Fiamma Nirenstein Blog

Il Giornale

Golan: indispensabile per la difesa del Paese intero

lunedì 27 dicembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 27 dicembre 2021

 

In Israele il Golan, neppure a sinistra della mappa politica, è immaginato come un "insediamento", o si pensa ai suoi abitanti come "coloni" o "settler":  neanche chi pensa che il futuro del Paese preveda la separazione dai "territori occupati" immagina quell'angolo lassù come una zona straniera. É una terrazza di basalto e erba indispensabile per la difesa del Paese intero, senza il Golan ogni invasione dal nord, dove molti nemici, fino all'Iraq e all'Iran risiedono oltre la Siria, sarebbe molto più facile. E infatti di là sono passati diverse volte. Ed è anche ormai, quell'altipiano ventoso dove le mucche e le capre girano libere, un amatissimo spazio naturale da cui si ammira il lago di Tiberiade e su cui si visitano resti talmudici e si va per un assaggio dell'ormai famoso e perfezionato vino locale.

Dunque, il primo ministro Naftali Bennett (da ieri in isolamento perché sua figlia è stata trovata affetta da Covid) ha potuto tranquillamente presentare come una scelta collettiva dei tanti partiti che compongono il suo governo, dalla sua destra sionista fino al partito arabo di Ram, il piano da 317 milioni di dollari per il Golan, con cui si invita la popolazione a venire a vivere nella natura, promettendo case e infrastrutture migliori oltre che possibilità di lavoro. Sarà una pioggia di iniziative e di denaro che beneficerà anche i 23mila drusi che vivono secondo la loro religione, le loro abilità e il loro cibo su quelle alture, in parte sono affezionati a Israele mentre in parte mantengono fedeltà al mondo arabo.

I palestinesi non hanno a che fare con questa vicenda, ma la parola "insediamenti" già mostra il suo potere ipnotico sull'opinione pubblica, mentre il consesso internazionale comincia già a essere investito dalle proteste del dittatore Bashar Assad che fida sul solito coro di biasimo anti-israeliano, per cui l'Unione Europea non poté fare a meno di protestare quando nel 1981 le alture furono annesse e poi gli USA ne riconobbero l'identità israeliana nel 2019. Fu Trump a compiere questa scelta, citando una "minilezione di storia" prima della decisione: di certo riguardava il fatto che tutti i Paesi mediorientali, compresa la Siria era state attribuite a varie dinastie, alcune dei quali recentissime, con un tratto di penna  che toglieva alla meglio i vecchi coloni d'impiccio. Ma come non vedere che ha ragione Bennett quando dice, come ha fatto ieri, che per tutto il mondo è molto più tranquillizzante pensare alle alture civilizzate, produttive e verdeggianti che Israele garantisce piuttosto che a una aggressiva propagine rocciosa siriana: là non c'è alcun dubbio, senza la presenza israeliana troverebbero subito posto avamposti armati degli hezbollah e missili iraniani. Il Golan è stato occupato da Israele dal 1967, quando rispondendo all'attacco siriano per fiancheggiare l'Egitto coi carri armati e i bombardamenti aerei, Israele riuscì a salire sulle alture. Esse erano la rampa di un'aggressione continua, anche prima della guerra. Posso raccontarlo in prima persona, da ragazza nel kibbutz Neot Mordechai ai piedi del Golan dove mi trovavo, le incursioni erano quotidiane, gli aerei Mig spuntavano all'improvviso dalle alture, e durante la guerra del '67 lo scontro si svolse metro quadro per metro quadro. Se l'Iran fosse stato sulle alture, si può immaginare cosa sarebbe successo. Oggi, sul Golan sono previste due cittadine nuove, Assif e Matar, mentre a Katzrin, centro archeologico romano e ebraico si prevede impegno edilizio e di lavoro. Poco lontano a Gamla, che dà oggi il nome a un vino rinomato e dove nelle rocce circostanti nidificano, protetti dalle associazioni naturalistiche, aquile, falchi e avvoltoi si vedono i resti impressionanti di una città ebraica, grigi, interi, su una punta di montagna. Dalle mura si gettarono gli israeliti quando i romani stavano per conquistare la città. Oggi, questo non succederebbe più.

Il sangue degli ebrei svenduto

venerdì 10 dicembre 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 10 dicembre 2021
 
L'attentato del 9 ottobre dell'82, quando Stefano Gaj Tachè, due anni, fu ucciso dai terroristi palestinesi davanti al Tempio maggiore di Roma, e il sangue di altre 37 feriti scorse sulle pietre che avrebbero dovuto essere il più sicuro rifugio per gli ebrei di Roma, di compì un doppio sfregio alla storia. Quello degli assassini, e quello di chi non lo difese. Come ieri coi documenti alla mano ha scritto Il Riformista in prima pagina, i poteri italiani erano stato avvisati che un attentato era pronto proprio per ammazzare ebrei o israeliani. Lo denunciò, e oggi ce ne sono le carte, Cossiga una quindicina di anni fa, e nessuno ha mai fatto seguito a quella terribile denuncia.
 
