Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

L'Occidente e la violenza ignorata

domenica 22 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti
 
Il Giornale, 22 agosto 2021
 
Schiacciare la donna, renderla schiava, spezzare il suo ruolo nella società, coprirla di panni e di insulti dalla testa ai piedi, è una fissazione primaria dei fondamentalisti: viene insieme col potere stesso, non puoi essere padrone se non usi ogni mezzo legislativo, religioso e civico per farla a pezzi. Non a caso il maggiore fra gli storici del Medio Oriente, Bernard Lewis, ha sempre notato come il fallimento storico della società islamica sia legato alla segregazione femminile, più o meno accentuata: "L'emancipazione politica delle donne ha fatto passi significativi dove i regimi parlamentari funzionano. Non ha peso nelle dittature controllate dall'esercito o dal partito, per la grande maggioranza maschili. E alla fine... l'opinione pubblica e conservatrice maschile resiste al cambiamento. Dove esso domina, la condizione femminile ha sofferto i peggiori rovesciamenti, come in Iran". 
 
Possibile che nessuno abbia negli anni dedicato un pensiero alla infinita guerra di sopravvivenza delle donne nella società islamica? Ce ne accorgiamo adesso? In Afghanistan eccoli di nuovo, chiudono le scuole miste, presto imporranno il burqa, le donne non potranno camminare da sole per la strada e saranno rinchiuse, non potranno andare neppure dal dottore perchè è maschio,  verranno di nuovo picchiate e schiavizzate a piacimento, il loro comportamento, fino allo smalto sulle unghie verrà controllato, niente lavoro, niente istruzione. Dalla liberazione del 2001 la situazione, a dimostrazione di quanto può il rifiuto di un'ideologia pestifera, era molto migliorata. Prima erano 900mila i bambini che frequentavano le scuole primarie, sono oggi 8 milioni di cui il 40 per cento bambine. Una legge del 2009 ha reso reato la violenza sulle donne, lo stupro, gli abusi maritali; nel lavoro la presenza femminile è cresciuta al 22 per cento. Ora è finita, tutti e casa secondo l'interpreazione più radicale della Shariah, la legge islamica. Attenzione: essa non è uguale per tutti, ha cinque derivazioni fondamentali,  le letture di Al Qaradawi, di Jamal Badawi etc… Non sono fortunatamente buone per tutto l'Islam, anche se purtroppo accettate in Europa fra molti giovani  di seconda generazione. Spesso l'interpretazione che è estrema: per esempio, la mutilazione genitale non è detto, come sostengono alcuni Clerici, che sia un hadith del Corano. Eppure 200 milioni, aveva letto bene, 200 milioni donne, oggi soffrono di queste mutilazione spesso inflitte dalle madri stesse in casa, in 30 Paesi in tre Continenti, in Somalia, in Egitto (l'87 per cento!) in Mauritania, in Sudan... E ancora: la poligamia, il concubinato, la lapidazione... C'è chi le applica o chi no, chi semplicemente non le proibisce e non le incoraggia, ma per esempio nelle città occidentali ad alta presenza islamica, come Parigi, nessuno riesce o vuole veramente controllare il moltiplicarsi del matrimonio poligamico nella casa dei vicini. Una terribile realtà molto diffusa è la violenza domestica: è verissimo, c'è anche da noi, come anche il delitto d'onore: ma è una questione di proporzioni. Purtroppo lo sgarro sessuale si legge spesso nelle cronache, è punito con la pena di morte domestica, se sei in Europa. 
 
Comunque, da noi è fortunatamente proibito, come invece è permesso in Iran, sposare una bambina di 13 anni e anche prima se c'è permesso dei genitori. Il matrimonio, ovvero la schiavitù sessuale,  delle bambine è una piaga spaventosa. Leggiamo che nei primi sei mesi di quest'anno si siano dovute sposare 16mila bimbe fra i 10 e i 14 anni; e non possiamo dimenticarci qualche anno fa una sfilata per un matrimonio collettivo a Gaza. Come per una prima comunione le bambine erano in bianco, ma erano spose. La legge in Iran, e pensiamo che benchè quel Paese sia sciita e i talebani sunniti l'ispirazione sarà simile, conferisce alla testimonianza di una donna in tribunale la metà del valore di quella maschile, la donna riceve la metà dell'eredità a cui ha diritto un maschio, i bambini oltre i sette anni in caso di separazione vengono affidati al padre, la donna non ha diritto a viaggiare senza il permesso del marito.. e la lista potrebbe continuare, o spostarsi altrove, dove come in Arabia saudita, dove è prevista la fustigazione e da qualche tempo, dando alle donne nuovi diritti come guidare l'auto, si cerca di rimuovere qualche gigantesca pietra. L'Afghanistan verrà affogato nella sessuofobia, nella ginofobia, con contorno di esecuzioni degli omosessuali. Sì, è vero, la questione delle donne tortura ed insegue il mondo intero, l'invidia della maternità, l'egoismo maschile, la fame di potere... e l'Islam non è certo tutto talebano. Ma Malala, la bambina afgana  che voleva studiare, subì un attentato che la ridusse in fin di vita a colpi di pistola. O le eroine iraniane come Nasrin Sotoudeh, Narges Mophammadi, Bahara Hedayat subiscono carcere e torture perchè vogliono che le donne vivano libere. Vorrà mai l'ONU, l'Unione Europea, il mondo occidentale capire che metà delle risorse morali, intellettuali, del genere umano sono prigioniere della condizione della donna, e farsi avanti esplicitamente, con allarme almeno stavolta? O l'ONU seguiterà a piazzare l'Iran nella Commissione per i diritti della donna e l'Unicef ad affermare che ha speranza che i talebani si comportino bene con le bambine?
 

Nell'addio delle madri la speranza del futuro

venerdì 20 agosto 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 20 agosto 2021
 
Se qualcuno ha dei dubbi sull'immensità della tragedia afgana, del pericolo totale e definitivo che ogni essere umano corre in quel Paese e, in generale, quando l'integralismo islamico al potere, nessuna conferma può essere maggiore del gesto che dobbiamo vedere in queste ore: madri che porgono i loro bambini oltre il filo spinato dell'aeroporto ai soldati in partenza o comunque a qualcuno che possa portarli via dall'inferno, che possa salvarli da un testino terribile, da una vita impossibile o dalla morte. Come può una madre separarsi dal suo piccolo e consegnarlo a un destino imprevedibile? 
 
