe la fronte, zittirebbe tutti quanti con un sorrisetto e chiederebbe di impegnarsi sul futuro. Perché non è certo uomo da perdersi in sospiri: «Niente lamentele o piagnucolii» disse dando il via alla costruzione delle nuove case per i coloni esiliati da Gaza: «Tatchilu la’avod, mettetevi a lavorare». Anche sulla guerra d’estate avrebbe parecchio da ridire. Ma più che altro, la gente pensa in Israele, Sharon forse saprebbe che cosa suggerire, anzi ordinare, a fronte della prossima guerra che secondo l’intelligence si profila all’orizzonte: quella sul confine nord, quello con il Libano e la Siria, ovvero, di fatto, con l’Iran. In assenza di Sharon i gruppi di studio sono al lavoro. Sull’Iran esiste una commissione di cinque esperti: il capo di stato maggiore Dan Halutz, il capo dell’aviazione Eliezer Shkedi, il capo del Mossad Meir Dagan, il direttore dell’Intelligence militare Amos Yadlin e il direttore della commissione per l’energia atomica Gideon Frank. Frank ha presentato a Vienna la presa di responsabilità di Israele: l’uso di armi nucleari è proibito se non su obiettivi militari e in risposta a un attacco. Ovvero: responsabilità. Finché possibile. È una posizione che sottende: «La comunità internazionale dia segno di capire che è a sua volta in pericolo, altrimenti agiremo da soli». Ci sono varie opzioni. La prima è che se ne occupino gli Usa, ma sembra difficile che George W. Bush voglia aprire un altro fronte oltre a quello dell’Iraq. Quindi ecco ciò che Israele potrebbe fare. In primo luogo favorire un cambio di regime. Altrimenti usare gli F16, come contro il reattore di Osirak in Iraq nell’81; ma le strutture nucleari iraniane sono in profondità sottoterra e distanti fra loro. Potenziare, come suggerisce lo stratega Efraim Inbar, la deterrenza, estendendo la capacità di risposta atomica dei sottomarini Dolphin, di cui tre sarebbero già armati con missili cruise Popeye Turbo a testata nucleare; sembra che alcuni sommergibili siano già dislocati in aree amiche nell’arcipelago di Dahlak, in acque eritree, e al largo di India e Sri Lanka. Altra ipotesi: mostrare i temibili missili Jericho: almeno 50 sono dotati di testata nucleare. Infine, dice il capo dell’Unità speciale Saieret Matkal, Amiram Levine, che partecipò nel ’76 all’operazione Entebbe, c’è l’ipotesi di operazioni silenziose, di infiltrazioni di agenti speciali: «L’Iran non è al di fuori della nostra portata: ho visto cose più complicate». Israele lavora su tutti i fronti e sa non solo che l’Iran procede nel suo programma, ma che la Corea del Nord lavora in stretta collaborazione con il presidente Mahmoud Ahmadinejad, pronta a curarne i problemi (che ci sono) di costruzione del nucleare con pezzi ed esperti. C’è chi sostiene che l’esperimento del 9 ottobre sia stato fatto per testare pezzi iraniani. Un’alleanza preoccupante. Ci vorrebbe Sharon.