Essa implicava la vicenda, non nuova, di un accordo politico, certo di matrice andreottiana, con le organizzazioni palestinesi perché, in cambio della mano libera contro gli ebrei e Israele sul territorio italiano, si astenessero da attacchi contro italiani "innocenti". Naturalmente era una balla anche questa, perchè gli attentati di Fiumicino nel 73 (34 morti), dell'Achille Lauro, di Roma Fiumicino-Vienna, 1985 (19 morti) non guardavano certo per il sottile all'identità delle vittime. Ma era esplicito che il sangue ebraico era comunque una merce di scambio, persino dopo la non lontana Shoah, e dopo che il territorio del Ghetto di Roma era stato marchiato per sempre dalle deportazioni del 43: avanti un altro.
 
Le stesse pietre si sono sporcate di sangue ebraico. Arafat nello stesso anno aveva parlato alla Camera armato di pistola: Andreotti, padrino della politica filoaraba, gliel'aveva permesso personalmente nell'ambito di una cerimonia europea, mentre quasi solo Spadolini si contrapponeva. In generale si può dire che la furia terrorista dei palestinesi era già un fatto del tutto evidente, rimarcato da stragi di atleti (11 morti, alle Olimpiadi Monaco nel 72), di bambini a Maalot in una scuola ,nel '74, 31 morti e da innumerevoli altri episodi di sequestro di aerei, di autobus, di esplosioni e spari. Ma in quegli anni si impostava la politica assolutoria e untuosa che ha fatto del mondo palestinese una vacca sacra intoccabile nella ferocia antisemita, nella disonestà, nella violazione interna dei diritti umani. Paura, desiderio di vantaggi petroliferi presso il mondo arabo, queste due furono le ragioni base della politica si "dhimmitudine" che denuncia in tanti studi Bat Ye'or, e che oggi sembra trovare un freno nei patti di Abramo. Ma ieri, come oggi, consentire, acquiescere, negoziare sull'aggressione e la morte degli ebrei è un aspetto classico dell'antisemitismo. Contiene, come nel caso di questo accordo sotterraneo, la segreta convinzione che la loro vita non valga quanto quella degli altri. Quando durante la seconda Intifada ho coperto gli innumerevoli attacchi di terrorismo suicida in Israele, con migliaia di morti, e ho riscontrato in quanta indifferenza e silenzio potessero circondarli, ho sentito che quello era antisemitismo. Quando a Israele viene negato il diritto di autodifesa che è concesso a qualsiasi altro Paese colpito, è antisemitismo. Quando il bambino Stefano Tachè, due anni, è stato colpito sulle scale dello del Tempio, è doppio antisemitismo: quello di chi gli ha sparato, e quello di chi ha negoziato fino a lasciarlo nudo, senza protezione, nella sua tenerissima esistenza di bambino ebreo.

 

Iran a un passo dal nucleare

mercoledì 8 dicembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Le  cronache riportano un grande scoppio nel sito nucleare di Natanz, uno dei maggiori, sabato notte, l'evacuazione dei paesi vicini. Dice il governo iraniano era prevista e dovuta a esercitazioni... ma chi ci crede. L'eco dello scoppio si sente fino a Vienna. I colloqui là in corso fra i  P5 più uno e l'Iran sono uno spettacolo di restyling fra la repubblica islamica e il mondo, con l'occulta presenza di Israele: gli USA, nonostante l'inviato Robert Malley non desideri altro che un accordo, hanno dichiarato venerdì una pausa perchè gli iraniani seguitano a dettare legge, vogliono caduta delle sanzioni e mano libera verso l'atomica. Malley è seduto fuori della sala dei colloqui, l'Iran non vuole il Grande Satana, gli europei arzigogolano sorridenti l'impossibile soluzione di un problema geopolitico e religioso: il confronto fra il potere islamico e il mondo giudaico cristiano.

Gli europei come Ermes con le ali ai calzari, recapitano messaggi per Biden, e indietro. Ma l'Iran vuole enormi incentivi economici per accettare il bacio della pantofola, e, nonostante  l'acquiescenza di Malley, chiede ancora. E' danaro che alimenterà la sua guerra di dominio; il Mahdi, il profeta sciita, salverà il mondo per grazia degli Ayatollah e delle Guardie della Rivoluzione. Si riporta che 90 miliardi di dollari siano stati scongelati in transazioni e conti bancari bloccati. E molto è per strada: lo sblocco delle sanzioni è il prezzo per cui gli ayatollah sono tornati a parlare dopo cinque mesi di fermo  durante i quali le centrifughe di Fordow  hanno girato veloce per accumulare uranio arricchito; tanto che ormai tutti gli osservatori non possono fare a meno di capire che il 20 per cento di purezza non può servire altro che a scopi militari.