Quando i nazisti e i loro alleati europei davano la caccia agli ebrei per convogliarli verso i campi di concentramento, le madri, le famiglie, presero la decisione estrema di abbandonarli presso conventi, famiglie amichevoli, amici coraggiosi. È una storia complicata, che ha avuto successivamente risvolti duri: la via della riunificazione è stata molto difficile, talvolta si è conclusa in perdita e tragedia. Ma quelle famiglie, allora, erano sicure di dover tentare la via della salvezza per i loro figli. Non c'era scelta.  Ci furono madri che decisero persino di lasciare cadere dal treno della deportazione, in un momento in cui rallentava, il bambino neonato che portavano in braccio. A fronte della Shoah, tutto è possibile, o il bambino morirà, come succede a Magda ne "Lo scialle" di Cynthia Ozick, nonostante tutti i tentativi della madre di salvarla.
 
È sempre difficile confrontare qualsiasi evento con lo sterminio di sei milioni di persone, e con l'eccidio di un milione e mezzo di bambini, tanti all'incirca i tedeschi ne uccisero. Ma il gesto di una madre che affida il figlio piccolo a un destino cieco, che non sa se lo rivedrà mai più, che spera che nel mondo ci sia ancora qualcosa di buono per lui a fronte del male assoluto, è uguale nell'eternità. Insopportabile per la coscienza di ciascuno di noi. Queste donne, queste madri, non sanno che cosa aspetta la creatura che hanno in braccio, ma sanno benissimo, per esperienza, e perché già si vede in questi giorni, che cosa accadrà loro:apparterranno a quel mondo buio che si vede solo dalla grata del burka, non potranno uscire di casa se non accompagnate da un maschio, le loro sorelle non sposate cadranno schiave dei talebani sotto la pretesa di un "matrimonio", non potranno lavorare, i loro figli cresceranno nel degrado generale della salute e dell'educazione, in uno stato paria, inseguiti dalla violenza islamofascista dei padroni di casa, giudicati secondo la loro obbedienza da un potere fanatico e incivile. La minaccia di morte e di tortura in una società del genere è continua, basta una menzogna, un pregiudizio, un gesto interpretato come una violazione religiosa, l'idea di una violazione delle regole sessuali talebane comportano la lapidazione, il furto o la corruzione il taglio della mano.
 
Certo, quelle madri disperate all'aeroporto temono la criminalizzazione e il pregiudizio, magari il loro marito o loro stesse hanno lavorato presso qualche americano o amico degli americani, e adesso si aspettano la vendetta. Il loro campo di concentramento è il loro stesso Paese. Il filo spinato dell'aeroporto è quello oltre il quale cercano di far volare via i loro bambini, come Khaled Hosseini nel "Cacciatore di aquiloni" libera il bambino Sohrab dagli orrori talebani.
 

Intervista a Harold Rhode: «La menzogna per gli jihadisti è una vera tattica di guerra»

giovedì 19 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 19 agosto 2021
 
Harold Rhode, uno degli allievi preferiti del maggiore storico del Medio Oriente, Bernard Lewis, ha lavorato per 28 anni al Pentagono nell'Ufficio del Dipartimento per la Difesa come Consigliere sulla cultura Islamica. Esplicito e anticonformista, autore di molti libri e articoli, membro del Gatestone Institute e del Jerusalem Center for Public Affairs, pensa che niente potrà dissuadere i talebani dal loro comportamento e dal loro disegno originario, una guerra totale all'Occidente tramite l'uso del terrorismo.
 
Ma oggi, dottor Rhode, cercano di disegnare all'opinione pubblica mondiale un ruolo su misura, promettendo che non verrà torto un capello a nessuno e che la loro "inclusività"  verrà confermata dalla politica prossima ventura. Parole che tutti vogliono ascoltare per consolarsi dalle orrifica immagine delle povere persone che si arrampicano a grappoli sull'aereo…
 
"Chi mostra di crederci, coltiva inutili speranze. Non c'è la minima chance al mondo che i talebani cambino, ciò che li frena adesso dal riaffermare, come peraltro alcuni fra i leader già fanno, la loro determinazione a un governo totalitario della Sharia, la legge islamica, oggi sul loro popolo e domani su tutto il mondo, è solo la prudenza tipica degli inizi. Trump aveva indicato un orizzonte americano della fuoriuscita diverso da quello di Biden"
 
Ma è Trump che ha gettato le basi del disastro.
 
"Trump aveva detto: ce ne andiamo, ma se osate tornare a spadroneggiare, a uccidere, a torturare, di voi non resterà traccia. La minaccia ha avuto un effetto duraturo, fin qui non è stato toccato nemmeno un americano. E mi creda che non gliene manca la voglia. Ma l'unica cosa che può fermare una forza integralista e shariatica come i talebani, la paura di essere annientati, è andata sparendo con Biden. E la deterrenza è l'unico sistema per bloccarli"
 
L'idea di abbandonare il campo come soluzione di pace è molto frequentata dall'Occidente
 
"Innanzitutto, quando si occupa un Paese straniero per eliminare, come fece Israele col Libano,  milizie terroriste che ti minacciano, si deve agire e poi uscire dal campo. Restare sul terreno a lungo è molto dispendioso, costa denaro e vite umane"
 
E quindi? Lasciare che poi i terroristi costruiscano il loro potere?
 
"Niente affatto: le loro piramidi vanno destrutturate con la forza, poi si deve lasciare il campo, e se restano leadership e residui, avvertirli chiaramente che non osino riprendere quella strada. L'abbandono israeliano del Libano senza toccare il vertice degli Hezbollah ha lasciato che essi diventassero i padroni del Paese; a Gaza lo stesso è successo con Hamas. Le strutture jihadiste, shiite e sunnite, vivono la loro guerra per la sharia e la jihad mondiale come una raison d'être fondamentale. Così anche i talebani"
 
Questo significa che torneranno a colpire magari anche gli USA come ai tempi di Bin Laden?
 
