Quando una democrazia deve combattere. Israele studia la lezione della guerra alla sua maniera, fuori dai canoni ma efficace
giovedì 14 settembre 2006 Panorama 0 commenti
Appare isterica e inconsulta la girandola di novità che, dopo la guerra in Libano, travolge Israele in un uragano. Ma la verità è che il paese sta studiando la lezione della guerra alla sua maniera, un po’ concitata, un bel po’ maleducata e tuttavia efficace. La materia di studio nel contesto dello scontro è questa: come sopravvivere alla prossima grande guerra di distruzione che il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad sta preparando. Senza lo strepito che si sente alla Knesset, il parlamento, o alla base dello stato maggiore, in silenzio si sta rafforzando un nuovo comando per il fronte iraniano che è stato affidato al general maggiore Eliezer Shkedi, comandante dell’aviazione, nel convincimento che lo scontro con l’Iran sia inevitabile e che si giocherà più che altro sul terreno tecnologico. La guerra contro gli hezbollah ha funzionato come un caffè doppio, fra le lamentazioni tuttavia si sono risvegliate le intelligenze e rinfocolate le dif ferenze, e se ne sentono di tutti i colori: fra le ultime, l’idea di Shimon Peres che propone, a fronte di un esercito di terroristi, di usare non più soldati ma robot in campo di battaglia, e di avventurarsi nell’uso delle nanotecnologie. Un’altra uscita tecnologica è quella di Oded Amihai, scienziato specializzato in un sistema a laser che intercetta i missili, il quale chiede formalmente di essere ascoltato dal ministro della Difesa sul disastro causato dal non aver adottato il suo sistema contro le katiuscia. È solo la schiuma di mille idee a sfondo critico rispetto a una guerra che ha lasciato Israele con la bocca amara e una gran voglia di litigare. Quanto il disappunto sia motivato lo verificheranno le commissioni di inchiesta. Dopotutto, Hassan Nasrallah ha confessato il suo fallimento, la sua potenza di fuoco è decimata, fra i suoi combattenti di punta 500 sono stati uccisi. E l’Iran si domanda come mai gli hezbollah, così amorevolmente armati per il grande scontro, abbiano bruciato all’improvviso ben 4 mila missili per far fuori 53 civili israeliani. Tuttavia, Israele non è uscito facendo il segno della V dalla guerra perché la decisione di usare le forze di terra è venuta troppo tardi e le riserve denunciano guai logistici scandalosi. Da qui una discussione gigantesca che sta rovesciando l’intera classe dirigente, politica, militare e anche economica, dato che la sinistra punzecchia sul bilancio. I numeri sono cambiati e di parecchio: il governo di centrosinistra di Ehud Olmert, se votato oggi, precipiterebbe dai suoi 48 seggi a 28, mentre i partiti di destra, il Likud di Benjamin Netanyahu (che aspetta dietro l’angolo il suo turno), più Israel Beitenu, da 23 passerebbe a 37. Molteplici ciliegine sormontano questa torta: il presidente Moshe Katsav è indagato per violenza sessuale nel suo ufficio; il primo ministro è sospettato di avere dato incarichi illegali quando serviva come ministro dell’Industria; il ministro della Giustizia Haim Ramon si è dimesso di corsa per le accuse di una soldatessa: anche qui storie di sesso. Intanto sono state messe in piedi otto commissioni dei ministeri degli Esteri e della Difesa per investigare i comportamenti politici e militari durante e prima della guerra in Libano. È sufficiente? No. Il ministro della Difesa Amir Peretz, contro il premier Olmert, preferisce un’inchiesta statale che accusi tutti fuorché lui, o almeno così sembra. Trema dunque la struttura politica, la crisi di governo può essere in vista e anche nell’esercito il capo di stato maggiore Dan Halutz è a rischio. Israele si è trovato ad affrontare il teorema irrisolvibile della guerra asimmettrica e ne patisce tutte le sofferenze e i contorni nevrotici. Così capita a una democrazia in guerra, ma noi europei ancora non lo sappiamo.