Se ne è molto lamentata l'IAEA, l'agenzia atomica internazionale, ed è proprio perchè Rafael Grossi, il suo capo, ha denunciato i divieti iraniani ai controlli che l'Iran alla fine ha accettato di tornare a Vienna, così da evitare nuove sanzioni. L'Europa, nodo passibile di sviluppi, contrasta sull'IAEA con gli Stati Uniti, vedremo gli sviluppi. Robert Malley, il plenipotenziario americano, è fiducioso del ripristino del vecchio patto, il JCPOA del 2015 cancellato nel 2018: ma l'Iran bullizza la situazione, le sue guardie rivoluzionarie e i suoi "proxy" valvassori, come si vantano loro stessi, dominano con la forza quattro Paesi, Iraq, Siria, Libano, Yemen, controllano Gaza, influenzano Ramallah. Se Israele si sentirà minacciata da un trattato che consenta l'atomica, ha detto il capo del Mossad, non avrà scelta, e si difenderà; i missili che l'Iran ha distribuito ovunque possono cominciare a piovere tutti insieme, la minaccia atomica coprirebbe i droni teleguidati e i missili destinati ai Paesi sunniti, a Israele, al Mediterraneo. Gli USA sono intanto stati obiettivo di molteplici attacchi terroristi e come conferma una lettera del capo della Cia Gina Haspel, hanno ricevuto da Israele aiuto per salvare dozzine di americani in Medio Oriente e del Golfo.

Gli USA ripetono che se un accordo risulterà impossibile, troverà altre strade. Così ripete anche Israele. Ebrahim Raisi, il presidente attuale,è un duro nazionalreligioso, e i segnali di arroganza sono tanti. Il brigadiere generale Abolfazl Shakarchi, portavoce militare, intervistato dall'ISNA (Iran Studies Neews Agency) ha annunciato a 48 ore dalla Conferenza che "la distruzione di Israele è il nostro maggior ideale. il maggior obiettivo che perseguiamo"; a ruota, "il ritiro di tutti gli americani dalla regione". Ha anche aggiunto che USA e Israele non possono affrontare l'Iran, e si piegheranno. Poi ha aggiunto che i Sauditi, il Bahrain, gli Emirati sono alleati di un' occupazione da cui "le nazioni oppresse sono stati rese schiave..mentre viene inoculata una nuova ignoranza dal mondo infedele sotto il termine "civilizzazione". L'Iran, quanto a "civilizzazione", ha recentemente condannato a morte una coppia per adulterio; gli omosessuali, i dissidenti, subiscono la stessa sorte; i suoi missili inquinano il mondo. Quale trattativa può avere senso con chi ubbidisce a questa logica? Vienna è di nuovo fatale nella storia del mondo.

Il ritorno del sangue di Hamas. Attacco al cuore di Gerusalemme

lunedì 22 novembre 2021 Il Giornale 1 commento

Il Giornale, 22 novembre 2021 

È bellissima la Città Vecchia alle 9 di mattina vicino al Muro del Pianto, i negozi chiusi, le stradine vuote. Vuote, fuorché per il terrorista che cerca la preda, Fadi Abu Shkahydem, di mestiere educatore religioso, un fanatico colto conosciuto dalla polizia, un imam di Shuafat nella periferia di Gerusalemme. Il video di un telefonino mostra tutto: i colpi dell'arma automatica risuonano sulle pietre antiche, un ferito chiama disperato aiuto, gente per terra, fuga. Girano di già le foto che lo rappresentano in cattedra, mentre  insegna a file di studenti concentrati e attenti, e altre riprese che lo mostrano furioso contro gli ebrei, sbraitante. E, già impaginata e pronta nel santino con la bandiera verde sulla Moschea di Al Aqsa, la faccia barbuta dell'assassino ispirato dal piacere di essere uno shahid, un martire di Hamas. Tutto nerovestito è uscito col mitra e i coltelli, e alle 9 ha sparato, uccidendo un ragazzo israeliano, una guida, e ferendone almeno altre tre, uno è grave. Poi due poliziotte lo hanno fermato, e le forze dell'ordine sono riuscitea sparargli fermando la strage. È la seconda volta in una settimana che Hamas colpisce a Gerusalemme, la volta precedente un attacco col coltello, sempre in Città Vecchia, dove il continuo traffico a piedi rende più difficile la selezione dei malintenzionati, e offre ai terroristi, d'altra parte, una quantità di occasioni di caccia.