"Questa è certamente la loro intenzione. Il concetto di "forza moderata" è privo di qualsiasi significato per loro. E più ancora, la loro grande eccitazione non è determinata dal fatto che gli americani se ne siano andati, ma da come se ne sono andati, di corsa, senza colpo ferire. Ci pensi, i talebani hanno sconfitto tre imperi, quello Inglese, quello Russo, quello Americano"
 
E tuttavia stanno cercando di apparire diversi, dando speranza a molti leader occidentali, a Guterrez, alla Merkel, anche agli italiani…
 
"Guai a cadere nella trappola della  taqiyya, la dissimulazione per cui per il bene dell'Islam si può, anzi si deve, parlare il linguaggio del nemico, sorridere, trovare accordi. L'Iran è un perfetto esempio, i suoi rappresentanti non si peritano di condurre amichevoli trattative e di scambiare simpatetici punti di vista con tutti i rappresentanti occidentali. La verità è che il nostro mondo, per fedeltà alla sua cultura di pace, non vede l'ora di cascarci, anche quando si discutono questioni vitali come il nucleare su cui, appunto, l'Iran seguita a prendere il mondo per il naso da decenni. IL guaio è che così mettiamo a gran rischio la nostra civiltà".
 
L'Iran e i Talebani, così come svariate componenti del mondo islamico hanno interesse a unire le loro forze per l'Islam. Pensa che questo sia possibile nonostante appartengano l'uno alla fede sunnita e gli altri a quella sciita?
 
“È già successo, come quando i figli di Bin Laden sono stati ospitati a Teheran, o quando Ismail Haniyeh va a trovare gli Ayatollah. Ma alla lunga il rapporto non regge, e contiene sempre un velato ricatto dei due gruppi l'uno verso l'altro"
 
La Cina si avvantaggerà della situazione?
 
"L'Afganistan è ricco di metalli e di altre risorse che la Cina desidera, e Pechino ha un buon rapporto coi talebani. Ma ha molto investito nei territori del Pakistan popolati dai Pashtun, e adesso lì la situazione si complica. Inoltre i talebani sanno cosa fanno i cinesi ai loro fratelli musulmani nello Xinjang.. I cinesi non sono mai riusciti a convincere gli uiguri, in più anche la Cina non è fuori dai programmi talebani di islamizzazione del mondo.. insomma anche qui la cultura ha il suo ruolo da giocare".
 
E in Medio Oriente?
 
S"In Medio Oriente molti degli alleati degli americani, gli Emirati, i sauditi, l'Egitto, Israele... si stanno certo chiedendo se ci si può fidare degli americani in tempi di bisogno... mi sembra di sentire echeggiare un sonoro "no"..."
 
E quindi? Si può fare qualcosa?
 
"Per prima cosa, salvare chiunque abbia avuto a che fare con gli USA in questi anni. Certo, purtroppo non si può immaginare di aprire i confini a tutti i musulmani del mondo... Ci sono cose che non sono in nostro potere".
 

 

L'umiliante ritirata. Un regalo a Cina e Russia

martedì 17 agosto 2021 Il Giornale 1 commento

Il Giornale, 17 agosto 2021

 

Il disastro della defezione americana è insieme immenso, e ridicolo. Immenso nelle sue conseguenze umanitarie e geopolitiche. Quelle creature appese agli aerei siamo tutti noi, qui ci sono solo lacrime, solo il terrore di fronte al male assoluto. Ma è anche ridicolo, perché ciò che si ripete è una caricatura, una farsa: gli americani che, come un sorriso di Clint Eastwood, rappresentano il migliore dei mondi possibili per poi, invece, indietreggiano per mettersi a correre dietro l'angolo come Il disastro della defezione americana è insieme immenso, e ridicolo. Immenso nelle sue conseguenze umanitarie e geopolitiche. Quelle creature appese agli aerei siamo tutti noi, qui ci sono solo lacrime, solo il terrore di fronte al male assoluto. Ma è anche ridicolo, perchè ciò che si ripete è una caricatura, una farsa: gli americani che, come un sorriso di Clint Eastwood, rappresentano il migliore dei mondi possibili per poi, invece, indietreggiare per mettersi a correre dietro l'angolo come Stanlio e Ollio, sono ormai diventati il replay di un vecchio film. Anzi, di diverse pellicole ingiallite: viene in mente il 75 a Saigon, naturalmente, con l'elicottero di disperati che si alza in volo portando in salvo i suoi mentre avanza il regime comunista vittorioso; e viene anche in mente il disastro dell'ambasciata iraniana del 79, con gli americani ostaggio degli ayatollah; e il rinculare di Obama dopo una terribile minaccia di guerra se fosse stata violata la  "linea rossa" per cui  Assad seguitava lieto a gasare i ribelli; e l'Iraq post Saddam; e la Libia, la Somalia, Haiti, Panama.... Dimenticavamo l'antica Baia dei Porci, persino...L'America manda i suoi, sempre valorosi, decisi, armati con gli ultimi ritrovati, soldati e emissari carichi di sincero spirito democratico, e poi non gliene va veramente bene una. Le Forze Democratiche Siriane che hanno aiutato a liberare Raqqa dall'Isis hanno visto gli USA definirli un'alleanza "temporane a transitoria". In Iraq, nella regione dei curdi, la paura che gli USA adesso li pianti in asso è molto concreta.
 
Insomma questo ultimo abbandono nasce da una storia di protagonista assoluto che però non sa decidersi fra l' aspirazione morale e gli interessi politici immediati, zigzagante, sensibile oggetto di continue critiche, sempre meno sicura del proprio ruolo primario nel mondo. Così che adesso l'America risulta ammantata da un cumulo di vergogne, con questo rapidissimo e semi incomprensibile abbandono di Biden, la cui figura stessa adesso resta incatenata alle immagini dei poveri cittadini alla rincorsa degli aerei per volare via dalla persecuzione jihadista, dall'assassinio, dalla lapidazione, dal taglio della mano, dalla schiavizzazione delle donne che è già cominciata con l'invito a presentarsi per "sposare" i nuovi padroni. Biden ha pensato che, come Trump, fosse il caso di parlare agli americani di "interessi" più che di compiti storici, dato che i miliardi spesi sono tanti, e che comunque, come gli inglesi nell'800 e i russi il secolo scorso, anche gli americani dopo vent'anni fra quelle montagne non sanno più che fare. Il disinvestimento ha prima di tutto implicato lo stop al necessario largo uso dell'aviazione da parte delle truppe regolari afghani. Questo, impediva di inseguire i talebani fra i monti, e il resto è venuto automaticamente, e molto in fretta. Ma se la gente comune in America può voltarsi dall'altra parte, la sua elite, di destra e di sinistra, non sarà altrettanto indifferente allo spregio che qui vien fatto ai diritti umani, religione del nostro tempo. Inoltre come ignorare il favore che si fa a Mosca e a Pechino? 
 
I talebani hanno visitato la Russia almeno tre volte in questi anni, e il commento dell'ambasciatore Dimitri Jirnov adesso è stato: "Occorre che i talebani consentano un passaggio ordinato dei poteri". Tutto qui. Anche i cinesi gioiscono, per non parlare degli iraniani, nonostante gli sciiti non siano i migliori amici dei talebani. Ma la loro bandiera è identica: jihad! legge islamica per tutto il mondo. Non a caso Hamas si è gi congratulato, e ieri ha già tirato un paio di missili su Israele. La Jihad di tutto il mondo, a tutte le latitudini, si ringalluzzisce: per vent'anni, comunque, l'Afghanistan era stato quieto, Bin Laden era stato eliminato, al Qaeda non è tornata a colpire gli USA. Intanto, la mortalità infantile si dimezzava e l'aspettativa di vita aumentava di 4 anni per le donne e di 3 per gli uomini, e i laureati passavano da 20mila a 31mila l'anno. Adesso, è finita. Adesso, la mossa di Biden ,mentre distrugge la dimensione morale e strategica americana, ne fa a pezzi la deterrenza, fa piacere all'Iran. Le uniche sentinelle sono i Paesi Arabi moderati, Egitto, Giordania,i membri del Patto di Abramo insieme a Israele, Grecia, Cipro, all'Arabia Saudita, all'India che è adesso il primo obiettivo dei poveri fuggitivi. Il mondo è in preda a un trauma che sfascia insieme alla pace anche i nostri film, le canzoni, i sogni. Ormai salverà il mondo non lo zio Sam, ma una gran forza d'animo, il coraggio di un no collettivo allo jihadismo.
 

L'Italia boicotti la conferenza anti-semita dell'Unesco

domenica 15 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 15 agosto 2021

Adesso tocca all'Italia, certamente Mario Draghi sa benissimo che il nostro Paese non deve permettere che si consenta alla vergogna di Durban di prendere di nuovo le ali. Ieri Macron l'ha annunciato: la Francia non ritiene opportuno partecipare alla quarta replica della conferenza del 2001 che, sotto l'egida dell'UNESCO e col titolo fasullo di "conferenza contro il razzismo la xenofobia e l'intolleranza" ha creato, sempre più alta negli anni, l'attuale ondata di letale antisemitismo. Le basi teoriche e politiche erano tutte lì. Qui prende corpo il più rabbioso antisionismo che attacca insieme Israele e il popolo ebraico e non nasconde il suo scopo genocida, un movimento pericoloso perchè senza confini geografici, sposato col terrorismo e con la violenza e travestito, proprio come la prima conferenza di Durban, coi panni dei diritti umani e della "critica legittima" a Israele. La quarta replica di questa conferenza avrà luogo il 22 settembre: gli USA, il Canada, la Germania, Israele, la Repubblica Ceca, l'Inghilterra, l'Olanda, hanno già annunciato il loro boicottaggi. Lo stesso deve fare l'Italia e così rifiutare la criminalizzazione dello Stato d'Israele e l'antisemitismo che essa genera: Durban si inventò, e oggi continuano su questa strada i suoi eredi, gli slogan di Israele stato razzista, di apartheid e genocida contro ogni realtà dei fatti, dato che lo Stato Ebraico, spasmodicamente democratico, pratica una politica che è l'opposto di questa; Durban nel 2001 disegnò l'idea dell'occupazione "fuorilegge", ignorando gli accordi di Oslo firmati da Rabin e Arafat e contro tutta la storica discussione giuridica sull'argomento; fece della questione dei territori occupati un punto per chiamare Israele illegittima e coloniale, senza mai tirare in ballo le tante altre occupazioni, come quella Turca di Cipro o quella Cinese del Tibet… Martin Luther King lo disse chiaro: “Fratello, se attacchi con odio Israele sei semplicemente antisemita”.


A Durban, da inviata della Stampa,ho raccontato giorno dopo giorno incredula come Arafat, Fidel Castro, Mugabe, forti del sostegno antiamericano e anti-israeliano basato sulla tradizione sovietica, inveissero a turno dalla tribuna. Nelson Mandela era là presente; li ho sentiti propagandare il loro odio antisemita mentre le delegazioni di tutto il mondo si agitavano inquiete senza sapere che fare, dire che Israele era uno stato di apartheid e che quindi doveva cessare di esistere; Israele diventò lo zombie del colonialismo contemporaneo a fronte di uno Stato palestinese mai esistito, ma improvvisamente divenuto, mentre i terroristi palestinesi con la seconda Intifada compivano strage di donne e bambini nelle strade di Gerusalemme, un ideale simbolico onnicomprensivo della salvezza del mondo. Gli ebrei erano stati gli assassini di Cristo, poi la razza inferiore da cancellare, poi gli infedeli invasori dell'Islam, con Durban diventano la bestemmia della religione dei nostri tempi, i diritti umani. Proprio, paradosso, mentre a fatica e sempre in guerra, sono la speranza democratica del Medio Oriente. Oggi rischiamo, andando a Durban di rinvigorire le teorie razziste che l'hanno dominata.