Stavolta il terrorista aveva 42 anni, non era parte delle milizie armate, ma era noto alla polizia. Poiché anche a Giaffa poco più tardi un palestinese di Jenin, probabilmente anche lui di Hamas, è stato bloccato dopo aver assalito e ferito un uomo, si comincia a pensare a una qualche ondata terrorista. Che Shkhaidem avesse progettato l'attacco sembra evidente dal fatto che aveva fatto partire la moglie da Israele.

Quella dell'aggressione terroristica palestinese è una vicenda che si rinnova portando lutto e tragedia con ritmo implacabile: Hamas è probabilmente alla ricerca di consensi nel suo conflitto interno con Abu Mazen e cerca di rafforzarsi ulteriormente dopo che il Presidente americano Joe Biden, oltre all'Egitto e altre forze mediorientali, hanno di nuovo spinto un rinnovato sforzo di unità fra Hamas e Abu Mazen.  L'ultimo conflitto con Gaza è stato generato in gran parte proprio dalla decisione di Hamas di prendere la leadership palestinese sparando i suoi missili su Gerusalemme.

Adesso, poi, la mossa prende un sapore internazionale, perché (dopo che di nuovo il mondo intero con l'operazione di Gaza era caduto preda del solito rovesciamento di responsabilità e quindi aveva lanciato le solite accuse contro Israele dettate da ignoranza  e pregiudizio) la ministra degli Interni inglese Priti Patel ha messo nella lista delle organizzazioni terroriste Hamas, per intero, non solo per la parte armata. E ha anche spiegato che lo ha fatto an che in virtù del fatto che si tratta di una "rabbiosa organizzazione antisemita" che mette a rischio al vita di tutti, e che tollerare l'antisemitismo crea delle pessime condizioni per la sicurezza del popolo ebraico e di ciascuno, dando la possibilità di spargere, come legittimo e addirittura segno di libertà religiosa e culturale, il veleno della violenza in tutti i Paesi occidentali, oltre che in Israele. Priti Patel segnala una lungimirante visione strategica quando aggiunge che bisogna combattere senza risparmio di forze dato che Hamas "ha significative capacità terroriste, incluso l'accesso a quantità estesa di armi sofisticate e a strutture di training terrorista". Ovviamente qui il riferimento è ai rapporti internazionali di Hamas, sia quando si parla di Fratellanza Musulmana, incluso il rapporto con Erdogan e col Qatar, che dell'Iran della Guardia Rivoluzionaria, che sostiene e guida Gaza.

Spesso si riconosce solo la parte militare di Hamas come terrorista, anche se gli USA e l'UE invece la definiscono tale nel suo insieme. Hamas ha reagito dicendo che l'Inghilterra "di nuovo invece di scusarsi per la Dichiarazione Balfour (che promette al popolo ebraico un focolare nazionale ndr) o il Mandato Britannico che consegnò ai sionisti terra palestinese, sostiene gli aggressori invece delle vittime". Quello che qui Hamas intende, e stavolta, secondo tutti i documenti, risulta d'accordo con Abu Mazen, e la completa delegittimazione e criminalizzazione del fondamento stesso dello Stato d'Israele, e quindi la determinazione a cancellarlo. Una risoluzione di morte, cui manca qualsiasi spazio per una politica di pace e soprattutto di miglioramento della condizione palestinese, destinata alla predicazione d'odio che gli viene somministrata dalla parole e dai gesti di gente come Shkahydem.

wc

venerdì 5 novembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 05 novembre 2021

Si deve fare? Sì. Lo si deve però scegliere liberamente, essendo in democrazia? Ancora sì. Ci sono i no vax , e quelli sono duri come il granito. Non si parla a loro. Ma per  spiegarsi fra gente normale, di buon senso, occorre discussione, consapevolezza sull'oggetto in questione, la vaccinazione, i pro, i contro, i pericoli, le risorse, senza spazio per stupide teorie della cospirazione o movimenti rivoluzionari social-politici. Così dopo un periodo di crisi, Israele si riposiziona come esempio per la lotta al Covid, guardiamolo bene: ieri la squadra di esperti che affianca il ministero della sanità nelle decisione, ormai imminente dopo quella americana, di vaccinare i piccoli, ha tenuto la sua seduta in pubblico, sui social, su la pagina facebook del ministero, con tutti gli esperti, i medici, i politici, e con venti cittadini ciascuno col diritto a parlare per tre minuti.  Alla fine deciderà la commissione, e non la folla, si capisce: ma il  vaccino ai bambini oltre i cinque anni è un pezzo di cuore e richiede tutto il cervello.