L'inveire dei famosi leader echeggiava nell'emiciclo semibuio, affollato e confuso, circondato dal brusio perplesso delle delegazioni che uscivano nel corridoio per cercare un accordo impossibile sulle risoluzioni. Dalla delegazione italiana Margherita Boniver si batteva coraggiosamente, quando ci incontravamo nei corridoi ci scambiavamo parole disperate. Negli intervalli incontravo altri ebrei come me, rifugiati e inseguiti, gli speaker venivano impediti dal prendere la parola. E ad ogni momento stavano riunite in permanenza le ONG che distribuivano materiali di odio antiebraico come i protocolli dei Savi di Sion, si abbellivano con la kefia, terrorizzavano la delegazione israeliana. I tutsi, i tibetani, i guatemaltechi del Premio Nobel Rigoberta Menchú che si aggirava nei suoi abiti multicolori, gli "intoccabili" indiani,gli Uiguri... Tutti gli oppressi furono ridotti a comparse in confronto alla ben programmata guerra contro Israele. La vergogna della celebrazione di un simile evento deve essere evitata per il bene dell'umanità. Accusare Israele di genocidio e di razzismo, delegittimarne l'esistenza stessa, è il nutrimento primario del movimento antisemita contemporaneo in continua crescita, che in più si è arricchito in questi ultimi tempi del termine "suprematismo". Le folle, impugnando a piacere la bandiera dei diritti umani, quella dei musulmani contro l'islamofobia, o dei neri contro il razzismo ("black lives matter") o delle donne, sulla linea dell'equivoco di Durban gridano "From the river to the sea Palestine will be free", ovvero chiedono la cancellazione di Israele, e "Fuck the jews" si è sentito gridare a Londra, o "chi è ebreo qui?" in un ristorante di Los Angeles.

Signor Primo Ministro, chiudiamo almeno questo rubinetto d'odio. Dopo il primo Durban, otto anni dopo Gheddafi ne ha presieduto la prosecuzione; poi nel 2011 Mahmoud Ahmadinejad vi ha tenuto il suo show negazionista. Seguendo una manifestazione organizzata nel 2001 dalle ONG, sopra le teste dell'umanità variopinta fiera della sua recente liberazione dwll'apartheid, la cronista vide ondeggiare i ritratti sollevati bene in alto di Osama Bin Laden. Pochi giorni dopo, tornata a Gerusalemme, vidi in diretta il disastro che ha cambiato il mondo.


L'Europa in ginocchio da Raisi, l'ultimo satrapo

sabato 7 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 07 agosto 2021

La cerimonia di inaugurazione nel nuovo presidente Iraniano è una certificazione di indifferenza politica e morale, di cancellazione della differenza fra terrorismo e diplomazia, fra crudele dittatura e democrazia. E' una tomba dei diritti umani. L'accoglienza è stata graziosa, perché gli iraniani, si sa, sono signori, colti, gentleman e dignitari dalle maniere invidiabili e dal sorriso accattivante sotto la barba, incorniciato dal turbante nero e dalle vesti candide. Il protocollo iraniano ha annunciato 73 istituzioni statuali, internazionali, di movimenti  rappresentati da 115 incaricati ufficiali,cui 10 presidenti, 20 presidenti di parlamenti, 11 ministri degli esteri, 10 altri ministri, e molti onorevoli da tutto il mondo. Un successone. Ed ecco la platea, stipata di gente in cipria e polpe sistemata in un ordine che rifletta le preferenze di Ibrahim Raisi, il nuovo presidente, e naturalmente del regime degli Ayatollah, il cui vertice pensante e decisionale è sempre Khamenei.

E' lui che ha selezionato i candidati facendone eliminare a bizzeffe fino all'elezione del suo, Ibrahim Raisi: dopo che ebbe perduto nel 2017 lo ha tenuto pronto alla bisogna con incarichi importantissimi nel giudiziario, per cui si è guadagnato l'orrore persino di Amnesty International, essendo il giudice responsabile della condanna a morte di decine di migliaia di dissidenti e variamente sgraditi al regime.

In prima fila, alla festa, il leader di Hamas Ismail Haniyeh, il capo della Jihad islamica Ziad al Nakhaleh, il vice capo di Hamas (che intanto stava sparando venti missili su Israele) Naim Qassem, tutti in fila, e altri leader del terrorismo loro pari oltre agli alti ranghi delle Guardie della Rivoluzione. Ed ecco, però, subito dietro, con cravatta rossa, il rappresentante dell'Unione Europea, che ha messo tutte queste organizzazioni nella sua lista nera: Enrique Mora, viceministro degli Esteri dell'UE e uomo di punta nei colloqui di Vienna che dovrebbero restituire alla vita il trattato sul nucleare.

Che altro deve succedere in questi giorni con l'Iran, oltre alla pirateria e al doppio omicidio nelle acque dell'Oman;  all'uso dei propri "proxy" come squadre militare ormai sparse per tutto il Medio Oriente con armi e droni che valgono i milioni di cui avrebbe bisogno la popolazione iraniana ormai esasperata e con cui possono colpire chiunque; oltre alla repressione mortale nelle piazze disperate; oltre alla veloce corsa all'arricchimento dell'uranio mentre Raisi dichiarava che l'atomica è contraria ai suoi principi; oltre al rallentamento volontario e ricattatorio dei colloqui con gli USA e gli altri Paesi riuniti a Vienna... E ultimo nella lista, ma non certo per importanza, come può l'Europa omaggiare un Paese che ha fatto della distruzione dello Stato Ebraico e dell'odio degli USA la sua principale bandiera? Che invita e sedere in prima fila quelli che progettano omicidi di donne e bambini sugli autobus e nelle pizzerie e li rifornisce di soldi e armi? Gli Ayatollah possono essere contenti: il terrorismo siede ufficialmente in prima fila, e senza una parola, noi prendiamo posto in seconda fila.


Errore politico inseguire i No Vax

venerdì 6 agosto 2021 Il Giornale 1 commento
Il Giornale, 06 agosto 2021

Scrivo col braccio sinistro dolente dopo la terzavaccinazione. Sono contenta: non solo so di essere più sicura, rispetto all'aggressività delle ultime varianti, ma anche perché c'è la fila degli"OverSixty" per andarsi a vaccinare. É questa la libertà: quella diascoltare, scegliere, fare quello che è giusto per sé e per la società interasecondo il buon senso, e ciò che ti viene indicato col criterio del benecomune  dal governo eletto. E chi nondistingue la regola definita per il bene comune da una malvagia, striscianteacquisizione di potere, peggio per lui. É nella Bibbia, Esodo, capitolo 32,versi 15 e 16: “Quando Mosè sale sul Monte, è ancora uno schiavo”.

Diventa un uomo libero quando scende con delle regolescritte: quella è la libertà. Ha la libertà in mano, nella regola. Ha il suogreen pass, che ancora è un segno nella pietra, ci vorranno molti anni e moltopensiero, centinaia di migliaia di pagine di esegesi per capire bene comefunzionano quelle leggi: ma sono loro, le leggi, le regole, e poi oggi leCostituzioni, che formeranno l'uomo libero, sempre più libero. Sì, fino aquello che crede che libertà sia contestare il minimale diritto alla protezionesociale della salute che è la base stessa di un armonico vivere sociale, e cheserve per stare in piedi, o anche per non morire. Mi dispiace davvero cheAgamben pensi che nelle norme con cui si cerca di limitare il contagio delCovid ci sia qualcosa che viola "il semplice amabile fatto di vivere l'unoaccanto all'altro". Amabile? L'uno accanto all'altro? Non ha conosciutol'isolamento, l'immobilità nel silenzio? Dopo un anno e mezzo vissuto su questaterra pandemica, in cui l'uno accanto all'altro abbiamo temuto che il vicino,anche il più caro, potesse trascinarci col suo respiro nella valle dellamalattia e persino della morte, la cosa più logica è cercare i sentieri delritorno alla salute, a meno che non ci si creda più affatto. No, non deveessere obbligatorio vaccinarsi per questo, ma non deve essere neppureobbligatorio nemmeno costringere qualcuno che ha fatto i maggiori sacrifici perproteggere se stesso e i suoi cari, che magari, come è capitato a me, ha vistoqualcuno soccombere in famiglia, all'insicurezza di condividere lo spazio conqualcuno che non vuole dirti se è vaccinato oppure no. Perché alla fine sai checi sono molte probabilità che questo significhi che non lo è.

A tutte le latitudini un eccitato movimento"intersezionale" che ammonticchia tutti i diritti umani e tutti glioppressi contro tutti gli oppressori, ci propone l'idea di libertà, quelladelle donne, dei neri, dei gay, delle minoranze etniche, e adesso dei No-Vax edei no green pass, come se in definitiva debba essere praticata tenendo comeobiettivo una visione palingenetica, in cui si butta giù tutto pur di affermarele proprie buone ragioni e si sospetta una rete di potere oppressivo che hafatto la storia, la geografia, gli stati, le leggi... La verità è che perquanto buone esse possano essere, le cause di ciascuno vanno sempre bilanciatecon la possibile distruttività che contengono.

E qui per quel goccio di libertà in più che può fornire nondover mostrare un' app verde sul telefonino, si gioca sulla vita umana. É lalibertà di passare col semaforo rosso. Inoltre, che l'opinione pubblica sulla salute alla fine è saggia: i leader chespingono verso la salute saranno alla fine i più ammirati. Per esempio daun'indagine della tv israeliana. Netanyahu che ha gestito con polso sicuro laguerra al Covid, senza evitare chiusure e multe, e ha ossessionato dittefarmaceutiche e popolazione. Oggi lo segue anche questo governo, e anche quelloitaliano, e quello inglese, e quello francese, e quello americano... Lalegge  e l'obbedienza, specie dovec'entra la salute, danno la libertà.

Nave assaltata, Iran nel mirino

lunedì 2 agosto 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 02 agosto 2021

"Israele dimostrerà che l'Iran ha fatto un serio errore attaccando la nave Mercer Street" ha detto il Primo ministro Naftali Bennett ieri. Non gli importa se dopo una prima generica ammissione su un giornale in lingua araba, il portavoce del ministero degli Esteri Said Khatibzadeh ha negato tutto e, anzi, ha rivolto a Israele le consuete mortali accuse. Per Bennett si tratta di un gesto codardo per il quale possiamo cominciare a interrogarci su quale sarà la sanzione. E probabilmente, prima o poi, qualcosa accadrà: Israele può contare solo su se stessa per deterrere e fermare i nemici. E ha dimostrato di avere molte possibilità di penetrare la corazza iraniana con frecce che sanno trovare la strada del cuore nucleare, delle centrali cibernetiche, delle basi dei "proxy" anche senza avventurarsi in guerre fatali. Bennett nel passato, quando era ministro della difesa di Netanyahu per esempio disse che avrebbe costretto l'Iran a lasciare la Siria: "Che ci sta a fare là? Non ha nessuna ragione di insediarsi sul confine di Israele. In dodici mesi lo cacceremo". Così disse, ma Bennett sapeva benissimo che gli Ayatollah sanno quello fanno, e che la Siria è un anello fondamentale nella loro strategia, anzi, in quella del defunto generale Soleimani che stava costruendo la sua grande "luna crescente" dall'Iraq allo Yemen giù per il Libano e la Siria in tutto in Medio Oriente. In prima linea: l'assedio di Israele dal Libano e la Siria tramite gli hezbollah. La nave su cui per caso o per perverso disegno strategico sono stati fatti fuori il capitano rumeno e un inglese, era l'obiettivo, presumibilmente, di una vendetta iraniana contro i bombardamenti israeliani su basi e convogli iraniano-libanesi in Siria. Svariati miliziani e comandanti iraniani sono stati colpiti in quei bombardamenti, ed ecco la vendetta trasversale.