Difficile decidere, ma messe tutte le carte in tavola, basta, si soppesa, si decide, forti del fatto che dopo un momento di panico, di nuovo i vaccini hanno salvato il paese, e senza ombra di dubbio. Su questo, anche un governo e un'opposizione che si odiano come quelle di Bennett e di Netanyahu, sono insieme! Pochissimi usano la chiave antivax in una dimensione politica. Si sa, qualcuno dei vaccinati si è ammalato di nuovo, ma non è morto; e il vaccino ogni tanto ha reazioni indesiderate anche estreme. Perciò un Paese allenato come Israele ha bisogno di inspirare profondamente prima di decidere sui numerosissimi, onnipresenti piccoli cittadini del Paese. Ma è chiaro a tutti gli opinion maker, i giornalisti, i politici, gli intellettuali, come dovrebbe esserlo in Italia: gli chiedi "hai preso la terza dose?" E la risposta è sempre."Certo". Sei un fratello nella scelta della libertà per tutti. Dopo il booster la crisi della quarta ondata è stata superata, a settembre c'erano 80mila casi attivi, ora sono 7388;  i casi seri erano 740, ora sono 201; i nuovi casi quotidiani  663 ed erano 2500. Prima di rendersi conto, a maggio, che si era ben proceduto a salvare la vita degli adulti e degli anziani ma si doveva vaccinare veloci anche i ragazzi nelle scuole pena una moria generale; adesso si sa che i bambini fra i 5 e gli 11 anni, più di 1milione e 200mila, sono il 45 per cento dei portatori del virus della settimana scorsa.

E allora, se i dati sono questi, se il vaccino preserva dal contagio, e quando non lo fa comunque salva la vita, e rende la libertà, che dire, per esempio, alla folla triestina? Quando si ammala rischia la vita, e appare anche un po’ scema.

Quell'esempio di Israele: rinato coi sieri

venerdì 5 novembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 5 novembre 2021

Si deve fare? Sì. Lo si deve però scegliere liberamente, essendo in democrazia? Ancora sì. Ci sono i no vax , e quelli sono duri come il granito. Non si parla a loro. Ma per  spiegarsi fra gente normale, di buon senso, occorre discussione, consapevolezza sull'oggetto in questione, la vaccinazione, i pro, i contro, i pericoli, le risorse, senza spazio per stupide teorie della cospirazione o movimenti rivoluzionari social-politici. Così dopo un periodo di crisi, Israele si riposiziona come esempio per la lotta al Covid, guardiamolo bene: ieri la squadra di esperti che affianca il ministero della sanità nelle decisione, ormai imminente dopo quella americana, di vaccinare i piccoli, ha tenuto la sua seduta in pubblico, sui social, su la pagina Facebook del ministero, con tutti gli esperti, i medici, i politici, e con venti cittadini ciascuno col diritto a parlare per tre minuti.  Alla fine deciderà la commissione, e non la folla, si capisce: ma il  vaccino ai bambini oltre i cinque anni è un pezzo di cuore e richiede tutto il cervello.

Difficile decidere, ma messe tutte le carte in tavola, basta, si soppesa, si decide, forti del fatto che dopo un momento di panico, di nuovo i vaccini hanno salvato il paese, e senza ombra di dubbio. Su questo, anche un governo e un'opposizione che si odiano come quelle di Bennett e di Netanyahu, sono insieme! Pochissimi usano la chiave antivax in una dimensione politica. Si sa, qualcuno dei vaccinati si è ammalato di nuovo, ma non è morto; e il vaccino ogni tanto ha reazioni indesiderate anche estreme. Perciò un Paese allenato come Israele ha bisogno di inspirare profondamente prima di decidere sui numerosissimi, onnipresenti piccoli cittadini del Paese.

Ma è chiaro a tutti gli opinion maker, i giornalisti, i politici, gli intellettuali, come dovrebbe esserlo in Italia: gli chiedi "hai preso la terza dose?" E la risposta è sempre."Certo". Sei un fratello nella scelta della libertà per tutti. Dopo il booster la crisi della quarta ondata è stata superata, a settembre c'erano 80mila casi attivi, ora sono 7388;  i casi seri erano 740, ora sono 201; i nuovi casi quotidiani  663 ed erano 2500. Prima di rendersi conto, a maggio, che si era ben proceduto a salvare la vita degli adulti e degli anziani ma si doveva vaccinare veloci anche i ragazzi nelle scuole pena una moria generale; adesso si sa che i bambini fra i 5 e gli 11 anni, più di 1milione e 200mila, sono il 45 per cento dei portatori del virus della settimana scorsa. E allora, se i dati sono questi, se il vaccino preserva dal contagio, e quando non lo fa comunque salva la vita, e rende la libertà, che dire, per esempio, alla folla triestina? Quando si ammala rischia la vita, e appare anche un po’ scema.

 

L'oscena sfilata di No Pass che infanga la memoria della Shoah

lunedì 1 novembre 2021 Il Giornale 0 commenti

Il Giornale, 01 novembre 2021

 

Non c'è affatto da stupirsi se il movimento dei No Green Pass, creatura artificialmente impallidita del movimento No Vax, produce una schifosa manifestazione antisemita come quella che ieri la povera città di Novara ci ha offerto. L'antisemitismo è un largo arcipelago,una moneta di uso comune: travestendolo un po’ la puoi smerciare ovunque, il rischio è solo che riveli la miseria di chi la pratica. Qui, se c'era bisogno di rivelare la volgarità, l'ignoranza, il disprezzo per la libertà e anche per la vita umana già peraltro contenute nelle posizioni antivaccino, beh, stavolta lo spettacolo è plateale.

Gli animali che non  sanno come sono stati uccisi due milioni di bambini, per esempio, nell'ambito di sei milioni di ebrei torturati e trucidati, non sono soli. Ci sono antisemiti consapevoli, "mild", nostalgici, noncuranti, antisionisti, anticapitalisti, anticomunisti, travestiti da difensori dei diritti umani. Ma sempre antisemitismo è. Se "il loro migliore amico è ebreo", beh si sveglino. Una recentissima indagine su tutti i Paesi UE ci dice che l'89 per cento degli ebrei sente la pressione, 1 su 4 ha subito aggressioni. Il 51 per cento degli intervistati pensa che gli ebrei hanno troppo potere; il 71 che gli ebrei fanno ai palestinesi quello che gli hanno fatto i nazisti; il 43 che gli ebrei sfruttano la memoria della Shoa. In Texas per insegnare la Shoah devi dare spazio a libere interpretazioni contrapposte: é davvero accaduto o no? A Boston il Centro Elie Wiesel, dal nome del famoso scrittore della Shoah, per la sua lettura annuale ha ospitato uno speaker che ha accusato Israele di prendere di mira i bambini palestinesi solo perché vogliono la libertà. Il gruppo "green" Sunrise per l'azione sul clima si è ritirato da un rally perchè c'erano tre organizzazioni ebraiche. Da destra a sinistra, sono tutti troppo confusi per capire di essere dei vergognosi antisemiti. O è di moda?

Eitan, il nonno e i tanti motivi di uno sbaglio

mercoledì 27 ottobre 2021 Il Giornale 4 commenti
Il Giornale, 27 ottobre 2021
 
Non ho nessuna intenzione di sostenere che Shmuel Peleg abbia ragione, e nemmeno la moglie Esther, anche se il loro strazio è così sincero e evidente. Le loro ragioni di genitori, figli e nonni deprivati di tre generazioni di affetti, cui ora viene strappato anche l'ultimo virgulto, spezzano il cuore ma non giustificano il rapimento. La legge è chiara e giusta: non si può ottenere la custodia di un bambino rapendolo e esportandolo a forza, e il tribunale israeliano ha fatto bene a agire secondo la legge. Così del resto fa abitualmente: Israele è un Paese ubbidiente alla legge internazionale, al contrario di quello che si vocifera. Spiegare però non vuol dire giustificare; è giusto comunque cercare di capire perché Peleg abbia violato le norme in modo, alla fine, masochistico. Per farlo si può avventurarsi cautamente senza conosce il soggetto, fra le possibili colonne psicologiche di una persona come lui, sempre tenendo ferma l'idea che il suo gesto forzoso è frutto di un tratto particolare.
 
E tuttavia, pensiamo. Israele non è un Paese qualunque; non è come se Eitan fosse stato trasportato che so, dalla Danimarca all'Olanda. Ci sono voluti secoli, decine di migliaia di morti, guerre senza fine, fame incommensurabile, lavoro miracoloso, rischi e audace inimmaginabili per farne un Paese dove il popolo ebraico finalmente "torna". Questa è la parola chiave. Ci si torna anche quando non ci è mai stati, è il Paese del ritorno del popolo ebraico, non importa se religioso o laico, dall'esilio.
Per Peleg è del tutto logico, anche contro il senso comune, che Eitan "torni" a casa; e "casa" è per lui in Israele, qui è la sua naturale radice secondo la logica di un uomo della sua generazione, la sua vita. Esther, la moglie, ha anche spiegato che qui il bimbo ha una famiglia molto vasta e adorante con cui è stato sempre in contatto, dove la figlia voleva tornare, e che, secondo lei, nel suo abbraccio di Shabbat, di ogni festa comandata, è l'indispensabile cemento per guarigione di Eitan dal dolore. "Famiglia" è una parola chiave in Israele. La terza parola chiave per capire (non per giustificare) è "conversione": non necessariamente  e non soltanto conversione religiosa, ma ogni cancellazione forzosa, ambientale, dovuta a assimilazione o a educazione, o a forzatura, dell' identità di un ebreo. Questo è insopportabile per chi appartiene a un popolo che si è tentato di cancellare tante volte, di convertire, di assimilare, di considerare superato, archeologico, destinato a sparire. Magari in Italia Eitan riceverà un'educazione ebraica nel senso del popolo ebraico.
 