Il fatto che essa non sia venuta direttamente dalla Siria, può dimostrare semplicemente che le forze della repubblica islamica sono indebolite dall'assenza di Soleimani, e che risulta più comodo colpire in mezzo al mare vicino all'Oman tramite l'uso, nuovo e potente, della schiera di droni di diverso tipo che l'Iran ha costruito in abbondanza. D'altra parte questo può significare che è proprio il potere centrale a Teheran, compreso il nuovo presidente Raisi che sta per insediarsi, che hanno deciso di colpire dal loro Paese coi droni nel mare, dove Israele è più indifeso che per terra. L'uccisione di due marinai del tutto estranei alle dinamiche iraniano-israeliane, e soprattutto di nazionalità che non c'entrano niente, fra cui di un cittadino di un Paese che appartiene alla Nato, l'Inghilterra, da spazio al nuovo programma del ministro degli Esteri Yair Lapid di spiegare intensivamente, come ha detto, al mondo intero, che l'Iran per colpire Israele non ha nessun problema a uccidere chi gli capita. Che il pericolo iraniano, cioè, riguarda tutti. Anzi, che le dimostrazioni di spavalderia contenute nel terrorismo gli si attagliano: fanno paura a tutti, e spingono al silenzio; portano anche al compromesso a Vienna, dove insieme a Biden tutto il mondo siede impaziente di firmare un accordo uguale a quello disastroso di Obama del 2015.

Ma accadrà presto? Intanto l'Europa da qualche segno di essersi stufata, l'Iran ha giocato nelle ultime settimane a rimandare l'accordo, ovvero alcuni cominciano a suggerire che nuove sanzioni vengano applicate: tutti sanno che l'Iran sta usando questo tempo per arricchire velocemente tutto l'uranio che può. In una parola, il fatto che l'Iran crei tanta confusione proprio adesso non deve essere considerato casuale: la sua dimostrazione di forza, i suoi droni lanciati lontano con grande sapienza tecnologica, l'imposizione al mondo di aspettare che l'inviso nuovo presidente si insedi il 5 di agosto primi di arrivare a qualsiasi conclusione, è prima di tutto un film in technicolor per la folla disperata nelle strade che grida all'Ayatollah Khamenei che non ne può più, e si batte valorosamente contro la Guardia Rivoluzionaria: è un modo di stare in sella. Se per l'Occidente arrivare a un accordo è un obiettivo che fa da comma alla parola "pace", per gli Ayatollah l'interesse primario, ovviamente collegato alla loro idea religiosa totalizzante e anche totalitaria, è la necessità divina di mantenere il potere e di usarlo per i propri fini espansivi. L'arricchimento atomico non sarà sacrificato se questi obiettivi non concorderanno con l'eventuale patto. La situazione è dunque esplosiva, la gente iraniana potrebbe essere falcidiata fisicamente come nel 2019 mentre l'uranio arricchito già disegna la bomba atomica e le provocazioni si moltiplicano. Bennett parte per gli USA per il suo primo incontro con Biden questo mese. Speriamo si capiscano.

Nave mercantile israeliana attaccata in Oman

sabato 31 luglio 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 31 luglio 2021
 
L'aggressione internazionale affiancata alla violenza interna sono sempre state la strada maestra percorsa dal regime iraniano. Lo scenario è un palcoscenico girevole, la gente soffre e le armi iraniane attaccano. In questi giorni nelle strade specie del  Khuzestan sudorientale,  il popolo, specie gli agricoltori, gridano disperati gli stessi slogan che si sentirono nel 2019, quando le proteste furono affogate nel sangue di 1500 persone uccise nelle strade delle città nella Repubblica degli Ayatollah. Manca l'acqua, il regime ha scelto solo la canna da zucchero e il riso abbandonando il resto dei campi, non c'è elettricità, i contadini abbandonano il lavoro e la casa, la protesta si muove verso Teheran dalle campagne. Ci sono già, dal 15 di luglio, inizio dei moti, 10 morti. La folla grida: "Morte al dittatore" "Khamenei, vergognati, lascia in pace l'Iran" e anche "Nè Gaza ne Libano, la mia vita per l'Iran": cioè, l'Iran non ne può più dell'ideologia espansionista della leadership che usa il terrore e la violenza affiancandosi a Hamas e agli Hezbollah in battaglie di sapore ultraideologico, dei miliardi spesi per affermare l'odio contro Israele, gli Stati Uniti, l'Occidente, per allargarsi a formare una mezzaluna di potere dall'Iraq al Libano, alla Siria, allo Yemen; che ambisce a diventare sempre più importante mentre non cela le consuete ambizioni atomiche.
 
Israele è sempre il cardellino nella miniera della disastrosa politica iraniana, e infatti era una nave mercantile israeliana quella attaccata nella notte di ieri al largo della costa dell'Oman, non a caso un Paese in predicato di diventare un amico istituzionale dello Stato Ebraico nell'ambito dei Patti di Abramo. Il governo israeliano tace, questa è una delle varie navi legate in qualche modo a Israele che sono state prese di mira in questo periodo, lo scontro registra ormai una quantità di episodi di varia entità, questo per ora non sembra di grande rilievo in confronto al danneggiamento, si dice da parte israeliana, di svariate centrali nucleari e alle eliminazioni mirate come quella del padre della bomba atomica Fahrizade.
 
Gesti molto rilevanti che Israele ha compiuto contro la bomba atomica destinata alla distruzione del suo Paese; monito che tutto sarà fatto per evitare che l'Iran ottenga la bomba. Il nuovo primo ministro Bennett ha espresso la medesima posizione. Netanyahu nel 2013 aveva detto all'assemblea generale dell'ONU che se si  voleva porre fine al programma nucleare iraniano pacificamente, guai a lasciare l'acceleratore delle sanzioni. Ma Obama cercava il patto a tutti i costi, e adesso Biden, mentre chiede a Khamenei di accettare il vecchio patto JCPOA, aspetta pazientemente che Khamenei, come ha annunciato, torni alle trattative di Vienna dopo il 5 agosto quando il nuovo infausto presidente Ebrahim Raisi sarà entrato in carica.
 
 Sono giorni in cui l'arricchimento dell'uranio, secondo gli esperti, va a mille, e così avvicina la bomba e  aumenta il ricatto per ottenere un patto che i desideri degli iraniani vogliono, per scritto, definitivo, intoccabile, quale che siano le violazioni che certamente già progettano. Proprio in questi giorni in Israele si insiste che la bomba è ormai vicinissimo. La preoccupazione è che gli USA di Biden, pur di cancellare la giusta scelta di Trump di conservare un patto fasullo e inutile, siano pronti a cancellare tutte le sanzioni riempiendo le tasche del regime.
 