Ma è ovvio, per il nonno, che il suo nido naturale sia Israele, che esiste per questo: gli ebrei sono stati minacciati di scomparsa totale molte volte, in molti esili, e restare un popolo unito è stata la grande sfida fino nella Shoah. Cristiani, musulmani e anche Napoleone hanno immaginato che fosse indispensabile per gli ebrei, cambiare strada. Ma un  ebreo anche se non è religioso resta fedele al suo popolo. E' un istinto indispensabile alla sopravvivenza.
 
Infine il gesto pazzoide dell'aereo privato: per carità, nessuna giustificazione. Ma si chiama sfida estrema. Israele a fronte di avventure fatali si è avventurato spesso in gesti in cui l'audacia sfida il senso di realtà. Tipo Entebbe. Niente in comune, sia chiaro, ma spero così di spiegare una mentalità di sopravvivenza. Peleg ha sbagliato, ma non è stato solo: i giudici italiani, la zia, tutti hanno tirato la corda sin dall'inizio nell'affidare, nel pretendere, nello strapparsi una creatura che ha bisogno solo di un amore che metta tutti d'accordo. La storia biblica di re Salomone insegna. Le due famiglie si devono avvicinare, per Eitan.
 

Israele, sei ong «umanitarie» sotto indagine per terrorismo

lunedì 25 ottobre 2021 Il Giornale 0 commenti
Il Giornale, 25 ottobre 2021
 
La disputa in atto dovrebbe far tremare  tutto il mondo: tu chiamalo terrorismo, io lo chiamo organizzazione per i diritti umani, e lo finanzio coi nostri soldi. Il Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha collocato sei fra le maggiori NGO Palestinesi nella lista delle organizzazioni terroriste. Questo significa che i loro traffici bancari e i movimenti dei loro leader e affiliati sono adesso sotto controllo. Le informazioni: molto accurate. L'accusa è servire da mano pubblica all'organizzazione terrorista Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, FPLP, fornendole un'identità ibrida, e rastrellare così consenso e denaro dall'ONU e dall'Unione Europea. Questi soldi alimentano, secondo Gantz, il fiume di sangue; le organizzazioni accusano Israele di persecuzione e rivendicano un ruolo caritativo. Certo, anche gli Hezbollah, Hamas, i Talebani prendono cura di bambini, vedove, vecchi. Così sorride il professor Gerald Steinberg, che con costanza ha indagato il tema col suo NGO Monitor. Sul sito troviamo tutti i particolari:" Dieci anni fa presentammo i risultati all'UE, la Mogherini ci disse che le prove non bastavano". E oggi il Dipartimento di Stato Americano, protesta di non essere stato informato. Israele nega l'accusa.
 
Le organizzazione nella lista terrorista sono:Adameer, Al Haq, Bisan, Defesa dei bambini-Palestina (DCI-P) Unione delle donne (UPWC); Unione degli Agricoltori (UAWC). Il punto di partenza è l'FPLP, un vulcano di attività terrorista, che ha ucciso il ministro israeliano Rehavam Ze'evi nel 2001, ha compiuto 6 attacchi suicidi nell'Intifada con 13 vittime, tre al mercato a Gerusalemme; ha tentato di uccidere il rabbino capo Ovadya Yossef; ha ucciso a colpi d'ascia 5 persone alla sinagoga Har Nof nel 2014. Terribile anche l'assassinio della 17enne Rina Shnerb nell'agosto del 2019, in cui il padre e il fratello vennero feriti. Gli assassini sono parte dell'organizzazione degli agricoltori, finanziata dall'UE.  l'FPLP, paleomarxista, radicata a Ramallah, in competizione con Fatah che non osa metterla ai margini, è stata, come spiega bene Steinberg, capace di mettere in piedi, priva dei finanziamenti di Abu Mazen, una rete autonoma di NGO,che l'alimenta auto-legittimandosi. Così che i documenti provano, dice Steinberg, con le foto, che i diplomatici in visita dei vari Paesi, di fatto si incontrano con leader del FPLP. Un paradosso per cui negli ultimi dieci anni gli sono stati dati dall'Europa circa 200 milioni euro del contribuente, sostiene Steinberg. 
 