La confezione di un nuovo patto nella forma richiesta di un infallibile pacchetto che preservi intatta la forza nucleare attuale dell'Iran accumulata in questi mesi, e consegni a Raisi, responsabile del mare di sangue dei dissidenti eliminati con la pena di morte un budget che arricchisce le casse del regime (e non certo quelle della gente) sarebbe un errore capitale. Subito diversi Paesi sunniti si muoverebbero per ottenere la bomba a loro volta. Bel risultato di pace. Comunque non distoglierebbe Israele dalla sua linea: fare qualsiasi cosa per assicurarsi che l'Iran non ottenga l'atomica.

 

Roma e Madrid, per la pace in Israele basta Abramo

mercoledì 30 giugno 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 30 giugno 2021

Sono passati 30 anni di fallimenti dalla Conferenza di Pace di Madrid, e ancora l'Europa non l'ha capita. Io c'ero a quella Conferenza, piena di speranza che il conflitto israelo-palestinese trovasse se non una soluzione almeno un capo e una coda, e con esso si placasse l'odio anti-israeliano e venisse a compimento l'idea di due Stati per due popoli. Ma uno dei due, non voleva: quello palestinese. Quello che vedemmo già allora era il farsi di giorno di una tela di Penelope di chiacchiere che di notte, quando Hana Ashrawi, Saeb Erekat e altri membri della delegazione andavano in volo a riportare gli eventi ad Arafat a Tunisi, veniva disfatta. Essi tornavano alle riunioni carichi di odio, sicuri che Israele doveva essere distrutto: spargevano questo odio in dichiarazioni univoche, Israele era un odioso occupante colonialista, uno Stato razzista, di apartheid…  Intanto Farouk al Shaara ministro degli Esteri siriano convocava noi giornalisti per dirci con rinnovato livore che il Primo ministro israeliano Ytzchak Shamir là presente, che ascoltava sconsolato e impotente, era lui un terrorista. Adesso Madrid e Roma ripropongono una conferenza di pace israelo-palestinese. Sanno benissimo ambedue, che da trent'anni a questa parte i tentativi sono stati molti.

La sottoscritta, da giornalista,purtroppo non ne ha mancato uno, e sono andati tutti nello stesso modo. Il decantato accordo di Oslo firmato da Rabin, chi meglio di lui, e Arafat, e finito nel bagno di sangue della Seconda Intifada. Arafat rientrò trionfalmente, le città palestinesi furono sgomberate fino all'ultima consentendo al 98 per cento dei palestinesi di vivere sotto la giurisdizione del loro Governo, fino ad oggi. Niente di significativo per chi desiderava la morte del nemico. Anche Gaza nel 2005 è stata sgomberata fino all'ultimo uomo, e ancora i palestinesi amano parlarne come di terra occupata. Nel frattempo ci sono state parecchie altre Conferenze di Pace alla fine delle quali a fronte delle molteplici vantaggiosissime offerte di terra da parte di Israele e dai Primi ministri Peres, Barak, Olmert Netayahu etc… I palestinesi hanno sempre risposto con dei "no"e con ondate di terrore. Del resto che la loro convinzione sia quella che Israele non debba esistere è ben chiara dalla rete di accuse intessute dalla loro propaganda: genocidio, apartheid... Tutte cretinate che una mente lucida e informata non può accettare, ma che stanno alla base del nuovo antisemitismo che impedisce la pace non solo di Israele, ma del popolo ebraico. Qui viene un punto che l'Europa forse dovrebbe finalmente capire se veramente desidera la pace e l'equilibrio dell'Area mediorientale in cui, inoltre, adesso l'Iran e gli Hezbollah pesano con finanziamenti e armi a Gaza e non solo.

L'UE sappia che non tutto il mondo arabo è contro la pace, e che il veto e la criminalizzazione palestinesi non impediscono la pace: lo dimostrano i Patti di Abramo. Se i palestinesi capiranno che una vera amicizia può fiorire, pace contro pace, tolleranza contro tolleranza, vantaggi contro vantaggi, fra chi lo desidera veramente forse usciranno dal loro desiderio di distruzione razzista. Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco, Sudan oltre all'Egitto e alla Giordania sono in pace con Israele. Hanno capito che gli Ebrei appartengono a quella terra, là sono nati, là sono tornati dopo secoli di sofferenze con la loro autodeterminazione a un Paese democratico, La pace è un obiettivo che porta davvero frutti e non parole, speranza per i bambini, salute, acqua, agricoltura, tecnologia... Israele sa darla, i Paesi arabi sanno lavorare insieme. I palestinesi, se l'Europa avesse davvero voluto coinvolgerli in un Processo di Pace, avrebbero dovuto essere invitati a Bruxelles nell'ambito della pace di Abramo, perché è quello l'involucro positivo, quello del reciproco apprezzamento, cortesia, business. Non il solito disprezzo per cui a Israele ci si rivolge come a un suprematista invasore, negando i suoi diritti a essere lo Stato del Popolo Ebraico. La questione dell'occupazione, che è l'unica parola che l'UE sa compitare accusando Israele di illegalità internazionale, deve recuperare il suo significato storico: qui siamo a fronte di terre disputate, questione di suprema sicurezza, e di reciproca accettazione. Non è fatta certo solo di terra la pace, essa è stata offerta mille volte, è fatta di pregiudizio religioso e ideologico da parte palestinese, ma non più arabo.

L'Europa certamente ama la pace, quindi deve capire che il ponte per avvicinarvisi sono gli Accordi di Abramo sono quei Paesi arabi cui un tempo sembrava affezionata, e che oggi ignorano a favore di chi? Del loro peggior nemico: l'Iran! Ma non vi sembra che prima di rimettervi a progettare altre Conferenze di Pace, che il paradigma europeo vada riletto completamente? Quanto ad Abu Mazen, non vi siete accorti che è un dittatore i cui oppositori vengono uccisi? Che i denari che gli donate spariscono in vortici incontrollati? Che ha appena cancellato le elezioni dopo 17 anni di inutile e dannoso potere?
Non solo la proposta di un ennesimo Vertice di pace non è di pace, esso è di guerra al popolo palestinese stesso, che forse desidera la pace proprio come quello dei Patti di Abramo ma non può dirlo.


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