Il direttore amministrativo degli "agricoltori"è stato arrestato e così anche  il contabile per bombe, attentati, reclutamento di terroristi. Hashem Abu Maria, il leader dell'NGO per i bambini, è morto in uno scontro a fuoco con l'esercito, il presidente dell'assemblea dei soci è stato direttore della rivista dell'FPL. Questa NGO è finanziata anche direttamente dall'Italia. Le leader dell'unione femminile sono quasi tutte membri dei comitato centrale e del direttivo dell'FPLP; il Centro Palestinese per i Diritti Umani, già nella lista,  ha un vicepresidente che è stato capo dell'ala militare dell'FPLP di Gaza, condannato all'ergastolo: Al Haq, ha un direttore Shawan Jabarin, che fu accusato di reclutare e organizzare il training dei membri del FPLP. L'Italia finanzia direttamente anche al Haq. La lista è lunga, ma parla chiaro: ammantarsi di diritti umani è un'abitudine consolidata per chi vuole distruggere Israele, e il cinismo della politica internazionale fa finta di non capire, anzi, aiuta questo sistema. Per cui il diritto va in polvere, la vittima diventa persecutore, il terrorista che ignora ogni principio democratico diventa il protagonista dell'era delle NGO.  
 

L'antifascismo corrotto dalla sinistra

giovedì 14 ottobre 2021 Il Giornale 3 commenti
Il Giornale, 14 ottobre 2021
 
L'antifascismo è una battaglia sacrosanta, le leggi che ci conservano la democrazia contro i cosiddetti "rigurgiti" (che strana espressione) sono la cassaforte che ne proteggono l'universalità. L'antifascismo, però, deve appunto essere  propagato e protetto in nome della democrazia, tutta. Invece non funziona così quando l'antifascismo diventa "miltante". 
 
La base storica della guerra antifascista è definita dal fatto che il nemico è storicamente di destra. E in secondo luogo, dall'uso che grandi e piccole battaglie ne hanno fatto. Dunque, dalla fine della seconda guerra mondiale la sinistra ha avuto buon gioco a lavare i suoi crimini e i suoi errori tingendo solo di "nero" le acque della violazione dei diritti umani, unica fonte di orrore. La battaglia antifascista, l'esaltazione dell'epopea partigiana nasce e si sviluppa lasciando che al sogno della libertà si sovrapponga quello di una società socialista, o anche comunista. L'antifascismo perde così la sua universalità, ed è peccato. Infatti una parte della Resistenza, quella cattolica, da Dossetti, a Gorrieri ai tanti preti e cattolici sulle montagne, a Tina Anselmi e le altre staffette e guerriere, sono minori rispetto alla figura del partigiano rosso. Per esempio, ancora, la glorificazione più che giusta della vittoria russa antinazista è poi diventata "antifascista militante", e questo mentre le caratteristiche del comunismo cioè  ipernazionalismo, militarismo,glorificazione e uso della violenza, feticizzazione della giovinezza, della mascolinità, del culto del leader, della massa obbediente,  gerarchica e militarizzata, e anche il suo razzismo e odio antisemita mostravano già molte somiglianze col nazifascismo. Ma il doppio standard è una caratteristica dell'antifascismo militante. La Brigata Ebraica, che in un miracolo di eroismo, ancora al tempo della Shoah, portò dei giovani "palestinesi" ebrei a combattere sul nostro suolo contro i nazifascisti, è stata sconfessata e vilipesa nelle manifestazioni delle associazioni partigiane perché Israele non è gradito a sinistra.
 
Non erano antifascisti? E non era invece nazi-fascista il muftì Haj Amin Al Husseini che con Hitler progettava lo sterminio degli ebrei? Quanti uomini politici italiani, europei, americani si sono presi in faccia l'accusa di fascismo solo perchè non erano o non sono di sinistra? Il lavoro di bonifica dell'unità nazionale intorno alla Resistenza, è stato valoroso e accompagnato da polemiche acutissime, come accadde al discorso alla Camera di Luciano Violante nel ‘96, o agli studi di Renzo De Felice, di Claudio Pavone, di Ernesto Galli della Loggia. Il termine antifascista deve prescindere dall'appartenenza politica. La genesi della Repubblica Italiana deve diventare finalmente patrimonio comune, e quanto è duro mandare giù questo rospo quando le radici culturali affondano nel terreno comune, acquisito, politicamente stratificato, del socialismo. Così è l'Europa intera, ambigua e ammiccante: dici democrazia, ma alludi a un'utopia socialista, almeno sospirata. Molte delle difficoltà dell'Unione Europea sono nel sogno palingenetico post bellico, dopo tanto orrore, per cui l'antifascismo caricò a bordo il sogno socialista, come ci dicono i tre venerati autori del Manifesto di Ventotene, invece di fare i conti con la soggettività dei Paesi europei. Anche nazione può non essere una parolaccia, se non ha mire oppressive e espansive. Occorre deporre sul serio le ideologie del secolo scorso restando, certo, antifascisti veri. Cioè, amanti della democrazia.
 
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